Cose belle che succedono a Milano: meraviglie di carta e foto che dimostrano che senza Photoshop è meglio

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Questa è la prima location dove le ciabattine si sono trovate per una serata molto milanese, di vernissage in vernissage, allenandosi a stare sui tacchi, mangiare pochissimo e far durare moltissimo un quarto di bicchiere di vino, in vista del Salone del mobile con Fuori salone del prossimo aprile.

Lo spazio è quello della Galvanotecnica Bugatti, una bella struttura dei primi del 900 che è stata una palestra e ora è una location di eventi vari ed eventuali. L’esposizione era della società francese Arjowiggins (eh sì, il nome suona proprio francese!) che fa carta e cartotecnica. Una bella mostra, anche se non troppo sorprendente per quelli come me e la ciabattinadx, che lavoriamo nel settore da anni.

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Quello che mi piace sempre osservare in queste situazioni è la gente che mi circonda. Sarà che lavoro fuori Milano, sarà che lavoro nei libri, ma quando vado agli eventi più o meno artistici sono sempre affascinata dall’emergere e farsi vedere alla mia vista di una Milano che io non so. Come se ci fossero tante Milano, che si incrociano solo occasionalmente e che sono definite da un loro codice di abbigliamento e di comportamento. Ieri c’era una certa eleganza, soprattutto maschile, completi e giacche e cravatte appena un po’ più decontracté di quelli della finanza. E anche tra le signore prevaleva il rigore professionale. Da immaginarsi un mondo di creatività rigorosa, se non vi sembra una categoria troppo ossimora… di cui mi sembrano buoni esempi gli inviti che vi ho fotografato (con la consueta perizia!) sopra.

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Il secondo vernissage era in realtà un post vernissage, perché quando finalmente, dopo numerose chiacchiere e incontri e soste e saluti e promesse di rivedersi presto e appuntamenti perché le promesse non restino lettera morta, quando finalmente le due ciabattine hanno raggiunto l’altro vernissage all’altro capo della città, alla Galleria Marco Rossi di Corso Venezia, le luci erano già state spente. Ma dato che la ciabattinasx è una donna fortunata, come sanno i milioni di lettori (o sono già miliardi?) che frequentano questo blog, e conosceva la ragazza che gestisce la galleria, le nostre due eroine hanno potuto godere di una visita guidata e privata tra le fantastiche foto di Rune Guneriussen. Le ho definite fantastiche non solo nel senso comune della parola ma anche nel suo senso letterale, perchè tutte le foto di Rune sono vere: estate o inverno, tra i boschi infiniti della Norvegia, Rune costruisce un set che rappresenta con grande poesia l’interazione e il dialogo tra l’uomo e la natura, e poi aspetta pazientemente che le luci siano giuste, che tutto sia come deve essere. E quando la foto è fatta non ha certo bisogno di Photoshop per diventare quello che non è… mi ha ricordato le storie che si raccontano del grande Ansel Adams e perché certe foto sono delle opere d’arte. Devo ringraziare Serena per averci accolto nonostante il tempo scaduto, e per averci raccontato qualcosa di bello ed evocativo.

Ecco, Milano è tutte queste cose belle. E, Expo2015 o non Expo2015, la ciabattinasx è felice di abitarci!

Confessa, figliolo, quanti ne guardi?

Se di peccato si parla, ebbene sì, io sono tra i peccatori. Ma quale sarebbe il girone dantesco che attende quelli come me all’inferno? Direi quello dei “guardatori seriali”. Che a livello mondiale una definizione l’hanno già e sono i cosiddetti Binge watchers (neologismo registrato persino dal sito Treccani, due anni fa). Binge, in inglese, si traduce letteralmente con “abbuffarsi”: ma di che scorpacciata si tratta? Guardare tanti episodi di seguito di una serie TV, o, in altre parole, seguire un nuovo sport: la maratona di visione di telefilm non solo alla televisione ma anche sul tablet o in streaming sul PC.

Una delle serie più "stra-viste": Dr. House

Una delle serie più “stra-viste”: Dr. House

Oggi infatti è possibile avere tutti gli episodi di una serie immediatamente disponibili in un’unica soluzione, grazie anche all’avvento di Netflix, un servizio che offre a pagamento contenuti televisivi e film con un abbonamento (da noi deve ancora arrivare, ma tra le PayTV e la visione in streaming ce la caviamo benissimo). Insomma, apri lo schermo e ti trovi lì bella pronta un’intera stagione di telefilm avvincenti e golosi da guardare, una puntata via l’altra da gustare come le ciliegie: come resistere a una tentazione così?

Un'altra storica serie campione: Lost

Un’altra storica serie campione: Lost

Ma allora, cosa guardano gli ingordi Binge watchers? Serie che per cinefili come me hanno la stessa grandeur di film da grande schermo, per la sceneggiatura, le scenografie e gli attori rubati proprio al cinematografo. Chi non ha sentito parlare dell’inarrivabile interpretazione di Kevin Spacey in House of Cards, per esempio, la serie da mito, che racconta la sua spettacolare carriera politica alla Casa Bianca, costruita tra intrighi, corruzione e trame diaboliche?

Fantastica Fanta-politica, con il mitico Kevin Spacey: House of Cards

Fantastica Fanta-politica, con il mitico Kevin Spacey: House of Cards

Ma ci sono autentici fenomeni in tema di successi di pubblico che hanno decisamente qualche annetto e molte stagioni in più sulle spalle come nel caso di – giusto per citarne qualcuno – Dr. House, 24 (eccellente idea visivamente innovativa sul concetto di “tempo reale” con un ottimo Kiefer Sutherland),

24: una serie il cui format è stato giudicato molto innovativo (qualche anno fa, ma resiste ancora)

24: una serie il cui format è stato giudicato molto innovativo (qualche anno fa, ma resiste ancora)

CSI Scena del Crimine, Lost, Twin Peaks (che colonna sonora!!), X-Files, Dexter, Downtown Abbey, How I Met Your Mother, i Soprano, Glee… e il campione tra i campioni “Il Trono di Spade” (non odiatemi, ma io non sono tra i suoi fan).

A molti piace la saga Trono di Spade

A molti piace la saga Trono di Spade

Personalmente, a parte la Casa Bianca di Spacey, io sono “lungamente” rapita da Homeland,

Grande successo anche per le 4 stagioni di Homeland

Grande successo anche per le 4 stagioni di Homeland

The honourable woman, Le regole del delitto perfetto,

Una delle mie serie preferite: Le Regole del Delitto Perfetto

Una delle mie serie preferite: Le Regole del Delitto Perfetto

The Killing, Fortitude e ho molto amato la miniserie sulla seconda Guerra Mondiale “Band of Brothers” dell’accoppiata Steven Spielberg e Tom Hanks

Band of Brothers, splendida miniserie sulla II Guerra Mondiale prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks

Band of Brothers, splendida miniserie sulla II Guerra Mondiale prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks

Va detto che questa famelicità seriale è studiata da molti ricercatori soprattutto perché il tempo dedicato alla visione dei telefilm “ruba” in molti casi il quotidiano tempo di vita. C’è chi vuole calcolare quindi in termini quantitativi questa maratona e lo fa con il sito Tiii.me: per quanto mi riguarda, gli ho dato solo un’occhiatina, ma ho letto che è facilissimo utilizzare questo contatore virtuale per verificare il tempo speso davanti a una serie. Qualche esempio trovato su Wired? Chi ha visto tutti gli episodi della Signora in giallo ha totalizzato 11 giorni e 5 ore, gli appassionati di E.R. Medici in Prima Linea hanno “bruciato” in tutto un bel 10 giorni, 8 ore e 14 minuti. Per alcuni si tratta di una vera bulimia e il rischio, secondo alcuni studiosi, può essere quello di ritrovarsi un po’ depressini, soprattutto se è vero che tra i fruitori ci sono molte persone sole che hanno trovato il modo per ammazzare il tempo. Io voglio continuare a pensare che il Binge watching sia tutto sommato non tanto un eccesso di appetito quanto piuttosto una sorta di “mezza maratona”. E se partecipi, come fai a non allenarti?

 

Anche i ricchi piangevano: i collegi per le fanciulle della nobiltà milanese.

La radicata piaga dell’abbandono o la mala sorte nella vita  milanese d’un tempo, non era una prerogativa solo dei bambini poveri, come abbiamo visto con l’intervento della settimana scorsa. E allora che destino toccava ai minori dell’alta società cittadina? Partiamo dal presupposto che il fanciullo non aveva la stessa dignità dell’adulto. Era spesso un inciampo, mentre era una risorsa, in pratica, solo negli ambienti rurali e proletari. I figli erano spesso il frutto di unioni fuori dal matrimonio o un’indebita intromissione nelle politiche di spartizione dei patrimoni: era considerato più efficace per il prestigio della casata tenere per il primogenito la maggior parte delle ricchezze accumulate, e lasciare le briciole per i cadetti, tanto più se erano femmine, avviate alla vita monastica. E solo per alcune di esse si aprivano i forzieri di famiglia per avviarle alla carriera di abbadessa o madre superiora.

La Monaca di monza, di manzoniana memoria, fu avviata fin da piccola e con una ricca dote alla carriera ecclesistica. Nel dipinto: La Signora di Monza - Giuseppe Molteni, 1847

La Monaca di Monza, di manzoniana memoria, fu avviata fin da piccola e con una ricca dote alla carriera ecclesistica. Nel dipinto: La Signora di Monza – Giuseppe Molteni, 1847

Ma vediamo qual era l’educazione destinata alla prole dell’alta società milanese. Iniziamo col dire che soprattutto prima del secolo XVI, l’età della Controriforma, la formazione scolastica veniva impartita all’interno delle dimore di famiglia, col classico precettore. Ma vi era una gradualità di casi  in cui il destino non era controllato dai genitori naturali per i più svariati motivi: abbandono, decadimento nella povertà o semplicemente scivolamento nella disgrazia, anche per malattia o per perdita della fortuna politica, della famiglia d’origine. Per tutta questa casistica esistevano istituti creati ad hoc. In caso di abbandono, soprattutto per le fanciulle ancora in giovane età, c’era il “Conservatorio”, un ente creato dalle Orsoline nel 1578. L’ordine acquista il monastero benedettino femminile di via della Passione per dare un rifugio alle adolescenti e “conservarne” virtù e buona educazione, evitandone umiliazioni e la vita di strada, che tanti pericoli riservava. Il fenomeno della prostituzione minorile era un’altra di quelle piaghe combattute con forza nell’epoca controriformistica. Proprio per questo il progetto si sviluppò con tal vigore, da far espandere le mura del centro di accoglienza fino all’adiacente isolato. E’ così che da questo Conservatorio prese il nome la via e, dopo la cessione allo Stato delle strutture monastiche ivi site, anche la scuola musicale di Milano, che lì viene portata. La stessa denominazione – Conservatorio – verrà poi estesa a tutte le scuole musicali del regno!

Uno dei chiostri monastici che ospita oggi il Conservatorio musicale di Milano

Uno dei chiostri monastici che ospita oggi il Conservatorio musicale di Milano

Nella stessa zona nel 1557, si era creata un’altra istituzione benefica per accogliere le fanciulle nobili cadute in disgrazia, da preparare alla vita religiosa o al matrimonio: il Collegio della Guastalla, affacciato sugli omonimi e famosi giardini, oggi comunali, ma un tempo parte dell’immensa proprietà della contessa Torelli, tra il Naviglio di Via Francesco Sforza e la Via Guastalla. Nel suo immenso palazzo (oggi sede di un piccolo asilo al piano terra e degli uffici del Giudice di Pace), corredato di un parco con peschiera, ebbe sede per quasi quattro secoli tale istituzione, poi aperta anche all’alta borghesia. E nonostante l’alternarsi dei governi e le varie dominazioni straniere l’istituzione per l’alto valore morale e civile, fu sempre comunque protetta. Ma se questi istituti si occupano delle ”Italiane”, vi è persino un ente di accoglienza per le figlie degli invasori, il Collegio delle Vergini Spagnole, presso l’attuale Via S. Nicolao, una piccola via che ancora oggi si dirama da Piazza Cadorna. Come indica il nome, fu fondato nel 1578 dal governatore Aymonte, per volere di Filippo II, per accogliere ed educare le orfane di funzionari, ufficiali e soldati spagnoli.

Usciti dall’epoca delle grandi invasioni del territorio nazionale e soprattutto con l’ascesa di una nuova classe economica (la borghesia), gli usi e i costumi della nobiltà, anche in materia di educazione cambiano.

Clara, 1865 di Federico Faruffini, rappresenta, anticipando il gusto e i tempi, lo stereotipo di una ragazza ricca ed emancipata

Clara, 1865, di Federico Faruffini, rappresenta, anticipando il gusto e i tempi, lo stereotipo di una ragazza milanese ricca, educata e già emancipata.

Si radica sempre di più il concetto che necessita una scuola che educhi le nuove generazioni delle adolescenti da marito con modelli diversi e più moderni, soprattutto dopo la ventata di mode che erano sopraggiunte dalla Francia tra la fine del Settecento e l’epoca napoleonica. Si radicherà sempre di più così la consuetudine di iscrivere le minori dell’alta società milanese al Collegio delle Fanciulle. Questo dopo un primo periodo in Palazzo Dugnani, si insedierà dal 1865 nel palazzo che fu del grande collezionista d’arte Ottavio Archinto, in Via Passione, per ironia della sorte in quella stessa zona deputata da sempre all’educazione di generazioni di ragazze milanesi di buona famiglia.

Se volete saperne di più anche sugli istituti e i metodi educativi impartiti alla giovane nobiltà di sesso maschile, allora vi rinnovo l’appuntamento con Ciabattine Piccine della prossima settimana.

Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli: non l’avrei mai letto se non fosse stato per Francesco Musolino

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La milanese sui libri è una donna fortunata, ormai è il mio incipit. Questa volta la fortuna consiste nell’avere fra gli amici quel Francesco Musolino che ha fondato @stoleggendo e che è un appassionato di libri tanto quanto me. Ha sicuramente un occhio diverso dal mio, perché è un uomo, perché fa il giornalista, perché è più giovane, perché è un altra persona semplicemente.

Ora io dalla copertina questo libro non l’avrei mai comprato. E nemmeno dal titolo. Non che non siano belli o forti. Tutt’altro. Ma non sono attraenti. Non per me.

Però sono una donna fortunata e oltre ad aver adocchiato se non letto molte buone cose su questo libro, tra tutti il pezzo di Antonio D’Orrico (al quale sono riconoscente per diverse recensioni ma soprattutto per la chiacchierata dell’anno scorso con Pierre Lemaitre e per aver diffuso Trollope), ho sentito l’entusiasmo di Francesco Musolino.

E ho deciso di fidarmi.

Ho finito Atti osceni in luogo privato ieri sera che erano quasi le due. Mi ha accompagnato negli ultimi viaggi in treno, la mattina e la sera. L’ho trovato pieno di grazia, a dispetto di quel titolo. Molto poetico, a dispetto di quella copertina. L’ho trovata una storia, di una crescita, di un amore, di una famiglia, di un uomo, così seria e profonda e pura e delicata, che forse aveva bisogno di essere mascherata con quel titolo e con quella copertina. L’ho trovato “compelling”, cosa che di solito si dice dei gialli, dei romanzoni romantici. L’ho trovato proprio bello.

E devo aggiungere che per un lettore/lettrice, le tappe della crescita e della vita che passano attraverso i libri è una bellissima lente da utilizzare per se stessi, per ritrovarsi o confrontarsi o allontanarsi… Per non dire nulla sul frammento di Whitman, che mi fa sempre sempre commuovere.

E sono stata particolarmente contenta. E’ una delle cose grandi dell’amicizia e della lettura, scoprire qualcosa a cui da sola non saresti mai arrivata, oltrepassare il pregiudizio e le remore, entrare in un luogo in cui non ti saresti avventurata e trovare il tesoro che altrimenti avresti perso.

Buon sabato e buona lettura!

 

 

Cara figlia, oggi ti scrivo così…

Ma oggi, come  scrivono madri (e padri) ai propri figli? Abbandonati da ere geologiche carta e calamaio, di novità, negli anni, ce ne sono state tante. Già mi aveva colpito anni fa un libro il cui titolo era “Ti ho lasciato un messaggio sul frigo” di Alice Kuipers in cui si raccontava la storia di una madre super-occupata e della figlia quindicenne che comunicavano solo scambiandosi post-it attaccati sulla porta del frigo, tutti i giorni nel corso di un anno.

Il rimanzo in cui madre e figlia si scambiavano messaggi solo via post-it sul frigo.

Il rimanzo in cui madre e figlia si scambiavano messaggi solo via post-it sul frigo.

L’epilogo ahimé era drammatico (e non ve lo anticipo, casomai foste interessati alla lettura del romanzo) ma devo confessare che anch’io e mia figlia ci siamo sempre lasciate bigliettini e post-it ognidove, dato che spesso i nostri orari di presenza in casa non coincidevano affatto. E fino a qui niente di strano. Il passo successivo è quando il figlio/a diventa proprietario di un cellulare: oggi come oggi, succede non molto dopo il periodo dello svezzamento. Qui il rapporto epistolare già da anni si consuma a botte di sms fino a quando, in tempi più recenti, ha preso il sopravvento lo scambio su WhatsApp, l’app di messaggistica che permette di scriversi senza pagare alcun costo di invio grazie all’utilizzo del piano dati web usato per le e-mail e la navigazione web. È vero che molti genitori hanno saputo aggiornarsi e fare propri i nuovi mezzi e strumenti di comunicazione, ma non per tutti è così. Già un annetto fa avevo scritto di quella mammina (ritwittatissima) che aveva salvato sul suo smartphone una ricetta da far avere al figlio, ma non sapendo fare uno scatto della schermata del telefono, aveva fotocopiato lo schermo inviandolo poi per posta. E poi anche l’utilizzo della tastiera e ancor più del famigerato correttore automatico, mette a dura prova il genitore non sufficientemente digitale… Ecco spiegato perché impazza su Facebook una pagina che ha meritato – fino ad oggi – quasi 268.000 like: “Mamme che scrivono messaggi su WhatApp”.

Ecco uno dei divertenti messaggi sulla pagina facebook “Mamme che scrivono messaggi su WhatApp”... perfetto per CIABATTINE!

Ecco uno dei divertenti messaggi sulla pagina facebook “Mamme che scrivono messaggi su WhatApp”… perfetto per CIABATTINE!

Questa raccoglie gli scambi di messaggi più comici e irriverenti tra genitori e figli e mette a nudo il gap generazionale di linguaggio (un autentico “slang” per i più giovani, amato però anche dai meno giovani, dove ha grande rilievo anche l’uso delle “faccine” ovvero degli emoticons), e di perizia nell’utilizzo dei mezzi digitali.

Questa volta lo scambio è con un papà

Questa volta lo scambio è con un papà

Un aneddoto personale: quello che segue è un messaggio tra la sottoscritta e la figlia 24enne, dove si evince che se non indosso gli occhiali, digito a casaccio sulla tastiera. E questi sono i risultati. E la conseguente replica della mia figliuola…

Traduco quello che avevo scritto a mia figlia senza occhiali "Sono a una mostra. visita guidata in Bocconi. richiamo dopo!!"

Traduco quello che avevo scritto a mia figlia senza occhiali “Sono a una mostra. visita guidata in Bocconi. richiamo dopo!!”

Concludo citando i miei cari, simpatici e spiritosissimi amici di cui vi avevo già raccontato a proposito della dieta “matrioska”. Qua si parla di un sms tra madre e figlia: quest’ultima lavorava in un museo e a un certo punto scrisse alla madre un messaggino dicendo che vi era in visita una delegazione di VIP e citava il nome di qualche personaggio illustre. Verso ora di pranzo la mia amica si vide scrivere questo sms dalla figlia che sarebbe tornata a casa di lì a poco: “Scola pure”. La madre andò letteralmente di corsa a mettere sul fuoco la pasta, pensando che la figlia stesse tornando a casa affamatissima. Anche voi avreste pensato a organizzare una bella spaghettata, vero? Peccato che la ragazza intendesse che al museo c’era pure Scola. Il regista Ettore Scola.

Ammetto che questo scambio potrebbe essere perfetto anche a casa mia

Ammetto che questo scambio potrebbe essere perfetto anche a casa mia

... e infine una ricetta imperdibile!!

… e infine una ricetta imperdibile!!

 

Un dragone o un biscione per la Chinatown milanese?

Oggi le cronache milanesi di molti giornali rilanciano la notizia sull’ostinazione con cui la comunità cinese di Milano stia chiedendo da mesi un portale all’ingresso di Via Paolo Sarpi: un po’ per spirito di emulazione rispetto alle altre Chinatown delle grandi città del mondo, e un po’ per dimostrare come la conquista di quel milanesissimo lembo di Borgo degli Ortolani ormai sia nei fatti totale. Ma i residenti “milanesi” non ci stanno e, piuttosto che un dragone, sulla porta ci vorrebbero mettere il biscione visconteo. Allora ho pensato di riproporvi un nostro articolo per dimostrare che originariamente gli animali fossero in verità della stessa “razza”!!

Se volete raccontare una bella favola ai vostri bambini, magari accompagnandola ad una più gradevole passeggiata nel verde, non potete esimervi dal portarli al Castello Sforzesco. Si, perché il nostro castello è pieno di leggende, storie di intrighi, vicende di corte, lotte fra cavalieri e cortigiani, congiure di palazzo e altro ancora… Ma senza addentrarci nella complicata storia della Milano medioevale, possiamo rimanerne fuori… Ma si! Anche fuori dalla mura, per costeggiare il fossato e portarci sotto uno dei torrioni spagnoli (quelli tondi, per intenderci). Su quello di sinistra, per chi arriva da Via Dante, o il primo che si incontra sulla pista ciclabile arrivando dall’Arena, potete notare un enorme stemma visconteo, con il suo ben noto biscione, divenuto uno dei simboli più noti della nostra città, come abbiamo già raccontato in passato ai nostri lettori di Ciabattine.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Dunque dicevamo del serpentone visconteo… ma ci siamo mai posti la domanda sul perché della presenza del biscione che ingoia il bambinello? I più vecchi milanesi hanno sempre sentito parlare della vipera mangia bagat,ovvero mangia bambino. Ma l’antica dicitura ci porta lontano nel tempo, dando vita a più di una leggenda. Una di queste racconta del re longobardo Desiderio, che appisolatosi perché stanco dopo una dura battaglia e di un serpente che salito sull’elmo si allontana senza mordere il sovrano. Preso come segno del destino, il fatto fu acquisito a insegna dallo stesso. E forse poi ereditato dai Visconti, nuovi padroni di Milano.

Un’altra versione racconta che durante l’assedio di Gerusalemme, nel 1099, durante la prima crociata, Ottone Visconti, alla guida di 7000 milanesi, sconfisse in un duello il terribile nobile saraceno Voluce, che per sottolineare la sua presunta invincibilità, era solito combattere sotto il simbolo di un serpente che ingoiava un uomo. Così nella crociata successiva, questa immagine già appariva sui vessilli dell’esercito milanese.

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Un’ultima leggenda, ed è quella che a noi appassiona di più, vuole che dopo la morte di San Dionigi, nella metà del IV sec., un drago di nome Tarantasio giunse nei dintorni di Milano trovando dimora in una grotta presso il lago Gerundo, situato ben oltre le mura della città (forse presso un’ansa del fiume Adda). Si riteneva che tale mostruosità divorasse i bambini, fracassasse le barche ed il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria causando la febbre gialla. Dopo diversi infruttuosi tentativi di uccisione da parte di disparati cavalieri, giunse in città Uberto Visconti che affrontò e sconfisse il mostro prima che quest’ultimo potesse ingoiare del tutto un fanciullo che aveva già cominciato a bloccare tra le sue fauci. Volendo immortalare l’evento, lo stesso Uberto, leggendario capostipite della schiatta dei Visconti, si fece riprodurre il mostro sullo scudo e sull’elmo.

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Per i più grandi, la curiosità sta nel fatto che la storia del drago del Lago Gerundo fu di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, ideatore dell’immagine del cane a sei zampe dell’Eni. Inoltre il biscione accompagnerà tutte le vicende della storia milanese e segnerà il dominio dei Visconti anche sulle terre da loro conquistate. Confini che alla fine del XV sec. arrivavano fino a Bellinzona, in Svizzera, anch’essa con un biscione sullo stemma!

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

 

 

Quel che resta della festa della donna

festa-della-donna-mimose-1Sono passati tre giorni e nessuno se la ricorda più, la festa della donna. Siamo già proiettati sulla festa del papà. Poi quella del libro. Quella della mamma. La Pasqua. Il 25 aprile. Il 1 maggio.

Vi ricordate la canzone di Lucio Dalla, L’anno che verrà, in cui diceva “sarà tre volte Natale, e festa tutto l’anno”… preveggente?

Però non volevo parlare di feste in generale, ma della festa della donna. Non se ne è parlato abbastanza? Mi ci devo mettere anch’io?

Beh si. Perché sono un po’ frastornata. Non avete idea, o forse sì, di quanti commenti siano stati messi in rete… e fuori dalla rete. La festa della donna è una di quelle cose di cui tutti parlano perchè tutti ne parlano. Ho perso un’occasione per tacere, allora? Forse. Ma come sempre, in stile ciabattine, mi piace trovare quello che mi piace, in questa festa.

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Mi piace il giallo delle mimose e mi piace che le mimose siano diventate più ricche e famose grazie alla festa della donna. Fioriscono presto, appassiscono presto, sono un po’ gracili, hanno giusto questo colore squillante per farsi strada nel mondo.

Mi piace che Wired.it abbia scritto come è nata, la festa della donna, mostrando così come tutte le cose, anche le più consolidate, hanno origini umili e complicate.

Mi piace che Anna Turcato, consulente di immagine, abbia scritto di questo tema con garbo e delicatezza, raccontando le donne che incontra e il loro modo complicato ma pieno di stare al mondo. Mi piace che ne abbia scritto Alessandra Appiano, lei invece abbastanza arrabbiata e determinata a fare le necessarie pulizie di pasqua sulla caciara che impera sul tema della donna. Mi piace che nella mia casella di posta l’Huffington Post abbia messo, tra le tante cose, delle splendide immagini di donne al lavoro. Mi piace aver letto, stamattina, il tweet di un mio nuovo follower Paolo Cirica: “Auguri. Cosa mangiamo a pranzo? Mi hai stirato la camicia?”: questa la realtà. Purtroppo parecchio diversa da quella che appare sui social.

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Insomma quello che mi piace, come sempre, della rete, è che ci sono tante voci, e che ogni voce corrisponde a una persona con i suoi gusti e le sue opinioni, e che la rete gli dà la possibilità di raccontare quell’opinione e quei gusti.

Quanto alle donne, mi piace che ci siano, che siano tante e che io sia una di loro!

Buona giornata!