Max Parente, una cascina e le belle esagerazioni dell’arte contemporanea

In una puntata de Il Testimone (MTV) Pif ci diverte intelligentemente parlando di arte contemporanea e riassumendo tutti gli interrogativi che tale corrente suscita, perché sono in pochi a intendere il vero senso delle spesso stravaganti creazioni artistiche. Di fronte a tali opere, dice Pif, i più esclamano: ma questo potevo farlo pure io! E soggiunge “Mai chiedere il significato di un’opera al suo autore!” Proprio quest’ultimo è lo spunto che in qualche modo ci mette in relazione con la vicenda e il protagonista dell’ultimo libro firmato da Massimiliano ParenteIl più grande artista del mondo dopo Hitler” edito da Mondadori.

Massimiliano Parente alla presentazione/incontro

Massimiliano Parente alla presentazione/incontro

Le Ciabattine hanno preso parte a un incontro in cui l’autore ha raccontato di questo romanzo a giornalisti e blogger, in una splendida location, una cascina nei pressi di Milano (dove Max ha esposto eccentriche opere del suo personaggio Max Fontana, da lui reinterpretate). Ma di questo luogo ci parlerà più sotto Erreerrearchitetto.

L'Arte Contemporanea entra in cascina

Qui abbiamo incontrato Massimiliano Parente (foto di Robert Ribaudo)

Originalissimo e piacevolissimo intrattenitore, Parente ha espresso il Fontanapensiero per abbracciare non solo i temi d’arte contemporanea ma tutte le contraddizioni che vi ruotano intorno e che in fondo ci riguardano tutti. Mai chiedere il significato delle opere di Max Fontana dunque, che nella narrazione, attraverso i suoi gesti d’arte (contemporanea of course) non manca di scandalizzare e spiazzare il suo pubblico mondiale: per questo protagonista e soprattutto per il suo autore, ogni provocazione ha la sua rilettura pop, persino pensare a Hitler come un artista. Eppure, i due Max  (artista-protagonista) concordano nel sostenere che la vera provocazione è la finzione! Fingere è anche dire, per esempio, che la privacy piace alla gente, quando il solo desiderio dei più è apparire sotto ogni forma e senza alcun freno sui social media: e qui Max Fontana la fa da padrone perche usa twitter come se piovesse e persino i suoi tweet diventano in qualche modo un gesto di consenso artistico.

Arte "contemporaneamente"... alla presentazione

Arte “contemporaneamente”… alla presentazione

Ma la riflessione che più ci può essere utile è l’idea di Parente che un artista come il suo immaginario protagonista mai potrebbe esistere nella realtà, perché nelle sue provocazioni è espressivamente libero al 100%, indifferente alla reazione di critici, vip, galleristi, pubblico, acquirenti. Potrebbe mai esistere nella realtà tanta sincera autonomia intellettuale? L’esagerazione consapevole di questo arguto autore (che mi piace più dell’onnipresente termine di provocazione quando si parla di un libro come questo) si concretizza al meglio proprio in questo interrogativo! Infine… alla serata ha partecipato anche Barbara d’Urso, che però non ha seguito la corrente della piena libertà espressiva e ha preso un po’ le distanze dalla conversazione con Parente. Mentre mandavo un tweet il correttore automatico del tablet ha modificato Barbara d’Urso in Barbara d’Urto. Questo sì è un gesto pop.

la vecchia stalla adattata a spazio eventi

la vecchia stalla, con le mangiatoie, adattata a spazio eventi

LA CASCINA SARESINA RACCONTATA DA ERREERREARCHITETTO

Ma ora veniamo al teatro (e la parola teatro non è usata a caso) della Cascina Saresina di Pioltello, dove si è consumata nella serata di lunedì , la divertente presentazione del libro di Parente. Per il sottoscritto, poco avvezzo all’atmosfera dei vernissage, l’occasione è stata ghiotta per “imbucarmi” e per curiosare invece tra le strutture di una ben conservata corte lombarda. Dal viale d’accesso della proprietà, la prima cosa che salta all’attenzione sono i capannoni del maneggio, che ancora oggi garantiscono, seppur in una patina di ordinata eleganza, la vocazione rurale delle strutture edilizie. Entrando all’interno dell’articolata cascina, il colpo d’occhio si perde subito all’interno della grande corte dove si affacciano i corpi dei magazzini agricoli. La parte più recondita e lontana dal cuore operoso dell’azienda, quella che era originariamente la parte padronale della cascina, è ormai da tempo riadattata a elegante abitazione. Non senza essere completata dall’antistante  piscina, sorprendentemente circondata da interessanti  pezzi sculturei.  Le antiche stalle e i magazzini sono il luogo in cui fanno bella mostra di sé le interessanti collezioni d’arte che il capace e fortunato imprenditore della moda degli anni ’70 e 80, Loris Abate ha pazientemente scelto e raccolto qui con una pluridecennale dedizione.

Lo spazio della collezione d'arte

Lo spazio della collezione d’arte

Questa settecentesca cascina occupava in origine una vasta area, in quella che fu per secoli la pianura alluvionale del vicino fiume Lambro. La presenza dei lunghi corpi di fabbrica , originariamente occupati da stalle, come denotano le mangiatoie ancora esistenti (oggi usate saggiamente per stipare gli innumerevoli libri d’arte!) ci raccontano di insediamenti di contadini e allevatori di bestiame che punteggiavano i fertili latifondi di proprietà della nobiltà milanese. Stiamo parlando di fondi appartenuti storicamente ai principi Trivulzio, giunti solo con l’inzio del ‘900, per via ereditaria ai Brivio Sforza. Fu infatti col vecchio (C)Annibale che dovette vedersela l’allora più giovane Loris, come racconta divertito l’ex braccio destro di Mila Schon, per tentare l’impresa titanica di acquisirne la proprietà e per mettere ordine tra le antiche strutture rurali. Più volte si sentì dire che  per noblesse oblige, i Brivio Sforza non vendevano dal 1470!! Ma il più vecchio e blasonato proprietario alla fine dovette cedere, vendendo dopo ripetute insistenze, a malincuore, e in tre tranches. Oggi possiamo dire che l’obiettivo è stato centrato e la visita ben ripagata.

Una quinta sulla corte

Una quinta sulla corte (foto di Robert Ribaudo)

E da lunedì… Ciabattine Piccine!

C’è un nuovo nato, in casa Ciabattine. E’ la rubrica Ciabattine Piccine, che vedrà la luce a partire da lunedì 3 marzo e rinnoverà il suo appuntamento ogni settimana con i lettori! Ma non saranno solo i lettori di Ciabattine, perché questo incontro sarà sempre condiviso dal bellissimo mondo di Milanoperibambini.it. Cosa faremo? Ci rivolgeremo alle famiglie, alle persone grandi e piccine, con storie e pensieri su Milano, che magari si potranno anche trasformare in una bella visita passeggiando o girando in bicicletta, per scoprire da vicino quelle curiosità cittadine forse meno conosciute, o talvolta solo meno riconosciute, pur essendo ogni giorno sotto il nostro sguardo. Proposte che nasceranno dalla collaborazione tra Erreerrearchitetto, pronto a scovare queste piccole, grandi storie affascinanti, e Ciabattinadx, che le racconterà per tutti sul blog. E non mancheranno ancora piccoli suggerimenti, idee, corsi, letture, gitarelle… idee Piccine ma con un entusiasmo grande come Milano!

Le Ciabattine si fanno piccine (credit: Crochet Dreamz)

Le Ciabattine si fanno piccine (credit: Crochet Dreamz)

C’erano una volta

C’erano una volta le descrizioni. Di una persona, di un paesaggio, di un vestito. E di se stessi.

Ora ci sono i selfie. Ci ha raccontato ieri la ciabattinadx l’evoluzione dall’autoscatto al selfie. E poi la sera ha postato su FB il link una foto del Corriere.it, che mostrava il selfie di nientepopodimenoche Franca Sozzani e Anna Wintour. Rigidine come loro solito, certo. Non è che il selfie ti fa diventare quello che non sei. Tanto è vero che i selfie della moda, e delle modelle, sono tutti bellissimi, con la luce giusta, l’espressione intensa, l’inquadratura precisa.

il selfie di Christie Turlington, una delle più belle di sempre

Ma già prima dei selfie sono arrivati i fashion blog. Dove invece di raccontare i fatti propri si raccontava il proprio guardaroba, mettendoselo addosso e fotografandosi. Modelle per un giorno tutti i giorni. E prima della magica funzione che sposta il mirino della fotocamera senza che si debba cambiare la posizione del telefono, modelle con un’amica o amico che si prestava (e sapeva) fare la foto.

Un bel tailleur. Di Bottega Veneta. Non voglio neanche pensare a quanto costa!

E tornando alla moda, che amo molto come sanno quelli che mi seguono su Twitter, dove da ciabattinassx divento @soprabito (il soprabito preesiste la ciabattinasx, e per quanto questo ultimo nome mi piaccia tantissimo, @soprabito ormai me lo sentivo cucito addosso), i fashion blog prima e i selfie ora stanno trasformando il modo in cui la moda si presenta al pubblico. Le fashion blogger più abili, seguite e accreditate, The blonde salad in testa, sono invitate alle sfilate, blandite da stilisti vecchi e nuovi, raccontate nella pagine delle riviste. Ci abbiamo guadagnato in fantasia per chi inventa e propone, e in disinvoltura per chi acquista e indossa. Voglio dire, vi ricordate i tempi in cui se eran di moda i pantaloni a zampa di elefante non c’era modo di trovarne un paio dritti neanche a pagarli oro, o se le gonne dovevano essere lunghe non se ne trovavano di corte neanche a morire? Non dico che quei tempi siano finiti grazie ai fashion blog. Sono finiti prima e per ragioni commerciali e di business. Ma lo scambio tra gli uffici algidi degli stilisti e l’ingegnosità della gente comune, oltre al coraggio di ragazzine che, nonostante qualche difetto fisico, fanno vedere come si son vestite stamattina a chiunque passi dal web, quello scambio ha fatto del bene a tutti.

E dunque viva la democratizzazione che i social media stanno imponendo al mondo! Lo so, stiamo parlando del mondo effimero della moda e non di diritti umani o altre cose sostanziali. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare…

Selfie: la moda di sé in primissimo piano.

In principio era l’autoscatto. Io ne ho dei ricordi spassosi. L’esempio-esemplare è la classica foto ricordo di famiglia (festa della nonna, anniversario di matrimonio dei genitori e via così). Tutti in posa. Lo zio più smart in fatto di tecnica (non si parlava ancora di tecnologia) premeva il pulsantino dell’autoscatto della macchina fotografica mentre la famiglia attendeva in formazione tipo squadra di calcio il suo ritorno nelle file. Lo zio scattava come un ghepardo verso di loro e giù tutti con cheeeeeese… 30 secondi e non succedeva niente. Senza muovere le labbra uno diceva sempre “Zzzi mm nn sccde nnte?!?”… così lo zio ripartiva con uno scatto da pantera e clic!! La foto immancabilmente fissava per l’eternità l’espressione incredulo-disperata dello zio a pochi millimetri dall’apparecchio, che con la sua mole copriva pure tutto il gruppo di famiglia. Ma quanta pellicola è passata sotto i ponti? Così come le vecchie macchine fotografiche sono state soppiantate da apparecchi digitali e ancor più dagli smartphone per un uso quotidiano, così anche l’autoscatto è stato brillantemente sostituito dai “SELFIE”. Tempo fa il Corriere ne riportava la definizione indicata dall’Oxford Dictionary : ”Fotografia fatta a se stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa sui social network”. Verissimo. Il selfie è uno dei gesti più di moda, più virale, più condiviso. Ai vertici delle classifiche l’autoscatto realizzato tenendo la fotocamera davanti al viso, seguito dall’immagine scattata allo specchio. Gettonatissime anche le foto di coppia, e quelle di gruppo con il VIP di turno, come nel caso di una foto in cui appare Papa Francesco con alcuni giovani.

Manina sx di Ciabattinadx

Manina sx di Ciabattinadx

Il tutto poi passa quasi immancabilmente attraverso i social media (previo tipico hashtag #selfie), perché di fondo il bisogno è quello di apparire, di esserci, di soddisfare in altre parole un richiamo narcisistico, mentre nel passato era più evidente il desiderio di fissare per sempre un momento, un ricordo, condiviso o no. Non a caso il termine selfie ha origine da self, un prefisso che porta sempre a parlare del SE’.  La madre di tutti questi bisogni è molto probabilmente la televisione, che da tempi non sospetti ha fatto scuola nell’arte di apparire e di avere peso solo in quanto personaggi pubblici al di là di oggettivi talenti personali.

Immagine tratta da MailOnline: selffeet

Immagine tratta da MailOnline: selffeet

Un esempio da trentennale esperienza pubblicitaria: mentre una volta i concorsi commerciali mettevano in palio pellicce e vacanze, oggi è più facile che il premio offerto sia l’opportunità di apparire al fianco dei propri vip-beniamini o, ancor meglio, di essere al centro di qualche trasmissione in tivù. Ma il discorso si allargherebbe a dismisura… Torniamo ai selfie: statisticamente è molto praticato dalle donne, dai più giovani ma non meno dai personaggi famosi. A titolo d’esempio, a #Sanremo14 Vanity Fair ha lanciato con grandissimo successo #mifacciailfestival: seguendo le serate del festivàl (per dirla con Mike)) gli utenti erano invitati a inviare via Twitter i loro autoscatti proprio durante la visione. Poi è chiaro che anche in questo campo i birichini non mancano… scansando per scelta le situazioni più sexy, – che tanto sappiamo benone che impazzino a tutto tondo online -, mi riferisco più semplicemente a scelte pericolose come quella segnalata dal Corriere, ovvero di quelle persone che si lanciano in mirabolanti autoscatti al volante. Commenti??

Pericolo! Selfie al volante  (foto Corsera)

Selfie al volante pericolo costante (foto Corsera)

Ma parlando di Selfie c’è ancora una notizia interessante riportata da la Repubblica: la mania degli autoscatti, o per meglio dire la SELF ART, ha meritato oggi un premio e un libro, naturalmente analizzata e vissuta sotto il profilo di espressione artistica. Si tratta del Premio Internazionale Lìmen di Vibo Valentia, che ha dedicato una sezione tematica ai selfie; il critico Giorgio Bonomi, poi, ha pubblicato il libro “Il corpo solitario” editore Rubbettino, censendo ben 700 fotoartististi che si autoriprendono, ma da questa cerchia per così dire ristretta, sono esclusi i dilettanti che si fanno l’autoritratto per poi postarlo sul web. Per questi comuni mortali, l’autore ha evidentemente praticato l’autoscarto.

Un fortunatissimo uomo in carriera. E la casa degli 8 giganti!

Si parla sempre della casetta nel bosco dei 7 nani….oggi invece vi parlo della casa degli 8 giganti, sita nel centro di Milano, che oltretutto non si allontana molto dalla zona delle Case Rotte che pian piano stiamo imparando a conoscere. Ma come per ogni storia bisogna partire dal “c’era una volta”, che in questo caso si riferisce alla vicenda burrascosa di un autentico e fortunato arrivista del Cinquecento, ovvero Leone Leoni, e in particolare  della sua dimora, più nota come Casa degli Omenoni. Siamo nella Milano spagnola del XVI sec., in presenza di uno di quegli artisti sui generis, un creativo più rissosso del Caravaggio, che concretizzava la sua più riuscita cifra nel coniare medaglie e monete celebrative. Anche se lombardo, fu da tutti conosciuto come l’”aretino” per le sue origini. Allo stesso modo era noto in città, e con questo epiteto battezzarono anche quella piccola via di collegamento tra le Case Rotte e Piazza Belgioioso dove si trovava la sua abitazione. A lui si attribuirono grandi irrequietudini e un fitto girovagare per le corti italiane in cerca di lavoro.

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L’ingresso della Casa degli Omenoni sulla via omonima (foto di Robert Ribaudo)

Ma come arriva in città e soprattutto come riesce a costruirsi una casa da nobile? Con una fortunata carriera da arrampicatore sociale, come dicevamo prima, dandosi spesso alla fuga per non incorrere nella giustizia! Tutto comincia nel 1536 quando, accusato di aver coniato monete false, deve lasciare rocambolescamente la Zecca di Ferrara, dove aveva lavorato come incisore dei coni, per riparare nella “libera” Venezia presso Pietro Aretino. Giunto a Roma l’anno dopo, riesce ad avere la possibilità di coniare una prima medaglia per il papa Paolo III, grazie al fatto che lo scultore Cellini si trovava in carcere: questi poi l’accusa persino di avere tentato di avvelenarlo per sbaragliare la concorrenza! Ma gli intrighi della corte romana non risparmiano nemmeno la sua figura, e nel 1540 viene arrestato per il ferimento del gioielliere papale, e condannato all’amputazione della mano destra. La fortuna ancora una volta è dalla sua, e la pena gli viene poi commutata in un periodo di lavoro forzato sulle galere. Andrea Doria, principe di Genova, lo libera per fargli realizzare alcune monete dedicate al re di Spagna, Carlo V: il nuovo curriculum del Leoni viene notato dal governatore spagnolo di Milano, Alfonso d’Avalos e così il nostro si ritrova a essere incisore dei coni alla Zecca milanese fino al 1545. La carriera si impenna: la sua fama giunge all’orecchio del re di Spagna che lo “assume” come scultore. In altre parole oltre alla cadrega, ovvero la poltrona, ottiene addirittura un’intera casa! Si tratta di un’abitazione in contrada de’ Moroni (dal nome della famiglia che qui deteneva la maggior parte delle case, l’odierna Via Omenoni per intenderci), la dimora citata come “casa del Prato”.

Antica stampa con una veduta del prospetto della Casa degli Omenoni

Antica stampa con una veduta del prospetto della Casa degli Omenoni

Il palazzo viene da lui ampliato e ristrutturato, nelle forme del tardo ‘500 manierista, e adoperato come galleria delle sue collezioni d’arte: dipinti di vari artisti del tempo, da Tiziano a Correggio, sculture, trattati, persino opere di Michelangelo con cui aveva collaborato a Roma. E addirittura un cavallo “di rilievo di plastica” di Leonardo da Vinci! Il figlio Pompeo ingrandisce la già importante collezione con un gran colpo: il Codice Atlantico di Leonardo. Ma la supercarriera del Leoni non lo allontana certo dai guai con la giustizia: nel 1559 ferisce il figlio di Tiziano, Orazio; come però è stato ben raccontato dal Manzoni nei Promessi Sposi, nella Milano spagnola se avevi il favore di certi notabili del governatorato spagnolo, anche i crimini più efferati non solo non avevano grandi conseguenze penali, ma non ostacolavano nemmeno il conseguimento delle commesse. Così il Leoni continua a viaggiare in piena libertà e a raccogliere opere eccellenti per la sua dimora milanese che restaura e decora ulteriormente.

Scorcio con gli 8 omenoni (foto di Robert Ribaudo)

Scorcio con gli 8 omenoni (foto di Robert Ribaudo)

Ecco che tale residenza diviene famosa per le enormi cariatidi in pietra della facciata, detti in dialetto “Omenoni” (grandi uomini). Ma chi sono questi giganti posti sul prospetto? Anticamente li chiamavano “Prigioni” cioè i barbari sconfitti, tema caro all’arte della Roma classica e rinascimentale. Al di sopra delle teste dei barbari sono indicate le stirpi ai quali appartengono e nello scomparto centrale del fregio che corre sotto la gronda, il rilievo con la Calunnia sbranata dai leoni allude al nome dei proprietari, in altre parole al casato dei Leoni! Oggi, a titolo di cronaca, inglobato dall’Ottocento al palazzo retrostante che si affaccia sulla Piazza Belgioioso, dopo alcuni rimaneggiamenti novecenteschi, ospita il Club più esclusivo di Milano!

Jhumpa Lahiri o l’arte del contenimento

La moglie

Ho finito di leggere questo libro ieri sera. L’avevo cominciato qualche tempo fa, e mi ero interrotta diverse volte perché avevo altre cose da leggere per lavoro (se questa cosa la dico a voce, c’è sempre qualcuno che mi esterna la sua invidia – ma leggere per lavoro vuol dire che i libri non si scelgono, e non so se questo vi piacerebbe). Sono riuscita a leggere con continuità la parte finale del libro, e provavo una commozione del tutto particolare: una commozione contenuta, che non è mai sfociata nelle lacrime, ma che forse proprio perché concentrata tutta all’interno era particolarmente intensa. E aveva anche una sua dolcezza, una tenerezza universale.

Vi farò un’altra confessione: ho una grande passione per gli autori anglo-indiani. Da quando scoprii I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, ho sempre cercato, nelle librerie inglesi o americane, e ora online, quella letteratura di emigrazione e confine, di straniamenti e adattamenti. Jhumpa Lahiri è americana e vive in America, ma narra sempre di indiani (uso il termine India in senso improprio, a coprire tutto il continente e non solo la nazione) emigrati. Io conosco bene l’America e non sono mai stata in India, così la mia immaginazione da una parte si appoggia a qualcosa di conosciuto, e dall’altra ha briglia sciolta. Non so spiegare il perché di questa attrazione. La seguo così, senza pensarci troppo.

E quindi ho letto anche altri libri, di Jhumpa Lahiri.

L'autrice

L’autrice

La moglie è stato nella long list del Man Booker Prize (ma altri suoi libri sono stati nelle short list), una lista che mi aveva entusiasmato (e ne avevo scritto su Piumedoca). Il libro l’ho comprato allora, in forma di ebook.

E vi posso dire in poche parole che cosa mi è piaciuto: che tutti i personaggi, anche quelli minori, vivono la loro vita fino in fondo, compiono il loro destino con grande serietà e dignità. Ci sono grandi sofferenze e drammi di portata storica, che ognuno vive nel suo personale; ma ognuno si prende il suo tempo e le sue responsabilità, si pone seriamente di fronte alle scelte e le persegue, e prende anche quello che la vita gli regala, così un po’ a casaccio come fa con tutti noi. Un paesaggio, un momento di tregua, un incontro fortunato, un amore inaspettato. Da accettare anche con circospezione, senza esaltarsi al primo soffio di aria tiepida pensando che sia primavera, ma anche senza decretare in corso la tragedia prima che sia avvenuta. Non so dire se tutto questo abbia a che vedere con la concezione orientale della vita, che immagino l’autrice conosca e che magari pratica. Di certo non ne parla, nei libri, che conservano quella laicità che il mondo anglosassone ha saputo sviluppare e che tuttora custodisce.

Ecco, spero di non essere stata pesante. Ma è un libro denso e cremoso. Prendetevi del tempo per gustarlo con calma!

Buona lettura e buon week end!

Piovono polpette. A Milano.

A Milano non c’è niente di più trendy dei nuovi locali dove si possono gustare – passatemi la definizione inventata lì per lì –  sophisticated hamburger:  non il solito, “quasi classico” cibo da fast food, quanto piuttosto “polpette doc” di carne trita di altissima qualità (e non solo di manzo ma anche di bufalo, agnello e altra carne pregiata) con condimenti più che fantasiosi. In realtà la parola polpetta non è indicata a caso, perché da secoli fa parte di una delle più tradizionali ricette meneghine. Ma se un milanese DOC mi leggesse, potrebbe andare su tutte le furie, perché le polpette, qui in città, quelle storiche per intenderci, si chiamano mondeghili. L’epoca in cui nacquero aveva parecchio in comune con quella attuale poichè l’idea scaturì dalla necessità contadina di non sprecare nulla, di andare al risparmio, insomma. Infatti per preparare i mondeghili si usava la carne già cotta e avanzata. La storia risale addirittura ai tempi degli Arabi, gran ghiottoni di “al-bunduc”, cioè palline di carne fritta.

Le mille e una polpetta videro la luce sulle tavole arabe

Le mille e una polpetta videro la luce sulle tavole arabe

Un piatto che poi stuzzicò l’appetito anche agli Spagnoli, tanto che lo portarono in tavola ribattezzandolo “albondiga”. Se è poi vero che le dominazioni lasciano nei paesi “ospitanti” anche qualche (seppur rara) buona eredità, ebbene dopo la lunga egemonia spagnola ecco che a Milano appaiono i mondeghili. Ne troviamo traccia nel dizionario Milanese-Italiano di metà Ottocento, in cui ne accennava così Francesco Cherubini “specie di polpette fatte con carne frusta, pane, uovo, e simili ingredienti”. I cittadini locali avevano trasformato l’albondiga in albondeghito,  per milanesizzarlo ulteriormente in mondeghilo.  E la ricetta? Quella tradizionale richiede molti ingredienti… c’è chi invita a utilizzare anche la patata lessa per rendere i mondeghili più morbidi e leggeri. Ma ecco che la nostra amica chef Mariangela Marchesi di Cucina Cre-attiva, che come sapete attualizza le ricette della tradizione lombarda col suo tocco creativo, riporta questa stuzzicante specialità ai giorni nostri, preparando i Mondeghili Duemila, cioè quelli del nostro secolo! La sua versione si presenta anche in modo simpatico e conviviale, ideale anche come stuzzichino da aperitivo, servito come un mini-spiedino. Per la preparazione (perché no, fatevi aiutare dai vostri bambini! ) si dovranno impastare a mano i diversi ingredienti che scoprirete sul sito di Mariangela  http://cucinacre-attiva.weebly.com. Una volta formate le piccole polpette, friggetele nel burro chiarificato, e poi infilzatele tre a tre  su lunghi stuzzicadenti. Nella ricetta sono presenti anche le indicazioni per i puré di zucca e di patata (che in questa versione non trovate nell’impasto delle polpette), da versare – per una presentazione originale – sul piatto ove poi adagerete gli spiedini e qualche ago di rosmarino. Cosa c’è di più global di questa pietanza? In un sol colpo avete messo in tavola arabi, spagnoli e, ça va sans dire, milanesi!

Mondeghili Duemila!

Mondeghili Duemila!