Ecco i “piccoli” sistemi per essere in grandissima forma

Perché tempo fa ho lanciato la rubrica “Trendenze”? Perché è fantastico parlarne, se lo scenario è quello di Milano che di trend ne butta fuori a decine ogni settimana: non sono tanto le tendenze, quanto la sfrenata fantasia di chi le architetta a colpirmi e affondarmi! E allora parliamo subito di qualcosa di grande nel suo piccolo: da qualche tempo in centro città è trendy allenarsi in uno studio, la versione più compatta e aggiornata delle grandi palestre (a parte le blasonatissime che vanno ancora, non solo per la qualità ma ANCHE perché sono luoghi di aggregazione).

I tempi del PRIMO lancio dell'aerobica e relative palestre sono archeologia industriale rispetto ai nuovi studi!

I tempi del PRIMO lancio dell’aerobica e relative palestre sono archeologia industriale rispetto ai nuovi studi! (Però che bella Jane Fonda!)

Oggi in effetti si tanno moltiplicando “studi” dalle dimensioni ridotte ma che promettono un’alta specializzazione, anche in virtù del fatto che si basano in generale sulle logiche del personal training. Allenamenti su misura, attrezzi q.b., più la consulenza di allenatori esperti… In poco spazio c’è tutto, anche il vantaggio, per chi non ha la forza economica di un super network di palestre, di poter aprire uno spazio visti gli impossibili costi d’affitto milanesi.

Ma ora lasciatemi passare agli effetti speciali perché già solo nel mio piccolissimo ho tre posti da raccontarvi, tutti diversissimi nella loro offerta. In via Moscova c’è il T2 Training Studio: uno spazio dalle misure contenute, con un arredo minimal ma 100% di design, dove il personal Trainer Federale Domenico Consolazio propone un metodo concreto (la T sta per True, vero!) e altamente personalizzato, basato su un mix funzionale di varie tecniche efficaci, tutte volte a rispettare le potenzialità della persona. Le attrezzature sono supercontemporanee… per citarne un paio, il vogatore che ritrovate “paro paro” nello splendido serial “House of cards” e che consente al vicepresidente Underwood-Kevin Spacey di tenersi in forma.

Eccomi allo studio T2 alle prese con il vogatore che ritrovate più sotto tra le mani di Kevin Spacey

Eccomi allo studio T2 alle prese con il vogatore che ritrovate più sotto tra le mani di Kevin Spacey

Da uno studio fitness  di Milano, direttamente a House of Cards

Da uno studio fitness di Milano, direttamente a House of Cards

E diciamolo:  Domenico del T2 Studio più di tutti ha le physique du rôle al vogatore!

E diciamolo: Domenico del T2 Studio più di tutti ha le physique du rôle al vogatore!

 

E anche il gettonatissimo TRX® Suspension Trainer, nato da un’idea dei marines che si avvalevano delle corde del paracadute per allenarsi ognidove! Il TRX© permette un allenamento in sospensione di tipo funzionale che utilizza come carico il peso corporeo, lavorando in una volta sola più distretti muscolari (addominali, i cosiddetti muscoli core, e poi pettorali, dorso, gambe…).

Anche in piccolo spazio, uno strumento per un allenamento maxi

Anche in piccolo spazio, uno strumento per un allenamento maxi

 

Che posso dirvi, io mi alleno qui con Domenico da tanto, e ne sono ben soddisfatta.

E ora passo un’esperienza fatta in missione per conto di Ciabattine! Ho provato in piazza V Giornate la cosiddetta “palestra del futuro”: si chiama Urban Fitness e in uno spazio minimo promette di rimettersi in forma senza gran fatica e in soli 20 minuti alla settimana. Non sapete quanto mi sia divertita a ricoprire il ruolo di Lara Croft! Lo vedete dalle foto: per allenarsi bisogna mettersi una tuta superslim e indossare un'”armatura” da cavaliere del futuro.

Ciabattinadx pronta per Tomb Raider!

Ciabattinadx praticamente pronta per Tomb Raider!

Lara Croft o Ciabattinadx (magari!!)??

Lara Croft o Ciabattinadx (magari!!)??

 

A questo punto ti mettono sul”guscio hi-tech” gli strumenti per la stimolazione muscolare. Così mentre fai gli esercizi, gli elettrostimolatori ti mollano le loro scariche (che non sono mai piacevolissime): si dice che lavorino insieme 8 gruppi muscolari, per un tot di 300 piccoli e grandi muscoli. Un personal trainer ti indica gli esercizi mentre segui varie istruzioni personalizzate sul display di una consolle che mi ricordava i telefilm degli UFO (con Straker, ricordate??) della mia infanzia.

Si parte con l'allenamento mentre gli elettrostimolatori partono a loro volta con le scariche...

Si parte con l’allenamento mentre gli elettrostimolatori partono a loro volta con le scariche…

ecco la consolle stile la serie tv Ufo Shado!

ecco la consolle stile la serie tv Ufo Shado!

Effettivamente è un fitness molto urban, perché risponde alla necessità di concentrare al massimo il tempo dell’allenamento per gli indaffaratissimi cittadini… ma un po’ di tempo, qualche pausa allenante da dedicarsi durante la settimana, no…?

Last but not least, la bicicletta, tanti km in pochissimi metri! In Corso di Porta Vittoria hanno aperto il ProCycleStudio, dedicato solo e unicamente all’indoor cycling (ma non si chiamava spinning??).

Questo è il nuovo  spazio compatto dedicato alla pedalata indoor

Questo è il nuovo spazio compatto dedicato alla pedalata indoor

Comunque, in uno spazio mini il tipo di allenamento associa alla bicicletta computerizzata di ultima generazione una tecnologia 3D nella visualizzazione della “corsa”, insomma pedali di fronte a uno scenario virtuale proiettato su uno schermo. Una mia carissima amica direbbe “it’s not my cup of tea”: non è la mia tazza di tè, o meglio, il mio tipo di fitness, perché, non si offenderà nessuno spero, pur non avendo provato di persona, in questo piccolo posto ho avuto un po’ il senso del criceto che suda suda suda pedalando sulla sua ruotina. Morale? Non c’è niente di più allenante che correre da uno di questi studi all’altro in missione per voi!

Soggiorno letterario con schiacciata toscana e autore cuneese

Sì, lo so che vi mancava la Milanese sui libri e anche la donna fortunata che con i libri e gli autori lavora.

Per cui, eccomi tornata!

Con il racconto del Soggiorno Letterario a cui ho partecipato giovedì scorso. Il Soggiorno (guai se dite Salotto, vi buttano letteralmente fuori!) Letterario è un invenzione di tre fantastiche ragazze, Annarita Briganti, Gabriella Grasso e Alessandra Tedesco (in rigoroso ordine alfabetico), che ospitano a casa di una delle tre uno scrittore.

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L’ospite era Raffaele Riba, in diretta da Cuneo, ed eravamo in tanti, perché ognuno degli invitati portava un suo + 1. Con me c’era Silvia Dell’Amore di Finzioni. Come sempre prima di cominciare avevamo un ricco buffet, ma non potete immaginare la mia gioia quando ho visto una mano che affettava una splendida schiacciata toscana, bella soda e bella unta. Godimento supremo! Se amate il genere, ma lo amate davvero, sapete che nessuna focaccia milanese, per quanto decantata e fatta con amore, può competere con la schiacciata toscana!

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E dunque una volta rifocillati, circondiamo l’autore che ha preso posto nella “poltrona dello scrittore” e cominciano le domande. Il libro si chiama Un giorno per disfare, Alessandra ne racconta la trama, e molto presto la discussione si anima intorno al tema della nostra evoluzione, e soprattutto se non abbiamo esagerato e grazie alla nostra capacità di astrazione abbiamo costruito un mondo che non è più a nostra misura e con cui non ci sappiamo più misurare. I partecipanti fanno a gara per dire il loro pensiero oltre che fare domande, tanto che a un certo punto devono essere richiamati all’ordine per rientrare “nel libro”. L’autore è soave. Ha un modo così semplice, così disarmante, di rispondere. Pur incalzato, provocato, punzecchiato, resta tranquillo, come uno che, lo dice lui stesso, sì, ha trovato “il suo posto nel mondo”.

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E il libro è bello. Io l’avevo letto prima, e avevo trovato affascinante metterci dentro così prepotentemente l’etologia, la necessità riproduttiva delle specie e il “vicolo cieco evolutivo”. Raffaele confessa di essere un perito chimico, di avere vissuto, durante gli anni dell’università, con un ragazzo che studiava biologia mentre lui studiava letteratura, e che non avendo soldi per uscire restavano a casa a discutere. Ed ecco, nella pulizia ed onestà del suo racconto mi sono ricordata di Lemaitre. Il vincitore del premio Goncourt che dice che lo scrittore è un artigiano, che non c’è l’ispirazione trascendente ma la fatica quotidiana di trovare le parole, di costruire i personaggi, di dare svolgimento alla storia. Mentre bevevamo un bicchiere, prima dell’inizio del Soggiorno, mi ha raccontato di quando leggeva libri di esordienti, per lavoro. Me lo ha raccontato con tanto rispetto per le fatiche altrui; credo sia questo che mi ha colpito, e che qualche giorno dopo mi ha fatto pensare a Lemaitre.

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Che dirvi alla fine? Buon martedì e buona lettura!

 

QUANDO A MILANO LA MAMMA TI MANDAVA A PRENDERE IL LATTE (MA ANCHE LA SPESA!)

Se agli inizi degli anni ’60 una famosissima canzone di Gianni Morandi recitava “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, si può ben capire come le latterie e i negozi al dettaglio costituissero il capillarissimo tessuto di cui si animavano i quartieri cittadini. Le persone che vi abitavano si conoscevano tutte, spesso si stringevano in sorprendenti gare di solidarietà per far fronte a certi deficit familiari e tanto da mandare in serenità i bambini a giocare in strada o più utilitaristicamente per sguinzagliarli in piccole commissioni nelle vie più prossime al proprio condominio. Questi cominciavano a punteggiare insieme alle vecchie abitazioni la nostra città, tanto presa dal boom economico e dalla propria espansione in larghezza e in altezza, e negozi e botteghe artigiane completavano un modo di vivere naturale in cui nel quartiere non solo si viveva, ma si produceva, si lavorava e si commerciava. Questo preambolo illustra un po’ sommariamente come fino agli anni ’80/’90, Milano abbia ospitato un commercio al minuto molto fiorente. La piccola distribuzione garantiva non solo derrate alimentari e generi di prima necessità per la vita quotidiana ma arricchiva i quartieri di caratteristica umanità, garantiva all’intero abitato quella rete e quel supporto tale da non farti sentire estraneo nel quartiere in cui si abitava. Oggi nessuno di noi genitori manderebbe i figli a fare la spesa dal droghiere, dal fruttivendolo, dal macellaio o tanto meno in latteria sotto casa, per il semplice fatto che non esistono più. Nessun bambino può più avventurarsi nella più vicina ferramenta per fare i primi esperimenti di bricolage o di giocattoli generati in autocostruzione. Per fare tutto ciò è necessario salire sull’auto dei propri genitori per raggiungere il centro commerciale più vicino, se proprio non si ha la fortuna di avere un supermercato o un punto vendita abbastanza rifornito per trovare nello stesso luogo tutto quello che testè ho menzionato.

Milano degli anni '70: i tram sferragliano davanti alle vetrine dei marchi della grande distribuzione di allora.

Milano degli anni ’70: i tram sferragliano davanti alle vetrine dei marchi della grande distribuzione di allora.

Credo che, a ragion veduta, si possa affermare che nessuno dei nostri ragazzi abbia idea di come vivessero i propri genitori e tanto meno come fosse la propria città soltanto trent’anni fa poiché i cambiamenti del tessuto sociale e commerciale sono stati repentini e traumatici. Oggi quelle antiche botteghe sono talmente rare e uniche da doverle salvaguardare e tali da costringere il Comune di Milano o la Regione a etichettarle come “storiche”. Dal sito del Comune, che ha istituito un Albo per quelle con più di 50 anni, si legge che ciò è stato fatto con “l’obiettivo di tutelare e difendere quelle attività commerciali ed artigiane aventi un forte radicamento urbano tale da conferire valenza di bene culturale e a rischio d’estinzione”. Vi rendete ben conto da questa ultima frase come la prospettiva sia cambiata, dovendo ricorrere alla dicitura di bene culturale solo per salvare una tradizionale attività commerciale, quasi si trattasse di un museo o di una traccia del passato o più realisticamente di un bene in pericolo. Il Comune ne ha individuato ad oggi ben più di 300; sarebbe troppo lungo indicarvele tutte ma se siete interessati potete visitare la pagina di cui vi parlavo.

L'ottica Chierichetti in Corso di Porta Romana, allora come oggi.

L’Ottica Chierichetti in Corso di Porta Romana, allora come oggi. (photo archivio Chierichetti)

Qualcuno lo abbiamo visitato anche noi durante le nostre passeggiate, come nel caso dell’Ottica Chierichetti che con le sue foto d’epoca ha dato il via alla nostra fortunata serie della Milano che crea e distrugge; altre, pur non esistendo più, le abbiamo citate per dovere di cronaca per illustrare angoli di Milano cari ai lettori più anziani, come nel caso della pasticceria Motta. Altre ancora sono state oggetto di concorsi fotografici come quello proposto qualche tempo fa dal Corriere della Sera o quello promosso recentemente dalla Regione Lombardia in cui il negozio datatissimo deve essere oggetto di un modernissimo selfie! Tra le più antiche botteghe storiche cittadine non si può non citare la farmacia Ponte Seveso di via Schiaparelli, la cui apertura risale al 1888, o l’Antica Osteria del Ronchettino risalente agli anni ‘30, in via Lelio Basso; e ancora la storica Cartoleria Venezia, in Corso Venezia, i cui gli arredi sono inalterati dal 1936. Sì, anche gli arredi ci parlano della categoria merceologica esposta o di come avveniva il commercio al dettaglio. Ad esempio alcune vetrine altrettanto vecchie, in alcuni angoli storici di Milano, non hanno conservato lo stesso sapore all’interno, come la Farmacia Foglia, all’angolo tra Porta Romana e Via S. Sofia.

L'angolo che ospita la Farmacia Foglia di Porta Romana, oggi (foto di Robert Ribaudo)

L’angolo che ospita la Farmacia Foglia di Porta Romana, oggi (foto di Robert Ribaudo)

Ma qui più di ogni altro esercizio la mia personalissima segnalazione va all’Antica Trattoria Bagutto, un’antica osteria in fondo a Via Mecenate, nella località nota come Ponte Lambro, al limitare della città, proprio accanto all’ospedale cardiologico Monzino. Si tratta del ristorante più antico d’Italia e del secondo in Europa, dopo lo Stiftskeller St. Peter di Salisburgo. il suo nome compare in un documento di scambio di beni immobili datato al 1284. La sua collocazione, al quarto miglio della strada Paullese (via che collega da tempo immemore Milano a Cremona), nei pressi del Lambro, fa pensare che fosse già attivo in epoca romana.

L'antica osteria Il Bagutto ritratta in un vecchio dipinto, riprodotto sul menù di oggi

L’antica osteria Il Bagutto, in Via Vittorini 4 (già Bonfadini), ritratta in un vecchio dipinto, riprodotto sulla copertina del menù di oggi

Sorgeva tra i campi punteggiati dalle cascine (quella al lato, nota come Bonfadini, peraltro è ancora attiva) e i mulini sulla roggia Spazzola. Nel tempo l’osteria assunse diversi nomi: “Hosteria dei Gamberi” nel Quattrocento, nel 1580 “Hostaria delle Quattro Marie alla Canova” (Canova era il nome del vicino podere). Nel 1807 vi avrebbe sostato Napoleone I quando nominò duca di Lodi il vicepresidente della neonata Repubblica Italiana, Francesco Melzi d’Eril. Nel 1894 fu acquistato dalla famiglia Mandelli, che la gestirono per tutto il XX sec. Oggi il menù è più sofisticato, ma la cucina è ancora invitante!

La saletta interna all'Antica Trattoria Bagutto col vecchio camino (foto di Robert Ribaudo)

La saletta interna all’Antica Trattoria Bagutto col vecchio camino (foto di Robert Ribaudo)

La struttura esterna è rimasta pressocchè intatta col portico sulla strada; all’interno un caminetto cinquecentesco, seppur rivisitato, arricchisce una delle salette interne originali, che mantengono ancora il sapore delle vecchie locande di una volta.

 

 

E dopo il nostro post di ieri, oggi a Milano si parla di “Corpi in Pubblicità” con WE -Women for Expo

Quando si dice “essere sul pezzo”… ieri abbiamo pubblicato il post UNA PUBBLICITÀ CHE COLPISCE NEL SENO. PARDON, NEL SEGNO! a proposito della comunicazione molto osé ma senza alcun senso  http://wp.me/p3FiXB-YR

Non solo sessista: la mancanza di rispetto nella pubblicità non ha limiti

Non solo sessista: la mancanza di rispetto nella pubblicità non ha limiti

E oggi il tema si dilata ulteriormente con la benedizione del Comune di Milano e di WE  – Women for Expo. A Palazzo Marino è in corso il convegno “Corpi in Pubblicità: quali regole?” a cui parteciperanno rappresentanti del Parlamento Europeo e di quello italiano. Qui in realtà ci si traghetta dalla questione “pubblcità troppo sexy” direttamente a quella sessista. Nel tentativo di darsi qualche buon regola. Al di là delle rivendicazioni tutte al femminile, io personalmente lancerei il claim più generalista “più creatività meno volgarità”! Et vous, mes amis??

 

UNA PUBBLICITÀ CHE COLPISCE NEL SENO. PARDON, NEL SEGNO!

Una pubblicità che ha colpito. O meglio che a Mosca ha provocato (in quanto provocante) ben 500 incidenti autostradali in un giorno. Ecco l’immagine tratta dalla notizia letta sul Corriere…

La pubblicità che ha provocato più di 500 incidenti tra le strade di Mosca

La pubblicità che ha provocato più di 500 incidenti tra le strade di Mosca (photo: Corriere)

Il messaggio recita “Attirano”, e si riferisce in realtà alla presunta efficacia della cosiddetta pubblicità dinamica, cioè quella affissa su mezzi pubblici e veicoli commerciali. Gli automobilisti, per la maggior parte maschi (più che giustamente!), si sono distratti e hanno causato centinai di tamponamenti: pare che i più ora chiedano risarcimento danni all’agenzia pubblicitaria che ha ideato la creatività per lanciare l’uso di annunci sui lati dei camion. Con tutta la pubblicità che è passata sotto i ponti in più di mezzo secolo di advertising, fa sorridere che la mancanza di buone idee suggerisca ai creativi di fare ancora uso SENZA giusta causa della provocazione “nuda” e gratuita… che fa il paio con l’utilizzo smodato,  quasi mai coerente col prodotto, delle immagini di bimbi, considerate irresistibili (come ci indicano in effetti anche le preferenze dei facebookisti e degli internauti in genere). ALT! Non è una critica bacchettona, per carità, né tantomeno veterofemminista!… Mi viene in aiuto il termine strip-tease: il verbo to tease significa stuzzicare. Ecco. Il messaggio sexy e allusivo va benissimo, ma quando stuzzica, solletica e non quando la provocazione, spesso volgare come dimostro più sotto, è l’unica arma di pubblicitari (e clienti) senza idee creative. Non vi nascondo che certe pubblicità triviali mi fanno parecchio ridere, ma da creativa (perché come forse ricorderete sono una copywriter) non posso che sottolineare che possono attrarre sì, ma praticamente mai si rivelano efficaci per il prodotto che viene lanciato. Se va bene, ti ricordi i particolari anatomici o le parolacce… mai ciò che pubblicizzano, o in altri casi ridicolizzano persino il prodotto o il brand. Insomma, per le vendite, non basta il celebre “nel bene o nel male, purché se ne parli” di Wildiana memoria. Dai, facciamo subito qualche esempio!

Restiamo IN SENO al tema e vediamo due esempi davvero  (spassosamente) raggelanti, il primo persino piuttosto “onomatopeico” rispetto al nome della Compagnia. Il secondo ben dimostra come l’uso della “signorina” non abbia davvero alcun legame con il prodotto:

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Allusioni… a piene mani! Ma il brand non ci guadagna

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… e neanche qui!

Ma proprio per dimostrare che il lato sexy invece può essere davvero teasing, stuzzicante, e fare del gran bene a un brand, vi ricordo un paio di soggetti di una splendida pubblicità, in cui l’utilizzo dell’aspetto sensuale è coerente con l’immagine del prodotto, in più è sottilmente spiritoso. E per quanto ne so, tutti si ricordavano perfettamente del brand pubblicizzato, non solo della bella Herzigova.

La celebre, spiritosa, azzeccata pubblicità (vers. inglese) che dice "non so cucinare, e allora?"

La celebre, spiritosa, azzeccata pubblicità (vers. inglese) che dice “non so cucinare, e allora?”

Un altro soggetto (vers.francese) che recita: "guardami negli occhi... ho detto negli occhi..."

Un altro soggetto (vers.francese) che recita: “guardami negli occhi… ho detto negli occhi…”

Per concludere, vi propongo un’immagine tra le molte trovate da Ciabattinasx sul web: se lo navigate un po’ ne scoprirete di bellissime, tutte appartenenti alla cosiddetta guerrilla marketing, comunicazione non convenzionale. Proprio come nel caso di Mosca, il messaggio è su truck e raffigura in stile trompe l’oeil il camionista che si è preso una pausa su un’amaca con il noto cioccolato. Perfetto per comunicare quanto sia piacevole rilassarsi con quella barretta dolce. Posso affermare con certezza che non si sono registrati casi di incidenti tra donne automobiliste “doppiamente buongustaie”, che prese da raptus e ingannate dal realismo dell’immagine, abbiano raggiunto il KitKat, e soprattutto quel maschiaccio sull’amaca.

E questo messaggio... non fa forse gola??

E questo messaggio… non fa forse gola??

 

 

 

 

Il Castello Sforzesco: luogo di intrighi, storie e curiosità.

Durante i nostri giri con i bambini, noi di Ciabattine, abbiamo toccato più volte l’argomento Castello, se non in un intervento specifico, almeno tangenzialmente: in occasione del post sul Parco Sempione, che ci ha inquadrato l’area in cui sorge, ma anche quando abbiamo illustrano lo stemma di chi ha costruito e detenuto questa rocca nel passato. Questo che ci apprestiamo ad affrontare è un tema avvincente per tutti i bambini ed evoca un orizzonte fiabesco, cavalleresco e un tempo lontano, legato al periodo del ducato di Milano quando la nostra città era retta da una Signoria, a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento.

L’antenato di quello che conosciamo come il Castello Sforzesco era un lungo muro fortificato che andava, pressappoco, dall’attuale Pusterla di S. Ambrogio fino all’incrocio dell’attuale Via Ponte Vetero/Via dell’Orso. L’aveva fatto costruire il generale dell’impero romano-bizantino Stilicone alla fine del IV sec. per contrastare l’avanzata dei Goti che spingevano per introdursi nel Nord Italia. Abbandonato durante i secoli bui delle invasioni barbariche, solo alla metà del XIV sec. venne ripristinato per la creazione di una roccaforte difensiva del Comune, ormai stabilmente in mano ai Visconti, che però preferivano risiedere nel Castello di Pavia. Si dava vita a quel nucleo, proprio nella parte arretrata dell’attuale Castello, noto come Rocchetta. Solo con il secondo decennio del Quattrocento però si fecero opere di miglioria affinchè Filippo Maria Visconti ci potesse portare la sua sposa. I lavori fermati ben presto per una serie di sommosse della popolazione schiacciata dallo strapotere nobiliare, riprendono solo col cambio di passo degli Sforza (casato a cui è legato anche il nome dell’imponente costruzione), succeduti al comando della città alla metà del XV sec., soprattutto ad opera dell’architetto fiorentino Filarete, che realizza sul fronte principale la famosa torre. Ma fu Galeazzo Maria, il primo Sforza a pensare di far divenire il Castello un luogo dove vivere stabilmente lasciando la dimora di famiglia, nonchè la sede del potere fissata da anni nell’attuale Palazzo Reale. Ma la fortezza ben presto diviene da casa, vera e propria prigione per lui e i suoi fidi cavalieri che avevano osato ribellarsi contro la madre Bianca Maria, anima nera della politica di corte.

Cortile dell'elefante (foto di C. Dell'Orto per Wikipedia)

Cortile dell’Elefante (foto di C. Dell’Orto per Wikipedia)

 

Da questo momento all’interno delle mura cominciano a comparire stranezze: sotto un portico viene raffigurato un Elefante tanto che uno dei cortili, in fronte alla Rocchetta, prenderà il nome da questo animale esotico, che nel Quattrocento era tutt’altro che comune soprattutto a queste latitudini! In alcune sale interne viene raffigurato lo stesso duca in compagnia della moglie Bona di Savoia, i fratelli e i principali esponenti della corte mentre cacciano cervi e daini nel bosco. Nel 1477, si inizia a costruire la Torre di Bona, quella che sta nel mezzo del Castello, dominante la Piazza d’Armi: è composta da otto celle una sopra l’altra a cominciare da quella sotterranea. Nello stesso anno, il Castello diviene addirittura sede di uno dei due senati che si creano dopo l’uccisione di Galeazzo Maria Sforza, detto anche Consiglio segreto, con a capo Bartolomeo Calco, fiduciario della vedova di Galeazzo Maria. Nel 1480 Lodovico il Moro, preso il potere con la forza, fa segregare nella Rocchetta il figlio di Galeazzo Maria, sottraendolo alla tutela della madre Bona di Savoia e divenendo egli stesso tutore e quindi capo del governo del Ducato.

cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto sailko per Wikipedia)

Cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto Sailko per Wikipedia)

Lodovico il Moro è colui che chiamerà a corte Leonardo da Vinci per affrescare la Sala dell’Asse con un ombrello di rami e foglie intrecciate e per studiare una serie di opere idrauliche sui Navigli, vera autostrada della Milano del tempo. Ma sarà anche l’ultimo duca di Milano, perché caduto il Castello nelle mani francesi nel 1499, si aprirà un periodo di occupazione straniera che durerà fino all’Unità d’Italia nel 1861. Nel 1521, per uno scoppio delle polveri, dovuto probabilmente ad un fulmine, crolla la torre del Filarete (quella che vediamo oggi infatti è una libera riproposizione dell’inizio del Novecento!). Nel 1527, una volta che gli Spagnoli si impossessano della città, ordinano a Cesariano il rinforzo delle difese del Castello con le Tenaglie, fortificazioni che si allungano fino all’attuale MM Moscova!!

Da un'antica mappa: le fortificazioni del Castello con la Tenaglia

Da un’antica mappa: le fortificazioni del Castello con le Tenaglie

Ma ciò non toglie che intrighi e congiure di palazzo minino la sicurezza della neo-colonia spagnola proprio dall’interno. Infatti nel 1551, essendo scoperta una congiura che mira a consegnare il Castello ai francesi, Giorgio da Siena (detto Sanese) è squartato vivo e la sua testa resterà per molti anni esposta sul torrione del Castello, come monito per tutta la cittadinanza. Il sistema difensivo viene arricchito successivamente di una serie di bastioni in forma stellare, intono alla fortezza, che sua volta diviene il diadema al centro del giro dell mura a forma di cuore, che ora inglobano l’intera città.

La città di Milano alla fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

La città di Milano raffigurata in una mappa della fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

Nel secolo successivo, il governatore spagnolo, minacciato dall’ennesima invasione francese fa aggiungere sei Mezzelune ai bastioni del Castello. Questi saranno smantellati solo nel 1805, in occasione dell’incoronazione di Napoleone. Durante i moti del 1848, Radetzky, fuggito pricipitosamente si barrica qui, per dirigere le operazioni militari. Alla fine delle V Giornate, con la città nelle mani dei rivoltosi, il Governo provvisorio fa abbattere la parte alta dei torrioni. Il Castello è destinato ad usi civili, per la prima volta dopo tre secoli! Dopo una serie di progetti per il riutilizzo del castello, solo intorno al 1880, si profilò la volontà e la sensibilità di conservare il monumento, e di farne degna sede di istituzioni culturali, artistiche e storiche cittadine, circondandolo di spazi a verde. Il tutto nella maniera in cui è giunto fino a noi, per ospitare le civiche raccolte museali. Lungo la cortina interna, a sinistra della Piazza d’Armi furono infine raggruppati stemmi, colonne, materiali lapidei, e persino ciò che restava di due facciate di edifici rinascimentali, demoliti nel centro di Milano.

 

A Milano “Martinitt” è una parola magica: c’è anche un teatro dove è tornata la commedia intelligente

Tra i begli effetti collaterali di avere un blog c’è che ogni tanto, aprendo la posta, trovi un invito a qualcosa che non conosci, non sapevi esistesse, ma che ti incuriosisce. Ora, confesso che incuriosire la ciabattinasx (e mi sa anche la ciabattinadx, ma ve lo confermerà lei) non è cosa poi così difficile.

biglietto

Ma insomma poco tempo fa arriva questo messaggio dal Teatro Martinitt (noi abbiamo parlato di questa istituzione così milanese ma non del teatro), che ci invita a chiacchierare delle loro iniziative e poi a vedere lo spettacolo in corso, Prendo in prestito tua moglie. Come dire di no?

Ed ecco che ieri a bordo di un potente scooter le ciabattine partono alla volta del teatro, che sta, è vero, un po’ in periferia, ma è una struttura bellissima, una specie di isola d’epoca in una zona che era industriale e sta diventando post-industriale, e dotata di parcheggio (il che sappiamo che a Milano è un plus mica da ridere). Dopo chiacchiere e aperitivo, entriamo nel teatro, e non so per voi ma per me c’è sempre qualcosa di speciale nel sentire le luci che si spengono, il brusio che si affievolisce, l’attesa che si ispessisce mentre il sipario sta per aprirsi.

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E’ una bella commedia, Prendo in prestito tua moglie. Classica: nelle situazioni, i qui pro quo, i malintesi, i doppi sensi; nella recitazione, romanesca senza esagerazione; nel finale, corale, luccicante, festoso; nella morale e nell’insegnamento, forti e precisi ma presentati con leggerezza e naturalità. E allegra. Per cui per due ore ti dimentichi i colleghi sgradevoli, le incombenze non svolte, il traffico, l’autunno, la spesa e chi più ne ha più ne metta. Credo la commedia sia nata per questo: per rappresentare i nostri timori e riderci sopra, che magari così ci fanno meno paura. Credo che il teatro sia nato per questo: per condividere i nostri timori e riderci sopra, o piangerci sopra, che magari così a tutti insieme e da un palco ci fanno meno paura.

Qui un assaggio della commedia:

Infine, quel bel momento di scioglimento della tensione che è la chiusura del cerchio, con gli attori che raccolgono gli applausi e in questo caso anche l’autore che sale sul palco a salutare, è stato ieri sera particolarmente caldo e affettuoso, come se davvero si fosse creata, anche solo per un attimo, una comunicazione circolare e una corrente positiva tra attori, pubblico e autore.

chiusura scena

Penso di poter parlare anche per la ciabattinadx nel dirvi, cari lettori e visitatori, abituali o occasionali che siate, dirvi che sì, tornare a teatro fa bene. E una commedia, se intelligente e ben diretta, può farvi passare una gran bella serata!

ps Mi scuso per la qualità delle foto, che questa volta è veramente pessima. A mia discolpa, invoco la situazione luci…