Chi mangia bene a Capodanno…

Un tempo c’erano le ricette di casa, tramandate da generazioni, poi c’erano quelle della propria regione, o città, poi i Venerabili & Insostituibili Libri di Cucina Tradizionali… Adesso il tema food impazza ovunque (basti pensare al successo in libreria di Luca Bianchini “La cena di Natale”), dai programmi TV al Web. E proprio dal web Ciabattinadx ha raccolto alcuni spunti per un pranzo di Natale un po’ meno classico ma non meno goloso. Le ricette sono firmate GialloZafferano, oggi un’assoluta eccellenza digitale in tema enogastronomico!… e ve ne suggerisce un paio, per arricchire il vostro menu per la serata di fine d’anno con uno stuzzicante antipasto e un ghiotto primo piatto al forno:  sono i Mini strudel con Porro, Speck e Gruyère e i Paccheri ripieni con salsiccia e funghi. Del resto, chi mangia bene a Capodanno, mangia anche meglio tutto l’anno. Questo è il nostro CiabaProverbio per iniziare il 2014 alla grande!

Il "making of" del primo piatto a base di paccheri...

Il “making of” del primo piatto a base di paccheri…

… et voilà! Eccoli in tavola!
… et voilà! Eccoli in tavola!

E poi i mini strudel ai 3 ghiotti gusti!

E poi i mini strudel ai 3 ghiotti gusti!

Un altro Duomo… in assoluta anteprima!

Qualche giorno fa l’amico architetto Giuseppe Rossi, in qualità di direttore dei lavori, ci ha accompagnati, in anteprima per ciabattine, sul cantiere del duomo di Crema, chiuso per restauro da qualche anno.

La facciata del Duomo che veleggia sulla piazza principale

La facciata del Duomo che veleggia sulla piazza principale

L’esterno della cattedrale, già pieve, sulla piazza principale, è meraviglioso: la pulitura delle facciate ha messo in risalto tutto il suo fascino, dalle ascendenze gotiche…e anche qualche sorpresa… come le sculture nelle lunetta sopra il portale principale, di scuola antelamica, oltre alla scritta dedicatoria, dipinta, subito al di sopra. L’interno è ricco di curiosità, prima di tutti il crocifisso bruciato, che ha fatto dei cremaschi dei brusacristi, chiamati così dalle città vicine. Bruciarono la statua lignea solo perchè non ritenevano che il Cristo fosse ghibellino come loro;  in realtà un bergamasco, tal Giovanni Alchini,  che bivaccava in cattedrale, aveva bruciato nel 1448 il crocifisso. Ma… miracolo! Il Cristo aveva ritratto i piedi verso l’alto, che così sono rimasti… come provato anche da una TAC! …E il legno della croce appare appena bruciacchiato!!

La zona del presbiterio restaurata e nobilitata dalla nuova pavimentazione in pietra. A sin. la cappella, ancora non illuminata, dove si conserva il Cristo crocifisso.

La zona del presbiterio restaurata e nobilitata dalla nuova pavimentazione in pietra.
A sin. la cappella, non ancora illuminata, dove si conserva il Cristo del cosiddetto “miracolo”.

Altre  vere sorprese le riservano le zone sotterranee, dove si trovano i resti della cattedrale romanica, andata distrutta per mano del Barbarossa, nel 1160. Si tratta di ampie porzioni di una costruzione a tre navate e tre absidi, identificata durante i restauri del 1952-59, come fondazione matildiana, ma della prima metà del XII sec., e non dell’XI sec. come era stato detto. Ha una bella muratura in mattoni a corsi regolari e sono visibili anche parti delle fondazioni, composte con laterizi a spina di pesce, delle pavimentazioni in laterizio, di alcuni pilastri e semi-pilastri. All’interno dell’abside sud è conservato un raro esempio di altare romanico in muratura (purtroppo solo la parte inferiore), intonacato e dipinto su tutti i lati. Su tre lati sono presenti motivi decorativi, mentre il lato frontale esibiva tre figure verticali (due figure con sandali, quella a sinistra con calzari scuri. È presumibile che si trattasse di tre santi le cui reliquie erano deposte nell’altare.

L'altare romanico nei sotterranei dell'attuale duomo di Crema

L’altare romanico nei sotterranei dell’attuale duomo di Crema

A misura duomo (Milano e Monza a confronto)

Buon dopo Natale a tutti. In questi due giorni, senz’altro complici le feste, ho fatto due visite a due “duomi”, quello di Milano e quello di Monza. Grande sforzo, direte voi, il duomo di Milano ce l’hai lì a due passi, e anche quello di Monza non è mica tanto lontano. Ma come potete immaginare, proprio perché è a due passi, nel duomo di Milano erano anni che non ci entravo.

una bella foto presa in prestito da Blogosfere

una bella foto presa in prestito da Blogosfere

C’era la messa di Natale, una grande folla, la processione con il cardinale Scola, i canti del coro (che erano la vera ragione per cui ci ero andata). Eppure. Qualcosa non andava. Non era neppure tanto freddo, anzi verso l’altare era persino caldo. Il freddo stava dentro, e non era mio personale. Mi sono guardata intorno, verso l’alto, seguendo le lunghissime colonne, e non riuscivo a trovarci quello slancio, quel desiderio di oltrepassare l’umano e avvicinarsi a Dio che l’uomo ha messo nella costruzione delle cattedrali. Quello slancio lo vedo all’esterno, nel disegno dell’edificio e nelle tante guglie, che mi sembra rappresentino anche le tante sfaccettature dell’umano cammino, ma l’interno era cupo, tetro. Un buon contributo alla tetraggine lo dava l’illuminazione, una serie di lampade al neon che neanche l’ultima sala d’aspetto dell’ultima stazione di provincia. Sapete quelle lampade rettangolari che emanano quella luce fredda gelata, da sala operatoria? Tutta la scena, il rituale della messa, della nascita, la gioia dell’arrivo del Salvatore, era molto più bella sui grandi schermi su cui veniva proiettata per concedere di seguirla anche ai ritardatari come me. Le telecamere compivano un miracolo di giochi di luce di cui della realtà non c’era nemmeno l’ombra (e a questo proposito, l’illuminazione era così debole che non si vedevano ombre).

l'interno del duomo di Monza

l’interno del duomo di Monza

Ora il giorno dopo mi è capitato di entrare nel duomo di Monza. Confesso che preferisco anche la facciata, di quel duomo, in quel gotico pisano a righe così dinamico e pieno di movimento, e la dimensione, “a misura duomo” come mi ha suggerito la supercopy ciabattinadx. Ieri ci sono anche entrata e anche lì si celebrava una messa, ormai il bambinello era nato e quindi non c’era l’attesa e la preparazione ma solo la gioia e la promessa, e sebbene non mi sia piaciuto, tutto dipinto in uno stile ottocentesco, lezioso e iperdecorativo, aveva un suo calore, era luminoso, ti faceva voglia di sederti e ascoltare, o anche solo raccoglierti nei tuoi pensieri e prenderti una pausa.

Ecco, non so gli architetti, erreerrearchitetto o altri, cosa avrebbero da dire. Ma le chiese sono state costruire per la gente comune e non per gli esperti (come tutte le opere d’arte, io credo), e quello che trasmettono alla gente comune è il loro lascito, che lo vogliano o no. Quindi mi spiace, temo che non entrerò di nuovo tanto presto nel duomo di Milano… ma volentieri conoscerei il parere dei nostri amici lettori!

Milano 1880: il primo Natale illuminato (partendo da un monastero che ora è un supercinema!)

Si avvicina il Natale e la nostra città, seppur immersa in un’atmosfera un po’ sommessa, per via della crisi, anche quest’anno si è rifatta il look, con una serie di luminarie che apparecchiano tutte le vie del centro. Forse non sorge spontaneo, ma gironzolando per le vetrine, ci si è mai chiesti quando Milano ha visto il primo Natale illuminato dalla luce elettrica? Anche questa volta, la domanda parte da un luogo storico e particolare della vecchia Milano.

la piermariniana facciata del Teatro di S. Redegonda

la piermariniana facciata del Teatro di S. Redegonda

Tutto ha inizio infatti nel lontano 1877, nel teatro  appena abbandonato di S. Redegonda, nella via omonima, proprio dove oggi c’è il Cinema Multisala Odeon. Era già stato, fino alla fine del XVIII sec. un monastero femminile di clausura, di origine antichissime: pare fosse stato fondato alla fine del VII sec. da una regina longobarda, qui rifugiatasi, e poi  noto con il nome di Monastero di Santa Redegonda, probabilmente dalla prima metà del XII sec. Il luogo, una volta sconsacrato, era stato riattato all’inizio dell’Ottocento, a sala teatrale e nel 1877, per volontà di Giuseppe Colombo, l’allora rettore del Politecnico, venne installata la prima centrale di produzione e di distribuzione elettrica di Milano, per l’illuminazione allora solo della piazza Duomo  La dinamo verrà posta proprio sul palcoscenico del teatro. Nelle feste natalizie del 1880, si decise che in Galleria venisse mandato in pensione il vecchio sistema, con accensione meccanica, un rito peraltro che si reiterava tutte le sere, come per incanto. E il salotto coperto dei milanesi fu il primo luogo della città, ad essere illuminato elettricamente con lampade ad arco.

Rissa in Galleria-Boccioni, 1910. Questo quadro non sarebbe stato mai realizzato senza l'illuminazione in Galleria

Rissa in Galleria-Boccioni, 1910.
Questo quadro non sarebbe stato mai realizzato senza l’illuminazione in Galleria

Nel 1882 si illuminano, allo stesso modo i portici di piazza del Duomo, appena conclusi. Dopo questi primi esperimenti, la Società elettrica decide di impiantarsi in maniera permanente nel 1883, proprio qui, nel centro di Milano E nel bel mezzo dei chiostri dell’antico monastero, smantellati per pubblica utilità, si installa il primo impianto termoelettrico della città. Nel 1884 viene fondata la “Società Generale Italiana di Elettricità, sistema Edison“, che ottiene dal Comune l’autorizzazione a realizzare e gestire l’illuminazione elettrica di Piazza Duomo, della Galleria e di Piazza Scala. Il 24 luglio 1883 si illuminava elettricamente il palcoscenico della Scala. Alla fine del 1887 il Comune e la Edison stipulano il contratto per l’illuminazione elettrica di alcune delle strade principali della città. Le dinamo di S. Radegonda passano da 4 a 10.

La ciminiera della centrale di S. Redegonda vista dal retro del Duomo

La ciminiera della centrale di S. Redegonda vista dal retro del Duomo

L’officina di Santa Redegonda fu smantellata nel 1896, perché non più adeguata ad alimentare la più estesa rete elettrica, che ormai serviva anche per il trasporto tranviario. L’edificio con la sua caratteristica ciminiera verrà demolito tra il 1923 e il 1926 per far posto al cine-teatro Odeon.

Contro le donne o contro tutti?

Ça va sans dire. Inutile sottolineare la posizione di Ciabattine – e qui, di Ciabattinadx, che è pure di genere femminile – a proposito della violenza sulle donne. Ma fatta questa necessaria se pur ovvia premessa, ci piace fare due considerazioni sulla campagna di Pubblicità Progresso di cui ci parlava ieri l’Espresso (anche le immagini sono tratte dal loro articolo). Il pezzo si focalizza su manifesti apparsi in anteprima che presto faranno la loro comparsa sui muri d’Italia: questi ritraggono delle ragazze che si rivolgono ai passanti con un messaggio che attende di essere completato, dimostrando che le donne non possono esprimersi al 100%.

image.Escludendo la sopracitata premessa, dunque, e non entrando nel merito creativo della campagna che in ogni modo raggiunge l’obiettivo di far riflettere sul tema (Ciabattinadx E’ una creativa pubblicitaria), viene spontaneo pensare che le volgari, provocatorie risposte del pubblico siano del tutto prevedibili. Una prevedibilità non consapevolmente legata, a parer mio, semplicemente alla volontà di ferire l’universo femminile (gli “autori”, sono più scemi di così), ma piuttosto alla spontanea pulsione di voler essere stoltamente protagonisti. Di provocare pur nel totale, vile anonimato. Di far sentire la propria voce, ma usando quel linguaggio, quel tono che vuole prevaricare più che violare, in assoluta sintonia con la decadenza cui ci hanno abituati per primi proprio coloro che avrebbero dovuto concretamente farsi promotori di una postura innanzitutto politica, ma anche etica e sociale più sobria e rigorosa. E più umanamente rispettosa. Così, la volgarità assume un carattere universale e soprattutto unisex. Mi sentirei, per par condicio, di raddoppiare il numero di manifesti, associandone molti con protagonisti maschili. Certa che l’esito, o meglio l’anonimo sfregio sarebbe il medesimo. Perchè in primo piano, forse, non ci sono temi importanti e sensibili, ma  il becero protagonismo, il volgare individualismo… e, davvero in comune con chi effettivamente pratica la violenza sulle donne, la più squallida viltà.

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