Cosa ho scoperto e imparato alla Social Media Week

La ciabattinasx non si sarebbe persa la Social Media Week per nessuna ragione al mondo. Avrebbe voluto andare anche a quella di Londra, ad essere sincera, ma non ci è riuscita.

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Quella di Milano è cominciata lunedì ed è ancora in corso. Ha un titolo bellissimo: Reimagining human connectivity. Bellissimo anche perché una delle cose belle della Social Media Week, come del Salone del libro di Torino o del Festival di Mantova o di Bookcity, è che incontri tutti quelli con cui normalmente ti parli via email, Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e qualsiasi altro social vi venga in mente. Ci parli guardandoli in faccia, e per quanta gratitudine si possa avere verso i social network, beh, niente sostituisce un incontro di persona!

Come sempre ci sono moltissimi eventi e in genere quelli che mi interessano sono in contemporanea… scegliere è difficile ma obbligatorio. Un’ulteriore scelta è che cosa vi racconto.

imagesAllora ne ho scelti tre.

Il primo evento a cui sono andata era Storytelling & Data Visualization: Come dare un senso ai big data, in cui si raccontava e si mostrava come i dati prendono forma e senso nel momento in cui vengono rappresentati visivamente e raccontano una storia. Ci sono dei modi ormai molto sofisticati di farlo, e ne sono stati fatti vedere alcuni esempi. Ovviamente è stato detto anche come raccontare i dati vuol dire interpretarli, ma sappiamo che non c’è altro modo di usare i dati se non quello di leggerli e rappresentarli. Dichiarare i propri intenti e sapere che si sta interpretando è forse l’unica garanzia da poter presentare a chi quelle rappresentazioni le legge o le guarda.

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Il secondo evento era Pensare in digitale: aziende, politica e innovazione, come fare (e comunicare) il change management. L’avevo scelto perché la speaker principale era Domitilla Ferrari, di cui sono grande fan, e devo dire che neanche questa volta mi ha deluso. Ha esordito dicendo che il cambiamento è quello che facciamo ogni mattina ognuno di noi, e non qualcosa che arriva dall’alto o dall’esterno. E poi ha affrontato, insieme agli altri relatori, il tema del valore della visibilità online dei singoli rispetto alle aziende: visto che succede che un’azienda ti sceglie per la tua visibilità, ma succede anche che la tua visibilità cresce perchè lavori per un’azienda ma poi se quell’azienda la lasci la visibilità te la porti con te, e succede che chi lavora continuativamente con un’azienda ha una sua visibilità che aggiunge valore a quello dell’azienda, e tante altre cose che non sono mai successe prima. E che sono state affrontate con grande calma e direi quasi con leggerezza… insieme a Martina Pennisi, Dino Amenduni e Enzo Baglieri.

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Il terzo era Donne e Personal Branding. Il web come accesso alle opportunità del lavoro e della politica. Evento legato al progetto She Factor a cui sono iscritta anch’io, e che quindi non potevo perdere. Oltre al fatto che c’erano Francesca Parviero, Luigi Centenaro, Paola Bonomo e Elisabetta Strada. Dove si trattava di come le donne potrebbero, potranno finalmente approfittare del web sul quale sono molto attive e presenti, per conquistarsi il posto al sole che si meritano. Ben sapendo che il tema della valorizzazione personale, e quindi della costruzione di un personal brand efficace, è un tema sul quale le donne hanno molto da imparare. Per fortuna che c’è She Factor, un’iniziativa gratuita che fa leva sul Personal Branding e sul Networking per valorizzare la presenza online delle donne favorendone un migliore accesso alle opportunità; ci sono 1300 donne iscritte, grandi discussioni su Facebook e Linkedin, ed è solo l’inizio…

E stasera HYPE presents Social Media Week Party 2015.

Let’s party!

 

 

 

Homo pluralis di Luca De Biase: no agli allarmi, si alla consapevolezza

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Ecco la milanese sui libri al lavoro di prima mattina. Non che normalmente non sia al lavoro di prima mattina. Solo che stamattina ci sono degli eventi alla Social Media Week di Milano e quindi comincio più tardi del solito e scrivo il post prima di andare al lavoro anziché dopo.

Con il caffè.

Del resto nell’Homo pluralis ci sta anche quello.

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Ci sono andata ieri, alla presentazione di questo libro. Da donna fortunata quale sapete che sono, sono stata invitata (ringrazio Codice Edizioni). Mi ha fatto sorridere il tweet di Barbara Sgarzi, che ho visto a fine presentazione, e intitolava Fifty shades of gray la foto dei tre relatori, Ferruccio De Bortoli, Luca De Biase e Morgan, ognuno con la sua variante di capelli grigi, brizzolati anzi.

Doveva essere una presentazione interessante, direte voi. E infatti lo era. Alla Fondazione Feltrinelli. Parecchio affollata, anche, che ci ho messo un po’ a potermi sedere.

Come sempre, vi dirò che cosa mi piace e mi è piaciuto. Innanzitutto il porsi ancora una volta il problema delle macchine e del peso e influenza che hanno nella nostra vita. De Biase ha ricordato come Ungaretti, si, il poeta, che è stato futurista e quindi credeva nelle macchine e ne esaltava la bellezza, ebbene Ungaretti nel 1953, scrivendo sulla rivista Civiltà delle macchine, scriveva di essere preoccupato per l’avvento dell’elettronica, perché le macchine avrebbero potuto superare gli uomini e togliergli l’immaginazione…

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Ma ho trovato interessante soprattutto quello che si diceva sulle piattaforme. Su come possano essere costruite per permettere delle azioni intelligenti e utili. Le piattaforme civiche, come ad esempio CIVICI, lo strumento di consultazione pubblica per le riforme costituzionali, sono luoghi dove non si dice “mi piace” o “non mi piace” ma si danno contributi veri e pensati. E naturalmente, se alla gente chiedete di dirvi solo mi piace o non mi piace lo fa, ma se gli chiedete qualcosa di più lo fa ancora più volentieri. Che il contesto sia importante se non determinante l’ha scoperto pure Facebook, quando segretamente ha fatto l’indagine su quanto vedere sul proprio wall messaggi ottimisti o pessimisti induceva ad essere più o meno sereni ed ottimisti. Che poi l’abbia fatto a nostra insaputa è grave assai, ma la rivalutazione del contesto è giusta. Ieri non è stato citato, ma Zygmunt Bauman ha sottolineato più e più volte nei suoi libri come sia terrificante essere ritenuti responsabili della propria vita in modo assoluto ed esclusivo, come se non ci fosse un contesto, come se le nostre scelte fossero fatte nel vuoto.

E a sostegno dell’importanza del contesto, delle piattaforme basate su dei progetti e non su dei like, Luca De Biase ha ricordato come anche la scoperta dei neuroni specchio va a confermare che siamo uomini, e donne, pluralis, definiti in primis dalle relazioni che intratteniamo con gli altri. Ed è essere consapevoli di questo che ci salverà, molto più di tutti gli allarmi che si possono strillare sulle macchine e la tecnologia.

Certo, poi si è detto molto altro. Ma io mi fermo qui. Un po’ perché devo andare a lavorare, un po’ perché penso che andrete a comprare il libro (lo fate sempre dopo i miei post, no?) e mi direte cosa ne pensate.

Io non l’ho ancora letto ma ce l’ho qui di fianco ed è nella to do list.

Buona giornata e buona lettura!

Come riconoscersi milanesi, fin da piccoli.

A circa tre mesi dall’apertura di Expo, Milano si interroga ancora su quale simbolo forte possa davvero rappresentare la nostra città. Ne leggevo persino venerdì scorso su Repubblica che ci informava come da mesi un comitato sia al lavoro per captare idee, tendenze e soprattutto fare indagini fra la gente e nei quartieri per trovare un brand forte che ci caratterizzi e distingua nel mondo.

Il ghisa (il più classico vigile, in dialetto milanese)

Il ghisa (il più classico vigile, in dialetto milanese)

Stanno proponendo una serie di icone classiche e pop, che noi di Ciabattine avevamo visto in anteprima in una mostra presentata ad aprile 2014 alla Triennale, in occasione del Fuorisalone 2014. Era presentata col titolo “Identità di Milano” e allestita dal designer/architetto Michele De Lucchi su indicazione di questo Comitato Brand Milano. In realtà mi ci ero imbattuto per caso, poiché rappresentava una di quelle piccole esposizioni che la Triennale relega in spazi secondari, e che scopri solo se sei davvero interessato. Il tema però mi aveva davvero incuriosito: riporto testualmente dalla presentazione: La mostra presenta i segni del patrimonio simbolico di Milano, raccontando cosa rappresenta la città oggi nell’immaginario collettivo attraverso l’evoluzione dello stemma e dei simboli della città e della comunità, i volti di milanesi rilevanti tra nativi e adottivi, le vere icone dell’arte, i profili dei palazzi storici e moderni, i luoghi topici.

La leggendaria scrofa riprodotta sul Palazzo della Ragione, lato Via dei Mercanti

La leggendaria scrofa riprodotta sul Palazzo della Ragione, lato Via dei Mercanti (foto Robert Ribaudo)

Oggi a qualche mese di distanza dalla presentazione il sito Brand Milano/Triennale illustra oltre che una serie di fotografie di luoghi simbolo di Milano anche una disamina di icone identitarie, siano esse grafiche o culturali. Quindi non potevano mancare alcune figure care alle storie di Ciabattine Piccine e di cui abbiamo già parlato: dal panettone alla Scala, dal ghisa (il vigile urbano, per i non milanesi) alla vedovella (la classica fontana pubblica per l’acqua potabile), dalla Madonnina alla casa di ringhiera, dal biscione visconteo alla scrofa semi-lanuta, dallo stemma cittadino con lo scudo crociato al Duomo.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo (foto di Robert Ribaudo)

I 14 temi identitari rappresentati da noti illustratori, passano per uno studio attento ai “plus” per cui Milano è famosa nel mondo: la moda, il design, la formazione con le sue innumerevoli università, la salute con il suo sistema che contempera il privato con il pubblico, la sua arte e la sua cultura. Tutto questo studio è stato presentato alla città, nei mesi scorsi, attraverso delle installazioni (torri sceniche), in giro per la città, per aumentare e stimolare la consapevolezza dell’essere milanese.

Uno dei simboli di Milano: la Torre Velasca (foto di Robert Ribaudo)

Uno dei simboli di Milano: la Torre Velasca (foto di Robert Ribaudo)

Ma perchè parlo oggi di questo tema ad un pubblico di bambini (oltre che di genitori naturalmente)? Perchè il problema è innanzitutto di tipo culturale, nell’offrire la possibilità di sviluppare nei nostri figli la cosapevolezza di cosa voglia dire essere un bimbo a Milano, piuttosto che a Roma o a Firenze. Perchè il carattere di Milano, col tutto il suo carico di storia e natura, deve farci sentire orgogliosi, poichè è il frutto del lavoro di tanta, tanta gente, che qui non necessariamente è nata, ma che è cresciuta insieme ad una città che cambia sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, come un organismo vivo!

C'è chi ama i capolavori di questo Leonardo...

Il lavoro di un milanese d’adozione che ha segnato per millenni il volto di Milano

Quindi, dopo qualche riflessione durata qualche mese, l’iniziativa a mio avviso più che una valenza di rilancio di immagine, ha una forte valenza educativa, soprattutto nei confronti dei ragazzi, al di là  del forte ritardo e in virtù della distorta percezione con cui Milano viene vista, sia all’estero che in casa nostra: città tagliata per gli affari, la moda, gli appuntamenti fieristici ma poco propensa a essere ancora una città accogliente e tantomeno un centro d’arte e di turismo culturale al pari di Firenze o di Roma.

Lo yoga spiegato agli sciatori

Eh, già, e la milanese sui libri, quell’appuntamento del sabato che nessuno dei nostri amici e lettori si perdeva mai, dov’è finito?

Siamo stati in sciopero? O forse non si stampano più libri?

E ora ci tira fuori lo yoga e gli sciatori?

Tranq, come direbbero i giovani d’oggi. Anche se ancora non sembra, sto parlando di un libro: Insegnaci la quiete di Tim Parks. Il titolo originale, Teach us to sit still, mi piaceva ancora di più, perché con immediatezza mi riporta all’infanzia, a quei tanti momenti in cui bisognava stare seduti fermi… ma era impossibile, con tutto quello che c’era al mondo da vedere e scoprire!

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Ora questo libro è uscito da un po’ di tempo, e io l’ho letto ancora prima che uscisse e ho anche avuto la fortuna sfacciata di conoscere l’autore (per lavoro, s’intende!). E mi è tornato in mente quando ero a sciare in Trentino (qualcuno dei nostri seguaci più accaniti può aver visto qualche foto sul mio nuovo blog Chic After Fifty, che è un blog di moda e quindi ne posso parlare perché non minaccia il nostro ciabattine). State sempre pensando che meno il can per l’aia e non vengo al punto? Il punto è che nel gruppo con cui ero in montagna c’era un’istruttrice di yoga, e le abbiamo chiesto se ci faceva delle lezioni après ski e lei ce le ha fatte ed era bellissimo. E di yoga si è parlato a tavola, perché è uno di quegli argomenti su cui tutti abbiamo un’opinione anche se non ne sappiamo niente. E così mi sono ricordata di Tim Parks, e di Insegnami la quiete.

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Perché Tim Parks era uno scettico, lo dice anche nel sottotitolo. Ma aveva un serio problema di salute, e quando si è trovato a firmare le carte prima di entrare in sala operatoria senza sapere bene come ne sarebbe uscito, beh a quel punto si è ricordato di un medico ayurvedico che in India, ancora prima che i sintomi della malattia fossero insopportabili, gli aveva indicato le ragioni psichiche di quella malattia. Ci vogliono anni ed un intero libro, bellissimo ripeto, ed anche dolorosi cambiamenti, perché l’autore stia meglio e si liberi dei sintomi. Ma la strada per guarire non è quella di togliersi un organo, riempirsi di velenosi medicinali o stordirsi di pareri medici. La strada è capire. Capire se stessi. E Tim Parks lo fa attraverso lo yoga e la meditazione, discipline verso le quali nutriva una profondissima quanto immotivata diffidenza, e che si rivelano non solo la sua salvezza ma anche un modo per riprendersi la sua vita.

E adesso dicci cosa c’entrano gli sciatori, sento che mi state gridando dal fondo. C’entrano perché lo sci è uno sport meraviglioso ma estremamente tecnico, in cui alle volte è difficile ricordarsi che è il nostro corpo che guida gli sci. Non solo ci sono tutti gli accessori tecnici, ma un sacco di posizioni innaturali che però funzionano, e la mente spesso non ce la fa a tenergli dietro. E quando si scende dagli sci si è tutti un po’ strani, io per esempio continuo a sciare per tutta la notte… E lo yoga, per quanto semplificato come era il nostro, per principianti e ignoranti, diciamolo, lo yoga ti riporta a percepire il tuo corpo, a sentire tutte le diverse parti una a una e così sentire anche che formano il tuo corpo, ed è anche difficile, abituati come siamo a buttarci qua e là e correre e pretendere prestazioni da campioni.

Ecco adesso siete soddisfatti. E datemi retta, andate in libreria o su Amazon o in biblioteca o dove volete e prendetevi Insegnaci la quiete. Se non ci fosse ordinatelo. E poi fatemi sapere. Si accettano scommesse…

Buon sabato e buona lettura!

Perchè si chiama slogan?

Oggi ho visto che la mia amica e co-blogger Ciabattinasx ha postato qualcosa in cui si spiegava l’etimologia del termine slogan. Per cominciare, essendo una copywriter pubblicitaria da tanto tempo, mi sono un po’ vergognata di non essermi mai chiesta l’origine di questa parola…  Vero è che slogan è roba da soffitta da trisavoli (come quella della nonna di MastroLindo… visto che adesso negli spot ha fatto la sua discutibile apparizione, seconda solo a quella della nonna di Coccolino di tempo fa!) perché chi si occupa di marketing si farebbe tagliare a fettine julienne la lingua piuttosto che pronunciare una parola così desueta. Oggi ce ne sono di più specifiche e di sicuro in testa alle classifiche figura il cosiddetto “claim”. Ma torniamo allo slogan: ho scoperto che l’origine è gaelica, in particolare “slaugh” vuol dire “moltitudine di spiriti” e “ghairm” significa “urlo”. Per i Celti provenienti da aree della Scozia, lo Slaugh-ghairm era il grido di battaglia dei morti. Più avanti la parola ha abbracciato un significato più ampio, legando il concetto a “gruppo di persone”, più vicino all’accezione moderna di slogan che si delinea come frase/concetto a effetto, capace di colpire l’immaginazione di tante persone. Tutti poi quando parlano di annunci pubblicitari si fanno facilmente rapire dall’immagine, ma lasciate che una creativa che scrive testi, spezzi una lancia in favore proprio degli slogan! In Italia gli esempi sono infiniti e rimasti nella memoria nei secoli dei secoli di tutti i fruitori, ma quest’oggi voglio fare una piccola e rapida celebrazione delle meravigliose campagne stampa prodotte a partire dagli anni Sessanta dall’agenzia USA fondata da Bill Bernbach, DDB (presso il cui Gruppo in Italia ho avuto il privilegio di lavorare): quella stracelebre del Maggiolino della Volkswagen.

William Bernbach e uno dei suoi pensieri (o slogan)?

William Bernbach e uno dei suoi pensieri (o slogan)?

Certo il format creativo delle pagine era già modernissimo, come si vede dalle immagini. Pulitissimo, leggero, con il solo Beatle come protagonista… ma così denso di creatività. Però gli slogan (e il testo a seguire, la famosa body-copy) erano mirabili. Partite dall’idea che alla fine della II Guerra Mondiale gli Statunitensi non vedevano ancora di buon occhio i prodotti tedeschi. In più il Maggiolino era una reliquia della Germania nazista, dalle linee poco affascinanti per l’epoca. Un brutto anatroccolo come avrebbe potuto brillare in mezzo alla concorrenza, pubblicizzato poi con messaggi che sottolineavano il lusso e la spaziosità delle macchine, soprattutto a favore delle famiglie in crescita negli USA?

Che parole e immagini usare per pubblicizzare un'auto piccola e non deluxe negli anni in cui negli USA andavano di moda queste cosine?

Che parole e immagini usare per pubblicizzare un’auto piccola e non deluxe negli anni in cui negli USA andavano di moda queste cosine?

Bernbach scelse di trasformare i difetti in virtù, noialtri pubblicitari diremmo i minus in plus. Nacquero così splendide pagine pubblicitarie come queste due.

Mitico annuncio pubblicitario, Lemon si traduce in "scartato", più sotto scoprite perchè

Mitico annuncio pubblicitario, Lemon si traduce in “scartato”, più sotto scoprite perchè

“Lemon” è il primo di questi claim, scusate, diciamola all’antica… slogan. Il termine, tradotto dall’inglese, significa “Scartato”. Cosa voleva dire? Che per il rigore dei test a cui veniva sottoposto, un Maggiolino, un Beatle come quello nella foto poteva essere eliminato anche a causa di un solo piccolo difetto. C’è uno slogan migliore per parlare di affidabilità e sicurezza?

E poi l’indimenticata “Think small”.

Think Small.... GRANDISSIMA pagina pubblicitaria, "slogan" che ha lasciato il segno

Think Small…. GRANDISSIMA pagina pubblicitaria, “slogan” che ha lasciato il segno

Nella società americana l’imperativo era pensare in grande in tutti i sensi, ma ancor più, come si diceva, nel settore automotive, perché le auto tanto più erano grandi, tanto più erano eleganti o comunque perfette per la vita delle famiglie americane. E invece con questa pubblicità si sottolineava (anche con la bella immagine in cui il prodotto era piccolissimo… provate a dirlo adesso a un’azieneda di scegliere una campagna così, con il suo prodotto quasi invisibile!) la “grandezza” di una vettura pratica, che aveva tutto ciò che ci voleva e nulla più. E per concludere sempre con una parola, avrete notato che fatalmente il termine Beatle si associa sempre a qualcosa di molto, molto amato dal pubblico. Proprio come recitava un altro slogan: “Comunque vada, sarà un successo”.

 

Una legge sul culto. Che apre la strada a una protesta cult.

Parto dall’America per arrivare dritti al cuore di Milano. Tanto il tema è così ampio da essere quello di cui si parla più o meno dalla cacciata dall’Eden: la libertà. Punto primo. Gli USA: sono andata a vedere Selma – La strada per la libertà, il film (che mi è piaciuto e consiglio caldamente) su una delle pagine più importanti della vita e della lotta di Martin Luther King. Il grande che aveva un dream fondamentale.

Martin Luther King e la sua celebre frase.

Martin Luther King e la sua celebre frase.

Al centro della vicenda una marcia di protesta per ottenere il diritto del voto ai neri: era il 1965, e in realtà la legge era già passata, ma farraginose e pretestuose regole burocratiche facevano sì che essi non potessero recarsi alla urne, con il risultato che non fossero poi politicamente rappresentati, e dunque che non potessero ottenere altre sacrosante conquiste sociali.

La locandina del bel film che racconta un'epica pagina della  lotta di Martin Luther King per i diritti civili

La locandina del bel film che racconta un’epica pagina della lotta di Martin Luther King per i diritti civili

Sacrosante non è un aggettivo che ho buttato lì a caso. Perché introduce il tema numero due. La recente legge regionale lombarda che promuove restrizioni, prescrizioni e complicazioni -specialmente di tipo urbanistico – affinchè i Comuni abbiano grandi difficoltà a rilasciare licenze per aprire nuovi luoghi di culto. Non voglio nemmeno per un attimo entrare nel vivo di una polemica legata alla volontà di negare spazi che favoriscano aggregazioni terroristiche (c’è chi sui media ha più titolo di me per parlarne in modo approfondito, serio e opportuno), ma desidero allargare il discorso abbracciando una ben più comune quotidianità. Queste restrizioni minano infatti la libertà di culto di OGNI confessione, in un orizzonte rispettoso di tolleranza,  pluralità sociale e dialogo tra culture. Un terzo spunto è una festa che viene celebrata oggi, e che molto ha a che vedere con il tema della libertà. È il giorno della memoria, o meglio, la festa della libertà dei cittadini di fede evangelica valdese: il 17 febbraio 1848 il re di Sardegna Carlo Alberto firmava le “Lettere Patenti” che chiudevano un lunghissimo periodo di discriminazione e persecuzione per queste persone, e solo qualche giorno dopo con un analogo provvedimento riconosceva i diritti civili anche ai cittadini di fede ebraica. Ho letto in un articolo che mentre le feste di solito commemorano vittorie o momenti di gloria, queste in effetti rievocano solo sofferenze e dolore. Ma tant’è.

La firma delle Lettere Patenti (photo: chiesavaldese.org)

La firma delle Lettere Patenti (photo: chiesavaldese.org)

Il fatto che le espressioni di diverse confessioni religiose debbano essere non solo tollerate ma anche pienamente riconosciute (e dunque libere di trovare gli spazi per essere vissute e condivise), per me è e deve essere un fatto imprescindibile in una società civile moderna. Quale dovrebbe essere la nostra Lombardia. Non solo: se uno Stato come il nostro si definisce laico e coerentemente opera, non può limitare i cittadini nella loro professione di fede. Non dico certo niente di nuovo affermando che la volontà di ESCLUDERE, possa solo generare reazioni perniciose e un’intollerante protesta. Pur sottolineando anche da parte mia un autentico e sincero intento laico con queste riflessioni per dare voce al tema più generale della libertà, nondimeno mi permetto di chiudere con le parole del Cristo, puntualissime sull’argomento dell’INCLUSIONE, che ha ricordato il Pastore Valdese Giuseppe Platone di Milano e che sono tratte da una variante di alcuni versetti presenti nel Vangelo di Luca, tradotto in latino per opera di  Gerolamo (la Vulgata). Quando i discepoli si rivolgono al Maestro chiedendo di poter sterminare i Samaritani (lontani dal loro credo), il Cristo li rimprovera. E nella versione sopra citata afferma “Il Figlio dell’uomo non è venuto per perdere le anime degli uomini. Ma per salvarle”. Ecco, io a quel “perdere” darei un’accezione ampia e umana a tutto tondo… come dire, che sulla strada dell’accoglienza e della libertà, chi viene perso, può smarrire a sua volta il valore della tolleranza. Meditate, Lombardi. Meditate.

Una copia della ben simbolica Statua della Libertà che si trova proprio... sulle guglie del Duomo di Milano!

Una copia della ben simbolica Statua della Libertà che si trova proprio… sulle guglie del Duomo di Milano!

Milano che crea e distrugge, aspettando il nuovo Luna Park!

Uno di questi giorni, magari con le prime giornate col sole, mi piacerebbe portare i bambini, in un posto a loro molto caro: il Luna Park. Ma dove? Stiamo parlando naturalmente di quello stabile, non di quelle giostrine che ogni tanto fanno capolino al Parco Sempione, in Piazza Grandi o in quelle minuscole di Piazza Napoli.

Il Luna Park è un posto agognato da tutti i bambini, di tutte le generazioni: chi non ricorda il Pinocchio, non ancora burattino, che si lascia traviare da Lucignolo per andare nottetempo, nel paese dei balocchi? Il più moderno nome di Luna Park, risale al 1895, quando a Coney Island (New York) fu concepita, con questa dizione, un’area dedicata ad attrazioni e a giostre stabili. Ma in realtà il più antico parco divertimenti nacque nella vecchia Europa, a Vienna, nel Prater, dove ancora oggi c’è la famosa ruota panoramica (il Riesenrad), uno dei simboli della città. Persino Londra, seppur in ritardo, si è dotata di questo tipo di attrazione per far ammirare lo skyline della city dal Tamigi: la famosa Millenium wheel (la ruota del Millennio) o London eye (Occhio di Londra). E a Milano? Quella che vorrebbe essere la città più europea d’Italia, la città che dovrebbe attrarre, nell’anno di Expo, milioni di visitatori, il suo skyline lo farà vedere, si!…ma dai grattacieli di Repubblica-Garibaldi, dove esattamente fino a qualche decennio fa c’era il nostro Luna Park.

Ecco come si presentava negli anni '70 l'area delle varesine, dove oggi sorge il progetto di Porta Nuova alias Repubblica-Garibaldi.

Ecco come si presentava negli anni ’70 l’area delle varesine, dove oggi sorge il progetto Porta Nuova alias Repubblica-Garibaldi.

Mi spiace, cari bambini, buttarla sempre sul patetico e sulla dimensione del ricordo, ma come cantava Celentano, a Milano, lì dove c’era l’erba (o meglio un parco divertimenti) ora c’è una città. Ma si sa, il progresso e gli affari nel mondo dei grandi stanno davanti a tutto! E per i bimbi? Per loro c’è sempre Segrate, davanti all’Idroscalo. In verità il nostro sindaco qualche tempo fa, forse in preda a qualche senso di colpa, si è fatto anche lui questa domanda, nel 2013, quando è andato a visitare l’Unicredit Tower, e ha detto: “Vorrei un Luna Park per Milano. Ci stiamo pensando e sarà non necessariamente in centro purché attraente e attrattivo… Vedo una città che splende e si apre al mondo” ma “c’e’ anche la nostalgia per le Varesine”. Ma cosa sono queste Varesine? Vi ho prima anticipato dove fosse il Luna Park: si trovava su una sorta di altopiano, che dominava un non-luogo, chiamato dai Piani Regolatori degli anni ’60, Centro Direzionale. In questa terra di nessuno, non c’era solo il parco dei divertimenti cittadino, ma anche il Circo, che montava puntualmente le sue tende, sotto Natale (anche perché l’olezzo delle bestie in cattività, come per lo zoo dei Giardini Pubblici, coi primi caldi, si sarebbe sentito fin sotto la Madonnina!). Ma se Milano è una città di pianura perchè si era deciso di installare le “montagne russe” su un pianoro in quota?

Le montagne russe del Luna park di milano

Le montagne russe del Luna park di Milano

In realtà questo terrapieno nascondeva le vecchie strutture della Stazione delle Ferrovie Varesine (ecco il perché del nome), che correvano lungo il rilevato di Viale della Liberazione. Nel 1931 quando si inaugurò la nuova Stazione Centrale, i tranvai vennero incanalati per la Via Galileo Galilei e sulla sinistra si approntò quale Stazione di testa un edificio con voltoni in mattone, ove facevano capo i convogli elettrici delle linee varesine. Nel 1955, quando venne deliberato l’arretramento delle ferrovie Varesine da via Galilei alla sede dell’attuale Stazione Garibaldi, le obsolete strutture furono sotterrate sotto metri e metri cubi di terra. Dopo la dismissione, e la cessione dei terreni a un gruppo speculativo, in attesa di capire che fine far fare ad un’area vastissima (che oggi porta impropriamente il nome di Porta Nuova) prima timidamente e poi nel 1973, cominciarono ad arrivare i giostrai. Ben presto ne fecero la loro cittadella, una specie di acropoli del divertimento. Così almeno la vedevo io da piccino, poiché per raggiungerla bisognava superare una lunga scalinata in legno che portava su in cima, fino al pianoro.

La lunga scalinata che dal Viale della Liberazione, portava al...paradiso dei bambini!

La lunga scalinata che dal Viale della Liberazione, portava al…paradiso dei bambini!

Ma una volta conquistata la terra promessa (dai genitori sfiniti dalle infinite sollecitazioni), si apriva davanti a noi, bambini degli anni ’70, ogni tipo di giostra e attrazione. Sono ancora memore delle luminarie delle insegne informative che ci lampeggiavano davanti, subito fuori da scuola, sui Bastioni di Porta Nuova, sopra uno spartitraffico adibito a parcheggio. Le tentazioni erano incredibili, come le Sirene per Ulisse: il sogno era lì a portata di mano! Qualche nostro compagno di classe, con le scuole medie, era pure figlio di quegli stessi giostrai che gestivano cotante macchine. E mi ricordo ancora lo stupore che mi attanagliò quando vidi per la prima volta il luogo dove vivevano questi “fortunati” compagni: erano roulotte enormi, all’americana, dotati di ogni comfort, proprio a ridosso del paese dei balocchi. Il luogo era talmente visionario, soprattutto di mattina, prima che si mettessero in moto tutte quelle giostre e si accendessero le migliaia di luci che fu teatro di ispirazione per molte scene di pellicole della mala milanese degli anni’70.

Adriano celentano impegnato in una scena del film "Ecco noi per esempio". E' un film del 1977 di Sergio Corbucci, interpretato da Adriano Celentano e Renato Pozzetto.

Celentano impegnato in una scena del film “Ecco noi per esempio”, girata al Luna Park, con in fondo l’inconfondibile sagoma del palazzo Pirelli.. Si tratta di un film del 1977 di Sergio Corbucci, interpretato oltre che da Adriano Celentano, anche da Renato Pozzetto.

Oggi di quel luogo non c’è più nulla, nemmeno nella mia memoria: dove c’era la pericolante ruota panoramica ci sono i monumentali 146 metri della torre residenziale (detta “Diamante” per via della forma della sua cima), dove c’erano la casa degli orrori, il labirinto di specchi, i padiglioni con le palline da ping pong gettate nelle ampolle dei pesci rossi, o con gli anelli da tirare attorno a cigni di plastica, ci sono i parterre alla base di edifici in vetro e acciaio per uffici. Un altro esempio di una Milano che crea e distrugge, aspettando il nuovo Luna Park!