L’invasione gialla arriva in estate: senti chi parla nel nuovo film dei Minions!

Sono delle vere “celeb” (termine super in auge sui magazine) i Minions, e come si era detto qualche tempo fa, al cinema è previsto il loro attesissimo ritorno, questa volta poi come protagonisti assoluti e non solo come personaggi comprimari nelle pellicole d’animazione “Cattivissimo me“. Prima di riproporvi il post che ampiamente descriveva questo divertente e spassoso “fenomeno giallo” , ho letto sul web che, essendo appunto un film di celeb, merita dei superfamosi vip come doppiatori nella versione italiana. Si sa che i piccoli gialli hanno un linguaggio astruso (come si evince dal nostro post più sotto), ma gli altri personaggi, tutti rigorosamente perfidi, in Italia avranno le voci della collaudata coppia Luciana Littizzetto e Fabio Fazio,

Littizzetto e Fazio: una coppia collaudata in TV oggi diventa anche una coppia di doppiatori (photo: Rai)

Littizzetto e Fazio: una coppia collaudata in TV oggi diventa anche una coppia di doppiatori (photo: Rai)

e poi di Riccardo Rossi e di Selvaggia Lucarelli. E poichè il film narra la storia dei Minions a partire dalla notte dei tempi, attraverso le molteplici epoche della grande Storia, fino ai giorni nostri, era necessario identificare una voce che avesse un’allure credibile, quasi si trattasse di un serioso documentario storico. Chi meglio di Alberto Angela?

Alberto Angela, scienziato anche per la storia dei Minions (photo: ilpaesenuovo.it)

Alberto Angela, scienziato anche per la storia dei Minions (photo: ilpaesenuovo.it)

La sua istruttiva voce fuori campo ci divertirà accompagnandoci lungo le molte ere “minioniche”.

Numeri e statistiche parlano chiaro, anche al botteghino of course. Si parla di incassi record a proposito del film “Cinquanta sfumature di grigio” tratto dal libro di E. L. James: a Milano ha sicuramente spopolato. Ma tutti i giornali del globo hanno titolato che già dopo il primo giorno aveva registrato incassi record: box office USA, 81.7 milioni di dollari, sul mercato internazionale 158 milioni in soli tre giorni, insomma il film è partito intascando 248 milioni di dollari. Eppure questo grigio rischia tra non molto di essere messo in ombra da un altro colore ben più vivace: il giallo. Stiamo parlando dell’arrivo, la prossima estate, del film THE MINIONS!

The Minions, lo scatenato minipopolo giallo che ha fatto innamorare il globo

The Minions, lo scatenato minipopolo giallo che ha fatto innamorare il globo

Le strane ma irresistibili creature tanto minuscole quanto gialle, sono sì legate al cinema d’animazione, ma la loro simpatia ha conquistato non di certo solo i più piccoli, perché ha fatto innamorare anche il pubblico degli adulti. Prima di dare due cenni biografici sui Minionspeople per i meno informati, sono certa che anche il pubblico meno avvezzo a seguire film d’animazione si sia imbattuto sul web e in modo particolare sui social media sulle buffissime immagini e piccoli video di questi gialli protagonisti. (A seguire uno dei “corti” più adorabili in cui è svelata tutta la passione di questi piccoli gialli per la banana!)

Nati come personaggi comprimari dei film Cattivissimo Me e Cattivissimo Me 2, hanno avuto un tale, strepitoso successo da oscurare l’importanza del protagonista principale e meritare uno spin-off, cioè un film dedicato a loro soli. E tornando alle cifre, il trailer del film che racconta le loro origini, in pochi giorni, già alla fine del 2014, aveva superato le 10 milioni di visualizzazioni sul web!

Una she-minion: un po' come i Puffi, la versione femminile è praticamente inesistente

Una she-minion: un po’ come i Puffi, la versione femminile è praticamente inesistente

Non ho numeri aggiornati, ma la casa di produzione Illumination Entertainment ha rilanciato in vari modi e con vari “tagli” il trailer, aumentando sempre di più l’aspettativa dei cinefili… Esistono ovviamente i Minions profili su Facebook, su Twitter, e poi gli emoticons… Di sicuro uno dei segreti del successo dei Minions, è il loro linguaggio ridicolissimo, che mixa espressioni linguistiche di varia provenienza, anche italiana. Dal trailer è stato tratto addirittura un #, cioè un topic che raggruppa i commenti di tutti i Minionlovers del mondo sui social media. È il divertentissimo #PAPAYA: non potete perdere questo pugno di secondi di trailer per capire meglio (fantastico il corteggiamento all’idrante scambiato per una sexy girl!).

“Hallo papaghena tu l’è bela con la papaya” è diventato un super tormentone! E sul web impazzano gli auguri che le persone (anche adultissime) si scambiano per compleanni, per il Natale eccetera… Ma è solo dalla prossima estate, e per quanto riguarda l’Italia dal 27 agosto, che sapremo se la MinionsMania riuscirà a tingere di giallo un successo che quest’inverno al botteghino è tutto grigio!

Antonio Moresco: incontrarlo a Milano conferma che la semplicità è dei grandi.

Vi ricordate, vero, che la milanese sui libri è una donna fortunata? Quindi stasera, finendo giusto in tempo per evitare il temporale, ha potuto partecipare all’incontro, che peraltro aveva organizzato, di Antonio Moresco con alcuni blogger.

Se andate in libreria e vedete un tomo di mille pagine, che lui stesso ha chiamato mattone, con la copertina dietro invece che davanti, ebbene quello è Gli increati di Antonio Moresco. Nessuna fascetta, nessuna copertina seducente, nessun ammiccamento: la potenza della scrittura è tutta qua e non ha bisogno di fronzoli.

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Anche Antonio Moresco è un tipo senza fronzoli: quando gli chiedono di vedere che cos’ha in tasca tira fuori due fazzoletti di stoffa, un pacchetto di fazzoletti di carta, il portafoglio, l’orologio e una pila che si ricarica a mano. Ha una voce leggera, in cui la forza sta tutta dentro, ma arriva con immediatezza e semplicità.

Semplicità è la parola che mi ritornava mentre ascoltavo. La semplicità conquistata, quando si cerca e si toglie finché non resta che l’essenziale. Dice “quando scrivo non ho acceso gli abbaglianti, la strada è buia e la cerco e la scopro via via. E il lettore fa la stessa cosa, perché non è un contenitore ma un essere vivo e creativo”.

Io non ho ancora letto il libro, e quindi ho solo intuito che il romanzo e l’increazione sono qualcosa che mette insieme la vita e la morte, che la morte è l’accesso a qualcosa di sconosciuto, che scrivere è un modo per cercare la conoscenza al di là degli schemi che il nostro tempo e la nostra mente ci impongono.

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E in effetti c’è qualcosa, nel modo di raccontare di Antonio Moresco, che va al di là delle parole e che le parole non sanno tradurre. Non è solo la sincerità e il candore, che pure sono totali e immacolati. E’ qualcosa di più profondo, qualcosa che arriva passando sopra le parole.

Io sono commossa, alla fine della serata. E credo che ricorderò questo stato d’animo, insieme ad un paio di frasi che ho trovato bellissime perché dette da uno scrittore:

“Avere rispetto per il lettore vuol dire dargli il meglio. Dargli qualcosa di più, non qualcosa di meno.” In risposta alla dimensione del libro, alla copertina, al tono della scrittura.

“Mi piace più leggere che scrivere. Anche perché quando leggo sono nutrito e imboccato da qualcun altro”.

Dunque andate in libreria e compratevi Gli increati. Magari non lo leggerete subito, farete come me, lo terrete fra i libri da leggere quando non dovrete farlo soltanto nei ritagli di tempo. Ma tenetevelo di scorta. E se vi capita di sentire che Antonio Moresco parla da qualche parte, andateci. E’ un regalo che vi fate.

 

ps Ringrazio per le domande Gloria Ghioni di Critica Letteraria, Annamaria Trevale di Sul romanzo, Jacopo Cirillo di Finzioni, Stefano di Libreriamo, Chiara Beretta Mazzotta di Bookblister, Antonella Sbriccoli di Panorama.it, Monica di L’ultima riga, Gabriele Ferraresi di Cargo Collective, 404: file not found e Filippo Pretolani

Chiuse e conche (restaurate) del Naviglio di S. Marco

In questi giorni presso la Conca dell’Incoronata a Milano, stanno ricollocando le chiuse leonardesche, che erano state rimosse per un laborioso restuaro. Chi fosse interessato può andare a visitare il cantiere, in fondo a Via S. Marco. A tal proposito, ripropongo un nostro articolo che illustra le opere idrauliche che il genio toscano era stato chiamato a mettere in atto per superare il salto di quota in questo punto, coincidente con l’ingresso in città del corso della Martesana.

Esiste a Milano un luogo dove il tempo si è fermato al 1960 e dove consiglio di portare i vostri bambini per far vedere come funzionava il traffico a Milano, per circa sette secoli, prima che le strade con le auto invadessero tutta la nostra città. E’ una sorta di parco archeologico, non riconosciuto da nessuno, dove le opere idrauliche che governavano le acque del Naviglio si sono come fossilizzate, provenienti da un’epoca lontanissima, vecchia come il mito di Leonardo da Vinci. Questo posto antichissimo, e pure a noi vicino, è in fondo alla Via S. Marco, all’altezza di quel ponte che un tempo bucava le mura spagnole per farvi passare le acque della Martesana, provenienti dall’Adda.

Il Naviglio di S. Marco presso la Conca dell'Incoronata in una foto deglia anni'50

Il Ponte delle Gabelle sul Naviglio della Martesana in Via S. Marco (in una foto del 1920)

Questo angolo di vecchia Milano ancora oggi è noto come Ponte delle Gabelle, poiché qui vi era (e c’è ancora) la garitta dove un esattore esigeva il pagamento di una tassa su tutte le merci e persone che, con i barconi, penetravano da Nord nel cuore della città. Ma la cosa più interessante, non è nemmeno questa: è il sistema di chiuse, progettate da Leonardo alla fine del XV sec. e ancora presenti poco più in qua, in un luogo noto come Conca di S. Marco o più precisamente dell’Incoronata, perché pare fosse stata scavata, per volere di Lodovico il Moro, sul sito di un cimitero adiacente alla vicina chiesa di S. Maria Incoronata (sull’attuale tratto finale di Corso Garibaldi).

La Conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi (foto di Robert Ribaudo)

La Conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi (foto di Robert Ribaudo)

In questo punto una serie di salti artificiali e di sbarramenti dovevano fare superare in maniera poco “traumatica” alle chiatte cariche di merci, il dislivello tra la Martesana e la cerchia interna dei Navigli, che proprio all’inizio di Via S. Marco, davanti all’omonima chiesa, riprendeva il suo placido scorrere nell’anello della fossa interna. Infatti l’acqua che si incanalava sotto il ponte suddetto raggiungeva le conche, che trattenevano una via l’altra, l’acqua attraverso la chiusura di portoni mobili, facendone innalzare il livello dove era intrappolato il barcone, per liberarlo poi nel tratto canalizzato successivo. Questo intanto si andava riempiendosi attraverso l’apertura di portelloni secondari sulla chiusa, comandati da chiavistelli mobili, azionati dall’alto.

Disegno di Leonardo da Vinci con il portone della chiusa e i portelloni secondari della Conca di S. Marco (particolare dal Codice Atlantico)

Disegno di Leonardo da Vinci con il portone della chiusa e i portelloni secondari della Conca di S. Marco (particolare dal Codice Atlantico)

E qui sta l’intervento risolutivo di ingegneria idraulica di Leonardo da Vinci su chiuse già esistenti a Milano da più di tre secoli anche in altri punti, e con problematiche simili, su tutta la rete dei Navigli. Tali portelloni secondari permettevano cioè un afflusso di acqua sufficiente a equilibrare la pressione dell’acqua ai due lati del portone principale, agevolandone così l’apertura. Naturalmente i portoni ancora visibili in loco non sono quelli originali fatti posizionare dal genio fiorentino ma riproduzioni, realizzati fedelmente dopo la chiusura dei Navigli, e qui posti a imperitura memoria di quel che fu la Milano sull’acqua.

Ecco come si presentano oggi le chiuse leonardesche con la Martesana all’asciutta (foto di Robert Ribaudo)

Ecco come si presentano prima del restauro le chiuse leonardesche con la Martesana all’asciutta (foto di Robert Ribaudo)

Riprendendo l’ideale navigazione sulle imbarcazioni, tutto questo traffico con il relativo movimento di fluidi, aggravato anche dall’afflusso della canalizzazione secondaria delle rogge circonvicine, provocava più a valle pericolose cataratte e mulinelli, in un tratto che la gente chiamava Tumbun o Tombon, che era peraltro una sorta di fogna a cielo aperto. Tale luogo era talmente nefasto che il nome era entrato nell’immaginario collettivo, come luogo scelto dagli aspiranti suicidi, certi di incontrare morte certa.

Quello che rimane del ponte sul Tumbun, all’incrocio tra Via S. Marco e Via Castelfidardo (foto di Robert Ribaudo)

Quello che rimane del ponte sul Tumbun, all’incrocio tra Via S. Marco e Via Castelfidardo (foto di Robert Ribaudo)

A questo punto i natanti entravano in un rettilineo (lungo l’edificio dove un tempo si affacciavano le rotative del Corriere della Sera) sfociante poi nel laghetto oblungo davanti alla chiesa di San Marco, dove attraccavano le barche, cariche di ghiaia, rotoli di carta, sale, laterizi e concimi.

Foglio di mappa con il Laghetto di S. Marco e con l’innesto della Martesana nella fossa interna (dalla Carta di Milano di Giovanni Brenna, 1860)

Foglio di mappa con il Laghetto di S. Marco e con l’innesto della Martesana nella fossa interna (da Carta di Milano della fine del ‘800)

Il traffico su questo particolare tratto di Naviglio fu molto intenso per tutti i secoli successivi fino all’800. Infatti dal 1782, per volere del governo austriaco fu fissato un servizio settimanale di barche da S. Marco a Lecco! Ancora nel 1920 le rotative del Corriere della Sera di Via Solferino stampavano i giornali con le bobine che arrivavano dalla cartiera di Corsico, direttamente nei pressi del Tombon de San Marc. Insomma, era come una vera autostrada con i suoi TIR, i suoi rimorchi, i suoi caselli! Ma gli odori, la gente e i mestieri che vi gravitavano intorno avevano tutt’altro sapore. Persino i rumori e i silenzi in questo punto della città erano diversi: i mezzi meccanici in azione per l’apertura dei portelloni, lo sciabordio dei flutti sulle rive all’apertura dei portoni, gli schiamazzi dei gabellieri e dei barcaioli, ne facevano un posto dove venire a passare del tempo in allegria, fra ali di curiosi che mai si sarebbero persi lo spettacolo della conca in azione.

Vecchia foto con i bambini che fanno il bagno all’ingresso della Martesana al Ponte delle Gabelle. Dietro si scorgono le Cucine Economiche, in angolo con l’attuale Via Melchiorre Gioia.

Vecchia foto con i bambini che fanno il bagno all’ingresso della Martesana al Ponte delle Gabelle. Dietro si scorgono le Cucine Economiche, in angolo con l’attuale Via Melchiorre Gioia.

Si pensi poi che d’estate ancora nel dopoguerra, i bambini della zona venivano a fare il bagno presso il Ponte delle Gabelle dove le acque erano limpide e temperate, non ancora lordate dai liquami cittadini, che si riversavano in ogni dove nella fossa interna. Alla fine del XIX sec. venne persino costruito un bagno popolare con stabilimento balneare pubblico. Ma già dal terzo decennio del XX sec. proprio i problemi igienici, oltre a quelli di circolazione e di traffico dovuti all’avvento delle automobili, furono i fattori scatenanti che fecero propendere per la chiusura dei canali cittadini. Ormai le industrie che prelevavano grandi quantità d’acqua, dopo le lavorazioni ne riversavano altrettanta, ormai difficilmente depurabile. I miasmi, specie d’estate saturavano l’aria. Milano era orami troppo grande e popolosa per conservare se stessa come era sette secoli prima. La copertura qui arrivò negli anni ’60 e la conca divenne un’area abbandonata, un terreno brullo dove tanti ragazzini continuarono però a giocare e a crescere, lontano dal traffico cittadino.

 

 

Il Duomo di Milano: una cattedrale, una piazza, un museo e una foresta di guglie.

Se in città è tutto un susseguirsi di eventi per Expo, voglio segnalare ai nostri giovani un luogo davvero speciale: il Duomo. Non ho mai spiegato come sia stato motivo di vanto e orgoglio per generazioni di milanesi. Ne aveva modellato l’identità, soprattutto durante la sua lunga storia costruttiva (durata quasi ben 500 anni!). Quando anche l’ultima lastra della facciata fu posata (all’inizio dell’ Ottocento, per volontà di Napoleone), questa spinta via via si smarrì e perse la vita per divenire una memoria di pietra: un po’ come quella che abbiamo oggi! Allora cos’è oggi il Duomo per noi?

Il più vasto edificio sacro della città non è solo la nostra cattedrale, ma uno spazio urbano vastissimo che si compone di più realtà. Innazitutto il valore di una Chiesa dedicata alla Madonna (riprodotta tutta d’oro e piccinina in sommità,  a protezione della comunità), una piazza che la contiene, circondata da portici su tutti i lati, un museo che ne conserva i tesori e alcune parti costruttive (in primis, le guglie più antiche!), un edificio con in cima un orologio, e infine un’enorme mole di pietra di Candoglia: una scultura con una terrazza a copertura, circondata di guglie elevate al cielo, che fino al secolo scorso sovrastava tutti i tetti del centro cittadino.

Piazza Duomo oggi

Piazza Duomo oggi

Iniziamo col dire che fu il più grande e antico cantiere cittadino e impregnò di sé l’intero abitato, non solo visivamente (con un forte impatto sullo skyline cittadino) ma nella vita dei singoli, che spesso donavano tributi in denaro o in ore lavorative, e anche nel linguaggio comune. Pensate che entrarono nell’uso quotidiano parole dedicate a questi “lavori in corso”: per esempio AD UFO proviene dalla scritta impressa nei barconi pieni di materiali per la cattedrale, ad Usum Fabricae Operis. O ancora il famoso  MAGUTT  non è che l’abbreviazione di  magister carpentarius, Mag Ut, presente nei libri di cantiere.

Un cantiere, una città!

Un cantiere, una città!

Persino la forma urbana fu in qualche modo influenzata dalle attività correlate alla costruzione del Duomo: la fossa interna dei Navigli, in primis, che doveva veicolare i barconi carichi di legname e pietre per la fabbrica venne regolarizzata e allargata.  Ma ciò che più risentì della presenza di questo ingombrante inquilino fu la forma della piazza che dovette ben presto attrezzarsi per ospitarlo. Fino all’Ottocento infatti era ben diversa. Per costruire i Portici, che oggi circondano il quadrilatero su tutti i lati, dovettero essere spianati ben due quartieri: il Rebecchino sul lato meridionale (verso Via Mazzini per intenderci) e la zona dei Due Muri (oggi occupata dai portici meridionali e dalla Galleria). Inoltre per ottenere un vero e proprio spazio aperto che permettesse una visuale continua da qualunque parte vi si giungesse, venne eliminato il Coperto dei Figini, un lotto porticato a più piani che ospitava parecchie botteghe storiche.

Veduta ottocentesca con il Coperto del Figino a sinistra e gli edifici del Rebecchino a destra.

Veduta ottocentesca con il Coperto dei Figini a sinistra e gli edifici del Rebecchino a destra.

Ma la piazza, col sagrato, arrivò ben ultima a demolire ciò che il perimetro della fabbrica del Duomo aveva già ingurgitato al suo interno come un’enorme balena bianca, tra cui due chiese (S. Maria Maggiore e S. Tecla) e due battisteri! La piazza medioevale, dove ogni giorno si teneva il più animato mercato del Nord Italia, contava una serie notevole di logge per i commerci e per le corporazioni e – pensate – ben 16 tra cappellette e chiese! L’unica ancora oggi rimasta è stata salvata grazie al fatto di essere stata inglobata dall’edificio ottocentesco alle spalle del Duomo. Esso fu costruito sul cimitero cristiano ai piedi dell’abside dalla cattedrale, che come spazio semi-abbandonato, fu usato per secoli come deposito dei materiali per la costruzione del Duomo. Una volta terminato il cantiere edilizio più grande della città, con la metà del XIX sec. si sentì il bisogno di costruire qui la sede della Veneranda Fabbrica del Duomo che potesse ospitare gli uffici atti a sovintendere cioè tutti i restauri necessari a tenere in buona salute un organismo ormai antico e bisognoso di continue cure.

Il palazzo della Veneranda Fabbrica, alle spalle del Duomo (foto di Robert Ribaudo)

Il palazzo della Veneranda Fabbrica, alle spalle del Duomo (foto di Robert Ribaudo)

Sulla stessa piazza Duomo, ma sul lato dell’Arcivescovado, oggi è stato riaperto, dopo anni di restauro e rinnovamento dell’allestimento, il Museo del Duomo, che conserva testimonianze di 5 secoli di storia costruttiva della cattedrale di Milano: una collezione di statue, documenti, arazzi, spartiti musicali, opere d’arte, reperti archeologici, modelli in gesso, pitture, vetrate, modelli lignei architettonici, l’archivio documentale, avori, croci, sculture di epoca viscontea e sforzesca, doccioni e soprattutto alcune GUGLIE (con relative statue) originali. SI’, LE GUGLIE GOTICHE!! Perché quelle che oggi vediamo piccole piccole dalla piazza, sono il frutto di rifacimenti continui, per via dell’usura, degli agenti inquinanti e del guano dei piccioni. Le ultime copie sono state ultimate, durante il restauro, dai carcerati delle case circondariali cittadine. Naturalmente non si tratta di capolavori: da sotto non ci accorgiamo certo dei particolari con cui secoli fa furono approntate le statue, poste sulle guglie come vessilli a svettare sul cielo cittadino.

La Statua della Libertà... alla milanese!!

La Statua della Libertà… alla milanese!!

Ma il fatto più singolare è che non si tratta solo della raffigurazione di santi come molti credono, perché tra le statue secentesche ve ne sono di veramente originali: compare un fitto regno animale fatto di primati che si fanno largo per scalare le guglie. Un vero esercito di gargoyles!!! E poi sportivi, personaggi storici, gente che ha fatto grande la nostra città. Insomma la storia di Milano pietrificata tra i cieli!!!

 Museo del Duomo. Piazza del Duomo 12
Costo dell’ingresso: € 2,00.
Il biglietto per il Museo dà diritto all’accesso anche al Duomo ed è valido per 72 ore dall’obliterazione.

Orari:

Lunedì: 14.30 – 19.30. Ultimo biglietto alle 18.30
Martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 09.30 – 19.30. Ultimo biglietto alle 18.30
Giovedì e Sabato: 09.30 – 22.30. Ultimo biglietto alle 21.30

La Milano medioevale, capitale delle eresie.

Con l’intervento di oggi vogliamo aprire un nuovo filone di indagine sulla Milano medievale, in cui illustreremo luoghi, edifici e personaggi di un’”altra” città, sconosciuta, sommessa.

Le mura medievali di Milano. Disegno di Pietro del Massajo Bibl. Apostolica Vaticana, 1472

Le mura medievali di Milano. Disegno di Pietro del Massajo
(Bibl. Apostolica Vaticana, 1472)

Questa storia copre un arco temporale che va dal XII sec., fino alla seconda metà del XVI sec. quando Carlo Borromeo, divenuto arcivescovo di Milano, dal 1565, introduce in città i nuovi precetti della Controriforma e uno stretto sistema di controllo sulla vita spirituale della città. Illustreremo con una serie di articoli, come nel quadrante Est di Milano, il più delle volte fra Porta Romana e l’attuale Porta Vittoria, a ridosso delle mura cittadine medioevali, quindi lungo la cerchia del Naviglio interno, si insedino o si coagulano vicende legate a una religiosità “diversa”, lontana dall’ortodossia cattolica della Diocesi Ambrosiana e tacciata, per questo, di eresia. La nostra storia inizia quando Milano è un libero comune, e il potere politico non è accentrato nelle mani del solo Potestà, ma distribuito tra un serie di istituzioni e corporazioni mercantili, non ultima la Curia con l’arcidiocesi e la nobiltà. In questa geografia variabile del potere della Milano medioevale, i mercanti acquistano via via sempre più peso e proprio sulle spalle dei mercanti lombardi, in giro per l’Europa, si muovono le nuove idee ..uscendo ed entrando in città, a più riprese.

l'ingresso medioevale a Porta Romana

L’ingresso medioevale a Porta Romana

I Patarini (che pare fossero i venditori di stracci) nell’XI sec. si erano insediati dietro il Duomo, uno dei più grandi mercati all’aperto della penisola. Questi fondano la Pataria, un movimento tutto milanese, ispirato alle istanze della vita semplice dei primi cristiani e denso di istanze sociali contro il clero simoniaco ( cioè che si vendeva le cariche ecclesiastiche) e concubinario. Di questo oggi rimane solo il toponimo della Via Pattari, proprio davanti all’Arcivescovado.

Ma mercanti più ricchi, istruiti e mobili cominciano a portare in città Bibbie tradotte in altri luoghi e soprattutto sanno leggere da soli senza la mediazione della Chiesa. Allora salta subito all’occhio che il messaggio evangelico della povertà del Cristo e delle prime comunità con cui Paolo di Tarso era in contatto attraverso le sue lettere, è in contrasto con lo stile di vita e con le politiche della chiesa milanese e del papato. Se questo è il quadro generale e l’ambiente di prolificazione di movimenti eterodossi, illustreremo, coi prossimi interventi, particolari luoghi legati alle eresie nella Milano del Medioevo. Faremo degli affondi sui valdesi, gli stessi che oggi hanno la loro sede nella chiesa di Via Francesco Sforza, sui Templari di Via della Commenda, sulla fondazione di S. Maria della Pace da parte di una congregazione francescana non ortodossa, gli amadeisti (poi soppressi in uno specifico concilio), sui Catari del Monforte o sugli Umiliati del convento di S. Pietro in Gessate, di cui vi introduciamo qualche cenno qui di seguito.

S. Pietro in Gessate in Corso di Porta Vittoria

S. Pietro in Gessate in Corso di Porta Vittoria con uno dei chiostri inglobato nel liceo Leonardo da Vinci

Uno dei loro conventi, già S. Pietro e Paolo in Glaxate, era il nucleo di un insediamento in città fin dal XIII sec. E anche la dedicazione ne tradisce l’origine, essendo i due apostoli, santi a loro cari. Questo era un ordine di laici e consacrati, dediti alla lavorazione e al commercio della lana, riconosciuti come onesti e indefessi lavoratori. Proprio grazie a questa loro specializzazione, molto richiesta in tutta Europa, divenne ben presto un ordine ricchissimo e in forte espansione tra i ceti medi della popolazione di Milano. Alcuni attribuiscono loro persino l’invenzione del feltro. Abbazie come Mirasole o edifici come Brera devono a loro l’origine. Ma con la ricchezza, il potere e la frammentazione delle varie comunità distribuite sul territorio, nell’arco di tre secoli, non mancarono dissidi interni , che si esacerbarono nel periodo controriformistico. In questo periodo i movimenti di questo tipo, che potevano facilmente scivolare su posizioni eretiche o di opposizione di principio alla Chiesa, vennero scoraggiati. Quando da Roma venne nominato Carlo Borromeo protettore dell’ordine per sedarne i contrasti interni, Gli Umiliati si sentirono minacciati della loro indipendenza ed entrarono quindi in contrasto sempre più acceso con l’arcivescovo di Milano. Un membro dell’ordine, Gerolamo Donato detto il Farina, tentò addirittura di assassinarlo con un colpo di archibugio alle spalle. Il colpo seppur diretto per uccidere, fu attutito, per ironia della sorta da una casacca di feltro, confezionata probabilmente dagli stessi umiliati: data la fama di santità che già circondava il Borromeo, il fatto fu considerato un segno miracoloso della protezione divina nei suoi confronti, ma l’attentato provocò una dura repressione e l’ordine maschile fu soppresso nel 1571 con una bolla papale.

Le comunità umiliate femminili, furono, per lo più sottoposte alla regola benedettina. E benedettina è la comunità che occupò già dalla metà del XV sec. il convento e la chiesa di S. Pietro in Gessate, in progressiva decadenza. E’ da asciversi a loro, e non agli umiliati, la rinascita del convento e l’aspetto odierno della chiesa , di scuola solariana. Sfortunatamente gli edifici conventuali, che avevano ospitato per secoli i Martinitt sono scomparsi per far posto a progetti legati a edifici di rappresentanza del regime durante il Ventennio. Ma uno dei chiostri si è salvato grazie all’intervento della Sovrintendenza, che lo fece smontare e spostare qualche centinaio di metri più a lato e inglobato, successivamente, nel cortile del vicino Liceo Leonardo da Vinci.

Con la Controriforma e con i Borromei a Milano, scompare la ricchezza e il fermento, anche di idee e di alcuni movimenti che si ponevano ormai fuori dalle nuove regole che la chiesa di Roma si era data per contrastare una nuova forte minaccia che arriva da Oltralpe: il Protestantesimo.

Ma questo è già l’epilogo di storie e idee che vedremo con i nostri prossimi interventi. Allora continuate a seguirci…

Essere o non essere. Milanesi.

Ai tempi dell’Expo, essere “foresti” a Milano, forse può far nascere il desiderio di ispirarsi allo stile dei cittadini residenti: così si potrebbe interpretare un simpatico decalogo/test pubblicato da Corriere.it a vantaggio di chi non sia milanese al 100% ma voglia perlomeno apparire come tale. Prima di parlarvene e divertirci un po’ su questo trendytema, desidero fare un breve affondo sulla nostra milanesità: e parlo di quella di Ciabattine.net. Di recente in rete è apparso un quadro semiotico dei blog su Milano realizzato da squadrati.com, sul quale lascio a voi personali considerazioni.

Il quadrato semiotico sui blog milanesi realizzato da squadrati.com

Il quadrato semiotico sui blog milanesi realizzato da squadrati.com

I commenti di vari blogger in calce erano in generale il fatto di non sentirsi del tutto ben inquadrati in uno schema suddiviso tra 4 Milano: la rampante, la comunitaria, quella da conservare e quella senza speranza. Ne approfitto così per sottolineare il nostro modo di vivere e commentare Milano su Ciabattine, che in qualche modo abbraccia queste visioni più alcune altre.

La testata del nostro blog: il punto di vista DA Milano

La testata del nostro blog: il punto di vista DA Milano

Il nostro, come si evince dalla testata, è il “punto di vista DA Milano”. In sostanza, un blog trasversale che fotografa le moltissime anime della città: parliamo sì tanto DI Milano, quella più segreta e insolita da conoscere da vicino, quella delle novità a tutto tondo, dalle iniziative in corso alle tendenze. Poi proponiamo anche la Mi-lagno, lo spazio aperto alla protesta su ciò che a parer nostro qui funziona meno. Ma soprattutto, quando affrontiamo anche altri temi (cinema, mondo digital e letture per esempio), fatalmente esprimiamo e rispecchiamo il pensiero di tre persone che vivono e respirano la vita di questa metropoli. Dopo aver ricordato il nostro essere blogger milanesi, torniamo alla milanesità di moda raccontata da Corriere.it con cui ho aperto l’articolo, quella anelata anche da non cittadine del luogo. Del decalogo di stile riporto appunti secondo me molto centrati per poi dirvi i miei personali. La milanese “deve” indossare la scarpa bassa: ma non solo mocassino e ballerina, io aggiungo anche le intramontabili shabby-chic Clarks.

L'understatement milanese punto molto sulle scarpe basse, ballerine e affini

L’understatement milanese punta molto sulle scarpe basse, ballerine e affini

Avere il sedere sfuggente, cioè un mero proseguimento della coscia: “magra” è indispensabile. Il braccialettino poverissimo, sempre accompagnato poi da gioielli deluxe. Capelli fonatissimi, di ogni foggia e lunghezza. Bisogna poi abbandonare la parola “festa” per sostituirla decisamente con “evento”. Da qui in poi intervengo con riflessioni mie: se nel post si parlava di usare shampoo miliardario a casa ma fare la piega dal parrucchiere cinese, e altresì farsi fare la manicure dalle catene sempre made in China, mi piace sottolineare che oggi il/la milanese trendy vive partendo dal presupposto “I tempi sono cambiati per tutti”.

Prodotti di bellezza miliardari ma piega e unghie made in China!

Prodotti di bellezza miliardari ma piega e unghie made in China!

Così, prendendo spunto dalla crisi vigente, anche chi non l’ha sentita neanche un po’, ci tiene a sottolineare che (oltre appunto presso l’estetista cinese) fa acquisti fashion solo al mercato, dove conosce le bancarelle giuste.

Il "cachemirino" a Milano si compra al mercato, alle bancarelle "giuste"

Il “cachemirino” a Milano si compra al mercato, alle bancarelle “giuste”

E poi le vacanze: no, non è più possibile andare in villeggiatura, fare viaggi eccetera. Allora, direte voi, il milanese DOC resta in città? Macchè, si dirige ben contento nelle sue magioni al maremontagnacollinalago (perché ne ha una in ognuno di questi distretti, come i marinai con le amanti in ogni porto), e, se interrogato, parla delle proprie case “importanti”. L’eufemismo più in voga per non dire “lussuose”. Sempre DOC è il milanese che non pratica più il superato Happy Hour, l’aperitivo che ha spopolato nella prima decade del 2000, ma preferisce l’enotechina (chiamatela però Wine Bar) sconosciuta e adora lo street food.

Un wine bar DOC di Milano, il Ross e Bianch

Un wine bar DOC di Milano, il Ross e Bianch

Che a Milano non c’è, perché per strada c’è solo qualche chioschetto, ma prelibatezze tipiche di questa gastronomia on the road, in città si pregustano in locali di tendenza. Un esempio: per la prima volta nella mia vita, in un bel posticino trendy nella zona est di Milano, ho assaggiato il “ganassino”, ovvero una dimenticata perché troppo poco costosa parte della carne del manzo, la guancia. Che sotto forma di brasato è pa-ra-di-si-a-ca. Così anche il food, specialmente in periodo di Expo, si fa fashion in città… e allora ricordiamoci come si definirebbe oggi un vero autoctono, usando le parole della brillantissima giornalista da me adorata, Natalia Aspesi: “Qual è la differenza tra fashionista e fashion victim? La seconda fa anni ‘ 80, e la prima? Non è follower, ma trendsetter”. Capito? Un milanese l’è inscì.

 

 

Cose belle: fare un salto e un reading collettivo al #SalTo15

La milanese sui libri, da donna fortunata come tutti sapete essere, ieri è stata al Salone del Libro di Torino. Solo un giorno? Ebbene sì. I tempi cambiano (come i costumi), alcune cose si rimpiccioliscono e altre si ingrandiscono. Si sono rimpiccioliti i budget ma si sono ingrandite le relazioni, per me. E poi alle volte (qui si, sto facendo un po’ la volpe e l’uva) meno tempo vuol dire più concentrazione.

Allora vi dirò, mi è dispiaciuto non riuscire a seguire nessun incontro. Ce n’erano molti e molti anche interessanti. Ma quello che ho avuto è stato così tanto che non sarà un piccolo rimpianto a rovinarlo…

logo_soloneDunque ho incontrato moltissime persone. Persone che conoscevo ma con le quali ho dei rapporti online, persone che conoscevo anche di persona ma non vedevo da tempo, persone che non conoscevo. Sono stati piccoli e brevi incontri ma pieni di calore.

E poi ho fatto una cosa che sapevo sarebbe stata bella ma che a farla mi è piaciuta ancora di più: ho partecipato a #ZeroGradiDiSeparazione, un reading collettivo organizzato da @stoleggendo, sempre nella persona di Francesco Musolino. Di @stoleggendo vi ho già parlato perché è un’iniziativa di cui sono parte e con orgoglio, di Francesco Musolino anche, considerato che è uno dei pochi che mi convince a leggere dei libri che non leggerei. E ieri sera alle 9 nello spazio Book to the future del Salone del libro ci siamo alternati, a coppie, leggendo brani di libri per 4 minuti a testa. Le coppie si erano formate spontaneamente tra i vari #readerguest che sarebbero stati presenti, e ogni coppia sceglieva un tema e ognuno sceglieva un libro su quel tema.

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Che cosa mi è piaciuto? Non solo il leggere ad alta voce, che trovo fantastico sia da fare che da ascoltare; non solo la ricchezza di libri che così, da una scelta liberissima, è emersa; non solo l’effettivo #ZeroGradiDiSeparazione che c’era tra libri diversissimi; non solo la passione autentica di tutti quelli che hanno letto; ma l’atmosfera un po’ magica che si è creata. Merito del vino portato fin dalla Sicilia da Adriana Falsone e circolato tra le panche? Forse un po’ sì, ma io credo davvero che i libri contengano mondi, e moltitudini: questo lo diceva Whitman di se stesso, non dovrebbe forse valere per un libro?

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Io ho letto un brano da un libro di cui vi ho parlato anche qui, Il lottatore di sumo che non diventava grosso. Mi ha fatto sorridere, il pensare a me piccolina che sceglievo quel titolo. Ma è un libro a cui periodicamente ritorno, ed è anche un libro che ha frasi forti e risuonanti, adatto ad essere spezzettato più che un romanzo che so, come Stoner. Eric-Emmanuel Schmitt è l’autore, quello di Monsieur Ibrahim e i fiori del corano, da cui hanno tratto l’omonimo film, sì, proprio lui. Se vi capita, leggete qualcosa di lui.

E poi preparatevi per l’anno prossimo: criticato, snobbato, contestato o amato, il Salone del libro è sempre una bellissima cosa.

Buona giornata e buona lettura!