Cose da leggere: i miei libri sul comodino

I libri sul comodino è un tema ricorrente. Lo è ora in internet e lo era prima sui giornali. Forse da quando hanno inventato i comodini la gente ci ha sempre messo sopra dei libri, fra le altre cose.

Così oggi quando pensavo cosa avrei potuto raccontarvi, ho pensato sì, ecco, racconto i miei libri sul comodino. Uno “sto leggendo” meno impegnativo perché, lo sapete anche voi, certi libri sul comodino ci stanno mesi e addirittura anni.

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Il libro più in alto sulla pila, Un’eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal, ha un bellissima copertina a cui la foto (surprise surprise) non rende giustizia ma, vi devo confessare, non mi ha catturato. Me lo ha consigliato una mia amica, con la quale andiamo d’accordo su molte cose ma non sui libri, e quindi forse non avrei dovuto crearmi tante aspettative. Ma il suono del titolo e del nome dell’autore, la copertina, i riferimenti al Giappone e ad una collezione preziosa mi avevano convinto. L’ho comprato e l’ho tenuto da parte finché non fosse arrivato il suo momento, ma quando finalmente mi sono detta è giunto il momento di un bel libro e l’ho cominciato, beh, non sono riuscita ad entrare nella storia. Ne leggo un pezzo ogni tanto, ma è ancora lì come appena cominciato.

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Appena sotto c’è il libro del nipote di un’amica, Alessio Tavecchio, Il ragazzo che nacque due volte. Conosco Alessio dai racconti della zia, da una conversazione telefonica, dalle attività generose che ha messo in piedi dopo che un’incidente gli ha cambiato la vita e lo ha fatto rinascere. E’ un libro con una dedica, di cui ho letto solo la prefazione. Ha una sua connotazione preziosa che fa sì che non me la senta di cominciarlo fin quando non sono pronta a dedicarmici.

E poi c’è Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, che ha uguale la ciabattinadx e sul quale abbiamo un progetto, che però non siamo ancora riuscite a mettere a punto. Sarà una rilettura, e sarà interessante vedere l’effetto che fa. Ma è un progetto in tandem, e aspetta il via.

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Appena dietro Jane Austen c’è un libro che mi ha dato mia cognata, almeno un anno fa se non più, che quindi ha soggiornato prima nella libreria e poi si è guadagnato la pool position del comodino, ma poi da lì non si è ancora mosso. E’ scritto da una conoscente di mia cognata, Luisa Mazzocchi, e si intitola Doric Hotel. E’ sottile, e questo lo aiuterà a trovare il suo momento.

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E poi c’è l’iPad, che è nero e sul legno scuro del comodino (la cui storia vi ho raccontato nel post Il rigattiere milanese dove si scopre che anche i fascisti temevano le cimici), e che contiene un’altra gran quantità di libri. L’iPad ovviamente non abita sul comodino, è come dire senza fissa dimora, sta un po’ nella borsa, un po’ in ufficio, viaggia quasi sempre con me. I libri sull’iPad sono spesso libri di lavoro, di quelli che magari se andassi in libreria non li sceglierei, ma che spesso rappresentano delle scoperte che altrimenti non avrei fatto. Sono anche i libri che mi rendono indifferente all’attesa dei mezzi pubblici, che mi fanno apprezzare i viaggi in treno e in aereo, che mi salvano quando temo che qualcuno voglia attaccare bottone (si usa ancora questa espressione?).

Avete voglia di raccontarmi i vostri libri sul comodino? Me li potete anche far vedere su Twitter,  a @ciabattineciaba.

Intanto, buon sabato e buona lettura!

 

SPAM… ma cosa vuol dire?

Lo fate anche voi, vero? Più o meno ogni mattina, pulizie di fino… ma non a casa, mi riferisco al vostro/i indirizzo/i di posta elettronica! Ogni giorno, appunto, bisogna ripulirli dai messaggi indesiderati… Certo, c’è della pubblicità utile (e cosa potrebbe mai affermare di diverso una pubblicitaria??), ma ce n’è moooooltissima un po’ molesta. Ecco, stiamo parlando proprio di SPAM. E vi dirò di più, ne avevamo già parlato effettivamente poco dopo il lancio di Ciabattine, ma mi fa piacere riprendere il discorso un pelino più compiutamente. Prima di farci la domanda chiave del titolo, cioè, da dove viene questa parola… lasciatemi solo dire che in effetti ci sono dei messaggi SPAM assolutamente spassosi per il lessico molto improvvisato o tradotto in modalità automatica da lingue forestierissime. Inutile dire che in questi casi i contenuti sono al 90% osé, ma io li trovo irresistibili!

Quanto ci disturba questa immagine quotidianamente?

Quanto ci disturba questa immagine quotidianamente?

Ecco alcuni divertenti esempiucci giunti nelle mie mail: ho ricevuto un messaggio da ”patatona@mail.it “che mi proponeva “incontri intimi collettivi”, oppure la comunicazione che “il zio restava completamente debole” (il zio eh, non lo zio!), suggerendomi di fare uso, come lui, di pastigliette azzurre… per non parlare di quando mi hanno offerto degli imperdibili perizoma maschili… di recente poi ho trovato nella casella di posta una missiva elettronica da una tipa che desidera conoscermi biblicamente e afferma Aspetto una riscontro con insofferenza, se mi replicherai, ti mandero piu mie foto”. Adorabile traduzione automatica! Ma torniamo lesti al termine SPAM. È una molestia digitale chiamata anche junk-mail che si traduce naturalmente con posta-spazzatura: si narra che il primo SPAM via mail sia stato spedito nel 1978 per pubblicizzare un nuovo prodotto ai destinatari ARPAnet della West Coast negli Stati Uniti. Ma la vera curiosità è che il termine trae origine nientepopodimeno che da un esilarante e come sempre surreale sketch dei comicissimi Monty Python che vi allego più sotto. La scenetta ha luogo in un locale dove l’improbabile e inguardabile cameriera propone in modo insistente decine di pietanze TUTTE a base di SPAM (uova e Spam, salsicce e Spam…..) a un avventore che visibilmente ordinerebbe qualcos’altro, e, sullo sfondo, c’è anche un gruppo assurdo di Vichinghi che fanno un coro a favore dello SPAM.

In realtà, in Gran Bretagna, dopo la seconda guerra mondiale, si faceva largo uso di una carne in scatola di marca Spam, più economica che buona: era diventata il cibo protagonista per eccellenza del breakfast britannico. La marca ossessionava gli inglesi con una pubblicità addirittura martellante: ecco spiegato non solo lo sketch ma soprattutto l’aver identificato col termine SPAM la pubblicità ossessionante e molesta!

SPAM: La più economica e più diffusa carne in scatola in UK nel 2° dopoguerra

SPAM: La più economica e più diffusa carne in scatola in UK nel 2° dopoguerra

Svelato l’arcano, e senza allontanarci dall’universo delle carni in scatola, mi permetto di ricordare una pubblicità dell’era del Carosello che ha davvero spopolato in Italia per la sua creatività e per il valore aggiunto che aveva saputo dare al brand di riferimento: ispirato alla canzone Ringo di Adriano Celentano, il favoloso spot era quello del pistolero Gringo.

Non dimentichiamoci che si parte dalla metà degli anni sessanta: questo commercial era straordinariamente moderno per la grafica, per l’utilizzo del montaggio, e per il testo sempre ironico e il lessico intelligente, non meno di quello del molleggiato. Se il termine “mail spazzatura” fosse quindi nato in Italia, non si sarebbe di certo chiamato col nome del brand di Gringo, la carne Montana, come era invece successo per la carne Spam. Probabilmente – ed è solo un esempio tra i millemila possibili – noi italiani oggi diremmo “oh accidenti, quanti AIAZZONI mi sono arrivati nella posta elettronica”!

Un altro regalo da Ciabattine, un nuovo itinerario milanese con tanto di mappa!

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Milano appronterà in tempi brevi, il completamento della pista ciclabile di Via S. Marco-Melchiorre Gioia collegandola da una parte con il Duomo attraverso un nuovo tratto realizzato su Via Brera e dall’altra andandola a innestare a quella appena inaugurata nel nuovo quartiere di Porta Nuova (con tanto di passerella sospesa). Ma anche Ciabattine non vuole essere da meno e vuole regalarvi un valore aggiunto: vuole proporvi cioè un itinerario culturale della “Milano che non si sa”, per scoprire cosa si può vedere lungo i due Km di pista ciclabile appena presentata. Vi guideremo in una Milano inconsueta, anche rispetto alle segnalazioni proposte dalle classiche guide turistiche, e tale da poterlo realizzare da soli o coi vostri amici, magari in bicicletta, approfittando della bella stagione. Un’occasione unica per passare un paio d’ore diverse e poter vedere il centro della nostra città con occhi più attenti alle bellezze che vi si nascondono dentro! A tal proposito, vi allego una mappa col numero successivo delle tappe, a cui sono legati gli interventi sui quali troverete le spiegazioni (che forse avete già letto durante i nostri trascorsi appuntamenti settimanali). Con un click potete aprirli, stamparli e metterli nell’ordine prescritto e improvvisarvi ciceroni delle antichità milanesi, ma anche delle sue trasformazioni moderne.

Mappa itinerario Duomo-Porta Nuova

Mappa itinerario Duomo-Porta Nuova

1-     Duomo: Ma sulle guglie del Duomo hai visto chi ci sta?

2-    Via S. Redegonda: Milano 1880: il primo Natale illuminato (partendo da un monastero che ora è un supercinema!)

3-    Piazza s. Fedele: Un calderone al centro di Milano. Ma quanti centri ha avuto la città?

4-    Palazzo degli Omenoni: Un fortunatissimo uomo in carriera. E la casa degli 8 giganti

5-    Palazzo della Banca Commerciale: Le Case Rotte di Milano: il destino di un nome e la (s)fortuna di una famiglia.

6-    Palazzo Marino: Palazzo Marino: le mille e una leggenda

7-    Galleria Vittorio Emanuele: La Galleria de Milan: una Tangentopoli da fine ‘800 per il primo “centro commerciale”

8-    Piazza Scala: Piazza Scala come in un trailer: 2 palazzi, la movida di fin siècle e la prima edicola

9-    Teatro alla Scala: Perchè la Scala è la Scala

10-  Palazzo di Brera: Brera: un Orto e altre meraviglie!

11-   Ponte delle Gabelle e Naviglio di S. Marco: Chiuse, conche e barconi: silenzi e rumori del Naviglio di S. Marco

12-  Via Melchiorre Gioia, ang. Via Monte Grappa: vecchia Stazione della linea ferroviaria Milano-Monza:

13-  Nuovo quartiere di Porta Nuova

 

…E NOVITA’ FRA LE NOVITA’: se vi piacciono i nostri racconti sulla “Milano che non si sa” e siete interessati all’organizzazione di uno o più tour personalizzati, anche a tema, possiamo guidarvi alla scoperta della nostra città, facendovi indossare un paio di lenti speciali: quelli della meravigliata curiosità! Potete scriverci per sapere di più su questo servizio a:

infociabattine@gmail.com

Corpo di donna. Di atleta. Di mamma.

Una culturista. Una mamma. Una donna. Ma prima di riflettere su questa triade diamo la parola alle immagini, tratte da un servizio di Repubblica.it della settimana passata.

Taryn e la sua storia dentro e fuori forma

Taryn e la sua storia dentro e fuori forma

In principio era dunque culturista, Taryn Brumfitt, come si evince dalla prima foto che la ritrae a un campionato di body builders. Nell’immagine del “dopo” facciamo conoscenza di una Taryn più paffutella, probabilmente come lascito delle sue tre gravidanze. La donna racconta che dopo aver odiato i cambiamenti del suo corpo – quando l’atleta ha fatto posto alla madre e in sostanza alla donna al naturale – non solo li ha accettati ma ha anche imparato ad amarli: una testimonianza che verrà narrata in un documentario per il quale è alla ricerca di finanziamenti. Sottolinea Taryn che l’abuso di photoshop e la sessualizzazione delle donne sui media non può che condizionare l’autostima e la consapevolezza di sé. Forse bisogna ripartire dai latini, no? Che dicevano “in medio stat virtus”: io mi prendo una bella licenza “traduttoria” e vi dico che la virtù sta nel peso medio. Certo che il passare del tempo e le diverse fasi della vita mettono a dura prova lo splendore della gioventù… e non è facile fare i conti con l’attuale immagine della femminilità… che oltretutto cambia a seconda delle ere geologiche. Vi ricordate il periodo delle maggiorate? Ebbene, erano dei signori tocchi di donnone, pur bellissime, con forme davvero straripanti!

Riso Amaro: la  "mondina" Mangano, bellissima anche se non magrissima

Riso Amaro: la “mondina” Mangano, bellissima anche se non magrissima

E pur non rinunciando alle gioie di un benessere un po’ meno scolpito o della maternità che arrotonda quel tantino i profili giovanili perché non cercare davvero quella virtus che sta nel peso medio? In concreto, l’obiettivo virtuoso dovrebbe essere una vita bella attiva che non soddisfa solo i canoni estetici ma garantisce un benessere di lunga durata, visto SOPRATTUTTO che si è di molto allungato il tempo della nostra esistenza ed è bene poter contare su un decente stato psicofisico fino alla nostra dipartita. Io sono una fan di questa filosofia, ma preferisco rivolgermi a un esperto, l’amico personal trainer Domenico Consolazio che a Milano ha aperto il True Training Studio, il posto dove si pensa che ogni persona possa raggiungere risultati true, veri. Diversamente dal sano pensiero del True Training Studio, oggi i metodi, le discipline, le bufale modaiole sono innumerevoli, e, peggio che mai, si rischia di seguire queste logiche solo in quei periodi di allarme rosso, stile mesi da “prova-bikini”. Quindi, per augurare lunga vita al benessere e meritarsi un bell’aspetto senza limiti di continuità, un sano e classico allenamento costante è sicuramente una premessa fondante, sostiene Domenico. Anche e specialmente dopo una o più gravidanze. Si può partire da una quota base di attività cardiovascolari, come camminare a passo veloce, e se si può e si vuole, passare poi alla corsa, senza per questo iscriversi subito alla maratona di NYC.

Meglio una donna in corsa o in carriera? (photo:donnamoderna.com)

Meglio una donna in corsa o in carriera? (photo:donnamoderna.com)

Meglio ancora se si abbina ogni settimana un buon quantitativo di esercizi per non perdere nel tempo un bel tono muscolare. Non c’è niente di meglio di un circuito misto di attività che associ affondi e piegamenti sulle gambe, addominali, piegamenti sulle braccia a corpo libero, per poi introdurre poco per volta i pesi così da rendere più attiva la muscolatura. Ma qual è il tema in testa alle classifiche, quello che tormenta gli uomini ma non meno le signore? Il fatto di non poter esibire addominali a tartaruga, o, più umanamente parlando… la vergogna della PANCIA! Ed ecco che da aprile in poi le persone si ammazzano di addominali, centinaia ogni mattina, non facendo magari altro e mangiando come un bue dopo ere bibliche di carestia. Interviene ancora Domenico proponendo gli ottimali tre fattori che più di ogni altra cosa ci fanno tenere le distanze dal problema: un’attività cardiovascolare, più un lavoro di tipo muscolare su tutto il corpo (ho scritto “tutto”, non solo sulla pancia, non bluffate!!) e un’alimentazione sana, bilanciata e ben varia. Attenzione, non è che gli addominali siano da abbandonare, ma non bastano, ci spiega Consolazio. Perché sì, aumentano il tono muscolare, migliorano la vascolarizzazione locale ma si tratta di un’attività blanda che non brucia grassi in maniera significativa. Lo sapevate? Sempre non insistendo forzatamente sulle tendenze che lasciano il tempo che trovano, c’è in effetti uno strumentino che per esempio assolve a molte funzioni in una volta sola ed è il TRX® Suspension Trainer: pensate che è nato tra i marines e (pare) dall’idea di avvalersi delle cinghie del paracadute per allenarsi ognidove! Questo oggetto permette un allenamento in sospensione di tipo funzionale che utilizza come carico il peso corporeo, lavorando in una volta sola più distretti muscolari (addominali, i cosiddetti muscoli core, e poi pettorali, dorso, gambe…).

il lavoro per i vari distretti muscolari

il lavoro per i vari distretti muscolari (1)

il lavoro per i vari distretti muscolari

il lavoro per i vari distretti muscolari (2)

In ogni caso, i classici esercizi a corpo libero, da praticare OVUNQUE, che tutte e tutti facciamo finta di aver dimenticato, sono già un buonissimo punto di partenza. Ringraziando Domenico e tornando a noi signore&signorine e a Taryn, che in fondo simboleggia ogni donna e ogni mamma, giammai seguiremo il suo esempio da culturista, ma le siamo grate per averci ricordato che abbiamo un corpo cui volere bene: io mi sento di spezzare una lancia (e alzare un bilanciere) anche in favore dello spirito, perché sappiamo che prendersi cura del corpo vuol dire anche riservare attenzioni alla mente. Mens sana in corpore sano sarà il nostro motto: ma quante ne sapevano ‘sti romani?

 

Come vestirti se sei piccola.

Avete presente quegli articoli che compaiono periodicamente sui giornali femminili, con i consigli di come vestirsi a seconda del proprio fisico? Salvo poi metterci di fianco la modella che, per la sua natura di modella, è alta e magra e praticamente perfetta (e quei pochi difetti che ha si correggono in Photoshop, ormai lo sanno anche i sassi)?

Ecco, io sono una donna piccola. E quindi quello che vi racconto corrisponde a delle scelte sperimentate nel corso del tempo (abbiamo anche detto che non siamo più ragazze, noi ciabattine, sx e dx, e pure erreerrearchitetto).

Per tanti anni, devo confessare, non mi piaceva affatto essere piccola. E anche ora, se sono in una coda, o in un luogo affollato, preferirei avere una ventina di centimetri in più. Anche se sono con una donna alta, ho come la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Del resto, se si dice guardare dall’alto in basso un fondamento ci sarà. Guardare dal basso in alto è qualcosa che non vorrebbe fare nessuno. Certo ci sono le altezze morali e le bassezze morali, ci sono le botti piccole con il vino buono, i regali preziosi che vengono nei pacchettini; ma anche questi non ci sarebbero se essere alti o bassi fosse indifferente. Si dice anche “altezza mezza bellezza“, ed è vero che senza l’altra metà anche l’altezza non serve a molto, ma insomma si è già a metà strada.

Detto ciò, è risaputo che gli uomini alti preferiscono le donne piccole, e che ci sono donne piccole tostissime, Frida Kahlo tanto per dirne una, e donne piccole bellissime, Salma Hayek per dirne un’altra. E anche donne piccole piene di fascino (pure Kate Moss non è molto alta) che sappiamo essere quello che conta una volta sfiorita la bellezza dell’asino (o della gioventù).

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Dunque io che sono piccola e proporzionata, abbastanza magra m anon androgina, trovo che mi stiano bene:

1) I pantaloni stretti e corti, dove per stretti intendo la forma e non l’effetto fasciatura, che penso stia male a tutti, e per corti intendo sopra la caviglia.

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2) Le gonne intorno al ginocchio (le gonne corte corte non vanno per passati limiti di età), un po’ sopra o un po’ sotto a seconda della forma. Evito le longuette, soprattutto quelle a pieghe o a trapezio o godet, e quelle lunghe lunghe, che mi piacciono un sacco e quest’estate sono bellissime, me le concedo pur sapendo che non mi donano. Uscire dalle regole, anche da quelle che ci si è fatti da soli, fa sempre bene!

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3) Le magliette (quelle a righe che ho fatto comprare anche a voi, ma pure tinta unita) le porto corte. Faccio qualche eccezione sopra una gonna stretta. Anche i pullover li porto corti. Ne ho qualcuno decisamente lungo. La lunghezza media, metà fianchi o metà sedere, la evito con decisione.

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4) I vestiti: quelli proprio li adoro. Corti, poco sopra il ginocchio. Tubini. Stretti in vita e con la cintura. Con la gonna a palloncino. A sacchetto. A vita bassa come si usava negli anni Trenta. Sui vestiti non metterei limiti altro che la lunghezza. E forse neanche quella. Perché ricordo un bellissimo vestito da sera che avevo, con un corpino stretto e una gonna lunga fino ai piedi e tutta arricciata, che era meraviglioso e mi stava benissimo. Lo portavo perfino con le Superga, nei miei anni da creativa e nei miei soggiorni newyorchesi, e mi ci sentivo benissimo.

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5) Le giacche: anche qui, corte e piccole. Tra le mie preferite quelle a sacchetto uscite dritte dagli anni 60, e quelle sciancate, ben segnate in vita.

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6) E poi i soprabiti! Corti, quelli che mia mamma chiamava sette ottavi, da cui usciva quel tanto di gonna o di vestito che alleggeriva l’insieme. Si, decisamente corti.

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7) Infine le scarpe, il tasto dolente. Sembrerebbe che una si dovesse mettere i tacchi, per guadagnare quel che può. Di questi tempi anche le zeppe. Alle volte viene da guardarle, quelle ragazze issate su dei plateau di 5 centimetri con 7 di tacco, e dirgli guarda che con 12 centimetri aggiunti artificialmente ci arrivo anch’io, alla tua altezza, o ci vado vicino. Ma non lo so, sui tacchi le scuole di pensiero sono così ferocemente in lotta, che non vorrei prenderle da tutte e due le parti. Diciamo che io i tacchi li porto abbastanza poco. Non che non mi piacciano, anzi. Faccio fatica a trovarli che vadano bene per me. E quando li trovo sono supercontenta. Ma appunto succede di rado. Forse perché cammino tanto, e il mal di piedi mi dà alla testa, e mi sono appena curata l’alluce valgo e non vorrei mi tornasse.

Ecco il mio eptalogo per le donne piccole. Si accettano contestazioni, aggiunte e correzioni!

 

 

 

Chiuse, conche e barconi: silenzi e rumori del Naviglio di S. Marco

Esiste a Milano un luogo dove il tempo si è fermato al 1960 e dove consiglio di portare i vostri bambini per far vedere come funzionava il traffico a Milano, per circa sette secoli, prima che le strade con le auto invadessero tutta la nostra città. E’ una sorta di parco archeologico, non riconosciuto da nessuno, dove le opere idrauliche che governavano le acque del Naviglio si sono come fossilizzate, provenienti da un’epoca lontanissima, vecchia come il mito di Leonardo da Vinci. Questo posto antichissimo, e pure a noi vicino, è in fondo alla Via S. Marco, all’altezza di quel ponte che un tempo bucava le mura spagnole per farvi passare le acque della Martesana, provenienti dall’Adda.

Il Ponte delle Gabelle sulla Naviglio della Martesana in Via S. Marco

Il Ponte delle Gabelle sul Naviglio della Martesana in Via S. Marco (in una foto del 1920)

Questo angolo di vecchia Milano ancora oggi è noto come Ponte delle Gabelle, poiché qui vi era (e c’è ancora) la garitta dove un esattore esigeva il pagamento di una tassa su tutte le merci e persone che, con i barconi, penetravano da Nord nel cuore della città. Ma la cosa più interessante, non è nemmeno questa: è il sistema di chiuse, progettate da Leonardo alla fine del XV sec. e ancora presenti poco più in qua, in un luogo noto come Conca di S. Marco o più precisamente dell’Incoronata, perché pare fosse stata scavata, per volere di Lodovico il Moro, sul sito di un cimitero adiacente alla vicina chiesa di S. Maria Incoronata (sull’attuale tratto finale di Corso Garibaldi).

La conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi.

La Conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi (foto di Robert Ribaudo)

In questo punto una serie di salti artificiali e di sbarramenti dovevano fare superare in maniera poco “traumatica” alle chiatte cariche di merci, il dislivello tra la Martesana e la cerchia interna dei Navigli, che proprio all’inizio di Via S. Marco, davanti all’omonima chiesa, riprendeva il suo placido scorrere nell’anello della fossa interna. Infatti l’acqua che si incanalava sotto il ponte suddetto raggiungeva le conche, che trattenevano una via l’altra, l’acqua attraverso la chiusura di portoni mobili, facendone innalzare il livello dove era intrappolato il barcone, per liberarlo poi nel tratto canalizzato successivo. Questo intanto si andava riempiendosi attraverso l’apertura di portelloni secondari sulla chiusa, comandati da chiavistelli mobili, azionati dall’alto.

Disegno di Leonardo da Vinci con il portone della chiusa con i potelloni secondari della Conca di S. Marco (partcolare dal Codice Atlantico)

Disegno di Leonardo da Vinci con il portone della chiusa e i portelloni secondari della Conca di S. Marco (particolare dal Codice Atlantico)

E qui sta l’intervento risolutivo di ingegneria idraulica di Leonardo da Vinci su chiuse già esistenti a Milano da più di tre secoli anche in altri punti, e con problematiche simili, su tutta la rete dei Navigli. Tali portelloni secondari permettevano cioè un afflusso di acqua sufficiente a equilibrare la pressione dell’acqua ai due lati del portone principale, agevolandone così l’apertura. Naturalmente i portoni ancora visibili in loco non sono quelli originali fatti posizionare dal genio fiorentino ma riproduzioni, realizzati fedelmente dopo la chiusura dei Navigli, e qui posti a imperitura memoria di quel che fu la Milano sull’acqua.

Ecco come si presentano oggi le chiuse leonardesche con la Martesana all'asciutta (foto di Robert Ribaudo)

Ecco come si presentano oggi le chiuse leonardesche con la Martesana all’asciutta (foto di Robert Ribaudo)

Riprendendo l’ideale navigazione sulle imbarcazioni, tutto questo traffico con il relativo movimento di fluidi, aggravato anche dall’afflusso della canalizzazione secondaria delle rogge circonvicine, provocava più a valle pericolose cataratte e mulinelli, in un tratto che la gente chiamava Tumbun o Tombon, che era peraltro una sorta di fogna a cielo aperto. Tale luogo era talmente nefasto che il nome era entrato nell’immaginario collettivo, come luogo scelto dagli aspiranti suicidi, certi di incontrare morte certa.

quello che rimane del ponte sul Tumbun, all'incrocio tra Via S. Marco e Via Castelfidardo (foto di Robert Ribaudo)

Quello che rimane del ponte sul Tumbun, all’incrocio tra Via S. Marco e Via Castelfidardo (foto di Robert Ribaudo)

A questo punto i natanti entravano in un rettilineo (lungo l’edificio dove un tempo si affacciavano le rotative del Corriere della Sera) sfociante poi nel laghetto oblungo davanti alla chiesa di San Marco, dove attraccavano le barche, cariche di ghiaia, rotoli di carta, sale, laterizi e concimi.

Quadrante con il Laghetto di S. Marco e con l'innesto della Martesana nella fossa interna (dalla Carta di Milano di Giovanni Brenna, 1860)

Foglio di mappa con il Laghetto di S. Marco e con l’innesto della Martesana nella fossa interna (dalla Carta di Milano di Giovanni Brenna, 1860)

Il traffico su questo particolare tratto di Naviglio fu molto intenso per tutti i secoli successivi fino all’800. Infatti dal 1782, per volere del governo austriaco fu fissato un servizio settimanale di barche da S. Marco a Lecco! Ancora nel 1920 le rotative del Corriere della Sera di Via Solferino stampavano i giornali con le bobine che arrivavano dalla cartiera di Corsico, direttamente nei pressi del Tombon de San Marc. Insomma, era come una vera autostrada con i suoi TIR, i suoi rimorchi, i suoi caselli! Ma gli odori, la gente e i mestieri che vi gravitavano intorno avevano tutt’altro sapore. Persino i rumori e i silenzi in questo punto della città erano diversi: i mezzi meccanici in azione per l’apertura dei portelloni, lo sciabordio dei flutti sulle rive all’apertura dei portoni, gli schiamazzi dei gabellieri e dei barcaioli, ne facevano un posto dove venire a passare del tempo in allegria, fra ali di curiosi che mai si sarebbero persi lo spettacolo della conca in azione.

Vecchia foto con i bambini che fanno il bagno all'ingresso della Martesana al Ponte delle Gabelle. Dietro si scorgono le Cucine Economiche in angolo dell'attuale Via Melchiorre Gioia.

Vecchia foto con i bambini che fanno il bagno all’ingresso della Martesana al Ponte delle Gabelle. Dietro si scorgono le Cucine Economiche, in angolo con l’attuale Via Melchiorre Gioia.

Si pensi poi che d’estate ancora nel dopoguerra, i bambini della zona venivano a fare il bagno presso il Ponte delle Gabelle dove le acque erano limpide e temperate, non ancora lordate dai liquami cittadini, che si riversavano in ogni dove nella fossa interna. Alla fine del XIX sec. venne persino costruito un bagno popolare con stabilimento balneare pubblico. Ma già dal terzo decennio del XX sec. proprio i problemi igienici, oltre a quelli di circolazione e di traffico dovuti all’avvento delle automobili, furono i fattori scatenanti che fecero propendere per la chiusura dei canali cittadini. Ormai le industrie che prelevavano grandi quantità d’acqua, dopo le lavorazioni ne riversavano altrettanta, ormai difficilmente depurabile. I miasmi, specie d’estate saturavano l’aria. Milano era orami troppo grande e popolosa per conservare se stessa come era sette secoli prima. La copertura qui arrivò negli anni ’60 e la conca divenne un’area abbandonata, un terreno brullo dove tanti ragazzini continuarono però a giocare e a crescere, lontano dal traffico cittadino.

Il canale in asciutta con al di sopra l'area giochi cintata e bonificata negli anni '70

Il canale in asciutta con al di sopra l’area giochi cintata e bonificata negli anni ’70 (foto di Robert Ribaudo)

 

 

 

In vino veritas et historiaes

Giovedì ha fatto un gran temporale, a macchie, in momenti diversi in diverse zone della città.

E le ciabattine hanno dovuto sfidare le intemperie perché erano invitate ad un evento su una bella terrazza del centro, quella degli uffici di Tannico, un sito di e-commerce parte del gruppo Boox. Evento da non perdere perché è chiaro che con quel nome lì, tannico,  di vino non si poteva solo parlare. Come dire che sono una signora sfacciatamente fortunata, in certi momenti.

Protagonista della serata però non ero io ma il libro Andar per cantine di Mauro Fermariello, e l’Amarone di Valpolicella. Roba seria. Che giustifica il latino maccheronico, visto che il vino l’hanno inventato i romani.

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Andar per cantine è il libro di un blogger (Winestories), e fosse anche solo per questo gli diamo l’attenzione che merita. E’ anche il libro di un fotografo, (infatti è illustrato) ed è il libro di un ignorante, di vino intendo, uno che non sapeva nulla e ha cominciato a girare le cantine, passando dall’una all’altra seguendo una sorta di passaparola tra vignaioli. Essendo ignorante e dicendolo subito nel presentarsi, si è potuto permettere tutte le domande che voleva. E deve avere avuto anche tante risposte.

Andar per cantine è fatto di tre volumi, dedicati rispettivamente alla Valpolicella, alle  Marche e al Barolo. Dato che l’invito alla degustazione veniva dalla cantina Bertani, eravamo in Valpolicella.

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Ecco qui vedete la bella tavolata, con altri blogger, il sommelier, il direttore commerciale della Bertani e i padroni di casa (non avendo ancora fatto quel benedetto corso di fotografia, vi potete giusto fare un’idea…) con soprattutto le belle bottiglie di Amarone. Vino che io avevo assaggiato una volta, me lo avevano regalato quando avevo accompagnato un’autrice durante un tour veronese, certo a pensarci ora generosi questi veronesi. Perché l’Amarone è un vino costoso, da festeggiamento o da celebrazione, non certo così, metti una sera a cena. E del resto non è un vino facile da fare, è un vino che è stato inventato, un’altra bella storia di ingegno umano.

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Se qualcuno di voi si chiede come mai la milanese sui libri alias ciabattinasx alias soprabito abbia voglia di andare a tutti questi eventi diversi, ecco state sicuri che non è per approfittare di quello che viene offerto, seppure un bicchiere di Amarone è un regalo prezioso, ma perché le storie dell’uomo e di quello che è riuscito a fare sono dappertutto, basta ascoltare. La storia della famiglia Bertani, per esempio, che dopo la sconfitta della prima guerra d’indipendenza e l’arrivo di Radetzky fugge in Francia, in Borgogna per la precisione, dove scopre che il vino non è solo il prodotto della pigiatura dell’uva ma un’industria, e viene invecchiato, imbottigliato, etichettato e valorizzato e venduto. Ed è anche qualcosa di cui essere orgogliosi. E’ vero, molti di voi penseranno che i francesi sono orgogliosi di qualsiasi cosa facciano… ma diciamo che erano anche anni in cui l’orgoglio nazionale aveva il suo peso, era si può dire appena nato, salvo poi addurre talmente tanti lutti che quelli degli Achei ci fanno ridere, e io per prima l’orgoglio nazionale lo lascio volentieri in cantina. Ma grazie anche a quell’orgoglio, e all’insegnamento dei francesi, in cantina i Bertani hanno cominciato a metterci l’Amarone, e noi gliene siamo più che grati.IMG_1805

C’erano 6 annate in tavola, ma io tengo poco l’alcol e non ho assaggiate solo due, e devo dire che pure nella mia ignoranza totale, sicuramente peggiore di quella di Fermariello, mi ha impressionato notare la differenza. Sembravano due vini diversi, a partire dal profumo, che pure per noi ignorantoni è l’inizio del piacere del vino. E mentre lo annusavo non potevo fare a meno di pensare al compianto (ma sul serio) Edmondo Berselli, che nel libro Venerati maestri prende in giro anche gli intenditori di vino e il “retrogusto di pietra focaia” di alcune etichette…

Ma il clima di questo piccolo evento era di grande semplicità e socievolezza. Abbiamo fatto dei begli incontri, dalla maratoneta Francesca Petringa, con cui ho lavorato e che, ad una settimana dalla maratona di Stoccolma, ha interrotto la rigorosa preparazione per gustarsi un bel calice di Amarone, al wine explorer Federico Malgarini, impeccabile nel suo abito sartoriale, al padrone di casa di cui purtroppo non ricordo il nome ma di cui vedete la bellissima camicia a pallini. Racconteremo prossimamente le storie di queste persone e di molte altre.

Perché è proprio vero che la realtà supera la fantasia. E che se i libri contengono delle bellissime storie, è perché queste storie ci sono davvero, in tanti hanno voglia di raccontarle, e almeno le ciabattine hanno voglia di ascoltarle.

Buona domenica e buona lettura!