Un Grand Hotel che merita davvero una visita

È un hotel a 4 stelle, eppure tutti se lo possono permettere: perché le 4 stelle rappresentano il voto della critica, e per accedere al Grand Hotel Budapest basta acquistare il biglietto del cinema. E vedere l’omonimo film, che alla scorsa 64ma edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino si è aggiudicato il Gran premio della Giuria.Un soggiorno di 100 minuti in questo albergo (tanto dura il film) ha un immediato effetto collaterale: a lungo, dopo essere usciti dalla sala, ci si accorge di continuare a sorridere. Risultato invece non necessariamente garantito dopo weekend trascorsi presso alberghi muniti di SPA, o presso hotel de charme meta di fughe romantiche.

Al cinema vi attende un soggiorno in questo leggendario Grand Hotel

Al cinema vi attende un soggiorno in questo leggendario Grand Hotel

Il Grand Hotel Budapest è il vero protagonista di un originalissimo film firmato dal sempre creativo Wes Anderson, che ambienta la storia in un milieu mitteleuropeo e più precisamente nell’immaginaria repubblica di Zubrowka.

Il creativo, visionario... grand... Wes Anderson

Il creativo, visionario… grand… Wes Anderson

Una narrazione, la sua, che non si può né etichettare né catalogare né raccontare, ma che di sicuro possiamo definire sublimemente visionaria e capace di intrecciare le vicende di un racconto d’amore, anche storico e fiabesco, sconfinante poi in un action movie, in un noir, in un sagace divertissement, con uso persino di stop motion… E che personaggi in quell’albergo: un cast da grandi, grandissime occasioni (ovvio, in un Grand Hotel!…), con interpreti che visibilmente si divertono a interpretare altrettanti protagonisti spesso dal piglio surreale.

Un casting che solo un Grand Hotel si può meritare!

Un casting che solo un Grand Hotel si può meritare!

Ma come ci dice Ciabattinasx quando ci racconta di libri nella rubrica del sabato “Una milanese sui libri”, neanch’io mi voglio addentrare in una recensione più dettagliata (che troverete in rete) di questo film consigliabilissimo, e che è piaciuto a tutti e tre, noi di Ciabattine. Mi preme piuttosto ritornare a quel sorriso di cui ho accennato prima, perché poche opere come questa hanno il pregio di poter incantare più o meno gli tutti spettatori, poichè ognuno è libero di cogliere il piano di lettura, tra i molti rappresentati, più sintonizzato con il proprio spirito.

La magica atmosfera d'altri tempi

La magica atmosfera d’altri tempi

Forse quello che giunge inconsapevolmente al cuore – e stuzzica anche il nostro godimento – è la sensibilità di questo visionario regista, con cui sceglie in tutto il film di rendere omaggio a molte pellicole di valore, prime tra tutte le irresistibili commedie di Ernst Lubitsch. Ma ancor di più Anderson sottolinea di essersi ispirato alle opere di Stefan Zweig, scrittore austriaco di origine ebraica che raggiunge il massimo del successo tra gli anni Venti e Trenta diventando uno degli autori più celebri del suo tempo. Tra le sue molteplici opere risulta essere forse la più nota (e per le atmosfere più vicina probabilmente a questo film) l’autobiografia postuma, “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”: un libro che, da quanto ho potuto rintracciare per ora sul web, crea un’assonanza con certi racconti di quell’epoca, dei miei nonni di Trieste.

Una delle più celebrate opere di Zweig

Una delle più celebrate opere di Zweig

Il libro esalta l’Impero asburgico  come inarrivabile esempio di pacifica convivenza tra molte diverse etnie, e d’integrazione della cultura ebraica nella civiltà mitteleuropea negli anni che precedono la prima guerra mondiale. Critica piuttosto certi aspetti della Belle Epoque, dalla povertà di molti Paesi europei allo stato di inferiorità femminile, alla diffusione della prostituzione, insomma una grandezza in decadenza, ben diversa dal senso di progresso che animava la fine del secolo. Nel 1933 le opere di Zweig furono bruciate dai nazisti e solo negli ultimi anni sono state riscoperte e rilanciate negli Stati Uniti. Esule, lo scrittore si rifugiò in Brasile e a Petropolis nel 1942 si suicidò con la sua seconda moglie. Forse è la sua amara vicenda a riflettere in qualche modo il disincanto finale del geniale film. Che ha il bene di farci sorridere però ancora una volta con un cosacco che balla nei titoli di coda al ritmo di un irresistibile brano musicale. Travolgente fino all’ultimo minuto!

P.S. consiglio anche di dare un occhio ad alcuni degli effetti speciali che hanno permesso di creare l’ambientazione davvero speciale del film, nel video lanciato su Twitter da Internazionale.it. Ecco il link: http://bit.ly/1kppm4d

 

Ed è tutto rose e fiori

Sabato a Milano era una splendida giornata di sole, nonostante fossero stati annunciati nuvoloni e piogge. I balconi di tutta la città erano un trionfo di verde e di fiori.

 

Venerdì avevo scritto di leggere nei prati.

Era inevitabile arrivare ai fiori, che questa primavera la moda ci regala a profusione.

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Mi piacciono? Si, molto, moltissimo. Anche se il mio stile in genere è molto sobrio, anche se non amo i contrasti di colore ma piuttosto i ton sur ton. I fiori sono femminili. Lo so che quest’anno le passerelle della moda maschile erano piene di giacche e pantaloni a fiori. E non escludo che qualche ragazzo risulti molto carino così abbigliato. Ho trovato anche l’immagine di un caban-soprabito a fiori. Da uomo. Con sotto una calzamaglia bicolore. Di quelle cose che vanno bene nelle sfilate, ma se lo incontrate dal vero nel corridoio dell’ufficio, beh, stesse a voi di dargli una promozione sono sicura che non lo fareste. Quanto ad andarci a bere un aperitivo, beh, quello non si nega a nessuno, no?

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Ma torniamo a noi. I fiori sono nella moda da sempre, e ci stanno proprio bene. Sono leggeri e mettono buon umore. Fanno pensare alle meraviglie della natura, che a noi cittadini manca tanto anche se non ci trasferiremmo mai. Fanno anche pensare di essere in vacanza, o di stare per uscire, di casa o dall’ufficio o dalla quotidianità (se necessario).

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E si portano facilmente. Quest’anno sulle riviste e alle sfilate (non che io ci vada, anche se non escludo che, se continuate a leggermi e seguire i miei consigli, presto qualche stilista mi inviterà, in caso ve lo farò sapere) si vedevano anche eccessi di fiori. E molti erano bellissimi. Ma diciamo che in generale si può mettere una cosa a fiori, una gonna, dei pantaloni, un vestito. E il resto può essere neutro e semplice. Ballerine se la gonna è svolazzante. Un golfino come quello di Alexia Chung nella foto qui sopra. Un soprabito, of course, se siete corsi a comprarlo dopo avermi letto la settimana scorsa. Anche un trench sopra un vestito a fiori è molto chic. E sapete che non amo i trench, quindi ho fatto un’eccezione proprio per voi.

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Un ultimo consiglio, da amica forse antipatica. Se non siete più delle ragazze, come me, evitate i legging a fiori (ricordando, come la nostra amica Anna Turcato ci ha detto anche su Twitter, che i legging non sono pantaloni), evitateli come la peste, e altrettanto fate con i bomber e giubbettini fiorati. E se vedete una bella borsa a fiori fatemelo sapere!

La prima immagine viene da ditendenza, il vestito con il fiocco è di Antonio Marras come l’ultimo, il tubino a fiori è di Zara, gli orecchini Luisa via Roma, la gonnellina con il golf nero è Ovs. E Alexa Chung è Alexa Chung.

I cortili, i bambini, e la banda della Teppa.

La vita all’aria aperta dei bambini a Milano inaugura un nuovo capitolo di storia … Lunedì 14 Aprile è stato adottato dal Consiglio Comunale il nuovo testo del Regolamento Edilizio del Comune di Milano. E’ un importante e corposo documento che fissa i principi e i cardini su cui si basa tutta l’attività edilizia all’interno della nostra città. Naturalmente è una materia destinata ai tecnici ma qui mi preme sottolineare una notizia che ha ricadute davvero “edificanti” per la vita dei nostri bambini. Infatti, dopo il diritto a ricoverare le biciclette nei cortili delle nostre abitazioni, allo stesso modo passa il concetto altrettanto importante volto a favorire il gioco dei bimbi negli spazi aperti di pertinenza dei condomini. E qui non può che aprirsi la pagina dei ricordi della nostra infanzia, per noi papà e mamme di mezza età, quando gli schiamazzi e il vociare dei fanciulli era bandito dai cortili sotto le nostre abitazioni: erano i tempi in cui i nostri genitori dovevano affrontare le antipatiche discussioni nelle assemblee di condominio o con i vicini infastiditi dalle torme di bambini che si ritrovavano nelle pertinenze sotto casa prima di essere abbastanza grandi per affrontare da soli la via che ci portava alle aree giochi più vicine. Insomma forse perché di nascite ce ne sono sempre meno, o perché c’è una nuova e diversa sensibilità per l’infanzia, ma da oggi poter giocare in assoluta sicurezza in uno spazio chiuso condominiale è un diritto! Questa vicenda mi porta ancora più indietro che ai tempi della mia infanzia, quando era inevitabile che dove vi fosse un assembramento di tre o più fanciulli, lì potesse nascere una banda di monelli.

Una banda famosa di monelli, quella di Peter Pan

Una banda famosa di monelli, quella di Peter Pan

Ricordiamoci tutti che siamo stati bambini, in apparenza inermi creature celestiali, ma più facilmente con l’ausilio e l’appoggio dei più vivaci, esseri capaci di vita propria, pronti a scatenarsi nel più famoso “effetto branco”. Dicevamo quindi di una storia antica quanto la Milano ottocentesca della Restaurazione austriaca, quando una banda di ragazzi, anche di buona famiglia, come si dice oggi, si trasformò nella famigerata Compagnia della Teppa. Tutti ne abbiamo sentito parlare, ma cos’era questa Teppa? Non è altro che un termine del dialetto milanese per indicare il muschio o quel tappeto vegetale morbido che usiamo ad esempio a Natale per ricoprire il fondo dei presepi. Insomma questa vegetazione copriva l’area umida e fitta di vegetazione intorno al Castello Sforzesco, luogo di ritrovo per questi ragazzotti, un po’ annoiati, che pare portassero un copricapo di feltro, per ripararsi nelle fredde giornate invernali, dal caratteristico pelo morbido e sottile proprio come la stessa teppa.

Giovane vestito secondo la moda del tempo con tanto di cappello "alla teppa"

Giovane vestito secondo la moda del tempo con tanto di cappello “alla teppa”

Le loro birichinate fanno parte della tradizione orale meneghina, che ne immortala spesso le gesta ai danni dei prepotenti. Ciò che li animava era semplicemente la gioia del vivere di quell’età, l’allegria dello stare insieme, lontano dalla politica degli esuli. Altrettanto indimenticabili certe loro bravate, come l’aver buttato nel Naviglio la garitta gialla e nera davanti al Palazzo del Senato (ora sede dell’Archivio di Stato) con all’interno il soldato di guardia addormentatosi nottetempo all’interno, o l’improvvisare serenate sotto le finestre delle dimore delle belle donne seppur sposate, o qualche pesante burla giocata ai danni di qualche pezzo grosso vicino al viceré austriaco.

Naviglio di Via Senato

Naviglio di Via Senato

Ma lo scherzo più pesante, che pose fine alla terribile compagnia, fu raccontato persino da Rovani nel suo celebre romanzo Cent’Anni. Nel 1821 ebbero infatti l’ardire di rapire 20 nani di Milano (e per nani non intendo quelli da giardino!), di travestirli con abiti nobiliari e di rinchiuderli nella villa Simonetta, allora al di fuori dalle mura cittadine, circondata da vasti terreni e di proprietà di un loro sodale di scorribande, con tredici dame vicine al potere austriaco. E’ inutile dire che la faccenda suscitò tale clamore da fare intervenire la polizia segreta, che portò in carcere, all’esilio, o alla ferma militare obbligatoria 60 ragazzi.

Villa Simonetta

Facciata principale della Villa Simonetta da una vecchia stampa

La villa, che rimase abbandonata ancora per secoli, solo nel 1959 venne acquistata dal Comune e restaurata a partire dal 1960-61, anche se i giardini intorno furono di molto decurtati dagli scempi dei Piani Regolatori post bellici. Qualcuno, nel quartiere, ricorda ancora la fatica di artigiani e operai delle case vicine per rendere accessibili ai giochi dei bambini la corte e le aree adiacenti all’edificio in completo abbandono, rimuovendo rovi e macerie.

Vista aerea della Villa Simonetta oggi

Vista aerea della Villa Simonetta oggi

Oggi, restituita ai ragazzi, è sede della Civica Scuola di Musica.

Del leggere nei prati

Ho fatto un’esperienza molto bella, la settimana scorsa: ho gestito l’account Twitter @stoleggendo. E’ un account non profit, creato dal bravo e superattivo Francesco Musolino, che dalla Sicilia si è inventato questa iniziativa e questo gesto bellissimo nei confronti dei libri. L’account è gestito a turno da uffici stampa, giornalisti, editor, lettori. Ognuno parla di libri a modo suo. Doppiamente: a modo suo nel senso che ognuno ha un rapporto diverso con i libri, e a modo suo perché ci sono tanti modi di scrivere su twitter quante sono le persone che ci scrivono.

Io sono stata alla consolle di @stoleggendo per 4 giorni, e mi sono divertita un sacco. Ho improvvisato molto, e anche questo mi ha divertito. E ho scoperto tante cose, su di me e sui libri.

Per esempio che mi ricordo bene i titoli e i nomi degli autori, spesso mi ricordo quando e dove ho letto un libro, ma altrettanto spesso non mi ricordo la trama, meno che mai la fine. Mi ricordo quello che mi è rimasto, di un libro. Evidentemente la mia memoria sa di avere poco spazio e economizza al massimo.

E c’è una certa efficienza in questo sistema di memorizzazione, perché ho un libro per tutte le occasioni. Parlatemi di un argomento e vi trovo un libro che ha a che fare con quell’argomento. Certo, spesso sono libri letti da poco, ma è pur sempre utile.

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E ho ricordato che c’è una cosa che mi piace da sempre: leggere all’aperto. Possibilmente su un prato.

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I prati di Cortina innanzitutto: mesi e mesi di vacanze, grandi camminate e grandi letture (negli ultimi due o tre anni solo letture). I prati erano morbidissimi alla vista, quando appena falciati, ma quando ci si avvicinava e ci si sedeva la falciatura appena fatta rivelava piccoli fusti oltremodo resistenti, spunzoni di ogni genere, cardi rasoterra ma pungenti, e insomma ci voleva una coperta bella spessa per resistere. Ma irresistibile era il profumo che faceva il fieno lì vicino, il fieno è ancora il profumo della mia infanzia.

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A Cortina ho letto Bibi, Una bambina del nord, quattro volumi che mi aveva regalato mia zia e che avrei voluto non finissero mai. Mi ha colpito recentemente, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, Bianca Pitzorno che ha raccontato quei libri come i suoi libri di formazione. Ho avuto un attimo di orgoglio di condivisione! Ho letto Pattini d’argentoPiccole donneLe leggende dei monti pallidi.

Su prati adolescenziali, cortinesi ma anche di Pisa e dintorni, ho letto La storia di Elsa MoranteJane AustenCalvino e Il grande amico Meaulnes.

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Sui prati di Boston, nella mia prima estate americana, tra uno scoiattolo e un milkshake, ho cominciato le mie letture in inglese. John Dos Passos e avevo i brividi da tanto mi sembrava di essere a ChicagoHenry Miller che sembrava tanto trasgressivo. Philip RothIl giovane Holden.

images-3Ora più che mai, appena posso, appena arriva la primavera, appena ho tempo e modo di uscire dalla città, o anche solo appena la temperatura consente di stare seduti fuori, leggo all’aperto. Mi sembra che l’aria intorno faciliti l’esercizio dell’immaginazione, la fuga della mente che si fa con i libri.

E oggi, che ero in un prato nella splendida Villa Litta di Lainate, ho rimpianto di non avere portato un libro. Sono stata ad ascoltare gli uccellini e a guardare gli alberi foltissimi e il prato pieno di margherite. Sì, un libro mi mancava. Sì, bisogna sempre avere un libro con sé. Non sai mai che prato ti può capitare…

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E a voi dove piace leggere?

Buon sabato e buona lettura!

 

25 aprile 1945 a Milano. La storia? No, la geografia.

Il 25 aprile di 69 anni fa è ricordato in tutta Italia come il giorno della fine degli aspri combattimenti contro il nazi-fascismo che aveva tenuto in scacco per circa un ventennio il progresso democratico di un’intera nazione. Fu convenzionalmente scelta questa data nel 1949, per proclamare una festa nazionale, un giorno della memoria per quanti persero la vita per raggiungere l’obiettivo, prima di resistere e poi di liberare l’intero paese. Ma è chiaro che non tutte le città d’Italia furono espugnate dalle truppe alleate e dalle colonne partigiane lo stesso giorno. Nel caso di Milano, che è anche Medaglia d’oro per il valor militare nella guerra di liberazione, i combattimenti iniziarono effettivamente il giorno 25 aprile ma il crepitio delle armi cessò in realtà solo la sera del 28. Già dalla mattina la Divisione Valtoce, entrata in città col grosso delle formazioni partigiane provenienti dalla Val d’Ossola, si era impegnata in aspri combattimenti per l’annientamento delle sacche di resistenza, nei rastrellamenti, assistendo agli immancabili regolamenti di conti.

Festeggiamenti per l'ingresso delle colonne partigiane in Corso Buenos Aires

Festeggiamenti per l’ingresso delle colonne partigiane in Corso Buenos Aires

Solo il 29, una bella domenica di sole, la gente potè sentirsi sicura di uscire, per festeggiare la liberazione. Le strade si riempirono di cittadini per accogliere con manifestazioni di giubilo le colonne alleate che sfilavano per la città e anche per episodi meno edificanti come l’esposizione al pubblico ludibrio dei cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e di 15 gerarchi giustiziati a Dongo il giorno precedente.

Iniziamo quindi proprio dalla fine, da Piazzale Loreto per illustrare una piccola geografia dei luoghi della Resistenza e della Liberazione di Milano. A quel tempo il piazzale tristemente famoso, era il capolinea per le autocorriere dirette in alcune località suburbane a nord e per Bergamo. Era anche dotato di un grande distributore di carburante, con una grande pensilina. Il luogo per il macabro festeggiamento non fu scelto a caso; poiché all’alba del 10 agosto del 1944 era già stato teatro dell’eccidio di quindici prigionieri, rinchiusi nel carcere di San Vittore per motivi politici. Furono trucidati per rappresaglia dai repubblichini agli ordini del comandante della polizia di sicurezza nazista. I poveri corpi furono ammucchiati a terra, dove rimasero fino a pomeriggio inoltrato. L’esecuzione doveva servire da monito per la popolazione, che sgomenta, rinominò il luogo “Piazza dei Quindici Martiri”. A ricordare il tragico evento fu messo un cippo dedicatorio, poi sostituito dal monumento di Giannino Castiglione realizzato nel 1960.

Il monumento ai Quindici martiri in Piazzale Loreto, ang. Viale Brianza di fronte all'UPIM

Il monumento ai Quindici Martiri in Piazzale Loreto, ang. Viale Brianza di fronte all’UPIM

Un altro luogo tristemente noto in quei giorni era l’Albergo Regina, in angolo tra Via S. Margherita e Via Pellico, oggi scomparso. Era divenuto il quartier generale nazista delle SS a Milano dal 13 settembre 1943 al 30 aprile 1945. Da qui il comandante delle SS Theodor Saevecke ordinava deportazioni e rappresaglie ai danni delle forze di opposizione (compreso l’eccidio di cui abbiamo parlato prima), nonché la persecuzione degli ebrei milanesi. Una lapide in marmo qui apposta dopo la fine del conflitto bellico, reca questa iscrizione: “Qui, dove era l’Albergo Regina, furono reclusi, torturati, assassinati, avviati ai campi di concentramento e di sterminio, antifascisti, resistenti, esseri umani di cui il fascismo e il nazismo avevano deciso il sistematico annientamento. Una petizione popolare ha voluto questa lapide, per la memoria del passato, la comprensione del presente, la difesa della democrazia, il rispetto dell’umanità”. ”
Qui infatti fu tenuto prigioniero Ferruccio Parri. Lo stesso gen. Rodolfo Graziani sarà condotto all’Hotel Regina da agenti dei servizi segreti statunitensi per sottrarlo alle forze partigiane nei giorni
della liberazione.

La sede della Decima E. Mori in Via Rovello.

La sede della Legione E. Muti in Via Rovello.

Un sito della “vergogna” fu quella porzione del Palazzo Carmagnola su Via Rovello, dove dal 1947 ha sede il Piccolo Teatro. Questo edificio dal 1937 ospitava le sale ricreative del dopolavoro dei dipendenti comunali, compresa un’aula destinata a riviste di avanspettacolo e cabaret. Ma nello stesso periodo, i sotterranei erano utilizzati dal regime fascista per i servizi di controspionaggio e per l’opposizione interna. Nel 1943 diviene la sede della Legione Muti comandata da Francesco Colombo, estromessa solo il 26 aprile 1945, famosa per i massacri e le angherie perpetrati ai danni di partigiani torturati e spesso poi assassinati nei prati della periferia.

In questa veloce disamina non si può non citare la Stazione Centrale con i suoi binari nascosti, quelli cioè che dovevano portare via, lontano dalla vista indiscreta dei cittadini milanesi, gli oppositori al regime o gli ebrei, fino ai campi di concentramento in Germania. Già nell’agosto 1943 aveva subito una feroce devastazione a seguito dei violenti bombardamenti che colpirono la città, ma non fu sufficiente per scongiurare il peggio. Infatti tra il dicembre 1943 e il maggio 1944 dai binari sotterranei cominciò il triste esodo frutto dei rastrellamenti. Pochi tornarono anni dopo per raccontare. Per quelli che non sopravvissero oggi è nato un Memoriale della Shoah presso il famigerato binario 21.

Il binario 21, all'interno del Memoriale, sotto la Stazione Centrale

Il binario 21, all’interno del Memoriale, sotto la Stazione Centrale

Un posto a parte merita il Carcere di S. Vittore, ancora oggi luogo di detenzione. Infatti durante il fascismo diviene anche carcere politico. Le sue mura assisteranno alla prigionia di centinaia di oppositori al regime, milanesi e non. Tra i tanti vale la pena ricordare Mike Bongiorno (in quanto cittadino americano, membro di nazione nemica), Indro Montanelli, Liliana Segre, o lo stesso Ferruccio Parri, dopo l’interrogatorio all’hotel Regina, dove era stato riconosciuto. Nel luglio 1943, dopo l’arresto di Mussolini, escono i prigionieri antifascisti. Ma dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, con l’insediamento della Gestapo fu anche peggio poiché centinaia di italiani soffrirono umiliazioni, patimenti e torture. Alcune guardie carcerarie che compirono gesti di umanità nei confronti dei prigionieri subirono la stessa sorte.

Altro luogo che uno non si aspetta di trovare in questo pellegrinaggio è la sede del Corriere della Sera. Via Solferino era un luogo nevralgico per le informazioni. Subito prima dello scoppio della II Guerra Mondiale nella via vi era il Comando Difesa territoriale. Proprio a due passi dalla redazione del illustre quotidiano. Ma il ruolo del giornale si fece via via più incisivo nei giorni della Resistenza, un vero punto di riferimento. In tipografia si stampavano le pubblicazioni del Comitato di Liberazione Nazionale e fogli clandestini. Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della Repubblica sociale e della Gestapo all’interno era stato organizzato un servizio di avvistamento e allerta continuo, per avvertire i colleghi ricercati dai nazifascisti. All’interno del giornale si ebbero anche azioni di guerriglia. Molti lavoratori pagarono duramente, con la detenzione o morendo in un lager.

Tra i siti teatro di atrocità e fucilazioni non si può dimenticare il Campo Giuriati o l’Arena Civica. Qui alcuni detenuti nel carcere di San Vittore per attività antifasciste, vennero fucilati per rappresaglia contro l’attentato al federale di Milano Aldo Resega.

Villa Triste già Fossati, con al centro la chiesetta di S. Siro alla Vepra

Villa Triste già Fossati, con al centro la chiesetta di S. Siro alla Vepra

E ancora non si può tralasciare uno strano posto, fuori dal centro. Si tratta della Villa Fossati poi detta Triste in Via Paolo Uccello, che incorpora le vestigia della chiesetta rinascimentale di S. Siro alla Vepra. Durante la seconda guerra mondiale diverrà sede della banda di Piero Koch, che vi portava i detenuti politici antifascisti per sottoporli alla tortura. Sul cornicione della costruzione furono installati 24 riflettori e nei sotterranei allestite cinque celle. In qualche periodo vi furono stipate fino a un centinaio di persone. Le urla dei seviziati si sentivano fin dalla strada e ci furono proteste da parte della popolazione. Intervenne lo stesso cardinal Schuster. I componenti della banda furono arrestati tra il settembre e il dicembre ’44. La famiglia Fossati, proprietaria della villa, saputo dello scempio avvenuto, decise di non abitarla più e lasciarla in eredità a un istituto religioso.

In questa disamina vogliamo ricordare anche gli ultimi caduti per la Liberazione: sono i partigiani di Via Lodovico il Moro. La sera del 25 aprile 1945, nella zona del Naviglio Grande, una sessantina di garibaldini della 113ª brigata Garibaldi SAP, con solo cinque mitra, dieci moschetti, una decina di bombe a mano e “numerosissime rivoltelle non completamente cariche” bloccano un’autocolonna tedesca che punta sulla città. La colonna fa dietro-front. Ma sul terreno rimangono tre vite che non vedranno mai Milano liberata.

Studio BBPR - Monumento in onore dei caduti nei campi di sterminio nazisti, al Cimitero Monumentale

Studio BBPR – Monumento in onore dei caduti nei campi di sterminio nazisti, al Cimitero Monumentale (dal sito del Comune di Cinisello Balsamo)

Sono cosciente di non ricordare le centinaia di vite di cittadini comuni caduti per i loro alti ideali, spesso trucidati sotto le loro case o deportati nei campi di sterminio. Ma la pietà di chi è sopravvissuto ha spesso ricordato il loro sacrificio con una lapide posta sulla facciata della casa dove non è più tornato.

Quella moda che si misero tutte in testa

Qualche giorno fa, nel post che ho pubblicato in tema di peli e mode depilatorie, avevo citato Sean Connery e il suo toupet pettorale, che è molto piaciuto alla mia cara coblogger Ciabattinasx tanto da farne un titolo su facebook. E allora perché non continuare a parlare di toupet, una supermoda che imperversava tra gli anni Sessanta e Settanta? Tanto per cominciare il dizionario ci dice che il termine veniva usato nel Settecento e indicava un ciuffo di capelli, naturali o artificiali, applicato per arricchire le acconciature. Oggi spesso si associa a quelle piccole parrucche che gli uomini utilizzano per coprire le zone calve… ma non è questo il toupet di cui vi voglio raccontare qualcosa. Torniamo orsù a quella tendenza travolgente di cui accennavo sopra, che aveva spopolato a Milano e un po’ ovunque in quegli anni. Forse non è noto a tutti, ma il toupet deve molta della sua celebrità a due altrettanto famose sorelle: Rosy e Maria Carita!

Le famose sorelle Carita

Le famose sorelle Carita (photo: carita-it.com)

 

Il loro cognome è in realtà un brand ancora assai in voga nel mondo della cosmesi, e io mi permetto di raccontare un aneddoto che a mia volta avevo scoperto lavorando per il loro marchio con un’agenzia di pubblicità negli anni Novanta. Queste due sorelle spagnole negli anni ‘40 si erano trasferite a Parigi da Tolosa dove avevano un piccolo salone di bellezza. Che più avanti divenne ben più grande e patinato, sito addirittura in Rue du Faubourg Saint-Honoré, nel centro della moda della Ville Lumière. Insomma, in pochi anni fondarono un’autentica Maison de Beautè, anche e specialmente dedicata alla bellezza delle capigliature. Le due sorelle Carita, una bionda e una bruna, erano anche molto invitate e richieste nelle serate mondane. Mi fu allora raccontato che una sera vollero stupire i loro amici… indossando un bel toupet biondo, la bruna Rosy e un toupet moro la bionda Maria. Che imprevisto sorprendente! Insomma, fu un immediato successo di pubblico e di critica.

Alla fine degli anni '50 le sorelle Carita rilanciano i toupet! (photo carita-it.com)

Alla fine degli anni ’50 le sorelle Carita rilanciano i toupet! (photo carita-it.com)

E come succede in questi casi, tutte le donne diventarono matte per avere a disposizione e indossare un toupet subito, o quanto meno prima delle loro amiche. In molti casi questa sorta di parrucca veniva montata con un cerchietto che si poteva inserire con comodità tra i capelli, coprendo in particolare la parte posteriore più lunga: una superpraticità anche quando la chioma non era fresca di coiffeur … e in più era un modo per presentarsi sempre con un’acconciatura originale e diversa senza la necessità di correre ogni momento dal parrucchiere.

Uno degli stili tipici a cui si ispirava  il toupet-trend (photo: style.it)

Uno degli stili tipici a cui si ispirava il toupet-trend (photo: style.it)

Aveva molto seguito anche il toupet che arricchiva una pettinatura raccolta… ma sì, una moda che ha più di qualche parentela con le recenti extension. Una nota di redazione personale: anch’io sono stata colpita (duramente) da questo trend, poiché, ancora bambina, mia madre decise di sacrificare la mia lunga capigliatura alla causa della tendenza. Tant’è che si apparecchiò anche lei un signor toupet con il mio scalpo. Accompagnata peraltro in questa iniziativa da diverse altre amiche (e relative figliuole). Oltretutto – se non soprattutto – questa idea permetteva di coprire egregiamente i primi capelli bianchi delle sciure. Come avrete indovinato io non capii del tutto questa moda e rimasi per un po’ coi capelli come si suol dire “alla maschietta”, ma mi consolai più avanti quando lessi un aforisma di P.G. Wodehouse, ispirato a un altro tema tricologico e con soluzione direi più radicale: “C’è solo una cura per i capelli grigi. È stata inventata da un francese. È chiamata ghigliottina”.

Wodehouse. E il celebre aforisma tricologico. (photo: www.bbc.co.uk)

Wodehouse. E il celebre aforisma tricologico. (photo: http://www.bbc.co.uk)

 

 

I soprabiti di @soprabito

La ciabattinadx qualche giorno fa ci ha edotto e divertito sulle differenze naturali e culturali tra uomini e donne, in particolare per quanto riguarda la peluria. Ambito nel quale le differenze naturali sono stati ultimamente soppiantate da quelle culturali. Nell’ambito della moda, e del guardaroba, natura e cultura si sono mescolate e rimescolate infinite volte. E oggi, parallelamente alla scomparsa dei peli, si assiste alla comparsa di borse a mano, sovrapposizioni di strati, mix di colori e pose che qualche tempo fa erano appannaggio del mondo femminile.

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Sicuramente, i due mondi, almeno per quanto concerne i vestiti, si palleggiano desideri e invidie.

Io personalmente invidio al guardaroba maschile le cravatte (per la quale sono stati inventati tessuti e disegni e colori semplicemente meravigliosi) e i boxer tanto per fare un esempio. Ma sono certa che gli uomini ci invidino i soprabiti. Lo so che secondo la definizione ufficiale i soprabiti sono anche maschili.

E non sto parlando dei trench, che anzi siamo noi che li abbiamo rubati a loro. A proposito dei quali confesso, a costo di ricevere strali avvelenati, che non li amo molto. Non è che non mi piacciano, né che non siano chic o adattissimi ad una signora. E ce ne sono tante interpretazioni e tante varianti da accontentare se non tutti davvero molti. Ma così, non mi colpiscono. Forse ne ho visti troppi, forse non li capisco, forse semplicemente mi sembrano poco interessanti.

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Mentre invece, e chi mi segue su Twitter lo sa, ho una vera passione per i soprabiti. Al punto che ne ho fatto il mio nickname. E che sono stati per tanti anni un capo dimenticato, una cosa da signore di una volta, incompatibili con la praticità e la disinvoltura del mondo contemporaneo. Poi qualcosa è successo e qualcosa è cambiato e questa primavera i soprabiti sono tornati alla grande. Ed è tornato anche il nome soprabito, a definirli.

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Io nel mio guardaroba di soprabiti ne ho tre. Non sono molti ma sono abbastanza. C’è da dire che in  una città come Milano il tempo del soprabito è davvero ridotto. Quel fresco del mattino e della sera, accompagnato magari da un leggero venticello, ci delizia in giugno e in settembre. Ma in giugno imperversano i temporali, e un bel soprabito non può essere esposto ad un acquazzone, proprio no. E a settembre il fresco ci mette nulla a diventare freddino, con buona pace dell’abbronzatura sulle gambe che si sa, è quella più difficile da ottenere.

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Dunque il soprabito abita l’armadio soprattutto, e questo è un peccato. Ma al momento, non essendo imminente un trasferimento a Los Angeles dove non fa mai caldo oltre a non fare mai freddo, mi devo accontentare dell’inizio e della fine dell’estate. E intanto contemplare tutti quei soprabiti che mi sentirei autorizzata a comprare se abitassi in un altro clima…

I soprabiti delle foto sono, visto su Stylosophy, Zara, visto su StylebeginsatForty, Max and co. La sfilata maschile viene da lifestyle.tiscali.it