De Invidia – Capitolo 2

“Invidioso, io? Figurati, un sentimento che non ho maaaaai provato…!” Non è facile riconoscersi invidiosi, come ben ci dice Ciabattinasx. Ma Ciabattinadx invita a osservare anche come sia difficile riconoscere l’invidia degli altri. Su Corriere Salute di qualche tempo fa leggevo che l’invidia coinvolge due persone, mentre la gelosia, sentimento simile, ne coinvolge tre. Solitamente infatti si prova gelosia verso una seconda persona con cui si gioca l’interesse o l’affetto di una terza. Un esempio? Caino, che si piazza primo nella storia degli invidiosi, giocava al raddoppio: invidioso della bontà di Abele e geloso dell’amore di Dio verso il fratello, che era il suo prediletto.

Caino e Abele. E l'invida apparse sulla Terra

Caino e Abele. E l’invida apparse sulla Terra

Si possono invidiare possessi materiali, qualità umane, carriere, famiglia, ecc… ma soprattutto è un sentimento che si rivela tanto più acuto quanto più l’invidiato è vicino. È facile bruciare d’invidia per la promozione di un collega ma è ben raro invidiare l’uomo più ricco del mondo, che oggi risulta essere il magnate messicano Carlos Slim. E Slim, che in inglese come ben si sa significa snello, mi fa venire in mente un piccolissimo racconto d’invidia. Location: bar di una nota casa editrice, due giornaliste chiacchierano bevendo il caffè. Le guardo studiarsi, osservarsi, soppesarsi, sempre conversando amabilmente. Arrivato il momento del commiato, la prima si allontana di qualche passo poi, con un magistrale coup de thèâtre, si volta verso la prima urlando “Sei magriiissssima!!” e l’altra, con una prontezza invidiabile replica “Anche tuuuuuuuuuuu!”. Un palleggio magistrale, in cui le due si sono rilanciate sotto forma di complimento, una bottarella d’invidia di quelle strong. Ah che saggezza Gibran quando affermava “L’invidioso mi loda senza saperlo”.

Anche i bracchetti invidiano

Anche i bracchetti invidiano

DE INVIDIA, CAP. 1

INVIDIO DUNQUE SONO
Due ciabattine parlavano, stamattina, e la destra diceva alla sinistra:
“Mi piacerebbe parlare di invidia. E’ un sentimento così umano, ma nessuno ne parla.”
La sinistra risponde:
“E’ vero. E’ brutto essere invidiosi, così brutto che spesso non ci se lo dice.”
“Ma anche essere invidiati è brutto.” ha risposto la destra.
“Secondo me è uno dei sette vizi capitali, l’invidia, ma non ne sono sicura”.
Ciabattina dx trova su internet (dove altro?) la definizione di invidia: “tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio”.
“Non sono magari le parole che avrei scelto, ma è proprio quello.”
“Sì” dice ciabattina sx “soprattutto il “percepito come male proprio” mi convince.
invidia di Botticelli

E adesso vi posso dire quello che invidio adesso (perchè l’invidia si sposta con noi, cambia oggetto, cambia forma). Mi viene in mente un libro, Nessundorma di Marina Mander, in cui l’autrice dà alla paura una forma e una voce, come se fosse una persona; e la paura del libro si autodefinisce una “paura di medio calibro, una paura di periferia”. La mia invidia la direi così, un’invidia che sta ai margini, non le viene lasciato abbastanza terreno da diventare dominante. Ma certe coppie di anziani che si accompagnano appoggiandosi l’uno all’altro; certe figure eleganti nella loro semplicità; certi sguardi dolci posati su un compagno/una compagna; questì sì mi fanno invidia. Fanno anche danni come solo l’invidia può fare?

L’arbitro: scarpe chiodate, cervello fino

C’è un film che ho voglia di consigliare: L’arbitro.

E’ un piccolo grande film, mi sento di dire. Piccolo perchè la storia, ambientata in Sardegna, ha pochi personaggi, pochi paesaggi e un tema, il calcio. Grande perchè riesce ad ironizzare con eleganza sul mondo del calcio.

La locandina del film L'arbitro di Paolo Zucca

La locandina del film L’arbitro di Paolo Zucca

E’ un film in bianco e nero, con molta cura dell’inquadratura e delle luci, e con passaggi molto enfatizzati ma mai a caso e soprattutto senza nessun compiacimento. L’enfasi è quella che vediamo su Sky quando fanno la pubblicità delle prossime Champions League, quella degli allenatori quando parlano di come si è giocata la partita, dei presidenti delle squadre quando raccontano l’acquisto o la vendita miliardaria di un giocatore. Solo che qui si enfatizzano i visi bruciati dal sole e dal secco dell’interno della Sardegna, i difetti e le storture fisiche. E soprattutto si enfatizza quanto quell’altra enfasi sia eccessiva, falsa e “ridiòla” come si dice a Livorno (dove per un certo periodo il giocatore di punta era un certo Mascella)…

E poi si ride un sacco, nel film. E gli attori recitano. Non in quel modo ingessato che c’è per esempio anche ne L’intrepido, quel modo che non assomiglia per niente a come parla, gesticola, si muove la gente normale. Sia quelli che non sono attori e recitano sè stessi, che quelli che sono attori e recitano per lavoro.

Insomma, bravo Paolo Zucca!

La tosa che si tosa

La ben nota Porta Vittoria a Milano è una delle storiche porte d’ingresso alla città, così ribattezzata dopo la cacciata degli austriaci da Milano a metà dell’Ottocento in seguito alle famose Cinque giornate, che avevano visto i milanesi trionfare e liberarsi dal dominio straniero. In effetti il nome della porta, prima di questo storico evento, era quello di Porta Tosa. La domanda sorge spontanea: “Tosa” per rendere omaggio alle fanciulle della città (le “tose” o “tuse” in dialetto milanese)? La risposta è NO, absolutely. Il primo passo per saperne di più è fare un salto al Museo d’arte antica del Castello sforzesco, dove è conservato un bassorilievo del XII sec.  un tempo collocato sulla porta: esso raffigura una donna che si tosa il pelo pubico… Unknown

Dando per scontato che l’opera non si ispiri alle mode depilatorie attualmente molto in voga, dobbiamo dare credito a una leggenda dai due ipotetici finali. E ritornare ai tempi del Barbarossa. In una fase del suo assedio di Milano nel XII secolo, i cittadini milanesi tentarono di rompere l’accerchiamento con uno stratagemma in pieno stile “cavallo di Troia”. Di questo espediente architettato dall’epico Ulisse,  limitiamoci a conservare il nome della città: l’idea fu infatti quella di inviare all’esterno della Porta una professionista del lavoro più antico del mondo per distogliere l’attenzione dei soldati e lasciare campo libero ai milanesi per un attacco. Per avere più followers, come si direbbe oggi, la dama si esibì in una rasatura del suo strumento di lavoro. Ma sembra forse più plausibile la tesi che l’impudica donna raffigurata rappresentasse in tono di scherno l’imperatrice moglie del Barbarossa, che aveva raso al suolo Milano. Due storie, dunque, per una città che, come dice il proverbio è davvero unica: “De Milàn ghe n’è dumà vuun.”
 Di Milano (e non solo di mamma, quindi) ce n’è una sola.

Emancipazione v. m. 18

È diventata maggiorenne la rassegna cinematografica Milano Film Festival che fin dalla sua nascita ha saputo dare valore alle nuove frontiere del cinema  nazionale e internazionale: compie infatti 18 anni e tra i titoli che propone in questa ultima edizione spicca “In Bloom“, in fiore (premiatissimo al Festival di Sarajevo).  Protagoniste del film due ragazzine, che attraversano la delicatissima fase evolutiva dell’adolescenza, nello scenario selvaggio e violento dell’era post sovietica in Georgia. http://www.youtube.com/watch?v=zNbIHlnTO_U  “In Bloom” è una storia di formazione  e di crescita che tratteggia un tragico affresco sociale  ove impera non solo  l’arroganza delle figure maschili (“fuitina” compresa) ma anche l’indifferenza dei cittadini e delle famiglie, negando dialogo e possibilità di emancipazione alle più giovani generazioni. A dispetto di ciò, l’energia delle due ragazze si fa strada e lotta per germogliare: memorabile è a tal proposito la sequenza del ballo di Eka, una delle due protagoniste, che sboccia alla vita, danzando con passo fermo  per affermare la sua riscattata libertà sociale e personale. E se in questa pellicola  gli uomini sono brutali, non è  meno la dispotica posizione delle donne nei confronti delle loro simili. Complice un contesto  tanto degradato, dove però non mancano quei piccoli germogli che, se ben coltivati, possono portare nella maggiore età i frutti di un progresso sociale di valore. La ricetta la conosceva bene  De André, quando nella sua Via del Campo cantava  “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Ricordi con-gelati

È gelato sì, ma ti sa… scaldare il cuore. Un dolce perfetto, il gelato, che ci riporta anche un po’ all’infanzia.

Da piccola, innanzitutto, volevo aprire una gelateria… Ma  c’è un piccolo ricordo in più, in fondo alla memoria, che mi fa pensare all’inizio del Novecento e alla vita a Trieste di mia nonna, la cui famiglia non apparteneva ai ceti più abbienti e in vista. E a proposito di vista, i suoi genitori, la domenica, portavano lei e i suoi fratellini a “guardare le persone che mangiano il gelato”, poiché questa abitudine doveva evidentemente essere appannaggio di una cerchia ristretta di cittadini.

Parecchi anni dopo, quando ero piccina, era lei a prendermi per mano per portarmi a mangiare un cono alla gelateria Zampolli (ancora esistente a Trieste). Io adoravo la crema, che aveva un delicato retrogusto di lemon zest. Un dolce ricordo, il mio, che mi è stato rievocato assaggiando la crema del gelato CremAmore: nella sua Crema Antica è racchiusto tutto il gusto del tuorlo fresco, della vaniglia e, appunto, della scorza di limone, come in una squisita crema pasticcera. Una golosità che mi ha colpita e che mi invita ad assaggiare i molti altri gusti, perché ho scoperto che la filosofia di questo brand è proprio quella dell’alta qualità artigianale: solo materie prime fresche e genuine e no a conservanti, coloranti, aromi e grassi idrogenati.  Sembra poi che il  nome di CremAmore si ispiri ai miei ricordi: la migliore delle creme. E l’amore di una nonna, che più genuino non si può.

Ice dream

Ice dream

VERBA VOLANT, POST MANENT.

Parole, parole, parole è una deliziosa commedia musicale francese del 1997, ma anche la ben nota canzone che vedeva protagonisti Mina e Alberto Lupo.

Un film di cui si parla ancora!

Un film di cui si parla ancora!

E sono anche il mio pane, in quanto copywriter di lungo corso. In realtà mi ingolosiscono tutte le espressioni verbali, anche le più bislacche. Colleziono pertanto ricordi, immagini, testi, specialmente quando la parola prende una forma insolita e godibilmente buffa. Da ciò nasce anche l’idea di lessicalità.

E qui, insieme alla mia co-Ciabattina, raccoglieremo tante memorie verbali insolite… Io trovo spassose certe insegne fantasiose di negozi, affissioni locali curiose, cartelli e graffiti davvero divertenti.

Ma non dimentichiamoci della “tradizione orale”. Non sono poche le persone che preferiscono citazioni o riferimenti colti a un quotidiano eloquio, in verità assai meno rischioso.

Un paio di esempi per tutti: succede spesso che si scomodino i nostri antenati latini utilizzando le loro parole ma, ahinoi, dimenticando qua e là di declinare i termini e lasciandoli, per così dire, un po’ sguarniti… che dire di DEO GRATIA, che suona come un nuovo brand femminile di deodoranti. O ancora HABEMUS PAPA!, filiale esclamazione per avvertire la madre di calare la pasta al rientro del padre dopo una lunga giornata di lavoro. La nostra verbo-ricerca non è che all’inizio e il nostro desiderio è di abbracciare tutti i temi della lessicalità, ma proprio tutti. Considerateci liberamente, quindi, le vostre Ciabattine FAXTOTUM!