Una modesta proposta: le letture per l’estate di Ciabattinasx

Forse ciabattinadx e erreerrearchitetto aggiungeranno un commento con le loro letture per l’estate. Forse ci faranno un post. O forse ve le racconteranno al ritorno, a conti fatti.

Resta che ormai siamo vicini alla chiusura estiva. Lo so che state per mettervi a piangere al pensiero di non leggere i nostri articoli per un intero mese. Niente giri per la Milano che non si sa. Niente magliette a righe e orribili sandali di plastica da comprare. Niente gaffe, niente trentenne, niente film.

E allora la ciabattinasx vi lascia con dei libri. I libri sono una grande compagnia, una grande consolazione, vorrei dire un grande lascito se non fosse che la modestia delle mie proposte me lo impedisce.

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Io partirò con l’iPad, in cui si stagliano Il cardellino di Donna Tartt (di cui ho amato i due libri precedenti, e io sono una lettrice piuttosto fedele), Il figlio di Philipp Meyer e The Luminaires di Eleanor Catton, che ancora non esiste in italiano. Ovviamente ve li consiglio!

Per chi ha non ancora avuto modo di godersi i classici, o ha il coraggio di vedere che effetto gli fa leggere qualcosa che ha letto 20 anni fa, Proust, Dostoevskij, Tolstoj, Flaubert, Zola, Austen sono i primi nomi che mi vengono in mente. Alla ricerca del tempo perduto mi ricorda un’estate a Tropea, Tolstoj ha accompagnato una vacanza in montagna con un tempo che assomiglia al luglio di quest’anno; Dostoevskij era sempre montagna, Zola e Flaubert hanno preso la sabbia di Tirrenia, la Austen dei pomeriggi in Corsica… insomma che sia mare, montagna o campagna, quando finalmente il tempo si fa pigro la lettura di un libro senza tempo è quanto di meglio si possa desiderare.

Certo le librerie, come le sirene di Ulisse, sono piene di novità divertenti e leggere, di gialli mozzafiato, di romanzi stuzzicanti. Su questi evito di pronunciarmi, per ragioni professionali che ormai ben conoscete. Ma se avete un buon libraio o una buona libraia, loro vi guideranno nei meandri della produzione editoriale pre-vacanze.

Nel frattempo, soprattutto per quelli che vogliono approfondire la conoscenza dell’inglese (e non c’è altro modo se non la lettura per arricchire il vocabolario e acquisire una forma più sofisticata e più articolata), è appena uscita la long list del Man Booker Prize. In genere, il meglio della produzione in lingua inglese (che per fortuna vuol dire indiana, africana, americana e inglese) sta lì. O anzi qui

 

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JHoward Jacobson (Jonathan Cape)
Us, David Nicholls (Hodder & Stoughton)
The Dog,Joseph O’Neill (Fourth Estate)
Orfeo,Richard Powers (Atlantic Books)
How to be Both, Ali Smith (Hamish Hamilton)
Buona domenica, buona lettura e buone vacanze!
ps ciabattinasx e ciabattinadx continuano anche a partecipare a #TwPrimi, la riscrittura su Twitter di La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Seguiteci @MichiFuoriCampo

Svizzera da meditazione e i fiori di quando ero bambina

Domenica sono andata in gita in Val Roseg, una valle laterale dell’Engadina. Dovrei dire sono andata a fare un trek, ma per me, nonostante non sia più una ragazza o forse proprio per questo, la montagna è inestricabilmente legata alla mia infanzia, e a quei tempi e in casa mia si diceva andare in gita o andare a fare una gita.

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Ho detestato la montagna molto a lungo, per averla troppo frequentata in tenera e meno tenera età. Ma poi ci sono tornata, e ora ci torno volentieri. Anche per una sola giornata. Con tanto di risveglio all’alba (si fa per dire, alle sei del mattino di luglio il sole è già bell’e che sorto) e rientro in tarda serata. Con gli effetti benefici dell’aria fina, della distanza, del silenzio, della fatica fisica.

La gita di ieri, con il tempo bruttino ma non impraticabile, con i turisti rimasti nelle case o nello struscio del fondo valle, era stranamente perfetta: dopo aver lasciato gli abeti, i larici e i cirmoli, abbiamo cominciato a salire più seriamente, fino a trovare la neve, chiazze residue dell’inverno, sporche e poco poetiche. Nel silenzio, con di fronte il ghiacciaio del Bernina e le altre cime di montagne granitiche, mettendo un passo dietro l’altro con regolarità, l’orizzonte dentro di noi cambia: scompaiono i pensieri disordinati che normalmente affollano la mente, uno di seguito all’altro come le nuvole con il vento, ed emerge una coscienza di noi stessi, del presente, della grandezza del mondo intorno a noi. Cambiano le proporzioni. Come con la meditazione.

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E quello che era poetico erano i fiori. Tanti e di specie diverse. Se si escludono i papaveri, che hanno una certa stazza, i fiori di montagna sono piccoli. Si raggruppano a formare dei tappetini colorati sulle rocce, o si nascondono tra l’erba, per non farsi trovare dal vento e per raccogliere la pioggia senza annegare. Sono piccoli e ben piantati per terra, sono resistenti come si deve essere quando l’ambiente che ci circonda non ci è favorevole anzi.

Un bell’insegnamento, non vi pare?

ps grazie a Trekking Italia e a Virginio per l’accompagnamento, e l’insegnamento che le montagne dell’Engadina sono di granito!

 

 

Piccolo itinerario per i monumenti della Grande Guerra a Milano

Da circa sei mesi, per motivi professionali, sto assistendo al difficile lavorio in cui sono impegnati alcuni miei colleghi, con scarsità di mezzi e di forze (un po’ come successe con il 150° dell’Unità d’Italia), per preparare i festeggiamenti per la Prima Guerra Mondiale. Tali manifestazioni si svolgeranno, in realtà, su tutto il territorio nazionale, e dureranno per tutto l’anno, dalla ricorrenza dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno (1914) a Sarajevo (e che diede il via al conflitto con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia il 28 luglio dello stesso anno) fino alla discesa sul campo di battaglia del “sempre impreparato” esercito italiano il 24 maggio del 1915, con la rottura della Triplice Alleanza.

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l'attentato di Sarajevo

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l’attentato di Sarajevo

Questo per l’inquadramento dei fatti, per i rimandi storici vi invito a clickare i links in blu. Ora passo alle mie osservazioni che appariranno per molti versi un po’ elementari, ma ve le porgo così, apertis verbis. Ma secondo voi, che c’è da festeggiare nel ricordare un conflitto che ha fatto sul vecchio continente più di 16 milioni di morti? Mi viene da dire… nulla, ma rileggendo la storia degli italiani…dico tanto, anzi tantissimo: la Grande Guerra rappesentò l’ultimo anello delle Guerre d’Indipendenza, che tanta parte ebbero nel costituire il carattere, nel bene e nel male , degli italiani. Garantì infatti la vera unità d’Italia, attraverso l’annessione del Trentino, e della Venezia-Giulia (popolazioni civili che più pagarono per l’avvio delle ostilità, insieme ai veneti, prima e dopo la guerra, persino dopo il secondo conflitto!) e soprattutto diede l’opportunità a tanti italiani (di sesso maschile), di incontrarsi, di confrontarsi e di parlare per la prima volta uno stesso idioma, l’italiano!

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

Chi tornò, sentì rafforzato il suo amor patrio, oltre che appesantito dell’immancabile, ma postumo, titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Le donne, di contro, per la prima volta, assaggiarono le prime pillole di emancipazione, poiché lo sforzo della produzione bellica industriale fu affidato a loro, impegnate com’erano, oltre che come madri, anche come operaie, al posto dei loro mariti al fronte. Ciò li caricò della doppia responsabilità verso la famiglia e verso la patria: ma con i doveri giunsero ben presto anche le prime rivendicazioni di pari diritti! Ma la verità più pesante è scritta nei diari e nei racconti di guerra: si descrive questo conflitto come una carneficina inutile, fatta di lunghi inverni tra le trincee del Carso e delle Dolomiti, con soldati mal equipaggiati, spesso destinati a umiliazioni e sconfitte memorabili (Caporetto è divenuto sinonimo di “rotta vergognosa”), obbligati a subire qualsiasi tipo di angheria da “bambinoni” (ricordiamo che i ragazzi del ’99 erano pronti per la leva già a 16 anni!), da parte di altri ragazzotti viziati, arruolati come ufficiali solo in nome del fatto di appartenere al rango nobiliare, e purtroppo non in ultimo, necessariamente divenuti carne da macello durante infruttuosi assalti alla baionetta fuori dalle linee.

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l'immancabile propaganda patriottica

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l’immancabile propaganda patriottica

Milano era lontana dalle linee nemiche, ma contribuì in maniera non indifferente col proprio apporto di uomini e di forza lavoro (ricordiamo che il grosso delle industrie pesanti si trovava in un triangolo di poche centinaia di chilometri tra Milano, Torino e Genova). Ma cosa è rimasto in città a ricordo di quella “Grande Guerra”? Provate a fare un giro con noi, visitando:

1) Monumento ai ferrovieri caduti alla Stazione Centrale: al lato del binario n. 21, una installazione in marmo eseguita da Guglielmo Beretta, e posta a muro nel 1921 ricorda gli impiegati delle FF. SS, caduti durante lo svolgimento delle proprie mansioni in zona di guerra.

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

2) Via Ragazzi del ’99: abbiamo citato l’esempio dei ragazzi del ’99 che la nostra città ha giustamente voluto ricordare con una via, laddove ancora è sopravvissuto un piccolo lembo di vecchia Milano, tra la Piazza S. Fedele e la Via Hoepli, sopravvissuto agli sventramenti imposti dal regime fascista alla nostra città.

3) Tempio della Vittoria o sacrario dei caduti nella Prima Guerra Mondiale presso S. Ambrogio, lato L.go Gemelli: ideato per essere collocato nella fascista Piazza Fiume (poi divenuta della Repubblica). Finisce per essere realizzato sul luogo dove sono sepolti i primi martiri cristiani, presso S. Ambrogio. L’idea nasce da una serie di concorsi pubblici tenutosi tra il 1924 e il ’26, senza vincitori. Infine viene richiesta all’arch. Muzio (l’ideatore della ‘Ca Brutta) un’idea: si fa strada l’ipotesi del sacro recinto realizzato in marmo bianco, ispirato al Mausoleo di Teodorico a Ravenna, a pianta ottagonale. Ben presto l’idea si trasforma in progetto e Muzio, affinché l’opera fosse corale, chiama nella realizzazione altri architetti del gruppo novecentista, quali Alpago-Novello, Buzzi, Cabiati, Ponti e alcuni scultori quali Wildt per la statua di S. Ambrogio sulla facciata, Saponaro, Andreotti e Maraini, Griselli, Lombardi, Castiglioni, Supino, Maiocchi ed altri. Iniziato a costruire nel 1926, dopo l’abbattimento delle case dei canonici a nord della Basilica, il 4 novembre del 1928 il Monumento viene inaugurato, anche se non completato, alla presenza del Maresciallo Diaz, già comandante della vittoria dell’Esercito Italiano. Nella cripta alcune tavole di bronzo riportano i nomi di 10.000 milanesi caduti in guerra. Viene gravemente danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e poi ricostruito. Vengono aggiunte successivamente due fontane.

Cartolina d'epoca che ritrae il Tempio ai caduti presso S. Ambrogio.

Cartolina d’epoca che ritrae il Tempio della Vittoria presso S. Ambrogio.

4) Monumento ai caduti di Porta Romana Via Tiraboschi/ Via Papi: in realtà fu inaugurato come Monumento ai caduti dell’incursione austriaca. Infatti ricorda il primo bombardamento aereo sulla città, durante la I Guerra Mondiale: il 14 febbraio 1916, alla fine della giornata, si contano 13 morti e 40 feriti proprio tra Via Tiraboschi e Piazza Buozzi, in prossimità dello stazione di Porta Romana, importante scalo ferroviario industriale. In ricordo di questo episodio verrà innalzato il 24 giugno 1923 il monumento “Ai caduti di Porta Romana” (realizzato da Enrico Saroldi). L’opera raffigura un soldato romano e un milite del Carroccio (due figure storiche che avevano lottato contro i Tedeschi) mentre sorreggono una vittima. L’uomo che si accascia dovrebbe ricordare l’eroe di guerra Giordano Ottolini.  A causa della postura dei tre protagonisti, i vecchi milanesi avevano ribattezzato il luogo “ai tri ciucc” (ai tre ubriachi). Il basamento riporta i nomi dei morti per l’incursione aerea del 14 febbraio 1916 e quelli dei 573 residenti del Rione di Porta Romana caduti in guerra.

Cartolina d'epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o "Tri ciuc")

Cartolina d’epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o “Tri ciuc”)

Figuracce e cantonate: chi è senza peccato scagli la prima gaffe

“Pezo il tacòn del buso”: mia nonna triestina lo diceva sempre… “peggio la toppa del buco”. Massima da applicare quando ti capita di fare una figuraccia di quelle brutte, ed è meglio “glissare”, lasciar andare, piuttosto che ricamarci sopra, col rischio che la parte lesa si offenda ancora di più. Io devo ammettere di essere una fuoriclasse, che ai campionati delle gaffe si è sempre meritata delle signore medaglie (mai però come il Berlusca…). E devo aggiungere che tutto sommato mi fanno ridere parecchio, pur amaramente imbarazzante che sia la situazione. Oggi parlo di gaffe & affini perché 8 scrittori italiani D.O.C. hanno di recente firmato “Figuracce”, un’autentica antologia sul genere pubblicata da Einaudi, la cui prefazione è stata approntata nientepopodimeno che da Niccolò Ammaniti.

Niccolò Ammaniti, ha scritto la prefazione del libro "Figuracce"

Niccolò Ammaniti, ha scritto la prefazione del libro “Figuracce”

In un articolo de La Repubblica ho trovato alcuni stralci di questa prefazione, tra cui la condivisibile affermazione “La vita è uno slalom tra le gaffe”. In rete non sono mancate le critiche di qualche giornalista che non sentiva la mancanza di un’opera così, uno ha affermato “a noi ce ne frega qualcosa?”. Sono certa che non sia un capolavoro e che non diventerà un grande classico, ma devo dire che invece a me il tema stuzzica. Perché amo, adoro ridere (sapete che ridere, secondo dei ricercatori, non solo stimola le endorfine che aiutano anche l’umore, ma contribuisce a rilassarsi, è un alleato contro le malattie cardiache, incoraggia la creatività, mantiene giovani. Insomma è come la telefonata con Telecom: allunga la vita!)

Le Memorabili Gaffe di Mike Bongiorno. Un vero campione. Ammaniti racconta al giornalista de La Repubblica che una volta in Giappone ha bevuto da una grande ciotola piena di tè per lavarsi le mani, scioccando tutti i commensali… Io ne ho riso parecchio! Perché rido anche quando faccio io le figuracce (cercando tuttavia di seguire il consiglio nonnesco, evitando cioè di metterci una toppa, di giustificarmi…). Sarà colpa del mio lavoro, ho sempre paroleparoleparole in testa e immediate associazioni di idee, così, presentando una persona perbenissimo e dolcissima dell’agenzia in cui lavoravo ere geologiche fa, che purtroppo aveva un solo braccio, l’ho definito “ il braccio destro di…” e un’altra volta gli ho domandato alla fotocopiatrice se volesse una mano. Ricordo poi un evento che raccontai anche in radio a un programma molto simile a Il Ruggito del Coniglio della RAI, condotto da Charlie Gnocchi: ero a pranzo con l’intera famiglia, bimbi compresi, di un cliente. Ero stata a mangiar tartufo nelle Langhe e mi chiesero quanto costasse allora una “grattata”. Risposi una cifra per me altissima ma forse per loro no, tanto che vedendo le loro facce tipo “buh, non è granchè” mi affrettai a dire, facendo la brillante (ancora con la parola “grattata” in testa): “beh, se uno se la vuole far grattare, che se la faccia anche grattare”. La loro perplessità non fu nulla rispetto al mio desiderio di sprofondare fino alla Cina.

Ecco come volevo fare dopo quella gaffe (photo: ‪ilquotidianoinclasse.corriere.it)

Ecco come volevo fare dopo quella gaffe (photo: ‪ilquotidianoinclasse.corriere.it)

E proprio in tema, quando arrivò a scuola in terza liceo una nuova compagna che timidamente mi passò un bigliettino dove aveva scritto “TUFUMI”…? Lo presi per un gioco di parole intellettualeggiante, con riferimenti all’ideologia cinese dell’epoca, e le risposi per scritto, credendo di essere all’altezza, con un assurdo “TUFUCHÌ!”. In realtà mi chiedeva semplicemente una sigaretta e, pensando la volessi prendere in giro, non mi parlò per molto… però siamo ancora amiche e forse oggi leggerà questo aneddoto…

Le gaffe del Berlusca, vero imbarazzo "worldwide"

Le gaffe del Berlusca, vero imbarazzo “worldwide”

E ora a voi: avete voglia di raccontarci le vostre figuracce?? Anche solo per far fede a un proverbio da me coniato fresco fresco: mal comune, mezza gaffe.

Cosa comprare ai saldi: dopo aver ascoltato consigli e regole, comprate quello che vi piace!

E’ luglio (anche se non sembra, guardando fuori dalla finestra) e sono cominciati i saldi. Quale argomento migliore per un pezzo fashion?

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Il mio primo ricordo dei saldi è da bambina, su Topolino. Secondo me i saldi non c’erano a quei tempi, in Italia, o forse essendo io una bambina erano fuori dal mio orizzonte. Ma su Topolino i saldi c’erano, e comportavano una folla oceanica che si ammassava davanti a un negozio molto prima dell’apertura, e poi signore che si strappavano gli acquisti e poi i capelli, e cartelli con scritto “1 $”. Una cosa magica e fantastica, per cui immaginatevi la delusione di fronte ai saldi veri!


Ma passato lo choc iniziale, i saldi ora mi piacciono un sacco.

Pur apprezzando tutti i consigli e i trucchi che vengono proposti da Grazia.it, Marie Claire, Pianeta Donna e molti altri, io vado ai saldi impreparata. Ma entusiasta.

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Come avrete capito leggendo questo blog, questa sezione del blog in particolare, amo la moda ma non sono una patita dello shopping. Mi piace molto immaginare di fare shopping, ma in genere non ne trovo il tempo e mi stanco subito e ho sempre qualcosa d’altro da fare.

Lo shopping di saldi però mi piace. Mi piace nel suo aspetto ludico.

Mi diverte fare un affare se ci riesco, ma soprattutto mi piace andare in giro per i negozi, anche quelli delle catene tipo Zara e Cos e & Other Stories e Muji, e guardarmi tutto quello che vendono sapendo che me lo potrei o me lo potrò permettere senza andare in rovina. Mi piace rovistare nei mucchi di pantaloni che sono ammassati su un bancone per vedere se c’è la mia taglia. Mi piace passare in rassegna tutte le gonne che sono rimaste per scoprire quella un po’ nascosta ma che è la più bella di tutte. Mi piace provarmi dei vestiti che sono l’antitesi del mio stile, per vedere l’effetto che fanno. Mi piace frugare tra i saldi dei saldi, i “tutto a 9.99″ e simili; in genere ho un buon fiuto (che non so da dove mi venga, perché proprio io e gli affari siamo due pianeti di due universi così paralleli che non si incontreranno mai, neanche con tutta la buona volontà del fu Andreotti) e se c’è qualcosa che vale lo vedo subito.

Insomma c’è un senso di lasciarsi andare, di concedersi quello che normalmente non ci si concederebbe, quasi di vacanza. Si, vuol dire che alle spalle si ha un’educazione calvinista e una mentalità prima risparmio e guadagno e poi spendo che fa impazzire le società di carte di credito, ma così è.

E ora dopo tutte queste belle considerazioni teoriche veniamo alla pratica. Che cosa ho comprato ai saldi quest’estate? Beh, una maglietta bianca e una gonna nera…

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Ma datemi ancora una chance. I saldi sono appena cominciati… appuntamento alla prossima settimana!

Pasolini a Milano

Era tanto tempo che volevo dedicare un pensiero a Pier Paolo Pasolini, o meglio al suo rapporto con Milano. Per questo prendo le mosse da due riflessioni: una che discende dalla recente mostra, presentata nei locali al pian terreno del Museo del Risorgimento, intitolata La Nebbiosa; l’altra che prende le mosse dal film Teorema, unica e autentica testimonianza cinematografica del grande intellettuale sulla Milano degli anni ‘60.

Didascalia di presentazione all'ingresso della mostra su "la Nebbiosa".

Didascalia di presentazione all’ingresso della mostra su “la Nebbiosa” (foto di Robert Ribaudo).

La Nebbiosa è il titolo dalla sceneggiatura, scritta da Pier Paolo Pasolini nel 1959, che avrebbe dovuto diventare un film; il progetto allora non andò in porto e il testo rimase inedito fino alla sua pubblicazione per il Saggiatore nel 2013. Ma è il sottotitolo della stessa mostra, essenzialmente fotografica, che mi ha fatto riflettere sul rapporto tra il regista friulano, romano d’adozione, e la nostra città: “lo sguardo di Pasolini su una Milano ormai scomparsa”. Lo scrittore era, insomma, giunto alla conclusione che lo sviluppo industriale del dopoguerra, così repentino, alterando gli equilibri sociali e del paesaggio urbano, avrebbe inevitabilmente creato scompensi , che profeticamente si manifestarono da lì a poco, dal 1968 alla fine degli anni ’70. Un popolo di contadini era stato sbalzato sul palcoscenico della più sviluppata città d’Italia, i piccoli borghesi, arricchiti troppo velocemente, avevano spesso dimenticato le loro origini, anche sociali, atteggiandosi a gran signori di lusso vestiti. Ma in questo panorama si muovono anche talenti e si intravedono progressi culturali, economici e industriali, un acquario in cui a tutti è promessa una possibilità di riscatto, in cui si scorge la capacità di accogliere persone e idee diverse, anche con lo spirito di generosità che ha sempre contraddistinto la nostra città, almeno sino all’ondata di egoismo sociale degli anni ’80. E’ il motore d’Italia per i movimenti d’avanguardia, non solo nella storia dell’arte e del pensiero ma anche nello sviluppo sociale e culturale.

Il manifesto della mostra al Museo del Risorgimento

Il manifesto della mostra al Museo del Risorgimento

Pensata per ripercorrere idealmente il passaggio dello scrittore a Milano in occasione della stesura de La Nebbiosa, la rassegna traccia un ipotetico reportage sui possibili luoghi dove girare questo film mai realizzato, testimonianza di come vide e testimoniò, la nostra città, Pasolini in quegli anni: la Milano piena di ombre e luci del boom, dei grattacieli e delle nuove periferie, una sorta di contraltare meneghino alla Roma di Accattone. Obiettivo dei curatori è immaginare e rappresentare in mostra quali avrebbero potuto essere i luoghi e i volti di questo film mai girato, attingendo a scatti d’epoca di maestri come Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Federico Garolla e altri nomi della fotografia italiana d’autore. Alle fotografie si accompagnano testi scelti de La Nebbiosa. Il visitatore può immaginare come lo storyboard pensato da Pier Paolo Pasolini per il suo film: Metanopoli, la città ideale progettata da Enrico Mattei; i nuovi grattacieli Galfa e Pirelli, costellati di luce; le periferie dove cascine e alberi affiancano le nuove costruzioni, i quartieri oltre il naviglio con le rovine e le case sventrate. E’ insomma un ulteriore documento della Milano che crea e distrugge. La seconda parte della mostra, intitolata ‘Lo sguardo dei milanesi fa rivivere una Milano ormai scomparsa’: è un omaggio alla città del dopoguerra e a tutti coloro che la videro ai tempi di Pasolini e la immortalarono attraverso le proprie immagini fotografiche.

L’ultima riflessione arriva invece direttamente da un film che invece a Milano fu realmente girato: Teorema. E’ inutile dilungarsi sulla trama, che potete leggere su qualsiasi manuale di cinema italiano. Quello che mi interessa qui evidenziare sono i luoghi della ripresa e in particolare due, quelli che hanno subito le maggiori trasformazioni: il liceo classico Parini, paradigma della scuola della futura classe dirigente del paese, e le autolinee di Viale Bligny, che per ironia della sorte, diventa il vuoto urbano su cui si sono costruiti in questi ultimi anni, le più recenti addizioni dell’Università Bocconi, per antonomasia, l’ateneo di riferimento della finanza italiana.

Il Liceo Parini (fotogramma tratto dal fim Teorema, 1968)

Il Liceo Parini (fotogramma tratto dal fim Teorema, 1968)

Il primo, è simbolicamente la scuola frequentata da Pietro, il figlio della famiglia protagonista del film. Costruito sull’antica area del convento agostiniano di S. Marco, nei pochi fotogrammi, in cui compare ha l’angolo Via Goito/Via S. Marco ancora vuoto: compare solo l’austera mole fascista e i corpi restrostanti affacciati su un cortile che sarà quasi del tutto saturato dal blocco rosso degli anni 70. Il Naviglio di S. Marco è già stato coperto e le auto scorazzano sull’area fino a qualche anno prima occupata dal laghetto. Il secondo luogo, è il capolinea delle autocorriere di Porta Lodovica, all’angolo tra Viale Bligny e Via Rontgen: la cinepresa, lontana da luoghi più ameni o lussuosi della famiglia, sta seguendo la serva, Emilia che si accinge a prendere un bus. Qui fin dagli anni Trenta del ‘900, vi era una stazione organizzata con una lunga pensilina, sul luogo di un soppresso Gamba de Legn, per le autocorriere dirette in alcune località suburbane a sud e per Pavia.

Grafton Architects, Università Bocconi, Via Rontgen (foto di Robert Ribaudo)

Grafton Architects, Università Bocconi, Via Rontgen (foto di Robert Ribaudo)

Dal 2008, davanti ai palazzoni della Via Toniolo, immortalati dalla pellicola e che incombevano sull’area in oggetto, sorge il nuovo padiglione della Bocconi, realizzato da Grafton Architects. Oggi ospita inoltre una interessante collezione d’arte, arricchita di opere moderne che giganteggiano negli atri e negli spazi comuni.

 

 

 

Il diritto all’oblio, Google, la memoria, l’identità, la storia. E un paio di libri

Ho letto ieri su Sette un articolo che mi è piaciuto molto, non solo perché era intelligente e ben scritto, ma anche perché ha dato il via ad una serie di pensieri che sono contenta si siano svolti nella mia mente e che voglio condividere con chi mi legge.

L’articolo è di Roberto Cotroneo, e s’intitola “Il diritto all’oblio è sacrosanto, ma fa paura”, e commenta la richiesta che migliaia di persone stanno facendo a Google, di cancellare i loro profili.

Non voglio discutere il discutibile diritto che Google si arroga di decidere se cancellare o no il profilo, bilanciando, così dice, il diritto alla privacy e il diritto all’informazione.

Penso piuttosto alle conseguenze del decidere di cancellare una parte di sè. Abbiamo tutti qualcosa che vorremmo non avere mai fatto o qualcosa di cui proviamo vergogna ancora dopo molti anni; abbiamo stracciato lettere e diari, gettato fotografie e cose che ritenevamo compromettenti. Nel farlo e per farlo siamo venuti a patti con il nostro passato, l’abbiamo elaborato, ce ne siamo allontanati. E sappiamo molto bene che, diari bruciati oppure no, quel passato è rimasto con noi, e ci conviviamo bene solo che abbiamo raggiunto un qualche accordo, strettamente personale, tra i noi stessi che eravamo e quelli che siamo. Ed è anche un processo, che continua fin tanto che siamo qui.

Mi rendo conto che probabilmente chi vuole cancellare il proprio profilo da Google ha un problema di reputazione e di immagine pubblica.

Ma non c’è così tanta differenza. Come dice giustamente Cotroneo, citando anche Milan Kundera (e Il libro del riso e dell’oblio, che però non ho letto), la nostra identità è costruita sulla memoria, la nostra storia è fatta di memorie, e non si può cancellare impunemente.978880621955GRA Unknown

Mi viene in mente il romanzo Le correzioni, di Jonathan Franzen. L’ho letto appena se ne era cominciato a parlare, era stato un fenomeno in America, e lo era davvero. Avevo trovato geniale portare alla luce questo bisogno tutto umano e forse anche tutto contemporaneo di correggere, di non riuscire a sopportare il passato con i suoi sbagli che in fondo sono esperienze, di non riuscire neppure a immaginare un futuro senza aver corretto gli sbagli del passato.

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E poi c’è un’altra cosa, a cui accenna Cotroneo e che si ritrova secondo me meravigliosamente espressa nel bellissimo Il senso di una fine di Julian Barnes. La memoria non è per nulla precisa, anzi. E’ una costruzione che seleziona e riseleziona e riordina e modifica e cumula. Il mettere delle parti di sé in pubblico, come facciamo con Facebook e con i blog e anche con Twitter, apparentemente ci aiuta nel processo di formazione della nostra personale storia. Ma anche con tutti questi strumenti l’oblio fa il suo lavoro sotterraneo e caparbio. Lo vogliamo davvero dare in pasto a Google?

Non so cosa ne pensiate delle discussioni in corso sul tema. Ma qualunque cosa sia, leggete Franzen e Barnes, non ve ne pentirete.

Buon sabato e buona lettura!