Bookcity vs Salone del Mobile. Che la sfida cominci!

Ecco erreerrearchitetto che onora il suo impegno e risponde pubblicamente a ciabattinasx sui due eventi, Bookcity e Salone del Mobile (e soprattutto Fuorisalone), di cui milanesi discutono animatamente. Gli lascio la parola!

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images-2“Come forse avete appreso dall’intervento della ciabattinasx su Bookcity 2014, mi sono chiesto se, dopo la sbornia di eventi e presentazioni di libri che ha interessato Milano per ben 4 giorni, dal 13 al 16 novembre, le nostre librerie disseminate per la città vendono realmente più libri.

La mia coblogger non mi sa rispondere, gli editori non diramano cifre e mi ha lanciato questo amaro e arduo compito di fare un bilancio di questo evento, rapportandolo a quello simile, seppur con diversi distinguo, del Salone e del Fuorisalone del Mobile!

La mia formazione politecnica mi impone di partire dalle realtà, dai fatti e dai numeri.

Per Bookcity 2014 sappiamo che durante la maratona di 4 giorni si sono svolti più di 1000 eventi (ne ho contati personalmente ca. 1020) di presentazioni di libri e pubblicazioni, con la partecipazione di esponenti della cultura di varia natura e genere (giornalisti, attori, illustratori, filosofi, sociologi ecc.). Sono state coinvolte innumerevoli location sparse per tutta la città che hanno visto una partecipazione di 130.000 persone, tanto da far valere a Milano il titolo di città del libro.

images-3Per il Salone e per il Fuorisalone del Mobile – Milano design week, in 6 giorni, dall’8 al 13 aprile, si sono svolti 986 eventi, molti dei quali in spazi privati, show-room e negozi disseminati in 12 distretti di produzione e vendita del made in Italy in salsa milanese.

images-4Cominciamo col far rilevare che essendo la prima manifestazione promossa dal Comune di Milano e voluta fortemente dall’attuale Giunta civica, si svolge in gran parte in location pubbliche, oltre che nelle librerie; concentra un gran numero di appuntamenti in 4 giorni e ha un respiro per il momento nazionale. Il Fuorisalone invece è un evento che prende le mosse quasi in maniera spontanea nei lontani anni ’80, come momento spontaneo di aggregazione degli addetti ai lavori che si incontrano a margine del salone fieristico. Solo col 1991 la rivista Interni lo “istituzionalizza” come rete di show-room in città, avendo come palcoscenico l’intera città. Il successo della manifestazione nel corso dell’ultimo scorcio di secolo e all’inizio del nuovo millennio coinvolge l’intero centro storico e alcuni distretti culturali, rinati a nuova vita dopo la rifunzionalizzazione di alcune aree dismesse (a iniziare dalla zona intorno a Via Tortona o di alcune aree di Lambrate). Oggi si è imposto come un appuntamento a cui non ci si può sottrarre, anche perché le strade della città sono invase di connazionali e di stranieri interessati alle nuove tendenze.

images-5Questa breve presentazione e confronto tra i due eventi culturali, mi permette a sua volta di introdurre una domanda più analitica sulla natura della “festa dei libri”.

Sappiamo bene ormai cos’è il Fuorisalone, anche se nel corso dei tempo ha preso derive diverse, per alcuni tratti anche un po’ da “Milano da bere” (troppi aperitivi, festini, eccessi consumistici che poco hanno a che fare con i processi della creatività). Ma di contro, cos’è Bookcity?

Domanda ardua che produrrà una serie di riflessioni sicuramente non risolutive, vista anche la giovane età della creatura. E’ un’alternativa al Salone Internazionale del Libro di Torino? Se fosse così è l’ennesima prova che nel nostro paese non si è più capaci di fare sistema, pensando solo al proprio campanile, un po’ come è avvenuto a Roma quando si è pensato di creare un altro Festival Internazionale del Film, in antitesi alla Mostra del Cinema di Venezia.

zoom_mostra-internazionale-cinema-venezia--638x366Da più parti ho sentito dire: “sicuramente il grande afflusso di pubblico ne ha decretato successo e dignità” poiché comunque sia è una festa ben riuscita, anche se non sempre ben organizzata. Ma, a me, è parsa la festa degli editori più che delle librerie. Ai posteri l’ardua sentenza!”

Ed ora la parola a voi amici e lettori…

Buon sabato!

 

 

 

 

Condividere è prendersi cura: cito dal libro Il cerchio di Dave Eggers e resto perplessa

Detto così, “condividere è prendersi cura” è bello e suona come una cosa da condividere. Ma se avete, o aveste, letto tutto il libro Il cerchio di Dave Eggers avrete, o avreste, tutt’altra opinione su quel concetto e sul concetto di condividere, in particolare così come si è sviluppato da quando esistono i social network.

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Nel libro di Eggers il Cerchio è una megaazienda come una Google o una Amazon ingigantita, con degli impiegati così coinvolti e maniacalmente dediti che si danno un gran daffare per “completare il cerchio” e per convincere anche i più reticenti che condividere ogni attimo della propria esistenza è l’unico modo per migliorare il mondo.

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Come ricordava giustamente Francesco Musolino nel suo pezzo su Minima&Moralia, già Morozov nel libro “Internet non salverà il mondo” ha posto il problema: perché le aziende vogliono migliorare il mondo? Potrebbero limitarsi a produrre qualcosa di buono e utile, e invece l’ultima frontiera del capitalismo è diventata questa: migliorare il mondo. E sì che già la tradizione popolare diceva che il meglio è nemico del bene…

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Ma torniamo alla condivisione. Condividere è prendersi cura, dice ad un certo punto la protagonista del libro, e la frase viene stampata come un mantra perché nessuno la dimentichi. Bisogna condividere perché gli altri, quelli che non possono vedere quello che stai vedendo tu, non possono ascoltare quello che stai ascoltando tu, non possono provare gli stessi frisson che provi tu, gli altri hanno diritto a tutto questo, e privarli di questo sarebbe un atto di egoismo imperdonabile. Peggio, se non vuoi condividere forse è perché quello che stai facendo non è così bello e lecito…

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Il che ci porta dritto dritto all’altro tema forte del libro, che è la trasparenza. Un sostituto della morale, pratico e semplice da esercitare: chi farebbe qualcosa di illecito se sapesse con certezza che qualcuno lo sta guardando? Quindi perché avere una morale, un senso etico, perchè esercitare quel naturale anche se a volte faticoso senso del bene e del male, quando una telecamera può avere lo stesso effetto? Se vi ricorda Orwell, Il Grande Fratello prima che diventasse una trasmissione televisiva, bene, è proprio quello che Eggers vuole.

illusione_otticaE invece. Condividere è un bisogno, e i social media ci hanno offerto un modo immediato, veloce e facile per farlo. E’ anche un piacere e un divertimento. Magari in qualche caso è un prendersi cura, lo concediamo alla protagonista del Cerchio. Ma prima di condividere scegliamo. Che cosa, con chi, perché, quando… Mi suona un po’ banale e lapalissiano, sì. Ma capita, stando tanto su Facebook e sugli altri social per lavoro, che si vedano accampare pretese, o dare per scontato, o mancare di rispetto senza neppure rendersene conto. Non è una questione di privacy. E’ una questione di limiti. Gli psicologi insegnano che abbiamo intorno a noi una sorta di guscio invisibile ma inviolabile, e quando entriamo in contatto con qualcuno lo facciamo inconsapevolmente consci di quei limiti. Ecco, questo è l’unico cerchio che vale la pena di difendere!

Milano quasi come Venezia: alla scoperta di una città sull’acqua.

Dopo le inondazioni delle settimane scorse, con la fuoriuscita dall’alveo dei fiumi di Milano, mi è sembrato attualissimo spiegare ai nostri ragazzi come funziona il sistema idrico della nostra città. Un sistema che in realtà arriva da lontano, ma che ha dovuto subire nel corso di secoli, deviazioni, canalizzazioni e nell’ultimo periodo irrigimentazioni, tombinature e strozzamenti, piuttosto azzardati.

L’idrografia della città moderna è completamente diversa da quella storica, poiché oggi riconosciamo come vie d’acqua esistenti solo quelle che scorrono a cielo aperto, in superficie, o in qualche modo ciò di cui si ha memoria. Stiamo naturalmente parlando dell’orditura primaria di questo sistema. C’è poi una rete capillare di canali, fiumiciattoli, rogge e canali che oggi sono stati fatti confluire in fogna o canalizzati in sotterraneo, perché non più utili.

Una mappa della Milano post-unitaria, che fotografa ancora una città sull'acqua.

Una mappa della Milano post-unitaria, che fotografa ancora una città sull’acqua.

Iniziamo allora col comprendere, nella rete primaria, i corsi d’acqua di Milano: in primis i fiumi Olona, Seveso, Lambro, poi il Naviglio Martesana e i due Navigli, a sud, Grande e Pavese. In ultima analisi, lasciamo a parte la cerchia dei Navigli, oggi interrata, detta anche fossa interna, poiché anello di collegamento e confluenza di una serie di acque reflue minori della città. Abbiamo visto, nel corso di nostri altri interventi, come, fino all’inizio del Novecento, questo sistema venisse usato comunemente come mezzo per il trasporto merci da e per la città con il suo territorio limitrofo, come strumento per pulire le fognature e le strade dell’abitato. Ancor prima dell’era moderna l’acqua di questa stessa rete era utilizzata come elemento per riempire i fossati difensivi sotto le mura, per irrigare gli orti di cui la città era ricca e per dare forza motrice ai mulini, che si susseguivano su tutta la cerchia interna, in parte per fare girare le ruote dei magli per le fabbriche delle armi (come testimonia il nome del tratto della circonvallazione di via Molino delle Armi) e in parte per macinare cerali da farina (soprattutto sul tratto di Via Fatebenefratelli, oggi interrato).

Situazione attuale delle vie d'acqua in città (immagine da vecchiamilano.wordpress.com )

Situazione attuale delle vie d’acqua in città (immagine da vecchiamilano.wordpress.com )

Il Naviglio Grande lungo circa 50 chilometri, parte dal fiume Ticino, a nord-ovest di Milano, per finire nella Darsena di Porta Ticinese, un bacino artificiale di cui abbiamo parlato ampiamente e che è sottoposto in questo periodo a un progetto di riqualificazione in chiave EXPO.

Il Naviglio Pavese è più corto di quello Grande (circa 33 chilometri) e fa il percorso inverso: prende le acque dalla Darsena di Porta Ticinese, per poi portarle fino al Ticino, nei pressi di Pavia, dove i Visconti avevano fortissimi interessi, prima fondiari e poi commerciali verso il Po. Oggi è utilizzato principalmente per l’irrigazione.

Stampa ottocentesca della Cassina de Pomm, luogo dove oggi la Martesana si interra sotto Via melchiorre Gioia.

Stampa ottocentesca della Cassina de’ Pomm, luogo dove oggi la Martesana si interra sotto Via Melchiorre Gioia.

Il Naviglio della Martesana, che scorre all’aperto per 38 chilometri, prima di essere tombinato alla fine di via Melchiorre Gioia, nei pressi della Cassina de Pomm, ha sempre rappresentato una delle principali vie d’acqua di Milano, che attraversava la città da sud a nord, dalla chiusa di San Marco fino ai navigli pavesi, utilizzando come anello di congiunzione proprio la fossa interna, antica circonvallazione della città.

Il fiume Seveso, oggi interamente tombinato, scorre sotto la città per molti chilometri: circa 9 da Niguarda, a nord, fino all’unione con il Naviglio della Martesana, all’inizio di Via Melchiorre Gioia, subito prima di giungere alla Conca di S. Marco. Questo fu il primo fiume deviato, già dagli antichi romani, che lo fecero girare intorno alle mura difensive della prima città imperiale. Dirottato sull’odierna via Larga, le sue acque si ricongiungevano al canale della Vetra, sottopassavano la Fossa Interna dei Navigli, per poi confluire, ancora oggi, nella Vettabbia. Quest’ultima, seguendo la direzione di Corso Italia riaffiora alla periferia sud di Milano, pressappoco in zona Ripamonti, per immettersi poi nel Lambro.

Il corso del Nirone (tratteggiato) lungo il parco Sempione, in una mappa del 1870.

Il corso del Nirone (tratteggiato) lungo il parco Sempione, in una mappa del 1870.

Così anche il torrente Nirone, oggi scomparso, al tempo dei romani faceva lo stesso lavoro del fiume suddetto (per questo detto piccolo Seveso), ma nel senso opposto, girando intorno alle mura sul lato ovest: scendendo da nord per l’attuale Via Canonica, e irrigando sin dal Medioevo il borgo degli Ortolani, costeggiava il Parco Sempione, lato Arena, per poi dirigersi dietro l’attuale Basilica di S. Ambrogio, lungo una via che porta il nome del torrente (Nirone). Alla fine si ricongiungeva al Grande Seveso, all’altezza della Vetra. Anche della Vetra, nei nostri passati interventi abbiamo parlato; basta qui dire che rappresentava una sorta di area depressionaria per chi usciva dal recinto cittadino antico, spesso impaludata. Qui un cavo omonimo convogliava tutta una serie di rivi d’acqua, compresi a quelli sopra citati alla fine del circuito delle mura, e alimentava oltre alla Vettabbia anche il Naviglio di Via Arena che portava, attraverso un salto, l’acqua della fossa interna alla Darsena.

Tra i grandi fiumi di Milano non si può non citare il Lambro, il maggiore dei fiumi milanesi, che però è anche l’unico a scorrere a cielo aperto nella maggior parte del suo percorso nella parte più orientale della città: attraversando da nord Cascina Gobba, Cimiano, e il parco Lambro, arriva a Lambrate (il borgo che ne trae il nome) e attraverso il quartiere dell’Ortica, arriva al parco Forlanini.

Punto di origine del Redefossia porta Nuova, all'inizio dell'attuale Porta Nuova, in una mappa del 1884

Punto di origine del Redefossi a porta Nuova, all’inizio dell’attuale Porta Nuova, in una mappa del 1884

In ultimo, una doverosa citazione si deve anche al Cavo Redefossi, che era il vero e proprio canale di scolo delle fognature di Milano, fin dai tempi dei Romani. Si originava a Porta Nuova, proprio di fronte alla stazione ferroviaria della linea Milano-Monza, alimentato dalle acque del Seveso e dal Naviglio Martesana. Ma Il “Re’ De Fossi” divenne già con la costruzione delle mura spagnole, il canale esterno all’abitato, che scorreva, come una falce di luna, nel lato destro della città. Arrivato in Piazza Medaglie d’Oro, ancora oggi percorre, in sotterranea, l’attuale Corso Lodi e riaffiora a San Donato, dove confluisce nella Vettabbia e nel Lambro all’altezza di Melegnano. Sperando di avervi restituito una panoramica di tutti i principali rivi che irroravano i quartieri della nostra città, allo stesso tempo abbiamo tentato di illustrare come Milano fosse un’autentica città d’acqua e come da questi tronchi principali si dipartissero migliaia di canali che in alcuni casi si spingevano fino a servire i cortili delle singole case della vecchia città.

Un libro e due ciabattine per parlare di fragilità unisex

Ciabattinadx: Oggi sono una clandestina nella rubrica Una milanese sui libri, che è a cura della mia amica ciabattinasx. Ma abbiamo pensato di parlare a due voci e 4 mani – ciabattinadx+ciabattinasx – di un tema oltre che di un libro; anzi, è proprio il libro di Sandro Settimj, “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato”, a dare lo spunto per parlare di debolezze e imperfezioni…

Ciabattinasx: Più che 4 mani, avresti dovuto dire 4 piedi! Ma di cose scritte con i piedi ce ne sono già abbastanza… Eccomi qui, a dire che mi piace molto il titolo, di questo libro. E’ così parlato, così naturale, così goffo.

Ciabattinadx: Partiamo subito dalla bella copertina

La copertina del romanzo di Sandro Settimj

L’evocativa copertina del romanzo di Sandro Settimj

Ciabattinasx: Bella, sì, ed eloquente

Ciabattinadx: Lascio a te il compito di offrire annotazioni sul racconto: per quanto mi riguarda mi preme sottolineare un aspetto davvero un po’ unico di questo libro. Al centro di tutta la narrazione, qui, c’è il punto di vista maschile. Perchè soprattutto quando si parla d’amore non c’è opera, sia essa letteraria o cinematografica, che non abbia ampiamente sviscerato i turbamenti dell’animo femminile. Ma siamo poco avvezzi a dare ascolto allo voce sconfortata di un uomo di oggi, perchè anche nella finzione è alquanto frequente che ogni Lui incarni il profilo del macholatinlover nonché del businessmandisuccesso. Settimj, autore dalla penna felicissima, invece ha la sensibile capacità di parlarci con tono amaramente ironico delle debolezze tutte maschili del protagonista, che come recita il titolo è sempre innamorato e senza praticamente mai poter contare su un happy ending. Di più: non si sente nè visto nè capito. E lo dichiara senza mezzi termini. Sì, ci sono già altri esempi di ottimi autori contemporanei come nel caso del britannico Nick Hornby, ma anche del nostrano Diego de Silva e altri ancora, che abbiano già raccontato delle sofferenze sentimentali maschili, ma in questo libro appare evidente il candore e la limpidezza (pur a tratti sorniona) di un maschio che mette del tutto a nudo i suoi molti impasse amorosi. E ci dá comodamente il gancio per provare per un attimo a deporre (reciprocamente) le armi della guerra tra sessi.

La locandina del film tratto dal libro di Nick Hornby "Alta Fedeltà"

La locandina del film tratto dal libro di Nick Hornby “Alta Fedeltà”

Ciabattinasx: Secondo me è soprattutto recentemente che è fiorita una letteratura femminile, anche leggera e ironica, che ha dato voce alle sofferenze amorose femminili. Guardando al passato, forse anche perché i libri ci sono arrivati filtrati dal giudizio dei posteri, si trovano scrittori uomini che studiano e addirittura impersonano le passioni femminili (Flaubert che dice Emma Bovary c’est moi, e guarda con che nonchalance ti ho messo una citazione francese!), e scrittori e scrittrici che raccontandoci delle storie ci svelano, e ci regalano le parole, per indagare l’animo umano. A me sembra una cosa degli ultimi vent’anni, l’invenzione del libro femminile con i suoi simpatici corollari tipo chick lit (letteralmente “chick literature“, dove chick sta per pollastrella… e non ho bisogno di aggiungere altro!), e mi sembra anche un’invenzione di marketing, con una corrispondenza solo spannometrica con la realtà…

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Isabelle Huppert è Emma Bovary nel film di Claude Chabrol

 

Ciabattinadx: Resta il fatto che, pur senza voler fare un phamplet sociologico, non posso non ammettere di aver provato in svariate occasioni la gravosa scomodità e fatica di dover dimostrare e affermare la mia personalità in situazioni o ambienti in cui per un uomo la considerazione era già data per scontata. Ma il libro di Settimj ci ricorda che gli uomini sono altrettanto disorientati quanto noi donne, specialmente quando si affronta la vita di relazione. Sembra proprio che gli uni non sappiano vedere gli altri: un individualismo che sfocia in un problema esistenziale davvero unisex. E che di sovente si concretizza in un senso di autentica solitudine, in una percezione di isolamento.

Due immagini sul vecchio stereotipo delle relazioni maschi VS femmine (dal libro Man meets Woman"

Due immagini sul vecchio stereotipo delle relazioni maschi VS femmine (dal libro Man meets Woman"

Due illustrazioni infografiche sul classico stereotipo delle relazioni maschi VS femmine (dal libro “Man meets Woman”)

La donna da più tempo ha forse saputo esternare questo disagio, ma mi pare che il maschio – e me ne dispiace davvero!- sia così imprigionato nel ruolo dell’uomo tutto d’un pezzo che gli è stato attribuito dai tempi della Creazione, che non si è giammai abituato a esprimere la sua fragilità, nè si è mai concesso la possibilità di riconoscersi in difficoltà. In sintesi, stiamo tutti naufragando sulla stessa barca… E forse questa volta, forti della nostra imparagonabile e naturalmente ospitale femminilità, noi ragazze potremmo abbozzare un primo passo andando incontro a questo mondo maschile parecchio disorientato.

Ciabattinasx: Mi sento già meglio al solo sentirtelo dire! Ultimamente mi mettevano proprio a disagio, le asperità contro gli uomini così in generale. Come se fossero una categoria compatta e non un’insieme eterogeneo, proprio come noi ragazze. E come se fossimo in guerra, esattamente. La guerra dei sessi… Potrebbe essere davvero la sfida del nuovo millennio, quella di cercare tra uomini e donne un’armonia che si basi sul rispetto, delle differenze, delle specificità. E che sui difetti scherzasse e sorridesse. Mi viene in mente quello che ha detto Sophie Kinsella quando ha presentato il suo libro a Milano, parlando della sua protagonista Becky e del marito a cui fa vedere i sorci verdi: che l’amore è abbracciare i difetti dell’altro… è una bella frase, dolce e non sdolcinata!

Ciabattinadx: E allora aggiungo anche’io una battuta raccolta  alla serata inaugurale di Bookcity14, raccontata dal bravo David Grossman

David Grossman e la sue sagaci riflessione su Adamo ed Eva

David Grossman e la sua sagace riflessione su Adamo ed Eva

… e che calza a pennello con quanto appena affermato: Adamo è stato creato da Dio fuori dal paradiso, poi vi è stato portato per allevare gli animali e occuparsi della Natura. Ma Eva? Beh, lei sì, fortunata,  è nata direttamente all’interno del paradiso! Insomma, dato questo privilegiato vantaggio, magari possiamo pensare di accogliere nel nostro Giardino gli Adami del nostro tempo!… O no??

 

 

Milano che in-canta: nel nome di Milano la leggenda di una scrofa

Apriamo questa nuova rubrica Milano che in-canta con uno dei simboli della nostra città: la Scrofa mezzo-lanuta o di Belloveso. Ne avevamo già parlato tempo fa parlando dei loghi più popolari di Milano, ma oggi vogliamo approfondire il tema entrando nel merito dell’immaginario. E quale strumento migliore che il canto della tradizione per capirne sub-strati, significati e interpretazioni.

Come vi avevamo già esposto la traccia materiale, il reperto archeologico per la precisione, che testimonia dell’importanza di questo leggendario animale  risale alle prime genti celtiche abitanti la pianura padana, già qualche secolo prima della comparsa di Cristo. Si tratta di un bassorilievo in pietra del I sec. A.C. , ritrovato nel sito dell’attuale Via dei Mercanti, durante gli scavi per la posa delle fondamenta del medioevale Palazzo della Ragione, nel lontano 1233. Bisognosi di pietrame da costruzione, i mastri non si curarono molto del valore della traccia del passato e usarono il masso, con su inciso un suino selvatico, come imposta di uno degli arconi del nuovo palazzo simbolo del nascente comune.

La leggendaria scrofa riprodotta sul Palazzo della Ragione, lato Via dei Mercanti

La leggendaria scrofa riprodotta sul Palazzo della Ragione, lato Via dei Mercanti

Oggi sappiamo che la scrofa semi-lanuta, era l’animale totemico dei celti insubri. Qualcosa di più di un cinghiale, di cui erano ricche le boscaglie intorno all’antico abitato pre-romano, che i galli insubri amavano cacciare e che nobilitava anche la loro dieta. Era talmente venerata che venne addirittura conservata come arme dei cavalieri celtici, anche dopo l’arrivo dei romani che militavano nel loro esercito. Si tramandò da qui all’insegna del Comune, prima che si adottasse il serpente visconteo che inghiotte il bambino.
Già con lo storiografo romano Tito Livio, nel I sec. A.C., le fonti scritte riportano la tradizione della scrofa come legata alla fondazione della città, che ne porterebbe anche il nome (secondo la dizione che vuole la voce MEDIO-LANUM essere discendente proprio da quel mezzo-lanuta che ne caratterizzerebbe il carattere saliente dell’animale-simbolo). Successivamente fu Claudio Claudiano nel 398 seguito da Sidonio Apollinare nel 440 a tramandarne la leggenda. Ed è probabile che la storia ricalchi quanto raccontato da Virgilio a proposito di Enea, che si incamminò sulla strada di Roma perché messosi all’inseguimento di una scrofa con i suoi piccoli.

Nel XVI sec. la vecchia versione dei fatti, trascinata avanti anche dalla tradizione orale, fu riportata da Andrea Alciati. Questa racconta ancora una volta come Belloveso, capo dei Galli Insubri, fondò la città dove vide una scrofa, lanuta solo sul dorso, e che si narra essere stata bianca.

Da qui il passo è breve per arrivare fino ai giorni nostri…e solo la canzone più popolare potrebbe farsi carico di una versione cosi “mostruosamente” creativa per spiegare la scelta di un luogo per fondare una grande e nobile città, e per darne anche la ragione del suo nome.

Sentiamone a questo punto insieme la “vera storia”, cantata da Walter Di Gemma.

Milano città del libro 2015: un titolo conquistato sul campo grazie anche a Bookcity

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Questo post su Bookcity #BCM14 è rivolto, oltre che a tutti i nostri lettori e amici e visitatori, anche espressamente a erreerrearchitetto, che ha promesso risponderà pubblicamente.

La milanese sui libri è una fan di Bookcity. Lo era dal primo giorno della prima edizione e per varie ragioni. Perché invece o in aggiunta ai festival sparsi in tutta Italia ce n’è finalmente uno sotto casa. Perché Milano è la città dove sono concentrati gli editori. Perchè a Milano ci sono tante librerie, tanti cinema, tanti musei e gallerie d’arte, tanti negozi, tanto design. Perché Milano l’è un gran Milan.

E Bookcity ho difeso con i milanesi che lo trovano inutile perché arriva buon ultimo a novembre, perché ha troppi eventi, perché non è come il Salone del Mobile con il suo Fuori Salone.

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Ho seguito Bookcity nei miei diversi panni: di digital PR per i libri Mondadori, andando a fare i live tweeting dagli eventi; di #readerguest di @Stoleggendo, invitata a La Notte di @Stoleggendo con Annarita Briganti e Cristina Di Canio alla libreria Il Mio Libro, incontrando finalmente la community che si è creata in neanche un anno conversando di libri e lettura; e come ciabattinasx o una milanese sui libri, sorprendendomi di quanta ricchezza ci sia sempre, nei libri e nei loro autori.

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Ho scoperto che il rapper Dylan Magon, finalista alla trasmissione The Voice che non ho mai visto, canta bene e scrive di donne quasi come Petrarca. Ho visto la gente in coda per ore davanti al teatro Dal Verme per ascoltare David Grossman. Ho sentito John Peter Sloan che non dileggiava gli italiani e che annunciava il suo epitaffio “sono nato inglese e morirò italiano”. Ho visto Edoardo Brugnatelli (Mondadori) novello direttore di Anobii discutere di quel che possono fare gli editori in rete con Alessandro Magno (GEMS) che insieme ad Antonio Prudenzano gestisce Illibraio. Ho amato lo humour di Sophie Kinsella e la fermezza gentile di Julia Navarro e il sorriso aperto di Natalia Sanmartin Fenollera. E ho invidiato Francesco Musolino perché ha incontrato David Nicholls e Amos Oz e Wilbur Smith...

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E magari sarà l’effetto dell’identità multipla, ma nonostante la stanchezza (che come sa chi mi legge su FB mi ha colto proprio all’incontro sul libro “La fatica non esiste”) Bookcity mi è proprio piaciuto.

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E sì lo so che è roba un po’ da addetti ai lavori. Ma gli autori hanno stretto mani e fatto foto con tutti quelli che gli si avvicinavano. Gli addetti ai lavori hanno visto in faccia, e chiacchierato con il pubblico, ed era interessante sia che si fosse ad un evento con folla oceanica o ad una cosa intima con pochi eletti o ad un evento sfortunato con quattro gatti.

Il nostro erreerrearchitetto, che risponderà su questo post, mi ha chiesto se dopo Bookcity si vendono più libri… e io non so rispondere. Si dice che all’evento abbiano partecipato 130.000 persone. Avranno comprato o compreranno un libro? Non lo sappiamo. Però magari hanno visto che i libri non sono necessariamente noiosi, e che racchiudono un mondo che vale la pena di scoprire… penso che come risultato sarebbe sufficiente. E vi dirò, io penso che, anche se non al 100% questo risultato sia stato raggiunto! E che Milano se lo meriti, di essere la Città del libro 2015.

E ora la parola al nostro erreerrearchitetto!

Parco Solari: dove le mucche scendevano dal treno!

Abbiamo più volte trattato di luoghi per i bambini, cari anche ai più grandi. Per molti di questi si ha un’affezione naturale perché rappresentano posti dove si coagulano ricordi d’infanzia. Il più delle volte questi stessi angoli di Milano sono dei giardini storici della nostra città, spesso circondati da quartieri popolosi. Si tratta quindi di polmoni verdi, spesso ben curati, baricentro per gli interessi di intere generazioni di bambini e ragazzi della zona. Una di queste aree è sicuramente il Parco Solari, ampia area a verde del quadrante ovest della città, a ridosso del centro storico, raccolto dentro le mura spagnole.

Per raccontarne i tratti di sviluppo, partirò proprio da qui: alla metà del XIX sec., nella Milano appena annessa al Regno d’italia, una cintura ferroviaria che girava proprio fuori dalle mura spagnole, serviva e riforniva di beni di prima necessità l’intera città. In quest’ambito il rilevato ferroviario passava ancora tra ali di campi, bagnati da fiumi e rogge all’aria aperta, aree industriali con una rilevante presenza di magazzini, zone di frangia dove città e campagna si confondevano e dove cominciavano a sorgere i primi quartieri operai a ridosso proprio delle fabbriche dove lavoravano.

Quadrante ovest della città in una mappa dell'inizio del XX sec., dove l'ansa del rilevato ferroviario ricalca l'andamento di alcune via della zona. Sono segnati anche lo scalo merci e il vecchio Macello.

Quadrante ovest della città in una mappa dell’inizio del XX sec., dove l’ansa del rilevato ferroviario ricalca l’andamento di alcune via della zona. Sono segnati anche lo Scalo merci e il vecchio Macello.

Il tratto ad ovest, proprio dove oggi c’è il parco, era uno scalo ferroviario, molto importante poiché la ferrovia piegava a gomito (come dimostra ancora l’andamento di Via Dezza) per collegare lo Scalo merci Sempione con Porta Genova. Era essenzialmente destinato ai magazzini del bestiame e al rifornimento di carne per l’intera città. Qui il fetore nell’aria era partcolarmente acre non solo per la presenza dei bovini, ma anche per la frollatura delle carni e per i resti della lavorazione che spesso venivano accumulati, insieme alle ossa lungo la scarpata dei bastioni. Da qui, attraverso un tunnel che oltrepassava le imponenti mura spagnole, ancora esistenti allora, veniva permesso l’ingresso in città di merci e facchini, verso la strada che conduceva in S. Ambrogio. Subito fuori dal lungo e buio sottopasso, si giungeva al Macello cittadino, situato proprio dove oggi c’è quel grande slargo conosciuto come Piazza S. Agostino, a ridosso del nuovo carcere di S. Vittore. Fu quindi solo col trasferimento del vecchio Macello, in una zona periferica fuori Porta Vittoria, che i destini dell’area cominciarono a cambiare e ad assumere i nuovi connotati di area urbanizzata così come la conosciamo oggi. Il parco Solari nacque solo con gli anni Trenta del XX sec., infatti come forma compensativa delle pesanti lottizzazioni della zona: qui sorse infatti agli inizi del Novecento il primo quartiere operaio della città (quello di Via Solari 40) voluto dalla Società Umanitaria per far fronte alla condizione abitativa delle gran masse di lavoratori che cominciavano a confluire in città con la prima forte industrializzazione del paese.

In questa mappa del 1871 si legge più chiaramente l'andamento del fiume Olona (oggi tombinato sotto il parco) e l'isola detta di Brera.

In questa mappa del 1871 si legge più chiaramente l’andamento del fiume Olona (oggi tombinato sotto il parco) e l’isola detta di Brera (che si creava tra la biforcazione del corso d’acqua in questo punto).

Fu così che tra il 1939 e il ’40, l’arch. Casiraghi, il responsabile del servizio verde pubblico del Comune di Milano, tracciava questo parco rionale sopra l’isola tra due anse del fiume Olona, detta “isola di Brera”: 60.000 mq. su un pianoro sul fiume (la vicina via Olona prende il nome proprio dal fatto che nei pressi vi scorre l’omonimo corso d’acqua).

Scorcio della piscina Solari

Scorcio della piscina Solari

Pian piano venne infrastrutturato con una serie di servizi che lo resero ancora più allettante: oltre al verde, offrì via via infatti diversi spazi per lo svago a partire da una meravigliosa piscina comunale (ingresso da Via Montevideo 20) inserita nel 1963, su progetto dell’architetto Arrigo Arrighetti, capo dell’allora Ufficio Tecnico del Comune, quattro campi da gioco, un’area per il mini calcetto, aree dedicate per i cani. Nel 2004 gli importanti lavori di riqualificazione, ci hanno regalato oltre ad una serie di nuove piantumazioni di interessanti specie arboree (come aceri, carpini, cedri, querce, magnolie, platani, oltre che macchie di ortensie e roseti), un restyling dei vialetti e il Monumento “Porta di ritorno” di Kan Yasuda.

La scultura  di Kan

La scultura “Porta di ritorno” di Kan Yasuda

A conclusione dei lavori, la passata giunta pensò di ribattezzarlo, dedicandolo all’educatore Don Giussani, che tanta parte della vita passò a Milano. Notizia di questi giorni: l’Amministrazione comunale ha approvato il piano di interventi per ampliare e migliorare l’impianto sportivo della piscina, che si presenterà in una nuova veste per la prossima stagione estiva!