Una voce vale più di mille parole…

E’ qualche tempo che penso alla voce (sono andata a vedere la voce “voce” sul sito della Treccani e mi è comparsa una pubblicità che dice “tira fuori il fonzie che è in te“, quando si dice la coerenza tra il messaggio della pubblicità e i destinatari…. soprattutto su internet dove il target è conosciuto!), e il 24 sera, dopo aver assistito, durante il culto della comunità valdese, ad un meraviglioso coro di giovani voci coreane, ho pensato ecco, è arrivato il momento di scriverne.

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Innanzitutto la meraviglia di fronte ad uno strumento tanto potente e duttile. Ascoltare chi canta e vedere e ascoltare che suoni riesce a produrre è forte e stupefacente.

E poi quella capacità, un po’ misteriosa e un po’ non abbastanza studiata, di trasmettere qualcosa che le parole non sono in grado di trasmettere. C’era una bellissima pubblicità che diceva “Heineken refreshes the parts other beers cannot reach“, e anche se vi può sembrare blasfemo ma io direi proprio che “la voce raggiunge le parti che la parola non riesce a raggiungere”. Spesso non ce ne accorgiamo o non ci pensiamo perché la voce porta le parole e sembra che siano inseparabili. Quando però la voce diventa più importante delle parole, o quando le parole e la voce dicono cose diverse, allora si capisce e si sa. E vince la voce, perché è più profonda e meno facilmente manipolabile.

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Anche solo guardando queste immagini si distingue un'urlata da una tranquilla conversazione

Anche solo guardando queste immagini si distingue un’urlata da una tranquilla conversazione

Io personalmente adoro le cantate e gli inni, certe opere e certe canzoni. E ho dei ricordi indelebili legati alla voce: un coro di monaci in una missione africana, dove sono approdata durante una bizzarra vacanza in Senegal, non c’era accompagnamento musicale e le voci arrivavano dritte dal paradiso a sciogliere il cuore; una notte di Natale in un minuscolo paesello della Stubaital, una chiesetta di pietra, le voci di tutti i presenti alla messa che cantavano insieme; quelle canzoni (ognuno ha le sue) per cui nessuna stanza ha più pareti ma alberi, alberi infiniti.

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E poi quella voce che siamo noi. Il modo di dire “ha trovato la propria voce”. Si usa per gli scrittori, ma lo dovremmo usare per noi stessi, quando finalmente ci avviciniamo ad usare la voce in un modo che ci corrisponda, e siamo consapevoli che la voce dice più o diversamente dalle nostre parole.

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Insomma, cerchiamo di ricordarci della voce non solo a Natale, quando i cori e le cantate ce lo ricordano. Siamo molto più ricchi di quello che crediamo, e tanti strumenti sono lì dentro di noi, pronti ad essere sperimentati ed imparati. Bando alla pigrizia! Mettiamolo tra i buoni propositi del 2015! (By the way, è bene ricordare che il tono di voce arriva anche attraverso lo scritto. Quindi social media people, beware!)

 

Luminarie di Natale e passeggiata in Galleria.

In questi giorni di festività, alla ricerca spasmodica di qualche idea regalo, è stato inevitabile non passare dalle vie dello shopping e non notare la quantità e soprattutto la differenza di luminarie tra le zone più centrali e quelle più periferiche. Naturalmente la questione è economica, cioè risiede nella somma che l’associazione commercianti di una determinata via ha raccolto e ha deciso di stanziare per addobbare lo spazio fuori dalle proprie vetrine. C’è sempre però quella zona non definita dalla mera parte monetraria, che appartiene allo stile, al decoro e al buon gusto. Diciamo che già per loro natura, le luminarie sono un po’ kitsch, qualcosa che sta a metà tra la sensazione di essere in una sagra paesana e/o in un grande luna park. Quello che fa la differenza, come quando si addobba un bel albero di Natale, sta nella composizione, nella scelta dei pezzi, nel saperli accostare e montare insieme.

L'interessante albero di Piazza Gae Aulenti per le feste di natale (milanoexpo2015)

L’interessante albero di Piazza Gae Aulenti per le feste di Natale (foto milanoexpo2015)

Ecco! in questi giorni è stato come avere sotto gli occhi una carrellata di alberi natalizi, confezionati dalle mani più disparate, e di natura completamente diversa. Peccato che gli alberi si montino in casa, in ambienti completamente indipendenti, rispecchiando il gusto e lo stato socio-culturale di chi vi abita. Qui invece stiamo parlando di una dimensione cittadina, di un continuum spaziale e perciò stridono in maniera evidente uno dall’altro: girato l’angolo di una via cambiano forma e colore, con una sensazione di straniamento piuttosto forte. Per non parlare di quegli addobbi anarchici, che i singoli commercianti giustappongono a quelli di strada, allestendo fuori dalle loro vetrine ulteriori festoni, luci ad intermittenza e altre palle varie…

Segnaliamo pertanto quelle che la redazione di ciabattine ha reputato le più interessanti: dall’1 al 24 dicembre, piazza Duomo, oltre al consueto abete illuminato ha ospitato il “Calendario musicale dell’Avvento”: con una parentesi musicale, come nei consueti calendari natalizi, ogni giorno si è illuminata una finestra dei portici, per scandire l’approssimarsi della festa religiosa, offrendo così un caloroso benvenuto a passanti e turisti. Particolarmente efficaci, di buon gusto e naturalmente ricchi, abbiamo trovato quelli del cosiddetto quadrilatero della moda. Ci siamo soffermati, ammirati, sui portali che scandivano, in campate, il tradizionale percorso dello shopping in Via Spiga.

L'addobbo natalizio di via Spiga (corriere.it)

L’addobbo natalizio di via Spiga (foto corriere.it)

Naturalmente in questa disamina non potevamo trascurare il salotto buono dei milanesi. Abbiamo accennato in un articolo alla nascita delle luci in Galleria. E abbiamo già esposto come l’isolato oggi occupato dalla strada coperta era un’area enorme tanto grande da aver preso il posto di un quartiere della vecchia Milano, conosciuto come Contrada dei Due Muri. Storicamente il primo muro difensivo era stato costruito dai Celti, e con l’arrivo dei Romani ne fu realizzato uno parallelo. In seguito l’abitato aveva seguito l’andamento delle mura che erano così vicine da tenervi incuneate una serie di case strette e fatiscenti, in un tessuto fittissimo fatto di vicoli e costruzioni, uno sopra l’altra. Nel 1864, presero avvio i lavori per la costruzione della Galleria: la città la offre al nuovo re Vittorio Emanuele II, in occasione della sua visita. Così il progettista l’arch. Giuseppe Mengoni, nel 1865 posa la prima pietra, nell’area dell’Ottagono, alla presenza del re, sotto una fitta nevicata (come immortalato nel quadro di Domenico Induno).

Domenico Induno- La collocazione della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele, 1865

L’idea, con una struttura reticolare in ferro e vetro, consiste nella creazione di una strada pedonale coperta, adibita a elegante centro commerciale, su una pianta a croce. La nuova strada o “bazar”, sarà la prima di una serie di imitazioni, così come avverrà a Napoli per la Galleria Umberto I, negli anni ’80 dello stesso secolo. I muri perimetrali vengono rivestiti con decorazioni di gusto ottocentesco, con cariatidi, graffiti, stucchi, grandi mosaici a colori con figurazioni allegoriche.

La Galleria Umberto I di Napoli

La Galleria Umberto I di Napoli (foto ciabattine)

Nel 1867  si ha l’apertura della nuova galleria. Ma l’arch. Mengoni, non assisterà al compimento della sua creatura, perché scivolerà da un’impalcatura, nel 1877, morendo sul colpo.

L'ottagono della Galleria V.E. con le luminarie natalizie (Foto di Alloni Luigi)

Le sempre meravigliose luminarie della cupola della Galleria Vittorio Emanuele. come un cielo stellato (Foto di Alloni Luigi)

Diverrà ben presto la sede di tanti locali storici: il confetturiere Biffi, apre qui sin dalla prima ora (sarà anche il primo esercizio a cui viene rotta la vetrina da manifestanti nel 1867 durante una protesta contro l’arresto di Garibaldi); il Caffè Gnocchi, sul braccio verso Piazza Scala, assiste nei suoi locali all’accensione della prima luce elettrica; l’editore Ricordi, ha anche lui qui le sue vetrine; Gaspare Campari, l’inventore del famoso bitter, si trasferisce qui con casa (qui nasce infatti suo figlio Davide nel 1867) e bottega; il Caffè Zucca in Galleria dal 1867 (è anche quello che ha registrato ben 87 rotture di vetrine da parte dei dimostranti politici che facevano scorribande in Galleria); persino il Corriere della Sera ha i primi uffici al n.77 della Galleria (nel 1876 tira già 3000 alle 15.00 copie, ha già cambiato più volte proprietario ed inseguirà per molti anni, in numero di tirature, la concorrente La Perseveranza), almeno fino al 1880.

Veduta baricentrica (Foto di Alloni Luigi)

Nel 1884 nasce il Savini, il più noto ristorante di Milano: Virgilio Savini che gestiva un caffè in via Unione, aveva rilevato nel 1881 la birreria Stocker, lì dal 1875. Nel 1902 nel locale viene fondato l’antesignano dell’Automobile Club di Milano da 50 proprietari d’auto. A Milano ci sono già 194 vetture! Nel 1925 apre il bar Camparino (ora Zucca) in Galleria. L’arredo, tuttora esistente, comprende i ferri di un maestro del liberty, Alessandro Mazzucotelli, lo stesso che disegnò i lampioni che illuminano ancora oggi, Piazza Duomo.

Ma a Natale sfoggia tutta la sua allure e ci regala il meglio di sè.

Il Natale di Dino Buzzati

Per farvi e farci gli auguri più sinceri, vi riproponiamo il breve ma intenso Racconto di Natale di Dino Buzzati, un  (da noi amatissimo) milanese di prim’ordine! Bastano queste poche righe, per ritrovare il Natale che desiderate… dentro di voi! Buona lettura e buon Natale soprattutto!

chiesa di Auvers- Van Gogh, 1890

Chiesa di Auvers- Van Gogh, 1890

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali. Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.

“Che quantità di Dio! ” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.

Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. ”

“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”

“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”

“Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.

Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso. Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti. Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.

I mangiatori di patate- Van Gogh, 1885

I mangiatori di patate- Van Gogh, 1885

“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”

“Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.”

“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”

E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide.

Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.

“Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?”

“Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”

Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”

” Senti ” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”

“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”

“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

“Ne ho abbastanza di salvare la mia!”

ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio. Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente). Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve.

Notte stellata. Voncent Van Gogh, 1889

Notte stellata. Vincent Van Gogh, 1889

“Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”

Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito? Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

 

 

Milano sempre pronta al Natale che quando passa piange e ci rimane male

Così cantava Milano a Natale Lucio Dalla nel 1979 , nella splendida canzone dedicata proprio alla città. Altrettanto significativa è la copertina del TG3 del 2012 con le immagini e i simboli dell’esser milanesi.

Così ci prepariamo oggi, tra la frenesia e gli affanni, al prossimo Natale milanese, augurandoci che il prossimo possa vedere una Milano un po’ più generosa, in pace con se stessa e con meno egoismo sociale.

Proponiamo così di seguito video e testo:

Milano vicino all’Europa
Milano che banche che cambi
Milano gambe aperte
Milano che ride e si diverte
Milano a teatro
un ole’ da torero
Milano che quando piange
piange davvero
Milano Carabinieri Polizia
che guardano sereni
chiudi gli occhi e voli via
Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica
Milano che fatica
Milano sempre pronta al Natale
che quando passa piange
e ci rimane male
Milano sguardo maligno di Dio
zucchero e catrame
Milano ogni volta
che mi tocca di venire
mi prendi allo stomaco
mi fai morire
Milano senza fortuna
mi porti con te
sotto terra o sulla luna
Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
Milano che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano piovuta dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero
Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano lontana dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero

 

Milano 1880: il primo Natale illuminato!

In occasione del Natale riproponiamo un nostro articolo per illustrare ai bambini la magia di una luce che si accende nel buio della notte. La stessa meraviglia che doveva colpire i milanesi a metà dell’Ottocento, prima che la luce artificiale facesse vedere distintamente l’intera città anche con le tenebre.

Ma partiamo dall’oggi per poi fare un passo indietro: la nostra città, seppur immersa in un’atmosfera un po’ sommessa, per via della crisi, anche quest’anno si è rifatta il look, con una serie di luminarie che apparecchiano tutte le vie del centro, soprattutto quelle del quadrilatero della moda, particolarmente ricche. Forse non sorge spontaneo, ma gironzolando per le vetrine, ci si è mai chiesti quando Milano ha visto il primo Natale illuminato dalla luce elettrica? Anche questa volta, la domanda parte da un luogo storico del vecchio tessuto dell’abitato cittadino.

la piermariniana facciata del Teatro di S. Redegonda

 

Tutto ha inizio infatti nel lontano 1877, nel teatro  appena abbandonato di S. Redegonda, nella via omonima, proprio dove oggi c’è il Cinema Multisala Odeon. Era già stato, fino alla fine del XVIII sec. un monastero femminile di clausura, di origine antichissime: pare fosse stato fondato alla fine del VII sec. da una regina longobarda, qui rifugiatasi, e poi  noto con il nome di Monastero di Santa Redegonda, probabilmente dalla prima metà del XII sec. Il luogo, una volta sconsacrato, era stato riattato all’inizio dell’Ottocento, a sala teatrale e nel 1877, per volontà di Giuseppe Colombo, l’allora rettore del Politecnico, venne installata la prima centrale di produzione e di distribuzione elettrica di Milano, per l’illuminazione allora solo della piazza Duomo  La dinamo verrà posta proprio sul palcoscenico del teatro. Nelle feste natalizie del 1880, si decise che in Galleria venisse mandato in pensione il vecchio sistema, con accensione meccanica, un rito peraltro che si reiterava tutte le sere, come per incanto. E il salotto coperto dei milanesi fu il primo luogo della città, ad essere illuminato elettricamente con lampade ad arco.

Rissa in Galleria-Boccioni, 1910. Questo quadro non sarebbe stato mai realizzato senza l'illuminazione in Galleria

Rissa in Galleria-Boccioni, 1910. Questo quadro non sarebbe stato mai realizzato senza l’illuminazione in Galleria

Lo stesso succedera anche per i locali che sorgevano nella più lussuosa strada coperta della città: nel 1880 si accende al Caffè Gnocchi (conosciuto solo due anni più tardi come Gambrinus), sul braccio verso Piazza Scala, la prima luce elettrica all’interno di un esercizio pubblico. Solo l’anno successivo l’illuminazione elettrica illuminerà tutto il volume della Galleria, sostituendo il gas. Nel 1882 si illuminerà il Caffè Biffi. Nello stesso anno si illuminano, nel medesimo modo i portici di piazza del Duomo, appena conclusi. Dopo questi primi esperimenti, la Società elettrica decide di impiantarsi in maniera permanente nel 1883, proprio qui, nel centro di Milano E nel bel mezzo dei chiostri dell’antico monastero, smantellati per pubblica utilità, si installa il primo impianto termoelettrico della città. Nel 1884 viene fondata la “Società Generale Italiana di Elettricità, sistema Edison“, che ottiene dal Comune l’autorizzazione a realizzare e gestire l’illuminazione elettrica di Piazza Duomo, della Galleria e di Piazza Scala. Il 24 luglio 1883 si illuminava elettricamente il palcoscenico della Scala. Alla fine del 1887 il Comune e la Edison stipulano il contratto per l’illuminazione elettrica di alcune delle strade principali della città. Le dinamo di S. Radegonda passano da 4 a 10.

La ciminiera della centrale di S. Redegonda vista dal retro del Duomo

L’officina di Santa Redegonda fu smantellata nel 1896, perché non più adeguata ad alimentare la più estesa rete elettrica, che ormai serviva anche per il trasporto tranviario. L’edificio con la sua caratteristica ciminiera verrà demolito tra il 1923 e il 1926 per far posto al cine-teatro Odeon. Sulla piazza da questo momento in poi vedremo comparire tante e varie luminarie, anche fuori dal periodo natalizio: la facciata del Palazzo Carminati in fronte al Duomo a metà del XX sec. diverrà addirittura un’unica grande insegna pubblicitaria luminosa, con figure (come la mitica signorina Kores) che tra le nebbie, magicamente simulavano movimenti con l’accensione e lo spegnimento di neon colorati ad intermittenza. Con gli anni ’80 cominceremo a vedere anche enormi pini addobbati a festa in occasione delle feste natalizie. Ma questa è ormai storia di oggi, in cui anche i nostri figli hanno imparato a riconoscersi.

Insegne e albero di Natale in una nebbiosa piazza Duomo degli anni '80 (www.pinterest.it)

Insegne e albero di Natale in una nebbiosa piazza Duomo degli anni ’80 (skyscrapercity.com)

Un libro per Natale: consigli dell’ultimo minuto per un regalo che si può prendere all’ultimo minuto

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Sono i librai per primi a dire che il libro è uno degli ultimi regali che si compra. Come dire che è l’ultima spiaggia, ma anche come dire che è un’ancora di salvataggio, e anche che per quanto scelto in fretta un libro è sempre buono.

Ora, diciamoci la verità, di libri brutti in giro ce ne sono tanti. Brutti indipendentemente dai gusti. Ma è vero che un libro è sempre uno specchio, ci si ritrova qualche pezzo di se stessi che era andato perduto o momentaneamente dimenticato, e anche un libro brutto, come uno specchio deformato, può restituirci qualcosa di noi.

Dunque un libro sì, è un bel regalo. E costa piuttosto poco, in proporzione…

Di consigli e suggerimenti sui libri da regalare per Natale i giornali e internet sono pieni, quindi mi limito a mettervi qui 7 libri che regalerò, o regalerei. Cose che conosco o che mi hanno ispirato, per quelle ragioni imponderabili per cui si coglie e si raggiunge qualcosa che non si conosce e che è sempre rimasto fuori dal radar.

Dopo di che, liberi tutti!

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Ernst Lothar, La melodia di Vienna. Di questo libro non so nulla. Ma ho visto la copertina, il titolo e la scheda e ho detto, questo è perfetto per mia mamma. Ah, aggiungo che e/o è uno dei miei editori preferiti!

Ian McEwan, La ballata di Adam Henry. Ho letto quasi tutto Ian McEwan e lo ammiro enormemente. Scrivere con semplicità e pulizia e limpidezza raccontando una storia e contemporaneamente affrontando i temi fondamentali della nostra umanità vuol dire essere davvero un grande scrittore. Questo lo regalerò anche a me, in versione inglese e ebook.

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NoViolet Bulawayo, C’è bisogno di nuovi nomi. Ne ho già scritto e stressato amici e parenti, ma lo regalerei volentieri perché oltre ad essere bellissimo da leggere è onesto e cristallino nel raccontare l’Africa e l’emigrazione. Non a caso fa parte della shortlist del Booker Prize, una delle mie principali fonti di ispirazione!

Ruth Ozeki, Una storia per l’essere tempo. Mi ha incantato e ogni tanto ci penso. Non succede proprio con tutti i libri. Come ho scritto qui, il titolo mi lascia perplessa. Ma se ci si lascia portare oltre il titolo, c’è una magia profonda che vorrei che tutti potessero vivere…

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah. Di lei ho letto Metà di un sole giallo, mi ricordo che erano i giorni prima di partire per le vacanze, sonnolenti e un po’ noiosi, e questa lettura mi aveva riportato alle estati di quando ero ragazza e leggevo, leggevo, leggevo. Mi aveva portato in un mondo che non aveva nulla a che fare con il mio e mi ci aveva tenuto, accogliente e ammaliante. Quindi questo è nella lista a pieno titolo.

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Antonia Byatt, Il libro dei bambini. Non è nuovo ma mi è rimasto nel cuore. Credo di averlo letto cinque anni fa, quando era uscito in Gran Bretagna, e quindi per venirmi in mente così tanto tempo dopo vuol dire che si è radicato bene nella mia mente e nel mio cuore. E siccome a Natale i regali si fanno con il cuore e con la mente, eccolo riemergere. E lei è candidata ad essere la mia scrittrice preferita…

John Williams, Stoner. Questo, se non l’avete mai regalato, dovete farlo. Io ne ho scritto e twittato in lungo e in largo e mi annoio da sola a ripetere quanto è bello e sorprendente. Non si può descrivere. Ma ogni libraio lo sa, quanto vale e quanto vale la pena leggerlo.

Ecco fatto. Buona domenica, buona lettura, buoni regali e buone feste!

 

PAN TRANVAI: il panettone dei poveri di provincia.

Se nell’ultimo articolo di Ciabattine Piccine abbiamo parlato del tipico dolce natalizio milanese, la cui lavorazione è ormai industrializzata, oggi vi raccontiamo del parente povero del panettone, il Pan tranvai, la cui preparazione, proprio per questo, è rimasta del tutto artigianale e affidata a esperti panettieri. Ma questi lo propongono oggi anche al di fuori delle festività, dimenticandone le origini e snaturandone il carattere. Infatti il pane con l’uvetta, già presso la corte dei Visconti si produceva per festeggiare le ricorrenze, le festività e i matrimoni. Questa usanza in realtà era diffusa anche nelle famiglie povere di contadini, perché il dolce era fatto con ingredienti semplici, quali la farina e l’uva passa: l’essiccazione della frutta fatta in autunno, per conservarla durante il periodo invernale, era tipica della pianura e delle montagne lombarde.

Il dipinto di Hayez che raffigura il conte di Carmagnola (1820)

Il dipinto di Hayez che raffigura il conte di Carmagnola (1820)

La prima testimonianza storica della presenza di questo dolce si ha nel febbraio 1426, quando il Ducato di Milano si trova impegnato in una lunga lotta con la Serenissima, per il predominio degli avamposti lungo l’Adda. In quel tempo, Giovanni Aliprandi, genero di Bernabò Visconti, una volta caduto in mani nemiche, viene decapitato dai veneziani: é accusato di aver tentato di avvelenare il Carmagnola, mercenario, milanese  d’adozione e comandante in quel frangente dell’esercito veneziano. Le fonti raccontano che ciò doveva avvenire tramite il pane ripieno di uvetta secca, di cui il conte di Carmagnola era ghiotto. La tradizione di preparare questo impasto attraversò indenne centinaia di secoli fino ad arrivare fino al dopoguerra. In realtà gli eventi tra le due guerre mondiali hanno fatto scomparire la ricetta, per via dei razionamenti degli ingredienti: per qualche tempo lo si vede in alcune vetrine di rivendita sotto la denominazione di ” pane con l’uva “. Ma alla fine della Seconda Guerra Mondiale è il momento in cui i cibi poveri della tradizione locale tornano prepotentemente sulla tavola dei lombardi. Così mentre Milano è intenta nella ricostruzione, si va a lavorare nelle grandi industrie dell’hinterland in bici e in tram. Inoltre, per la pausa pranzo, non esistevano ancora le mense, e gli operai si dotano della loro bella “schiscetta” da riempire con ciò che si riesce a racimolare. Alle fermate dei tram a vapore, che dal nord della provincia portano a Milano, si comincia a vendere di tutto, soprattutto questo pane ricco di uvetta, bruciacchiato fuori ma morbido e dolce dentro.

Una delle lineee verso nord che serviva le stazioni dove si vendeva il tyram tranvai.

Una delle lineee verso nord che serviva le stazioni dove si vendeva il pan tranvai.

La vulgata popolare lo associa facilmente al luogo e il pan dolce con le uvette diventa subito “Pan tranvai”. Il boom economico è ancora un miraggio anche per l’inizio degli anni ‘50 … Il panettone fa la sua apparizione sulla tavola di un limitato numero di persone che possono permetterselo. Nelle famiglie povere il Natale è festeggiato con il ” pan tramvai “, specie in provincia. E i bambini ne vanno matti. La ricetta più vecchia, risale proprio a questo periodo, e viene trascritta dal cav. Mario Rivolta (panificatore in Legnano). Si prevedeva per l’impasto 1 kg di farina per tre kg. di uvetta messa a bagno, il tutto lavorato rigorosamente a mano. Il vero ” pan tramvai ” era fatto con fior di farina di frumento, impastato con zibibbo di prima scelta. Il formato era a bastone, della lunghezza di due spanne, della larghezza di una e dell’altezza di tre quarti. Il segreto della bontà era quello di essere ben cotto, croccante ed elastico a larga spugna.

 

Pan tranvai (immagine tratta da icavalieridiarianna.forumfree.it

Pan tranvai (immagine tratta da icavalieridiarianna.forumfree.it)

Se qualcuno volesse cimentarsi nella preparazione di tale alimento di seguito riportiamo gli ingredienti base con la ricetta: 950 grammi di farina di grano, 50 di farina di segale, 700 di uvetta sultanina, 50 di strutto, 30 di burro, 20 di sale, due cubetti di lievito di birra., zucchero semolato, e acqua.

Si prepara quella che viene chiamata “anima” con il lievito di birra sciolto nell’acqua e poi impastato con una manciata di farina. Si lascia riposare questo impasto per tutta la notte. L’uva sultanina deve essere ben lavata e lasciata ad ammorbidirsi in acqua calda per circa tre ore, poi la si fa scolare ed asciugare molto bene. Si mescolano i due tipi di farina e si impasta con lo strutto, il burro precedentemente ammorbidito, l’ “anima”, lo zucchero e tanta acqua quanto ne serve. L’impasto deve essere lavorato a lungo e durante questa lavorazione si aggiunge il sale, mentre l’uva sultanina è da aggiungere alla fine quando l’impasto è quasi pronto. La pasta ottenuta viene divisa in pezzi e lasciata riposare per circa 40 minuti a temperatura ambiente, coperta da un panno. Si preparano quindi i panini, che dovranno essere lasciati ancora a lievitare per circa un’ora e comunque sino a quando saranno cresciuti del doppio. Si spolverano i panini con la farina, si procede alla cottura Questa può avvenire nel forno già caldo a circa 200° e per una durata di circa 20 minuti. Alla fine avranno una forma lunga circa 25 cm, larga 6/7 e alta 3/4 centimetri.