Perché mi è piaciuto “Una storia per l’essere tempo”, con qualche se e qualche ma

Ho finito di leggerlo un paio di settimane fa, “Una storia per l’essere tempo” di Ruth Ozeki. E sì, è rimasto con me per tutto questo tempo. E mi sa che ci rimarrà ancora.

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L’ho letto in inglese e credo di aver fatto bene, perché già la traduzione del titolo non mi convince. Chi sei, direte voi, per criticare una traduzione? Beh, chi sono, a parte essere un lettore sono anche una che di traduzioni ne ha fatte, moltissime di articoli di giornale, che mi rendo conto non siano la stessa cosa della letteratura. Ma ho anche tradotto un terzo di un meraviglioso libro scozzese, Sunset song di Lewis Grassic Gibbon; e un giorno finirò di tradurlo, se non altro perché mia nipote, che ne ha letto l’unica traduzione italiana e l’ha trovata proprio brutta, mi ha chiesto di farlo per lei… e come potrei dirle di no? Senza contare che quella traduzione è ormai fuori catalogo (e si che è stata pubblicata solo qualche anno fa…)

Ora il titolo in inglese è “A tale for the time being”, e the time being è anche il tempo presente, quello che noi chiamiamo semplicemente il presente. Insomma era un titolo al limite dell’intraducibile, ma quello che mi dispiace è che non trovo attraente il titolo italiano. E’ piatto, non evoca nulla. Non l’avrei notato, in libreria, pur avendo una bella copertina.

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Perciò vi chiedo di fidarvi e prenderlo lo stesso. E vi dovrete fidare anche per le prime pagine. E’ un libro dal decollo tardivo. Confesso che stavo quasi per rinunciare. Poi non potevo. Il libro era nella shortlist del Booker Prize 2013, una shortlist che mi aveva particolarmente entusiasmato per la ricchezza dei mescolamenti culturali. E infatti il libro è come due libri, uno giapponese e uno canadese, uno ambientato a Tokio e su un monte sperduto del Giappone, e l’altro in un’isola molto isolata della British Columbia, uno è il diario di una giovane giapponese e l’altro il racconto di una scrittrice e della nascita di un libro. E’ costruito come un tessuto, questo libro; sopra l’intreccio delle due storie che fanno letteralmente da trama ci sono dei ricami e degli strappi, la bolla della New Economy, l’11 settembre, lo tsunami, l’amore, il buddismo attraverso cui ritrovare se stessi, il potere della scrittura.

Nao, la ragazza giapponese, vi resterà nel cuore. A Ruth, la scrittrice che trova sulla spiaggia il diario di Nao, penserete spesso. Oliver, il marito di Ruth, è una sorta di sogno da cui non vorreste svegliarvi. E avreste voluto passarla voi, l’estate dei vostri 16 anni, con la centenaria monaca buddista Jiko.

Buon lunedì e buona lettura!

 

 

Come fa una mamma a diventare superfamosa e twittatissima (senza essere “digital”) ?

“Ten giò i man del mister”. E’ la frase che mi ha ricordato la storia di cui vi parlo oggi che prende le mosse dall’accoppiata mamma (non giovanissima) VS tecnologia, o meglio ancora, generazioni di ieri & tecnologia di oggi. Ebbene, ten giò i man del mister erano le parole pronunciate dalla mamma di un mio collega per scoraggiare un amico di suo figlio – in quel momento assente – che voleva toccare il di lui mixer. ”Tieni giù le mani dal mixer”, appunto.

Per la mamma del mio collega qual è il vero mixer??

Per la mamma del mio collega qual è il vero mixer??

Un altro ricordo sempre in argomento è relativo alla mamma di un’amica che sentendo parlare le due figlie di una cartella che non trovavano sulla scrivania – intendendo esse quella del computer – le aveva rimbrottate invitandole a cercare meglio sotto la scrivania – intendendo quella reale – dove c’era una gran confusione. Questi esempi già da subito ci fanno capire quale sia un po’ l’atteggiamento, e direi la fatica, che sperimentano le persone di diverse generazioni or sono, quando maneggiano strumenti e temi tecnologici. Ma veniamo alla storia che rimbalza da alcuni giorni in rete, riportata anche da Il Corriere, che mi ha suscitato queste riflessioni: una mamma aveva salvato sul suo smartphone una ricetta che voleva far avere al figlio, ma non sapendo fare uno screenshot, ovvero un’istantanea della schermata del telefono, ha pensato bene di fotocopiare lo schermo inviandolo poi per posta. Morale: il social figliuolo della signora ha condiviso la fotocopia dello smartphone su twitter, registrando decine di migliaia di retweet. E tra questi “rilanciatori” della notizia, c’è persino Rihanna.

Il giovanotto con la fotocopia di mammà

Il giovanotto con la fotocopia di mammà

Il tweet ritwittatissimo con cui il ragazzo racconta le prodezze della sua mamy

Il tweet ritwittatissimo con cui il ragazzo racconta le prodezze della sua mamy

La simpatica signora probabilmente nemmeno tra 70 vite avrebbe potuto diventare tanto famosa in un sol clic (o meglio tweet)! Ma a voler immaginare realisticamente lo scenario attuale, di fatto si compone di due fazioni, sempre parlando di generazioni NON native digitali (che poi conosco decine di ragazzi che con la tecnologia non c’azzecano un bel niente): da una parte gli irriducibili anti-tecnologici, spesso dal piglio rifiutant-snob, e dall’altra quelli che apprezzano in qualche modo l’innovazione e la utilizzano come possono o riescono, tipo la signora della fotocopia. Anche Beppe Severgnini tempo fa, parlando di social media e più in generale di strumenti tecnologici, aveva sottolineato che non c’è stata invenzione, nella storia dell’Uomo, che non abbia suscitato proteste, ostilità e alzate di scudi. Il giornalista ricorda che persino l’anestesia fu rifiutata dai primi chirurghi per i quali il dolore del paziente faceva parte del trattamento. In particolare, dal secolo scorso, in quanto a invenzioni si sono fatti gli scalini tre a tre: telegrafo, telefono, automobili, radio, TV eccetera e tutte le diavolerie dell’era digitale… Ora che tutti utilizziamo la posta elettronica come se piovesse, io sono fiera d’aver visto nascere il telefax (mica si chiamava già fax: lavoravo in una grande agenzia di pubblicità e con i colleghi siamo rimasti letteralmente a bocca aperta quando ci hanno detto che l’immagine del foglio inserito nella macchina avrebbe raggiunto in tempo reale l’altra parte del globo).

Immagine trovata sul web di uno dei primi invii di telefax (a Mosca, 4.1.89)

Immagine trovata sul web di uno dei primi invii di telefax

E ho anche fatto a tempo a vedere il telex… navigate in questo utilissimo e benedetto web per scoprire cos’è, se non ve lo ricordate! In definitiva, è la solita vecchia storia: spesso le generazioni restano distanti, e sono d’accordo con Severgnini quando dice per esempio che durante molte cene in compagnia dei nativi degli anni 50-60-70 fa chic parlar male di smartphone e social media… Ma come dicevo ci sono anche quelli che, pur non giovanissimi, si attrezzano come possono, proprio come la mamma della fotocopia. Il mio amatissimo padre, ultraottantenne, era diventato un mago degli sms. Appunto con i suoi mezzi. Perché gli era rimasto un po’ attaccato il lessico dei telegrammi. Così, vi saluto come lo avrebbe fatto lui in un sms “sentiti auguri di buon fine settimana stop. Et cordialità vivissime”.

Mio padre scriveva sms con il lessico dei telegrammi, un po' come questo (photo: ilpostalista.it)

Mio padre scriveva sms con il lessico dei telegrammi, un po’ come questo (photo: ilpostalista.it)

Mi piacciono le belle borse, e sono un po’ contro le it-bag

Ohi, ohi, citychic diventa polemico. No, non proprio.

Scrivo di borse anche su incitamento di Isabella, amica di FB nonché collega e novella blogger del blog di Donnamoderna.com, con la quale ci siamo trovate su una suburbana di Trenord in direzione Varese a chiacchierare di tutto e anche di borse.

la classica shopping di Bottega Veneta

la classica shopping di Bottega Veneta

Ora che io abbia una certa passione per le borse ve lo direbbero i profilatori di internet, e ve lo dico anch’io che qualunque pagina apra ho di fianco il fedele yoox.com che mi segnala nuovi arrivi di borse nonché borse che ho visitato ma deciso poi di non comprare.

la Kelly di Hermès, un altro classico

la Kelly di Hermès, un altro classico

Personalmente ritengo anche che niente sia più chic di una bella borsa. Una bella borsa salva anche il look più banale, così come una brutta borsa tende ad estendere il suo effetto sull’insieme. Certo come sempre è un po’ difficile sapere, o decidere, che cos’è una bella borsa e che cos’è una borsa brutta. Soprattutto in tempi di it-bag. Che imperversano. Riempiono le pagine dei giornali femminili e dei supplementi dei quotidiani creati apposta per gli investitori di moda e bellezza. Che vengono fotografate al braccio di celebrity di ogni rango, abbinate spesso con grande banalità e ovvietà.

Indimenticabile

Indimenticabile

Le borse richiedono un certo investimento. Certo quelle di cui ho messo le foto sono investimenti che le persone normali non si possono permettere. Ma ci sono tantissime borse senza firme e senza celebrity che le hanno disegnate che pure sono belle e anche stilose. Vanno cercate con pazienza e richiedono un po’ di investimento, di denaro oltre che del tempo per cercarle. Ma sono  investimenti appunto, che ripagano poco alla volta, di abbinamento in abbinamento, e oltrepassano la stagione in cui le avete comprate.

Questa viene da un negozio della catena Tiger

Questa viene da un negozio della catena Tiger

D’estate poi la vita è ancora più semplice. Io ricordo, tra le mie borse preferite, una borsa di tela a fiori con i manici di camoscio, e un gioiellino di plastica rossa intrecciata come se fosse paglia, che mi ha accompagnato per tre estati e che ora ha deciso di scomparire dal mercato in modo sembra definitivo. Così ho dovuto optare per una shopping che mi piace ma si sta già disfacendo, forse perché nata per portare un asciugamano, un bikini e un piccolo libro per la spiaggia, e sottoposta invece allo stress di telefoni, portafogli, occhiali da sole e da vista più tutta l’oggettistica da esco di casa alle 8 e rientro alle 20.

Le borse comunque hanno tanti vantaggi (così tanti che adesso in tutte le sfilate ce le hanno anche gli uomini, e se ne vedono anche parecchi in giro, e non sto parlando dei borselli degli anni 70, anche se sono certa che anche loro torneranno di moda), tra cui quello di non avere taglia (mia sorella, a cui chiedevo come mai comprava scarpe invece di altre cose, mi disse che con le scarpe non doveva preoccuparsi se era ingrassata, ma si era dimenticata le borse, chiaramente!). E scatenano la fantasia: in onore di sua nonna Anita, sarta perfezionista e creativa, una mia amica ha deciso di sublimare le insoddisfazioni lavorative nella creazione di borse di tessuti diversi tenuti insieme dal gusto e dall’estro del momento. Un’idea che ha stoffa, a cui auguriamo un grande successo!

Anita: nessuna è uguale all'altra

Anita: nessuna è uguale all’altra

Una villa vietata agli adulti

A Milano esiste un giardino pubblico il cui ingresso è riservato ai soli bambini, e gli adulti sono ammessi solo come accompagnatori di minori di anni 12. Più che un giardino in realtà è una villa, una di quelle bellissime oasi di pace aperte al pubblico, già parco annesso a nobile dimora. Ma questo non è un giardino come gli altri: è la Villa Reale, cioè la dimora napoleonica durante il Regno d’Italia, poi ceduta ai Savoia dopo l’Unità d’Italia. E’ un prezioso cammeo incastonato nel sistema verde dei Giardini Pubblici di Via Palestro, che fa ancora oggi da quinta prospettica alla zona del laghetto.

Il laghetto dei Giardini Pubblici con la facciata della Villa Reale su Via palestro

Il laghetto dei Giardini Pubblici con la facciata della Villa Reale su Via Palestro (foto da Lombardiabeniculturali)

Ma anche alla fine del XVIII sec. quando la villa era abitata dal conte Ludovico Barbiano di Belgioioso, era immersa nei boschetti che l’architetto Piermarini aveva rettificato e disegnato sull’adiacente Via Marina. Questi erano bagnati da una roggia a cielo aperto, ancora oggi visibilissima, che costeggia l’area verde. Prendeva le mosse dalla Martesana, e attraverso i laghetti degli attuali giardini di Porta Venezia, alimentava i corsi d’acqua e la rigogliosa vegetazione della villa, per poi confluire nell’alveo del Naviglio della cerchia interna, all’altezza di Via Senato. La sua particolarità sta, oggi come ieri, nel fatto di azionare un mulino dimenticato, ma ancora oggi esistente anche se non visibile perché letteralmente sotterrato.

La roggia Balossa adiacente alla villa sulla Via Marina (da Skypercity.com)

La roggia Balossa adiacente alla villa sulla Via Marina (da Skyscraperpercity.com)

Dicevamo della splendida flora che caratterizza la villa: qui i vostri bambini infatti possono scorazzare tra le aiuole adornate con essenze rare, commissionate dal conte Belgioioso, al magistrale tocco di Ercole Silva (autore del celebre trattato “Dell’arte dei giardini inglesi”, 1801), e forse non senza la consulenza di Antonio Villoresi, agronomo di molte realtà villereccie della Brianza. Questo giardino infatti costituisce il primo esempio di parco “all’inglese”, realizzato in ambito urbano, in cui il gusto per la rovina è accostato in maniera sapiente a una natura apparentemente non organizzata dall’uomo. Rappresenta il frutto di una vera e propria moda che caratterizzò tutti i parchi realizzati tra la fine del XVIII sec. e l’inizio del XIX.

I giardini di Villa Reale

I giardini di Villa Reale con l’edificio a U del palazzo e le scuderie (oggi PAC) sulla sinistra

Oggi tanta maestria dà vita a un istruttivo, anche per i genitori, percorso botanico tra cedri, ciliegi, platani, parterre di prati ben curati, ponticelli sui piccoli rivi. Il tutto completato dal parco giochi attrezzato per i bimbi non lontano da una cascata che si tuffa in un laghetto interno. Una vera estasi di olfatto, vista e udito. Se siete amanti dell’arte, il giardino non manca nemmeno di tempietti di ispirazione mitologica, sculture e installazioni antiche e moderne. Così si possono vedere i gruppi scultorei raffiguranti “Il santo, il giovane, il saggio” di Adolf Wildt e “I sette savi” di Fausto Melotti, collocati vicino al Padiglione d’Arte Contemporanea, allestito nelle vecchie scuderie annesse alla villa e oggi sede di mostre di arte contemporanea.

La quinta del palazzo Belgioioso affacciata sul giardino

La quinta del palazzo Belgioioso affacciata sul giardino

Ma se poi non siete sazi di tanta bellezza e volete soddisfare la vostra curiosità entrando all’interno delle Gallerie contenute all’interno del palazzo, scoprirete che qui è conservata la più grande collezione civica di opere ottocentesche. Insomma un modo inconsueto per trascorrere una giornata d’estate in città con i propri bambini!

 

INDIRIZZO:

Via Palestro – 20121 Milano
ORARI:

Da lunedì a domenica
Da maggio a ottobre: 09:00 – 19:00
Da novembre ad aprile: 09:00 – 16.00

Dieci passi di tango: un libro anzi un ebook sulla musica, sul ballo, sui pieni, sui vuoti, sulla vita

Dieci passi di tango è un libro, anche se fisicamente non esiste. Credo sia la prima volta che parlo di un ebook che esiste solo in forma di ebook. Il che mi fa un certo effetto, ora che ci penso.

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Guardo la copertina e penso che non la potrò toccare. Ma come vi ho sempre dette, l’importante è quello che c’è dentro un libro, oltre a quello che ci aggiungiamo noi.

Dunque il libro di Andrea Sardi, un elegante signore che del tanguero (e non del tanghero come automaticamente corregge il correttore automatico) ha senz’altro il physique du role, parla del tango in un modo insolito, intenso e interessante. Il tango sta diventando per me una cosa simile al golf (mi perdonino i tangueri e i golfisti, di questo paragone), una cosa che praticano dei cari amici, una cosa che guardo e osservo, di cui scopro molti dettagli anche grazie alla mia scimmiesca curiosità, ma in cui non vado oltre. Lo dico senza rimpianti o preoccupazioni, proprio come un dato di fatto.

Di Dieci passi di tango mi hanno colpito molte cose. La struttura di variazioni sul tema, proprio come in un ballo, in cui sui passi fondamentali si costruiscono infinite varianti. Lo stile che mi ha ricordato i quadri di Edward Hopper, e in particolare il famoso Nighthawks, con quella sua atmosfera cupa e nitida al tempo stesso.

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Ma soprattutto il tema del pieno e del vuoto.

Nel ballo come nella musica e come nella vita ci sono i pieni e i vuoti. Ma mentre i pieni sono evidenti i vuoti non lo sono, oppure sono difficili o comunque arrivando dopo il pieno spiazzano, e quindi i vuoti si tende a saltarli, oppure a riempirli. Ma senza vuoto non si capisce il pieno, e poi come dire, il solo pieno non è dato in natura. E siccome il tango è un ballo fatto di poca tecnica e molta interpretazione, ovvero molta passione personale e molta condivisione, non si può certo pensare di ballare solo i pieni.

Se avete guardato questo video ve ne siete accorti. Sicuramente i ballerini, Carlos Gavito e Maria Plazaola sono fantastici e chi di tango ne sa vi saprà anche dire perché sono meravigliosi e perfetti. Ma se lo guardate con gli occhi semplici di chi di tango e magari di altri balli non ne sa nulla, né in teoria né in pratica, beh vuoti e pieni si vedono eccome, e si vede come l’armonia venga proprio dalla continuità di questi elementi. E dall’attesa. Altra bestia nera del nostro tempo e forse dell’umanità, altro tempo di cui spesso non sappiamo che fare o che vestiamo di coperture differenti, raramente riconoscendolo per quello che è e per quello che ci dà.

Poi mi è venuto in mente un altro libro che parla di tango, si chiama L’ultimo tango di Salvador Allende e in realtà di tango non parla poi molto. Ma del tango restituisce la stessa idea, di un ballo unico, affascinante e difficilmente esprimibile in parole. Tra le parole che evoca però ce ne sono di bellissime: accoglienza, armonia, rispetto. Basterebbero per migliorare il mondo, no?

Ringrazio dunque Andrea Sardi per averci regalato le sue gentili riflessioni, e anche per avermi dedicato un pezzo di un pigro pomeriggio estivo per rispondere alle mie curiosità.

Buon sabato e buona lettura!

 

 

È nuevo, è affascinante, ma dicono che non c’è

Musica classica o jazz? Vivaldi o Beatles? Canzone napoletana o musica pop? Di fronte a due correnti musicali spesso si segue in modo drastico solo la propria preferenza. Ma è anche vero che possano coesistere, nell’animo di una persona, più e più gusti musicali. Succede anche nell’ascolto del tango. C’è chi adora quello tradizionale, chi le sonorità del tango nuevo. E chi tutte e due (io, per esempio). Ma forse, chi non è un tanguero incallito, non conosce appieno le affascinanti new wave del tango, o meglio, collega alla parola “tango” solo quei brani decisamente classici, non conoscendo le molte tendenze musicali che si sono succedute in questo ambito. Tutto si evolve, in fondo, no? Anche il tango, evidentemente. Ed è così che il cosiddetto Tango Nuevo, col tempo ha affiancato quello tradizionale.

Il tango illegal propone anche ottime selezioni di tango nuevo (photo:ballatango.it)

Il tango illegal propone anche ottime selezioni di tango nuevo (photo:ballatango.it)

Sono molti e molto conosciuti alcuni autori che hanno apportato innovative concezioni musicali nel genere, tra i più noti Osvaldo Pugliese e il celebratissimo Astor Piazzolla: quest’ultimo è da tutti stato molto apprezzato per le sue contaminazioni con il jazz, utilizzando strumenti che non venivano impiegati nel tango tradizionale. Anche chi non balla, ben conosce i suoi splendidi Libertango (soundtrack di un famoso spot in TV, riguardante un superalcolico), Oblivion, Adios Nonino eccetera. Nel video che segue, una bella interpretazione dei maestri Alice Gaini e Andrea Bassi di un brano di Pugliese, tema Patetico.

L’evoluzione è continuata e continua, abbracciando altre sonorità, contaminate con la musica elettronica per esempio, nel caso del cosiddetto elettrotango. Questa la genesi della musica ribattezzata Tango Nuevo. Nel ballo, questi sono spesso i brani più apprezzati dai giovani, così come da chi ama fare interpretazioni e variazioni originali: spesso si organizzano stage per conoscere da vicino questo approccio.  Eppure, la vera curiosità è questa: secondo i più accreditati interpreti di questo stile, il Tango Nuevo, inteso come ballo, sostanzialmente non esiste affatto! Ricordate il  film “The tango lesson” di Sally Potter? Consiglio caldamente la visione anche ai non tangueri (che qui rischiano di innamorarsi di questo ballo!)… Durante le dodici lezioni di ballo, l’interprete e regista del film si lascia conquistare dall’aitante tanguero Pablo Veron, che insieme ad altri due eccellenti ballerini gioca e sperimenta senza limiti di fantasia lo stile di ballo, creando interessanti variazioni e improvvisazioni e dando vita a una relazione tra uomo e donna molto comunicativa. Nel video qui di seguito il Libertango di Piazzolla, nel film sopracitato, intepretato da ben 4 ballerini, compreso Pablo Veron.


L’anno scorso ho avuto l’opportunità di seguire qualche lezione con Pablo Veron, che ci ha parlato in modo molto naturale di tango nuevo, sostenendo che in realtà, pur avendo lui stesso lanciato questo modo di ballare insieme a Gustavo Naveira, allargando creativamente il repertorio di movimenti del tango più tradizionale, – come ben si può evincere dal film di cui sopra, in cui entrambi si esibiscono -, non si può affermare che esista una reale corrente in tema di danza, e men che meno che la si possa insegnare. Affermazione confermata da una celebre quanto discussa intervista a Mariano Chicho Frumboli, notissimo ballerino seguace di Naveira, il quale ritiene che si possa parlare solo di una diversa estetica del tango, dal punto di vista dell’immagine e del movimento: in effetti, continua, il concetto di tango nuevo è applicabile alla musica, ma per quanto riguarda il modo di danzare è tutta una questione di marketing. In altre parole, credo che Frumboli voglia comunicarci che chi supporta il lancio di questa new wave del tango oggi è mosso da motivazioni commerciali, al fine di coinvolgere nuove generazioni di appassionati. In fondo, è ciò che avviene per qualunque tendenza contemporanea ed è connesso con l’umano bisogno di evolversi, non credete? Nel video a seguire, le variazioni di Frumboli su un bellissimo brano di nuevo

In rete ho letto qualche ulteriore commento da voci meno blasonate: sono loro a suggerire che questo modo di danzare ripete all’infinito movimenti acrobatici che non hanno la capacità di interpretare la musica quanto di seguirne solo il ritmo , un ballo di coppia sì, ma tra due elementi distinti. Certo, quando si balla nella ristretta pista di una milonga, le evoluzioni più azzardate andrebbero frenate, utilizzando quelle logiche simili a quando ci si destreggia nel traffico cittadino (io, ballando, ho portato a casa un super numero di lividi)! In definitiva e in termini più generali, si potrebbe affermare che il tango nuevo sia uno stile musicale e interpretativo più moderno (e anche la tango fashion segue questi trend innovativi!)… io ne sono comunque moooolto affascinata e sono ben lieta che sonorità più contemporanee possano conquistare nuove generazioni di tangueri! E per concludere, il tango su Ciabattine non finisce qui, perchè sabato Ciabattinasx ci parlerà del libro “10 Passi di Tango” di Andrea Sardi.

Nel prossimo video i maestri Tali Gon e Alejandro Angelica si esibiscono sulle note di un tango nuevo

p.s. per i neofiti/curiosi… per farvi travolgere dal fascino del tango nuevo, provate ad ascoltare brani come Milonga Triste- Hugo Diaz, Hoy – Bajofondo Tango Club, Querer – Cirque du Soleil, Alas de tango – León Gieco, Mil pasos – Soha, Alfonsina y el Mar – Medialuna Tango Project, Santa Maria – Gotan Project, Tangled Up – Caro Emerald, Androgyne – Quartango, Homme – Bandoneon Electro Tango…. giusto per cominciare!

Sandali con plateau e sandali bassi: io scelgo tutti e due!

Avevo pensato di intitolare questo post “Sandali!”, in onore delle Ciabattine! che hanno dato vita a questo blog. Ma poi mi son detta: e il SEO? Se il mio post poi su Google non si trova?

Stasera a Milano piove, e stamattina quando sono uscita non prometteva niente di buono. La temperatura ha rinfrescato, con la piacevolezza che ne consegue. E io che sabato mi sono comprata i sandali. E non li ho ancora potuti mettere.

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Grande storia, direte voi. E invece sì, perché erano tre anni che non compravo, e non mettevo, i sandali. E non per scelta. Mi stavo curando l’alluce valgo, con due correttori che lavoravano silenziosamente e in modo indolore, ma con l’effetto collaterale di dover tenere sempre le scarpe chiuse, per nasconderne la triste antiesteticità. E come tutte le cose che non si possono avere, i sandali sono diventati un miraggio. Non è solo una questione di caldo. E’ quel piacere sottile che dà muovere le dita dei piedi senza che trovino un ostacolo. E’ quel senso di approfittiamone perché l’estate e le vacanze sono corte. E’ quell’aria mediterranea.

E poi ci sono le unghie dei piedi laccate. Mi piace il rituale, la preparazione, il tempo pigro dell’attesa, lo smalto che si asciuga, i due o tre passaggi, le rifiniture.

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Sono andata sabato, a comprare i sandali. Avevo fatto delle ricognizioni nelle vetrine, e deciso che avrei preso dei sandali con il plateau. Sono piccola e un piccolo rialzo non mi può fare certo male. Mi piacciono le gonne e i vestiti e, come vi dicevo la settimana scorsa, dovendo ristudiare le combinazioni mi son detta magari il plateau è il tocco che risolve.

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Ma poi, sarà stato il lungo digiuno, sarà stato che pur camminando agilmente nel negozio non riuscivo ad immaginarmi mentre scendevo le scale della stazione del passante, sarà stato che mentre aspettavo che mi portassero i plateau della mia misura mi guardavo intorno, ne ho preso anche un altro paio. Questi assai più comodi e quotidiani, ma anche grintosi e quasi biker.

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Non ho fatto in tempo ad uscire dal negozio fiera dei miei acquisti che il preannunciato maltempo è arrivato.

Dovendo aspettare fino a mercoledì, forse addirittura giovedì, per fare sfoggio di queste meraviglie, vi dirò come li porterei: i plateau con una pencil skirt e una maglietta a righe (non mi dite che non l’avete ancora comprata, non ci credo), ma anche con un vestitino a fiori corto e tagliato stile impero, magari anche con i jeans stretti (non skinny, siamo signore, non ragazze!) e la giacca dello smoking. E i biker con una gonna lunga nera e una t-shirt bianca, con stilosa semplicità.

Intanto che la pioggia risuona sul selciato e gocciola lungo le grondaie, facciamo correre la fantasia!