Metti un pomeriggio alle terme. A Milano

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Milano non sembra una città da terme. Così indaffarata, così pratica e pragmatica, talvolta un po’ ruvida. Eppure cela un cuore morbido, come certi cioccolatini!

Se vi dovesse capitare di avere un pomeriggio libero, andate alle Terme di Milano. Sono in un edificio liberty a Porta Romana: un edificio basso, con grandi finestre e decorato con quella delicatezza, leggerezza e frou frou che amo tanto del liberty (e che è poco milanese, per quanto Milano conservi degli splendidi esempi di liberty, magari un giorno erreerrearchitetto ce ne vorrà parlare!). Mi diceva ciabattinadx che ci portava sua figlia a lezione di danza classica, un bel po’ di anni fa quando l’edificio era cadente ma pieno di fascino.

termemilano-Reception-450Alle terme bisogna andare in un giorno freddo, come oggi. E basta entrare nel salone di ingresso per sentirsi in un altro mondo. Silenzio. Tepore. Pulizia. Quello di cui abbiamo bisogno.

17683-terme-milanoIo quando vado faccio il percorso benessere soltanto. Non ho una grande passione per massaggi e trattamenti estetici. Mi piace tutto, del percorso benessere. Camminare con i piedi immersi prima nel caldo e poi nel gelo. Il bagno di vapore. Le bolle dell’idromassaggio. La vasca esterna, vicino alle rovine romane, con i vapori che salgono verso il cielo. La stanza del sale dove respirare come al mare. La stanza del fuoco dove contemplare il fuoco, dentro un contenitore di vetro, le fiamme sempre diverse, la pace così intensa che qualcuno si addormenta e russa… E poi il buffet, sfacciatamente salutista, un trionfo di frutta, yougurt, tisane. Gli accappatoi bianchi, i passi silenziosi, le voci basse.

imagesE qui faccio una digressione delle mie, su quanto definisce il contesto. Sono sicura che le persone che vanno alle terme sono più o meno le stesse che vanno in metropolitana, al bar, nei negozi. Perché in questi ultimi luoghi parlano a voce alta, strillano al cellulare, sgomitano, ti passano sopra come se non esistessi, e improvvisamente alle terme abbassano la voce e si comportano più educatamente? Perché il contesto è fondamentale. Non solo più si urla e più bisogna urlare, più si sgomita e più bisogna sgomitare. Ma c’è un messaggio neanche tanto subliminale di regole e comportamento accettato. O non accettato. Del resto il superbravo Malcolm Gladwell, che scrive per The New Yorker e quindi non sono solo io a dire che è bravo, raccontava di come si fosse riusciti a ridurre la microcriminalità nella metropolitana di New York soltanto tenendola pulita e in ordine… un po’ come quelli che, passato il confine con la Svizzera, si tengono le cartacce in tasca invece di buttarle per terra come farebbero a Napoli!

Comunque, digressioni a parte, le Terme di Milano sono letteralmente un’oasi di benessere. Da cui si esce ritemprati. Ora poi che a febbraio inaugurano la nuova vasca/museo, non si può mancare!

Milano che in-canta: un “palo” nel ricordo dell’Ortica.

La ricordava così Enzo Jannacci sin dagli anni ’60 la periferica Ortica, ancora segnata dai campi (così come detta lo stesso toponimo che richiama il nome della pianta che infestava i prati della zona) e dallo scalo ferroviario. Era abitata e frequentata dalla ligera, quella vecchia mala milanese un po’ improvvisata di cui abbiamo parlato in un nostro passato intervento. In realta’ quello che era un vecchio borgo si era sviluppato sin dall’antichità intorno alla famosa chiesetta dei SS. Faustino e Giovita o della Madonna delle Grazie e intorno a qualche cascina ancora in funzione, come quella ancora oggi nota come S. Ambrogio. Troppo poco per un pugno di case rurali strette tra Lambrate e l’aereoporto di Linate.

Ortica, anni '60. (Foto di Mario di Blasi)

Ortica, anni ’60. (Foto di Mario di Blasi)

Troppo poco soprattutto per attirare gli appetiti di qualche gruppo organizzato di malintenzionati, che usava bighellonare e passare il tempo intorno all’antica osteria dei Tri Basei (oggi un pub-birreria) di Via Ortica 10. Qui, sin dal dopoguerra, la gente dei popolosi quartieri popolari circumvicini si riversava in cerca di svago, specie nelle afose serate estive. Era una specie di birreria con un ampio cortile interno all’aperto. Dentro si suonava anche dal vivo. Era molto frequentato perché non era necessario il pagamento all’ingresso, si pagava solo la consumazione, favorendo gli incontri di tutti i tipi da quelli più innocenti a quelli più equivoci. Per l’enorme afflusso di gente fu chiuso più volte: per il traffico che ingenerava all’esterno, tanto da non far passare nemmeno i mezzi pubblici o per gli schiamazzi che disturbavano il sonno di chi abitava le case di ringhiera intorno al cortile. Di questo vicinato se ne ricorda anche Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese: gli inquilini, esasperati dal volume e dai contenuti del sound, una sera in cui il gruppo era stato chiamato a suonare, cominciarono a subissarli di insulti e a far partire una gragnola di sassi sparati dai balconi soprastanti. Ma se questo è il contesto e il panorama abitativo, torniamo allora alla canzone “Faceva il palo” portata al successo dall’avvocato Pinnetti, in arte Walter Valdi, e da Jannacci, in realtà solo negli anni ‘70. Narra di un furfante da due soldi,  messo dalla banda a fare il «palo» durante una rapina:  scelta infelice perchè il tipo, orbo e sordo,  “a vederci, non ci vedeva un’autobotte, però a sentirci, ghe sentiva un accident”! Ecco il perchè della facile cattura dei malviventi (tranne lui). E  mentre i suoi compari sono già in gattabuia, lui è ancora lì , la gente passa e gli mette in mano un obolo. Così se ne va offeso, lasciando la banda, perchè pensa che il bottino glielo stiano passando un po’ alla volta, a colpi da cento lire!

E ora quindi seguiamo il filo di questa buffa storia da ligera, così come la interpretò lo stesso Jannacci.

 

Ti piace vivere leggero?

Quando stavo per apprestarmi a scrivere questo post mi è caduto l’occhio su una notizia pubblicata su ANSA.it: parlava della scoperta da parte di ricercatori dell’Università dei Paesi Baschi di una nuovissima pellicola green per avvolgere alimenti. È biodegradabile al 100% e deriva dai crostacei, e potrebbe aiutare in futuro a ridurre sensibilmente i rifiuti di plastica!

Neanche a farlo apposta, oggi avevo proprio voglia di parlarvi di una tendenza molto interessante e soprattutto capace di alleggerire parecchio la nostra vita rispetto a un oneroso problema (tanti se ne lagnano in città anche per questioni relative alle tasse “salate”): la riduzione dei rifiuti. C’è un ente di ricerca ambientale, Ecologos, che ha pensato di minimizzare sì i rifiuti, ma non quando sono già stati prodotti, bensì alla fonte! Questa è l’idea innovativa! In pratica, ha dato vita a un progetto che si è concretizzato in una rete di negozi (molti nella zona di Torino) dove fare la spesa completamente SFUSA. Il Negozio Leggero.

Il Negozio Leggero: qui si vede proprio chiaramente come si può fare la spesa alla spina

Il Negozio Leggero: qui si vede proprio chiaramente come si può fare la spesa alla spina

A Milano per ora c’è un solo punto vendita ed è in via Anfossi: ieri mi ha ricevuto Daniela (al Negozio Leggero la vendita è assistita come una volta, da personale, come lei, ben preparato e formato. E gentile!!), con cui ho parlato di questa bella e innovativa esperienza in tema di acquisti. Fare la spesa alla spina, spiega, vuol dire presentarsi con i propri contenitori (o comprarli la prima volta) e poi ricaricarli di vari tipi di prodotti, dal vino e dalla birra alla pasta e al riso, dai detersivi ai cosmetici, dalle spezie ai legumi, ai thé, alle zuppe… Ci sono più di 500 prodotti nudi, o per meglio dire “disimballati”, tutti molto selezionati in tema di filiera corta e di qualità.

Ecco alcuni dei prodotti che si vendono sfusi

Ecco alcuni dei prodotti che si vendono sfusi

Certo, io sono una pubblicitaria e i packaging li ho sempre studiati, anzi, sono io la prima a farmi allettare da una bella confezione. Ma quest’idea così forte e intelligente nei contenuti, così leggera nei prezzi (perché non paghi ovviamente brand e imballi) e nell’ecoconcezione, mi piace molto. E l’ho scelta da tempo, acquistando oltre alla spesa, anche originali pacchi dono (in sacchetti di carta leggerissimi!)

E c'è anche l'ecocosmesi proposta con prodotti... "nudi"!

E c’è anche l’ecocosmesi proposta con prodotti… “nudi”!

In più vorrei aggiungere un’annotazione che si inserisce al meglio nella nostra rubrica “Milano by Morning”: un gustoso appuntamento, qui, attende ogni mattina i milanesi alle ore 11. Il Panificio Grazioli, un produttore del Parco Agricolo Sud, consegna i suoi diversi, buonissimi e supernaturali tipi di pane a base di lievito madre e farine biologiche, macinate a pietra. Ieri ho comprato il “Pane Rubato”, ma c’è anche quello al Farro, ai 5 Cereali e persino il Pan Tranvai di cui ci ha parlato poco tempo fa il nostro Errerrearchitetto.

E per la Milano by Morning ecco l'appuntamento quotidiano delle 11 con il pane prodotto con lievito madre e farine macinate a pietra

E per la Milano by Morning ecco l’appuntamento quotidiano delle 11 con il pane prodotto con lievito madre e farine macinate a pietra del Panificio Grazioli

Daniela poi mi ha raccontato che il Negozio Leggero propone anche dei corsi: a febbraio ci sarà quello sull’ecocosmesi e quello sulla panificazione (io andrò certamente a mettere le mani in pasta!). Infine le ho chiesto se voleva narrarmi qualche aneddoto curioso: tra i moltissimi che le capitano quotidianamente, ha ricordato il cliente che ha chiesto… farina di ghianda di quercia! E non per impastare (che già ci pareva strano), bensì per friggere… E che dire del tipo che le ha chiesto carta igienica sfusa?? Data la “contenuta” richiesta, forse Daniela in questo tempo di gran crisi, è stata tra i pochi a incontrare un vero bisognoso…  di piccolissime pretese.

20 vantaggi, per noi blogger, posson bastare…

Ogni tanto trovo qualche articolo che dice quanto i blog sono importanti, e me lo leggo e rileggo come conferma per qualcosa di cui in realtà sarei comunque convinta.

Credo di aver avuto voglia di aprire un blog nel momento in cui ho scoperto che esistevano. E no, non tenevo un diario da piccola, e nemmeno da adolescente. Scrivevo, sì, ma soprattutto come modo per ragionare, per mettere in ordine i pensieri, per dare voce alle cose che non sapevo dire. E scrivere mi piaceva; mi piacevano (e mi piacciono tuttora) i quaderni, le penne stilografiche, i fogli, la carta, la calligrafia.

E poi ho fatto il copywriter. E poi ho smesso di farlo. Ed ecco il blog era un nuovo modo, libero, moderno, veloce, breve. Il mio ideale.

Il mio primo blog si chiamava Kooblog ed è durato un mese o poco più. Scrivevo di libri ma ne leggevo troppo pochi per tenergli dietro. Anche se mi ricordo che avevo un paio di follower fedeli a cui piaceva come raccontavo dei libri che avevo letto. Dopo un po’ di tempo c’è stato Piumedoca, e ora Ciabattine

Ma bando alla nostalgia e veniamo ai 20 vantaggi.

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Vi dirò quali sono stati per me quelli reali: il 10, il 17 e il 20. Ovvero costruirsi un network, esprimere se stessi e acquisire il controllo della propria identità online. E scusate se è poco.

Degli altri punti, il 20 poi è in questo momento cruciale: non si parla di altro che di reputazione online, e il blog è sicuramente un modo perfetto per modellare, aggiornare, migliorare giorno dopo giorno la propria “brand image”. Io aggiungerei, ai 20 vantaggi di cui sopra, la disciplina e la costanza a cui un blog ti educa, o ti riporta…

Ecco. Concludo con un libro (ti pareva che la milanese sui libri non trovava un libro per l’argomento di cui parlava!!): The reputation economy, di Michael Fertik, in cui si sostiene che la reputazione sia per un’azienda più importante di qualsiasi altro asset, valore, bilancio, quota di mercato…

Buon blog a tutti! E un grazie speciale a Ferruccio Gianola, a cui mi sono ispirata per scrivere questo articolo!

 

È tempo di musical. E il Tempio della musica.

Platone sosteneva che “La musica fa bene al cuore e all’anima”. E il musical? Direi a un numero sempre crescente di spettatori! Diversi spazi teatrali a Milano e in altre grandi città d’Italia hanno un cartellone ricchissimo di offerte in tal senso. Per gli interessati, c’è addirittura un sito italiano dedicato agli spettacoli del genere. Personalmente ho molto, molto amato i grandi musical americani cinematografici più famosi, in particolare quelli con protagonisti del calibro di Fred Astaire, Gene Kelly e più avanti anche Barbra Streisand, Liza Minnelli

Fred Astaire, uno dei più acclamati protagonisti dei musical più classici

Fred Astaire, uno dei più acclamati protagonisti dei musical più classici

A teatro ho avuto modo di vedere grandi classici che ho adorato tra i quali Evita e Cats, ma ho anche applaudito più e più volte l’intramontabile e surreale Rocky Horror Picture Show e ho anche avuto la fortuna di assistere a qualche musical di Broadway a NYC, dove la professionalità è altissima. Se è vero che il genere ebbe grande diffusione grazie al cinema di Hollywood (persino ai giorni nostri, con casi come “Mamma mia” e “Jersey Boys”), solo dopo essersi affermato nei teatri, è altrettanto vero che oggi sembra che il fenomeno funzioni al contrario: questa stagione a Milano propone per esempio la versione teatrale del film Frankenstein Junior, tanto per citarne uno tra i moltissimi. C’è un compositore d’eccellenza che viene considerato come il padre del musical statunitense il quale aveva affermato “I like to think of music as an emotional science”. Questo scienziato della musica, o meglio del musical, è George Gershwin, nato a Brooklyn alla fine dell’800, da una famiglia di emigrati ebrei, di nome Gershowitz.

Il compositore George Gershwin

Il compositore George Gershwin

Le sue opere abbracciano molti generei, dal blues, alla musica classica, al jazz. Tra le sue composizioni spiccano “Rapsodia in blu” e “Un americano a Parigi”. Questo poema sinfonico consentì di girare il mirabile film musical interpretato da Gene Kelly e Leslie Caron: conquistò 6 Oscar, un’infinità di altri premi e viene considerato tra i migliori 100 film statunitensi di tutti i tempi.

Il pluripremiato film musical "Un americano a Parigi" basato sulla composizione di George Gershwin

Il pluripremiato film musical “Un americano a Parigi” basato sulla composizione di George Gershwin

Ma perché mi soffermo così a lungo su questo compositore? Per segnalarvi un appuntamento specialissimo: alcuni tra i suoi brani più memorabili e amati verrà interpretato da un quintetto tutto femminile e veramente specializzato, il “Gershwin Quintet”, sabato 24 gennaio 2015 alle 18.30 presso il Tempio Valdese di Milano, in via F. Sforza 12/a.

 

Il Gershwin Quintet che vi attende il 24 gennaio presso il Tempio Valdese a Milano

Il Gershwin Quintet (tutto quote rosa!) che vi attende il 24 gennaio presso il Tempio Valdese a Milano

E vi dirò di più: questo appuntamento fa parte della ricca e interessante stagione di concerti “Nuovi talenti al Tempio” organizzata dall’Associazione Musica al Tempio.

L'Associazione Musica al Tempio (Valdese), che offre un'ottima stagione musicale interpretata da giovani talenti

L’Associazione Musica al Tempio (Valdese), che offre un’ottima stagione musicale interpretata da giovani talenti

Un’iniziativa accolta e promossa da una chiesa progressista come quella valdese, che vuole dare spazio anche a giovani artisti di valore. Ma attenzione: la stagione è ricca in termini di eventi di alto livello, ma non in quanto a costo del biglietto! Pensate che mette a disposizione tutto questo richiedendo un’offerta libera (a Milano non è comune, vero?)… tale offerta sostiene le attività dell’Associazione (volontaristica, laica e aconfessionale!) e l’ampliamento dell’organo del Tempio. Per saperne di più vi invito a navigare il sito http://www.musicaaltempio.it oppure Facebook alla pagina “Musica al Tempio” (pagina aperta anche ai non iscritti al social media). Per quanto mi riguarda, finisco qui. Del resto il poeta tedesco Heinrich Heine affermava che “Dove le parole finiscono, inizia la musica”.

 

Nella vecchia fattoria: le vie degli animali a Milano.

Girando per la nostra città, forse non ci siamo mai accorti che un numero non esiguo di strade sono dedicate ad animali. Il perché è presto detto: non tanto per uno spirito di storica affezione per le bestie domestiche, addomesticate o da fattoria, ma come testimonianza di come la vita agreste, almeno fino al XIX sec. si spingesse fin dentro il centro cittadino. A memoria di questa vita rurale che ancora oggi impregna di sé alcuni angoli della nostra città, non è raro trovarsi di fronte a nuclei di sistemi produttivi legati a fondi agricoli, come cascine, magari oggi trasformati in condomini. Più facilmente alcune vie ricordano nel loro nome il fatto che lì si svolgevano alcune attività legate alla vita di campagna, più che a quella cittadina che intorno si andava via via sviluppandosi. Iniziamo allora da questa categoria di toponimi con quelli che si trovano intorno alla Ca’ Granda (ex Ospedale Maggiore e oggi Università degli Studi).

S. Antonio e il maiale a lui caro in un codice miniato

S. Antonio e il maiale a lui caro in un codice miniato

Qui oltre al ben noto Convento di S. Antonio (nella via omonima), dove si allevavano i maiali, c’è la via Bergamini, il cui nome secondo alcuni deriva da alcuni allevatori di mucche da latte e casari originari della bergamasca. Più anticamente, alcune contrade (così si chiamavano le strade ) oggi scomparse, sempre nella stessa zona, prendevano il nome di via del Pesce (un tratto dell’odierna Via Paolo da Cannobbio), dove pare si svolgesse un antico mercato del pesce fluviale, portato qui attraverso il Seveso che arrivava nei pressi; o vicolo delle Quaglie (un angolo malfamato del Bottonuto, ormai scomparso, in un lotto fabbricato che va fra l’attuale Via Albricci e la Via Baracchini). Non lontano, al Cordusio, in contrada degli Orefici, vi erano la Via del Gallo e delle Galline, o Pasquèe di Gainn, come veniva detta originariamente, indicando con tale termine un campo dedicato al pascolo, una sorta di aia dove far razzolare le galline. Lo stesso antico termine ricorre in un’altra zona più prossima al Corso Vittorio Emanuele, ancora di recente conosciuta come Pasquirolo.  In questo caso si era in presenza di un pasquèe per pecore, un vero e proprio campo acquitrinoso, e per questo libero da edifici, a ridosso dell’abside del Duomo. Non lontano, non a caso, abbiamo ancora oggi la Via Agnello, animale riprodotto su una lapide ritrovata in loco e poi murata sopra il portale di un edificio.

Pietra con ovino inciso simile a quello ritrovato in Via Agnello.

Pietra con ovino inciso simile a quello ritrovato in Via Agnello.

Sempre in centro, una traversa di Via Torino ricorda il più famelico degli animali selvatici, il lupo: si tratta di quella Via Lupetta, già contrada della Lupa, per via di un laboratorio di un fabbricante d’armi, forse il primo in città, che aveva qui come insegna la testa di una lupa (simbolo molto comune fra gli armaioli, soprattutto fra quelli milanesi), che era riprodotta su una lapide murata sull’edificio. Stessa cosa, per analogia si può dire di Via della Cerva (parallela interna di Via Visconti di Modrone), perchè la tradizione la vuole legata ad un’antica locanda medioevale detta della Cervia o Cerva.

Molte altre strade, alcune ancora esistenti, altre scomparse, ricordano antiche professioni svolte grazie allo sfruttamento di prodotti animali. E’ il caso di Via dell’Orso, il cui nome è memore del fatto che durante l’epoca romana qui fossero ubicate le botteghe dei conciatori di pelli (lupi, montoni e anche orsi), con le relative insegne. Stessa cosa si può dire della scomparsa contrada dei Pellizzari, (sull’area dell’attuale Piazza Duomo), dove c’erano i banchi dei pellicciai, mercanti di pelli ovine, o della Piazza della Pescheria minuta (in un area localizzata pressappoco dove oggi c’è la facciata del Duomo) dove si vendevano gamberi e pesciolini piccoli almeno dal XII sec., o della pescheria Grossa (dove oggi la Via Mercanti si innesta su Piazza del Duomo). Nei pressi di S. Vittore, sul luogo dell’attuale Via Zenale, esisteva fino all’inizio del XX sec. la contrada delle Oche. Seppur alcuni parlino dell’esistenza in tale luogo di un antico mercato dei suddetti pennuti, pare invece che il toponimo facesse riferimento più probabilmente all’epiteto “Oche” dato dai popolani a certe monache (quelle del vicino Convento delle Cappuccine della Madonna di Loreto) per via delle loro cuffie con bianche tese ad ampie ali.

Busti dei Visconti sulla facciata dell'Hotel Cavalieri, in ricordo del luogo dove sorgeva la Ca' de Can, loro prima dimora signorile.

Busti dei Visconti sulla facciata dell’Hotel Cavalieri, in ricordo del luogo dove sorgeva la Ca’ de Can, loro prima dimora signorile (foto Robert Ribaudo)

Altri luoghi storici di Milano ricordano attività svolte con l’ausilio di alcuni animali come la Via Falcone, il cui nome pare derivi dalla presenza di una falconiera che nel XIV sec. Bernabò Visconti, abile cacciatore, teneva qui, non lontano dalla sua dimora chiamata per altro Ca’ de Can (nell’isolato dove oggi c’è l’Hotel Cavalieri, in Piazza Missori), per la presenza massiccia di cani da caccia, a cui spesso venivano dati in pasto i suoi creditori o avversari. I mastini – fino a 5.000! – erano mantenuti peraltro dai cittadini  e risiedevano nei cortili dell’enorme fortilizio.

Altre località ancora ricordano la presenza di certi particolari animali. Possiamo portare il caso del Ronchetto delle Rane, in fondo al Gratosoglio, o del Portico dell’Elefante, presso il Castello Sforzesco, dove fu riprodotto nel XV sec. dal Ferrini questo esotico animale, molto probabilmente dono di qualche signore ai duchi di Milano, che lì risiedevano.

Notturno sul Portico dell'Elefante (foto Ciabattine). In fondo sulla sinistra si intravede l'affresco con la sagoma del curioso animale.

Notturno sul Portico dell’Elefante (foto Ciabattine). In fondo sulla sinistra si intravede l’affresco con la sagoma del curioso animale.

Particolare del portico dell'Elefante con l'esotico animale in primo piano (foto Giovanni Dall'Orto)

Particolare del portico dell’Elefante con l’esotico animale in primo piano (foto Giovanni Dall’Orto)

Vorrei chiudere con un’ulteriore curiosità:  se pensaste di mostrare ai vostri bambini in Via Aquila qualche esemplare di questo nobile volatile, vi sbagliate. Ma degli animali li troverete comunque, perchè qui ha sede… il parco-canile cittadino!

 

 

 

Se attraverso la poesia scopriamo che cosa ha davvero valore. Grazie anche a @stoleggendo

A dispetto di chi sostiene che “la gente non ha valori” e “il mondo di oggi non sa cosa sono i veri valori”, la poesia che è stata più ritwittata nel corso della prima settimana di #dimmilatuapoesia per @stoleggendo è stata questa, Considero valore di Erri De Luca.

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto

Ringrazio la @ScuolaHolden per averlo lanciato, e tutti quelli che l’hanno ritwittato. Oltre naturalmente quelli che l’hanno solo letta, apprezzata e ritwittata solo dentro di sé.

Buon sabato e buona poesia!