La Rotonda della Besana: uno spazio e una storia a… 360°!

Per chi non avesse ancora avuto modo di vedere il nuovo spazio del MUBA (Museo dei bambini), vorrei segnalarvi questa interessante iniziativa cittadina con tanto di cornice architettonica di tutto rispetto! Al di là dell’allestimento e dell’esposizione, poiché di questo si tratta più che di un museo, è davvero un inusuale spazio aggregativo per l’infanzia di Milano. Perché all’interno del recinto della Rotonda della Besana, ci sono i portici, c’è il verde dei giardinetti comunali, ben curati, e c’è il meraviglioso spazio coperto della ex chiesa, proprio al centro di tutto il complesso.

Gli spazi all'interno della Rotonda

Gli spazi all’interno della Rotonda

Ma proprio di questo voglio parlarvi, al di là della felice iniziativa ospitata; proprio del recinto architettonico e di ciò che ha rappresentato attraverso i secoli. Iniziamo dal nome: perché Besana? Prende il nome dal patriota Enrico Besana, uno studente di medicina presso l’università di Pavia, che laureatosi nel 1840, aderì da subito alla Giovane Italia di Mazzini. Partecipò alle Cinque Giornate di Milano come capitano della guardia civica, e nel 1849 si arruolò volontario nell’esercito piemontese. Partecipò poi alle azioni militari di Varese e San Fermo con Garibaldi. Nel 1860 Besana fu eletto deputato per la VII legislatura nel Collegio di Cassano d’Adda, e nel 1866 prese parte alla guerra contro l’Austria. Durante l’arco della sua vita compì numerosi viaggi in varie parti del mondo: India, Cina, Giappone, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, e collaborò con diverse pubblicazioni milanesi specializzate nel campo come Il Giro del mondo, Giornale popolare di viaggi, L’Esploratore, L’Universo illustrato e con i quotidiani Il Corriere di Milano e La Perseveranza, con interessanti descrizioni dei paesi visitati. Ma se la dedicazione della Rotonda omonima adesso ci è chiara, non altrettanto si potrebbe dire della funzione e della sua origine. Insomma non tutti sanno che… il complesso fu più noto in passato come i Nuovi Sepocri, cioè il cimitero del vicino Ospedale Maggiore.

Incisione settecentesca che immortala il complesso della Rotonda della Besana

Incisione settecentesca che immortala il complesso della Rotonda della Besana

Era infatti l’antico “Foppone”, cioè la grande fossa scavata fuori dalle mura o a ridosso di esse, adibita a cimitero di emergenza o per gli indigenti morti in ospedale o per i cadaveri non reclamati. Tant’è che ancora nel secolo scorso, in dialetto milanese, si diceva finire “al Foppone”, per indicare il momento della sepoltura. I Fopponi in realtà nacquero come cimiteri d’emergenza, cioè grandi fosse comuni, utilizzate più spesso durante le epidemie di peste che avevano flagellato Milano durante il Seicento, per dare una sepoltura veloce ai morti abbandonati per strada o colti da morte improvvisa, per salvaguardare le più basilari norme igieniche. Naturalmente nei pressi, come al Lazzaretto, c’era sempre la chiesa che ammantava di pietà cristiana questi luoghi tristi e pieni di desolazione. Così anche in questo caso, se in un primo momento ci si era serviti della chiesa della Ca’ Granda, quella della SS. Annunciata ancora esistente presso Via Francesco Sforza, alla fine del XVII se ne edifica una dedicata. Ed è proprio questa che oggi ospita le attività del MUBA al centro della struttura cintata. Si tratta dell’ex chiesa di S. Michele ai Nuovi Sepolcri, consacrata nell’anno 1700 ed edificata proprio nel centro affinchè fosse visibile da chiunque fosse penetrato nel sacro perimetro. Lo stesso solo tra il 1713 e il 1731 viene impreziosito dai portici e la Rotonda dei Sepolcri comincia a prendere la sua forma originaria, con un bel disegno barocco, così come è giunta fino a noi.

La Rotonda della Besana vista dall'alto

La Rotonda della Besana vista dall’alto

La Rotonda sarà consacrata il 22 aprile 1731. Nel 1739, durante il viaggio del conte di Borgogna, Charles de Brosses, nelle sue Lettere ai familiari (1739-1740), lo definisce “il più bell’edificio di Milano”. Nel 1785 diventa vero e proprio cimitero di quartiere per i defunti di Porta Tosa: sulle tombe si pone una semplice croce mentre l’eventuale lapide si sistema sul muro di cinta. Dopo la soppressione del 1808, Cagnola ne aveva studiato nel 1809 la riconversione in Pantheon, luogo di memoria delle glorie italiane. Ma il progetto non andò in porto e il grande porticato fu ridotto a magazzino, deposito e poi lavanderia. Nel 1858 viene convertito in ospedale per le ammalate croniche. Nel 1938 il complesso viene ceduto al Comune, insieme all’edificio dell’Ospedale Maggiore. Solo nel 1956 viene restaurato e adibito a manifestazioni culturali, per poi ricadere in disuso. Per la Rotonda della Besana solo negli anni ’90 del XX sec. viene promosso l’attuale rinnovamento dei giardini e una risistemazione generale del complesso, il tutto in un’ottica di rilancio e di pubblica fruizione, facendo tornare all’interno del recinto gli allegri schiamazzi dei bambini.

Invito a Milano con delitto

Un delitto molto milanese“, di Antonio Steffenoni, è un giallo che non poteva non far gola alla ciabattinasx, milanese ex pubblicitaria. Del resto è un consiglio della ciabattinadx, pubblicitaria ancora in forze.

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Penso che giallo sia la definizione giusta, perché il delitto compare nelle prime pagine e tutto il senso del libro sta nello scoprire non solo chi è/sono il/i colpevoli (non sperate che vi dia degli indizi, no no) ma soprattutto i moventi. Non ci avevo mai pensato con tale precisione: mica si può capire chi ha commesso un delitto, se non se ne capisce il movente. E in questo bel libro, con una suspense delicata e sommessa, i moventi sono i soldi, il sesso, il potere, cose ovvie e banali insomma, ma dalla cui miscela o prevalenza dipende tutto.

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E mentre l’indagine si dipana, e si snoda per avvicinamenti progressivi, senza fretta, entriamo nel mondo della pubblicità, quel mondo un po’ invidiato, immaginato come pieno di soldi e belle ragazze, dove ci si diverte lavorando e si è sempre in prima fila e si può anche diventare famosi. Visto però anche da dentro, un covo di vipere, giri di nero e fatture gonfiate, illusioni perdute e carriere vacillanti.

E camminiamo per Milano. Ci camminiamo moltissimo e sempre sotto la pioggia, dentro e fuori dalla questura di via Fatebenefratelli, nelle strade austere dietro il quadrilatero della moda, quei palazzi che nascondono con gelosia ossessiva i giardini e le bellezze dell’interno, per presentare all’esterno facciate sobrie e anche un po’ meste. Oltre alla pubblicità, viene in mente Cuccia, vengono in mente quei finanzieri tristi che le loro ricchezze enormi non si sa come se le godano e che il potere sembra rattristare ancora di più.

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Ci affezioniamo al commissario Ernesto Campos, mezzo spagnolo, con una sua cupezza alla delitto e castigo, essenziale e senza fronzoli né vanità, bravo, serio. Non ci commuoviamo per Marcello, la vittima, il proprietario dell’agenzia, né per Marella, la bella direttrice dell’agenzia, arrivista seducente e cinica. Non proviamo empatia per la ex moglie della vittima o per l’ex suocero. Simpatizziamo invece con il direttore creativo (forse qui dovrei usare il singolare, noi creativi ci identifichiamo nei nostri simili, abbiamo le nostre debolezze), perdente di cuore. E siamo dalla parte degli amici del commissario e di quelli che lavorano con lui. E un pezzettino di loro, sono sicura, resterà ancora per un bel po’ nei pensieri della ciabattinasx. E nei vostri, se decidente di leggerlo!

Buon sabato e buona lettura!

 

 

Alla fiera del libro per ragazzi: lasciate che i bambini facciano i bambini

Nei giorni scorsi la ciabattinasx è andata alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna.

Una delle tante, bellissime illustrazioni in mostra

Una delle tante, bellissime illustrazioni in mostra

Girando per gli stand, per prima cosa è arrivata la meraviglia: anche per qualcuno che lavora da anni nell’editoria, i libri per bambini conservano un incanto raro e prezioso. Rievocano la propria infanzia, certo, e poi sono proprio belli. Le storie che raccontano, le illustrazioni, la dimensione di gioco e scoperta.

Lampade che rappresentano i Moomin

Lampade che rappresentano i Moomin

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L’immancabile Peppa Pig

Poi si sentiva fortissimo il respiro internazionale: con il piacere per esempio di vedere, nello stand della Cina, le traduzioni in cinese di Tintin e Pippi calzelunghe, ma anche una folla di tutte le razze che ascoltava la presentazione di un libro cinese, con le illustrazioni fatte a collage, di piccoli uomini che erano stati ritagliati ad uno ad uno e altrettanto ad uno ad uno incollati. Quel che si dice lo scambio culturale.

lo stand della Cina

lo stand della Cina

Oppure un paese sconosciuto se non fosse per la Nokia, la Finlandia, che vende un thriller per young adult in 41 paesi, e l’agente dell’autrice che racconta: l’anno scorso ho chiesto a Salla Simukka se voleva conquistare il mondo; lei mi ha detto di sì ed eccoci qua.

la trilogia della finlandese Salla Simukka

la trilogia della finlandese Salla Simukka

Nei padiglioni italiani, l’incontro con un’autrice non a caso amatissima, soprattutto dalle ragazze: la sovversiva Bianca Pitzorno, che esordisce, in un incontro sulla lettura, ribadendo il diritto a non leggere e a smettere quell’atteggiamento snob e di superiorità per cui chi non legge è un po’ inferiore. Da una drogata di libri come si definisce lei stessa, è veramente rivoluzionario. E non si ferma qui.

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Bianca Pitzorno sostiene che ai bambini non va presentata una realtà edulcorata e semplificata; che bisogna raccontargli le cose come stanno. Il rispetto non è la falsa finzione protettiva. Il rispetto per la realtà è rispetto anche per i bambini. Il che non le impedisce di raccontare come una volta, dopo aver cominciato a narrare a sua nipote la storia della piccola fiammiferaia, e averla vista disperata in lacrime, ha pensato di trasformare quella storia. Ed è nato il libro Una scuola per Lavinia. E ogni libro, come tutta la letteratura, è trasfigurazione. Decisa, pugnace Bianca Pitzorno, sarei potuta rimanere ad ascoltarla per ore.

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Ma c’era anche il caffè digitale, a cercare di tracciare i percorsi della lettura del futuro. C’erano le app per bambini, per iPad. Con un giovane australiano che spiegava come le app consentissero di superare la dimensione del racconto lineare, che spesso ai bambini va stretto. Avete presente quando, mentre gli leggete un libro, i bambini vi costringono a saltare le pagine che non gli piacciono e a ripetere all’infinito quelle che per loro hanno un significato? Ecco nelle app possono seguire i loro tempi, senza rimanere intrappolati in una sequenza predeterminata. Nighty night, per esempio, è la app della buonanotte: il bambino deve spegnere le luci della fattoria e mettere a letto gli animali, uno per volta. Ma scegliendo lui (o lei) quale prima e quale dopo, e cambiando ogni sera, se gli va.

Un mondo in cui i bambini facciano i bambini: a Bologna ci credono, e ci provano.

Milano distrutta… e poi ricostruita.

Questa nuovo appuntamento, ci catapulta d’un balzo nel Medioevo, quando gli imperatori germanici avevano ancora il sogno di un Sacro Romano Impero e i comuni italiani cercavano di rendersi autonomi da Federico I, detto il Barbarossa. In questi giorni cade peraltro la triste ricorrenza in cui l’imperatore germanico lanciò l’anatema contro Milano (1 marzo 1162). Tale evento fu per lui talmente determinante da annullare il calendario cristiano, così da far riniziare la datazione storica dal giorno in cui concepì la distruzione della città (cosa che poi si compì a partire dal 29 marzo successivo).

Le autorità milanesi chiedono clemenza davanti a federico Barbarossa

Le autorità milanesi chiedono clemenza davanti a Federico Barbarossa

Tutti sappiamo come Barbarossa volesse soffocare le spinte autonomistiche dei comuni lombardi. Ma in queste aspirazioni di indipendenza, Milano, in quanto ricchissimo centro commerciale, crocevia obbligato per chi attraversasse la pianura padana e per chi calasse sull’Italia da nord,  era la più accanita. L’imperatore, sentitosi oltraggiato per la mancata sottomissione della città alle sue innumerevoli richieste,  già nel 1160 si era mosso verso la città della pianura, per cingerle d’assedio. Nello stesso anno, per ironia della sorte un violento incendio iniziato a Porta Comasina si diffuse rapidamente per Milano: le case di Porta Romana vennero incendiate e distrutte fino al fossato. Fu l’occasione così, per rinforzare le Porte a est e a sud (da dove presumibilmente ci si aspettava un attacco) e per innalzare sulla Porta Romana una rocca per la difesa civica. Solo nel 1162, dopo un lungo assedio, l’arco (che allora era situato dove oggi c’è la Crocetta di Porta Romana) cadde, e con esso la città. Le devastazione furono violentissime, l’intero abitato fu raso al suolo, i saccheggi e le brutalità memorabili. I pochi sopravvissuti furono costretti a riparare nelle campagne. Barbarossa aveva diviso la città in tanti distretti quante erano le truppe alleate da soddisfare e ad ognuna di queste aveva dato carta bianca per distruggere e accaparrarsi qualunque cosa. Ad esempio ai lodigiani, che per l’occasione si erano schierati con l’imperatore, fu dato l’incarico di distruggere la parte orientale della città (Porta Venezia e dintorni). Ma essendo di stanza a ridosso del Naviglio, non paghi, aiutarono i cremonesi a devastare il sestiere di Porta Romana. Le truppe si allocarono allora nei pressi dell’attuale Corso Italia, tanto che ancora oggi in ricordo di quella lugubre presenza, una piccola traversa, che corre parallela alla cerchia del Naviglio, prende il nome di Campo Lodigiano.

 

Federico I Barbarossa, imperatore

Federico I Barbarossa, imperatore

Le truppe tedesche, invece si stanziarono nei pressi dei monasteri più ricchi per gozzovigliare con le ricche dispense dei monaci. Gli eserciti di invasione lasciarono la città quando tutto fu devastato, rubato o assalito. La città non esisteva più!! Solo col 1164 si ebbe una reazione: tutto mutò quando la città di Cremona, da sempre fedele all’imperatore, gli si rivoltò contro, creando con Crema, Brescia, Bergamo, Mantova e Milano (o meglio i milanesi, dato che non avevano più una città!) la Lega cremonese, poi Lombarda, grazie al presunto Giuramento di Pontida del 7 aprile 1167. Ad essa si unirono subito Parma, Piacenza e Lodi, e anche papa Alessandro III diede il proprio appoggio. La lega si cementò intorno ad alcuni simboli, tra cui un enorme carro, detto Carroccio. Forse i milanesi l’avevano visto per la prima volta in Terra Santa al seguito di Ottone Visconti, durante la Prima Crociata (alla fine del XI sec.), usato per portare il “sacro legno” (la presunta vera croce di Cristo, poi rivestita di una lamina d’oro), come vessillo di protezione contro gli infedeli. L’uso risulta già consolidato con le crociate successive dalla meta del sec. XII, come ben documentato nel film Le Crociate di Ridley Scott.

https://www.youtube.com/watch?v=Wh-JGjIZYpI

E’ certo che Milano, ne costruisce uno nel 1037, grazie al vescovo Ariberto d’Intimiano, che lo usò per cementare la città contro un altro imperatore tedesco, Corrado II, che aveva tentato di assediare inutilmente la città. L’uso del carro era diffuso soprattutto in pianura, dato che le dimensioni della sua struttura erano tali da renderne particolarmente difficile l’impiego sui pendii. Per tirare il carro da guerra occorrevano da tre a quattro paia di buoi, perché il pianale era tanto alto da permettere al capitano d’armi di controllare lo svolgimento della battaglia e al tempo stesso tanto robusto da resistere agli attacchi dei nemici e alle insidie dei campi. Le descrizioni concordano pure nel menzionare per ciascuno dei carri un pennone alto 15 metri dove era issata la croce, e una campana ( la “martinella”) che serviva a scandire i tempi del trasferimento e a chiamare a raccolta gli armati durante la battaglia; in tutti i casi il pennone serviva a reggere il vessillo crociato dell’esercito raccolto attorno al Carroccio (diventerà non per niente lo stemma di Milano – croce rossa in campo bianco). Un altare con un crocifisso inoltre era posto solitamente alla base del pennone: sul carro infatti si celebrava la messa, e la croce svettante sull’albero rendeva tangibile la presenza di Dio a fianco dei combattenti.

Un'antica miniatura con il carroccio

Un’antica miniatura con il carroccio

Con tali simboli, le città lombarde si rimisero in marcia, per andare incontro al Barbarossa, che aveva mostrato di nuovo propositi belligeranti. Tra le truppe alleate militava un condottiero, noto dalle cronache come Alberto da Giussano, ma la cui esistenza non è del tutto chiara. La sua figura sul campo di battaglia appare infatti per la prima volta solo in una cronaca della prima metà del XIV sec., scritta per compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano. Alberto venne descritto come il cavaliere che si distinse nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 per aver guidato la Compagnia della Morte, un’associazione militare di 900 giovani cavalieri scelti con il compito di difendere fino alla morte il carroccio, simbolo della Lega Lombarda, contro l’esercito di Federico I Barbarossa. All’imperatore toccò una disastrosa sconfitta, della quale massimi artefici furono, non a caso, i milanesi.

La battaglia di Legnano di Amos Cassoli

La battaglia di Legnano di Amos Cassoli

I Comuni lombardi e Milano riacquistarono le libertà, necessarie per garantirsi un futuro di prosperità. Il Carroccio verrà portato nella cattedrale, allora S. Tecla ( il Duomo sarà concepito ben 2 secoli dopo!) ed esposto in tempo di pace, presso la porta maggiore, come segno della concordia cittadina. Tale simbolo verrà sostituito dallo stendardo con l’effige di Sant’Ambrogio solo nel 1285, e rimarrà come gonfalone della città, fino ai giorni nostri.

Un gran milanese, un Gaber da premio e un peccato di gola.

El sciur Barbaja, che di nome faceva Domenico: i milanesi hanno più di un motivo per essergli grati! E oggi ne avranno uno in più, davvero appetitoso… Ma andiamo con ordine. Nato nel 1778, la sua carriera ha inizio in qualità di garzone presso un caffè milanese. In breve il Barbaja riesce a ottenere l’appalto del gioco d’azzardo nel ridotto del Teatro alla Scala, importa dalla Francia quello della roulette e riesce ad arricchirsi, finalmente potendosi dedicare a un’attività che molto gli stava a cuore: diventa infatti uno dei più grandi impresari teatrali di tutti i tempi, con un fiuto davvero singolare, coniugato con una tenacia e un’efficienza che non hanno confronti.

El sciur Barbaja, grande impresario che lanciò Rossini, Donizetti, Bellini...

El sciur Barbaja, grande impresario che lanciò Rossini, Donizetti, Bellini…

Oltre a gestire la Scala di Milano, si occupa anche del San Carlo di Napoli, che grazie a lui diviene uno dei teatri più celebri del mondo, altri due teatri a Vienna (ricordiamoci che in quel periodo gli Austriaci dominavano l’area milanese), e ancora il Teatro alla Cannobbiana di Milano, divenuto poi Teatro Lirico, ove si registrarono prime d’eccezione, come nel caso de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti.

Copertina del libretto de l'Elisir d'amore di Donizetti

Copertina del libretto de l’Elisir d’amore di Donizetti

Ma non è tutto: è grazie al lungimirante Barbaja che tanti operisti ebbero successo, così come straordinari compositori del calibro di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Vincenzo Bellini! In più, il nostro fonda il Caffè dei Virtuosi, che sorgeva di fianco al Teatro alla Scala frequentatissimo da coristi e orchestrali: qui crea una straordinaria, squisita, storica bevanda a base di caffè e cioccolato, molto diffusa fino agli anni Trenta, che ha persino ottenuto il riconoscimento “De. CO.”, Denominazione Comunale, attribuito ai prodotti gastronomici tradizionali milanesi! È la Barbajada, dal nome del suo inventore, of course.

La Barbajada della tradizione

La Barbajada della tradizione

Lo scrittore Rovani – suo contemporaneo – dice che mentre il Volta inventava la pila, con altrettanto genio lui scoprì “l’alto segreto di mescolare la panna con il caffè e con la cioccolata, onde nell’imperitura parola di Barbajada, si fece un monumento più saldo del granito”. E oggi la nostra amica chef Mariangela Marchesi di Cucina Cre-attiva, ha rivisitato la ricetta facendone una bavarese-anche-un po’-cup-cake che vi raccontiamo più sotto. Solo per aggiungere un altro step della leggendaria storia di questo personaggio: un grande milanese come l’indimenticabile Giorgio Gaber interpretò proprio il personaggio del Barbaja nel film “Rossini! Rossini!” meritandosi a pieno titolo un David di Donatello!

https://www.youtube.com/watch?v=nTYB5Tc99YU

Accoppiata davvero vincente! E ora mettiamoci ai fornelli con Mariangela per commemorare tutte queste memorie milanesi e apprestiamoci a preparare “la Barbajada Cre-attiva”, ovvero la nuova interpretazione della ricetta che da bevanda dolce in tazza o bicchiere, si trasforma in una sorta di squisita bavarese “dimensioni cup-cake”. Non dimenticate comunque di scoprire la ricetta in dettaglio su http://cucinacre-attiva.weebly.com/! Si comincia mescolando tuorli e zucchero con la frusta, si fa bollire il latte a cui si aggiunge la colla di pesce e si versa poi sui tuorli sbattuti. Si lascia intiepidire mentre si monta a neve la panna (con in più un altro pezzetto di colla di pesce) poi si versa ¼ della crema negli stampini, a quella rimasta si aggiunge il caffè e il cacao e si mette la crema ottenuta in altri stampini. Poi… tutto in frigo per almeno 5 ore. Per sformare i dolci Mariangela sul suo sito vi racconta un trucchetto, poi si tagliano con un coppa pasta cilindrico i due preparati e si impilano su un piattino, quello al caffè alla base e sopra quello più chiaro, e poi si serve il tutto con la panna montata e una spolverata di caffè solubile o cacao amaro, possibilmente con un cucchiaino di cioccolata, per elevare a potenza la golosità. E ora musica: assaporate la novella Barbajada mentre ascoltate per esempio un bel brano di Rossini, pensando magari al Barbaja, a Gaber e, se vi va, anche alla chef Mariangela e a Ciabattine!

La golosa Barbajada Cre-Attiva

La nuova, golosa Barbajada Cre-Attiva

 

 

 

Una signora ha un suo stile

L’idea mi vagava per la testa da un po’ di tempo. Ma non voleva prendere forma, non voleva farsi avanti. Se ne stava nelle retrovie, tranquilla come chi ha la certezza che il suo turno arriverà e sarà quello il momento giusto. Un’idea un po’ zen, insomma.

E poi una mattina qualcuno mi ha detto che mi vestivo bene. L’ha detto senza enfasi né con l’intenzione di farmi un complimento. O magari sì, ma me è suonato come la constatazione di un dato di fatto. Ed ecco che pian piano, con calma e determinazione, l’idea di fare un fashion blog è diventata un progetto.
Anche un progetto ha dei tempi di incubazione, ed è inutile forzare le tappe.

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Ma ora ci siamo. Ho messo il fashion blog dentro Ciabattine. Dopotutto le fashion week si tengono a Milano. Gli stranieri vengono qui a fare shopping. E mi capita di essere da qualche parte in città, di fermarmi e guardarmi intorno, e vedere un sacco di ragazze (e ragazzi) vestiti bene. Con un loro stile, con delle combinazioni originali, con delle interpretazioni personali di quello che stilisti e negozi offrono.

Io non sono più una ragazza e questo ha i suoi svantaggi e i suoi vantaggi.
Non posso esagerare con lo shabby chic né con l’orlo della gonna. Però ho di base qualche pezzo classico accumulato nel tempo, mi conosco e so cosa mi sta bene, non competo con la mia compagna di banco, posso andare a comprarmi le cose da sola e fidarmi delle mie scelte.
Pensandoci bene, i vantaggi sono più degli svantaggi.
E questa è una delle cose che mi piacerebbe dire alle lettrici di Ciabattine, ma anche alle signore che non vogliono vestirsi da signore ma neppure da ragazzine. Le vie di mezzo ci sono. A combinare e mescolare si impara. Guardare le riviste di moda è utile, ma è ancora più utile sentirsi a proprio agio con quello che si ha addosso.

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Vi sarà capitato di vedere una donna e rimanere colpiti dalla sua apparenza, e poi osservarla bene e vedere che ha indosso qualcosa di molto semplice. Magari ha una bella borsa (non necessariamente una it bag, una bella borsa basta e avanza). Magari ha un bel gioiello. Magari neanche quello. Magari ha soltanto una personalità. Che di sicuro è più facile aver sviluppato quando si sono raggiunti gli anta. Una personalità, come il fascino, si costruisce nel tempo.

 

E c’è qualcosa anche per i lettori, di Ciabattine. Visto che gli uomini sono diventati più attenti, e magari anche più vanitosi, e che stanno nascendo anche i fashion blog per signori, l’argomento moda non è più relegato al femminile. E anche gli uomini a un certo punto non son più ragazzi. Spesso i capelli brizzolati gli donano; anche loro acquistano fascino con il tempo.

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Quindi coraggio. Dalla prossima settimana, ogni martedì venite a scoprire qualcosa sulla moda.

Quando il Parco Sempione era una riserva di caccia.

Adesso che inizia la bella stagione, portate i vostri figli a giocare al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico. E raccontate la storia del più antico e nobile giardino di Milano! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!