Impara l’arte di riordinare e mettila… in pratica!

Oggi mi sono riproposta di parlare degli effetti benefici di un best-seller mondiale. Che ha già contribuito a mettere in ordine la vita di una moltitudine di persone. Ma per introdurre questo tema invito a ricordare una canzone a parer mio bellissima di Ligabue (prego anche chi non lo ama di soffermarsi un attimo sul testo): “Ho messo via“… Insomma il protagonista mette via di tutto, vecchi giochi, cartoni interi di illusioni, ma anche segni e legnate, però non riesce a mettere via il ricordo dell’amata. Ma dice anche “Ho messo via un po’ di consigli……… Perchè a sbagliare sono bravissimo da me”.

Ecco il punto. L’autrice del libro di cui ora vi accenno dice che da generazioni ci si sbaglia perché, diversamente da altre tradizioni familiari che si tramandano come nel caso di quella gastronomica, in questo caso nessuno ci ha mai detto per bene come si fa. In che campo siamo “bravissimi a sbagliare” vi starete chiedendo? Nel “Mettere via”, ovviamente! Ecco svelato il best-seller in questione: “Il magico potere del riordino”, della giapponese Marie Kondo.

Ecco un libro davvero magico, per ritrovare ordine fuori, e dentro noi stessi

Ecco un libro davvero magico, per ritrovare ordine fuori, e dentro noi stessi

Nel suo paese è una vera forma di cultura, anche se lei ci tiene a precisare che fin da quando ci dicono da piccoli di riordinare la cameretta, non ci viene spiegato un vero e proprio metodo. Ovvero quel metodo che lei ha messo a punto e insegna a tutti, anche a manager e capitani d’industria. È chiaro che riordinare ad arte si traduce anche nel sistemare qualcosa al nostro interno, alleggerirci da fardelli che ci opprimono, fare spazio nella nostra vita. Sarà che ci sono dei momenti in cui inconsciamente sei alla ricerca di un orientamento… Così, dovendo ora affrontare un ennesimo trasloco, ho inconsapevolmente dato ascolto ad alcuni che mi avevano parlato di questo manualetto di successo. Che ho acquistato in un autogrill dopo averne parlato in viaggio con un’amica. Ed è diventato la mia Bibbia!

E questa è l'ordinatissima autrice: Marie Kondo

E questa è l’ordinatissima autrice: Marie Kondo

Anch’io sono stata sedotta da questi suggerimenti che, come recita il sottotitolo “trasformano i vostri spazi e la vostra vita”. In breve, per non togliervi il piacere di leggerlo, l’autrice ricorda che per conservare bene, bisogna smaltire meglio. E chi non si sente, come me, un accumulatore seriale? Insomma, ho imparato un sistema molto efficace per eliminare non semplicemente qualcosa, ma direi tantissimo. E con mucho gusto! Un esempio? Solo in fatto di abbigliamento, da 7 doppie ante d’armadio a mia disposizione (in 30 anni di accumulo) sono passata in un sol balzo a 3 scarse.

Famose sono le cabine armadio e le scarpiere di Carrie Bradshaw, protagonista di Sex and the City. Temibile esempio per accumulatori seriali!

Famose sono le cabine armadio e le scarpiere di Carrie Bradshaw, protagonista di Sex and the City. Temibile esempio per accumulatori seriali!

E poi altra magia è il modo di riporre: seguendo le istruzioni che Marie insegna (non dimentichiamo che i giapponesi come la scrittrice sono gli inventori degli origami) si diventa bravi a piegare e ripiegare gli indumenti in verticale, fino a stiparli, senza che si sciupino, in modo da occupare pochissimo spazio ed essere pronti a un’ispezione chiara e completa, tutto in un colpo d’occhio. Ma sì, come nei cassetti di Intimissimi, avete presente?

Imparare a piegare, così si possono mettere tantissime cose in pochissimo spazio (e senza stazzonarle!)

Imparare a piegare, così si possono mettere tantissime cose in pochissimo spazio (e senza stazzonarle!)

Ora conto di dare anche una bella ripulita alla borsa, altro magazzino-à-porter di noi femminucce. E sarebbe bello poter educare giocando anche i più piccoli con questo metodo, passo a passo, per non ritrovarsi da grandi serial accumulators (licenza poetica). Perchè come dice il Liga “Di posto vuoto ce n’è stato, ce n’è….” Peccato non saperlo utilizzare e potersi sentire tanto leggeri anche dentro! Ma questa frase musicale termina dicendo “… Di spazio vuoto ce ne sarà”: di questo, dopo l’incontro con Marie Kondo, ne sono assolutamente certa.

 

Contro il circo delle mostre. Per la storia dell’arte.

Se qualcuno di voi ha letto il mio articolo, per Ciabattine Piccine, sullo spostamento della Pietà Rondanini al Castello, si ricorderà anche di come lo avevo chiuso; con un monito, che suonava così: ci si chiede perché in Italia e in particolare a Milano il turismo culturale non decolli. Risposta: le politiche culturali di questo strano paese non passano per interventi atti alla sensibilizzazione e la comprensione del nostro patrimonio, favorendone soprattutto le nuove generazioni, ma attraverso investimenti in eventi temporanei o maquillage di discutibile gusto. Cari ragazzi, andare al museo deve essere un divertimento, ma non è come andare al circo!

Ora a un mese di distanza è stato lanciato un campanello d’allarme dello stesso tenore al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e alla ministra dell’Istruzione Universitaria e Ricerca, sottoscritto da illustri studiosi e storici dell’arte. Ritengo doveroso che Ciabattine, nel suo piccolo, per l’impegno profuso su ciò che succede (anche di culturalmente rilevante) sul territorio, si faccia portavoce di un così accorato appello, che qui di sotto riporto fedelmente.

La nascita di Venere, di Sandro Botticelli (1482-85 c.)

La nascita di Venere, di Sandro Botticelli (1482-85 c.)

25 giugno 2015

Ai ministri Dario Franceschini e Stefania Giannini.

L’improvvisata convocazione di una congerie insensata di capolavori dell’arte italiana, provenienti dai luoghi più disparati, nel padiglione fieristico di Expo “Eataly”, è il culmine di due processi che si intrecciano inesorabilmente: la mercificazione e la privatizzazione del patrimonio culturale e la distruzione materiale e intellettuale del contesto. Ed è crudele il paradosso per cui sotto le bandiere della biodiversità si massacra ogni residuo legame delle opere d’arte con il loro territorio.
La raffica di banalizzazioni commerciali irresponsabilmente affidate a un Vittorio Sgarbi è solo la più visibile manifestazione di questa deriva.
Chiunque abbia a cuore il destino del patrimonio artistico italiano non può assistere in silenzio alla spirale che è stata imboccata negli ultimi tempi, con un crescente grado di improvvisazione. Troppi dimenticano o fingono di dimenticare quanto queste opere siano fragili, così come è dimostrato dagli incidenti piccoli e grandi che anche in tempi recenti non sono mancati. Ma al di là del repentaglio cui vengono sottoposte le opere, preoccupa il radicarsi di un atteggiamento diffuso che nel perseguire l’evento a tutti i costi dimentica le vere sfide poste dalla manutenzione e dalla salvaguardia del nostro inestimabile patrimonio: che sono l’aumento e la redistribuzione di una vera conoscenza fondata sull’innovazione del sapere, cioè sulla ricerca.
Si dimentica che solo dalla conoscenza critica può nascere una vera crescita civile: quel «pieno sviluppo della persona umana» che la Costituzione segna come obiettivo finale della tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione.
La grandezza dell’arte italiana è nel tessuto inestricabile, radicato in un territorio unico al mondo, per cui le opere maggiori e i contesti minori si illuminano a vicenda. Nell’insegnamento quotidiano noi docenti universitari di storia dell’arte cerchiamo di trasmettere ai nostri allievi la consapevolezza di questa complessità, l’importanza di capire le opere in relazione al contesto per cui sono nate, nei confronti specifici che ne rivelano le qualità uniche e irripetibili. Le mostre si stanno imponendo come orizzonte sempre più esclusivo del ‘consumo’ delle opere d’arte, per la fame di eventi che governa la società dello spettacolo: ma non è di queste mostre-zoo che abbiamo bisogno.
Lo sradicamento selvaggio dal contesto delle opere d’arte, considerate alla stregua di meri prodotti da commercializzare, si è fatto sempre più frenetico e irragionevole, e promette sviluppi anche più sconsiderati, su scala globale. Questa deregulation – di cui la kermesse Tesori d’Italia rappresenta un emblema eloquente – deve indurre in tutti un serio esame di coscienza.
Chiediamo dunque al ministro Dario Franceschini di introdurre nel Codice dei Beni Culturali articoli che disciplinino più severamente la movimentazione delle opere d’arte in Italia, garantiscano la tutela dei manufatti più fragili, restituiscano alle soprintendenze l’ultima parola, escludano le pressioni politiche, impongano tempistiche e progettualità, arginino le improvvisazioni dilaganti per cui non mancheranno mai l’imbonitore di turno e il politico complice.
Il grande circo delle mostre rende evidente che la Repubblica non sta affatto tutelando il patrimonio storico e artistico della Nazione: gli storici dell’arte delle università italiane, delle soprintendenze, degli istituti centrali ed enti di ricerca, delle accademie e delle scuole, chiedono fermamente che essa ritorni a farlo.

A questo punto attendiamo risposta dagli illustri membri del nostro governo.

Alla scoperta del Mercato Metropolitano di Milano. Oggi… e con la storia di ieri!

E’ tanto tempo che volevo parlavi di una nuova realtà a Milano: il Mercato Metropolitano a Porta Genova. Molto probabilmente molti di voi sanno già di cosa sto parlando, ma per chi ancora non ne ha avuto occasione, questo intervento è un’esortazione alla visita. Anche perchè se non avesse già di per sé abbastanza fascino, può essere un’idea vincente di gita entro le mura cittadine, e più che mai in compagnia dei nostri figli. Si! Perché il posto è fresco, è sull’acqua (trovandosi sull’Alzaia Naviglio Grande), è ricco di piante da orto ed è davvero ben frequentato.

Il Mercato Metropolitano sul Naviglio Grande.

Il Mercato Metropolitano sul Naviglio Grande.

Ma veniamo al luogo: non è un vero e proprio mercato, direi più che altro, un’esposizione, un punto di incontro, una kermesse del cibo da strada (e non) all’italiana.

l'allestimento esterno (foto di Robert Ribaudo)

l’allestimento esterno (foto di Robert Ribaudo)

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foto di Robert Ribaudo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto è distribuito su un’area piuttosto ampia all’interno dei vecchi magazzini dello scalo ferroviario tra la stazione di Porta Genova e San Cristoforo, con tanto di baracchini, ape-car espositivi, stand all’aperto sotto vele e tensostrutture, ben architettati, spesso con materiale riciclati e una serie interminabili di lotti di specialità alimentari proprio all’interno dei vecchi depositiQuesta è la parte più simile ad un vecchio mercato, dove gli stalli dei venditori di interessanti ghiottonerie e specialità regionali occupano uno dei lati lunghi della lunga struttura, in mattoni (dipinti di nero fumo), coperta da capriate lignee, e rialzata rispetto al piano stradale, così come si addice ad un vero deposito per materiale rotabile.

Il mercato all'interno dei magazzini (foto di Robert Ribaudo)

Il mercato all’interno dei magazzini (foto di Robert Ribaudo)

Questa costruzione è un luogo ricco di fascino, dà l’idea di quello che era la vita intorno a uno scalo merci, dove spesso si stoccavano anche alimenti in gran quantità, soprattutto per una città popolosa come Milano e come abbiamo già avuto modo di raccontare sui magazzini ferroviari adiacenti al vecchio Macello. Ma insieme alle merci si muovevano anche persone e interessi e non era estranea quella particolare umanità che andava su e giù per i Navigli e intorno alla Darsena. Fu con l’Unità d’Italia che il borgo di S. Cristoforo, caratterizzato dalla sua chiesetta doppia sul Naviglio, ben fuori Porta Ticinese, cominciò a trasformarsi da area agricola ad area proto-industriale, proprio grazie al passaggio della linea ferroviaria per Genova nel 1865. Successivamente nel 1875 l’area in questione è di nuovo sottoposta ad ulteriori sconvolgimenti per i lavori della circonvallazione ferroviaria che da San Cristoforo doveva raggiungere Musocco. Sul lato opposto del Naviglio, in contemporanea, le cascine lasciano il posto a una serie di fabbriche e opifici che sfruttano l’abbondante quantità d’acqua e le infrastrutture ferroviarie: nel 1873 si installa la Società Ceramica Richard poi Richard-Ginori. Nel 1895 viene fondato qui il Colorificio Max Mayer. In un soffio, insieme alle merci sulla ferrovia comincia ad arrivare dalle campagne la manodopera che si adatta ben presto alla vita del Naviglio: i contadini divengono operai, molti divengono scaricatori di porto in Darsena, le mondine si mettono a lavare i panni, e dove prosperano i commerci si infittiscono anche le fila della malavita. Il quartiere diviene con il XX secolo popolosissimo, fin dentro Porta Genova. Ma la chiusura del porto di Milano prima e la crisi industriale dopo ha fatto diventare questo luogo solo un posto di passaggio. Insomma oggi si è rivitalizzata un’area che per decenni è stata un anonimo parcheggio di auto per l’intermodalità dei pendolari sulla linea Milano-Abbiategrasso/Magenta di giorno, e per la movida notturna, intorno ai locali sui Navigli. E devo dire che è stato pure rilanciato con un’idea intelligente e culturalmente avanzata, legata ai temi di Expo e molto prossima al territorio.Qui i temi del cibo, della sostenibilità e del piacere della buona cucina (anche quella povera dei nostri nonni!) la fanno davvero da padroni, sono rispondenti alle richieste di chi vuole capire e saperne di più e rimangono così molto meno astratti rispetto ai contenuti un po’ evanescenti e forse ambiziosi di Expo.

Uno degli appuntamenti per i più piccoli

Uno degli appuntamenti per i più piccoli

E c’è spazio per tutti: per le famiglie, per lo svago dei più giovani in cerca di frescura e di happy hours inconsueti, per i curiosi (attratti da spazi dedicati alla milanesità e dall’arena estiva dell’Arianteo) e anche per i bambini che sono accolti presso alcuni stand all’aperto attrezzati per affrontare alcuni temi sul cibo in appositi laboratori.

Insomma il posto è davvero invitante: si gira agevolmente tra curiosità culinarie e orto-frutticole, la grafica segnaletica interna e l’immagine coordinata è davvero invitante e spesso il cibo viene presentato con alcune interessanti proposte di food-design.

foto di Robert Ribaudo

foto di Robert Ribaudo

foto di Robert Ribaudo

foto di Robert Ribaudo

 

 

 

 

 

 

 

Dove: Mercato Metropolitano di Porta Genova. Entrata da Alzaia Naviglio Grande.

ORARI

da lunedì a giovedì 11:00 – 24:00
venerdi 11:00 – 02:00
sabato 09:00 – 02:00
domenica 09:00 – 24:00

 

 

Del perché leggendo “Soli e perduti” di Eskhol Nevo non ci si sente nè soli nè perduti

Forse non è il giorno della milanese sui libri, anzi di sicuro, ma avrete capito che, forse perché sono una donna fortunata, mi prendo la libertà di raccontarvi di libri quando ne vale la pena. Quando ho scoperto un gioiello, una perla, una pietra preziosa nello sterminato panorama dei libri pubblicati. Che tutti, io per prima, diciamo essere troppi. Ma poi, quando appunto succede che un titolo mi attira, che il nome di un autore mi evoca il commento di qualcuno, e poi che leggo un libro e vorrei che non finisse, allora penso ma forse se non venissero pubblicati così tanti libri, molti dei quali irrilevanti, non troveremmo quello che cerchiamo. Visto che siamo tutti così diversi… Avete presente i supermercati, che ora sono strapieni di prodotti analoghi ma diversi: ognuno di noi compra tendenzialmente le stesse cose, ma tutti insieme compriamo tutto quello che viene esposto…

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Ma basta menare il can per l’aia. Qualche settimana fa ero scesa nell’ufficio della mia amica Isabella Fava, che lavora per il settimanale Donna Moderna e riceve tonnellate di libri, e per questo io la invidio anche un po’, e mentre guardavo curiosa le pile di libri sulla scrivania, dietro e di fianco mi ha detto “Prendi qualcosa se vuoi”, e io non so dirvi perché ho scelto Soli e perduti di Eskhol Nevo. Conoscevo vagamente l’autore, nel senso che sapevo che era israeliano e che aveva la reputazione di bravo scrittore. Il titolo sì, aveva un richiamo forte: non ci siamo sentiti tutti soli e perduti, almeno una volta?

E ho portato a casa il libro e l’ho appoggiato sul tavolo e poi un giorno l’ho aperto e ho cominciato a leggerlo. Ed è un libro bellissimo.

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Come sapete non mi piace svelare la trama di un libro, ma cercare di raccontare perché mi è piaciuto.

E dunque in primis c’è il modo in cui è scritto, che è semplice ma di quel semplice che viene da un lungo lavoro di elaborazione, scelta ed eliminazione; quel modo di scrivere in cui resta solo il necessario.

E poi c’è un mondo, a me sconosciuto, quello di Israele e della religione ebraica con le sue tradizioni e anche stranezze. E tanti personaggi, nessuno brillante e dominante, ma donne e uomini come tutti, soli e perduti ma anche determinati a provare e cercare: un ebreo americano che vuole costruire un mikveh (bagno rituale) in onore della moglie morta, un gruppo di ebrei russi a cui viene offerta ospitalità in Israele, in un nuovo quartiere dove nessuno vuole abitare perché ritenuto maledetto, un sindaco che non trova pace dopo la morte del suo bambino, l’assistente del sindaco diviso tra il grande amore e la sua nuova famiglia e la sua vigliaccheria, una donna che fugge e ritorna.

C’è molto amore. Amore vero, non quasi amore o forse amore. C’è una bellissima orazione funebre, che vorrei trascrivere in toto.

E poi che altro dirvi? Andate in libreria, oppure collegatevi a uno store online, e compratelo subito!

Buon mercoledì!

Riqualificare le aree dismesse a Milano: quale futuro?

Leggo in questi giorni di un piano della giunta comunale che promuove un Fondo per lo sviluppo, misto pubblico-privato, per rilanciare le aree dismesse della città. Mi viene da dire meglio tardi che mai, soprattutto dopo aver perso una serie di occasioni importanti per rendere questa città più vivibile. Per tutti! Non so se questo sia il frutto di una seria presa di coscienza o di una boutade pre-elettorale, ma l’idea sembra buona, specialmente sapendo che Londra l’ha adottata per rilanciare alcuni suoi quartieri storici, piuttosto malandati.

Ecco la pianta della città con le aree dismesse da rilanciare e i punti considerati prioritari dalla giunta Pisapia.

Ecco la pianta della città con le aree dismesse da rilanciare e i punti considerati prioritari dalla giunta Pisapia (da corriere.it)

A tal proposito allora mi sono messo alla ricerca, di quali potrebbero essere queste aree dismesse della città che potrebbero essere recuperate per scopi sociali o semplicemente per fare di Milano una città veramente “moderna”. Abbiamo appreso, dall’esperienza di questi giorni, che non basta l’Expo!

Ecco il risultato che potete voi stessi trovare sul sito del Comune di Milano: nella sezione “Territorio”, esiste una pagina che si chiama proprio Monitoraggio edifici e aree in stato di degrado. Si tratta di un censimento, spesso compilato attraverso la segnalazione dei cittadini e dei Consigli di Zona, che restituisce una fotografia attuale della città esistente, riportando quindi tutte quelle situazioni che vengono percepite come stato di degrado e inutilizzo, soprattutto dopo la recente crisi economica che ha accresciuto i fallimenti dei privati detentori delle aree e degli edifici in questione. E’ chiaro che il fenomeno ha chiari e preoccupanti risvolti sociali e di ordine pubblico, poichè i punti urbani mappati possono divenire insediamenti della malavita o sacche di emarginazione. La pagina on-line sul sito del Comune non solo sostiene che l’Amministrazione ha già avviato una procedura che prevede di contattare direttamente le proprietà per sollecitarne interventi manutentivi o di messa in sicurezza, ma esorta ulteriormente i cittadini a segnalare i casi eclatanti all’interno dei quartieri residenziali (prendete nota!).

Ora è chiaro che l’epoca dell’urbanistica partecipata degli anni ’70 è ben lontana dal ritornare, proprio per il sopravvento in questi ultimi 40 anni di una centralizzazione degli interventi, soprattutto orientati dai grandi gruppi di interesse, ma è un segnale sul fatto che il controllo del territorio si garantisce solo con l’aiuto di chi lo abita tutti i giorni! Ora bisogna trovare i soldi, in tempi di “vacche magre”, per trasformare una deficienza in una opportunità per i cittadini.

La Conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi (foto di Robert Ribaudo)

La Conca di S. Marco con le chiuse come si presenta oggi (foto di Robert Ribaudo)

Guardando la mappa degli interventi considerati prioritari da questa giunta, al di là del progetto utopico della riapertura dei Navigli (che ben facili appetiti riaprirebbe da parte dei comitati d’affari delle grandi opere), a me sta a cuore segnalarvi quello individuato col n. 3, cioè il recupero dell’Istituto Marchiondi, a Baggio, periferia ovest di Milano.

E’ per questo che vi ripropongo l’accorato appello per salvare uno dei nostri capolavori del Modernismo architettonico, progettato come avamposto della solidarietà verso gli ultimi di questa città, che di posti così ne ha bisogno oggi più che mai! L’edificio di Baggio, allora nella più lontana periferia di Milano, sostituì il vecchio e malandato complesso  di Via Quadronno, solo a seguito di un concorso ad inviti degli inizi degli anni’50 per la costruzione di una nuova e più moderna sede, con una declaratoria tra le più all’avangurdia per la rieducazione dell’infanzia “perduta”. La vecchia sede, all’ingresso di Porta Vigentina, era considerata ormai una fatiscente costruzione concepita come istituzione repressiva del secolo XIX. Il concorso, bandito dall’Istituto tra il 1952/53, fu seguito da una prestigiosa giuria composta dall’arch. Giovanni Muzio (presidente), dall’architetto Luigi Moretti, dall’architetto Renzo Gerla del Comune di Milano e dall’ingegnere Franco della Porta, sotto la supervisione degli stessi educatori dell’Istituto Marchiondi. Il risultato fu un capolavoro dell’architettura modernista, progettato non come una scatola anonima, ma molto attento alla funzione e alla “libertà” dell’individuo. Ispirata al principio sia visivo che compositivo di uno schema aperto, la struttura fu considerata anche successivamente un esempio paradigmatico per l’architettura contempornea, tanto che il modellino plastico del progetto è esposto al MOMA di New York. Gli edifici trasparenti sono ritmati sulle facciate da interessanti elementi verticali prefabbricati usati come brise-soleil.

Una foto di com'era il marchiondi di Via noale a Baggio prima dell'abbandono all'incuria e al vandalismo.

Una foto di com’era il Marchiondi di Via Noale, a Baggio, prima dell’abbandono all’incuria e al vandalismo.

Luce e verde sono valori caratterizzanti dell’intero complesso creato per ospitare ragazzi preadolescenti e adolescenti (con un’ammissione tra gli 8 e i 14 anni). Fu concepito quindi non come un riformatorio con un impianto distributivo da collettività uniforme in camerate, bensì con spazi interni organizzati in stanze-letto da 12 unità, senza una necessaria coabitazione notturna tra ragazzi ed educatori, nel preciso scopo di infondere nei singoli individui uno spirito di autonomia. Per gli educatori fu realizzata una vera e propria casa-albergo in porzione tangente al convitto. Allo stesso tempo furono pensati anche un fabbricato di soggiorno collettivo, detto dei “centri di interesse” e di riunione “per gruppi”, edifici scolastici per la formazione e un centro medico. Persino l’arredo interno fu concepito nel rispetto della persona, non con un grande locale guardaroba, ma in un sistema organico di armadi-guardaroba, a doppia fronte, tangenti ad ogni stanza-letto. Ogni letto fu completato su un fianco da un cassoncino in legno privato, per riporre i propri effetti personali. Allo stesso tempo, durante il giorno, nei locali scolastici, ogni ospite aveva in dotazione un proprio banco singolo e un proprio armadietto.

 

Essere milanesi. Negli anni Cinquanta.

Qualche tempo ho scritto dell’essere milanesi oggi, delle mode, delle tendenze eccetera. Vi ricordate? Si parlava delle scarpe basse per signore e signorine, dell’enotechina invece del bar anni Duemila da Happy Hour, degli acquisti moda molto radical chic al mercato… Poi ho fatto un incontro, circa una decina di giorni fa. Con una persona che mi ha conquistato al primo sguardo, poi mi ha rapita con le sue parole, con cui racconta dell’essere milanesi ma negli anni Cinquanta, parole che potete leggere anche voi nei suoi libri.

Eccomi all'incontro con Dario Crapanzano

Eccomi all’incontro con Dario Crapanzano

Io sto leggendo l’ultimo – “Arrigoni e l’assassino del prete bello” – : è una delle indagini del Commissario di Porta Venezia “dal volto umano”. Sì, un giallo, ma è la narrazione, più che l’indagine poliziesca, a farla da padrone: quel modo di raccontare pieno di garbo e di stile genuino, ispirato un po’ alla scrittura di Georges Simenon. L’autore? È Dario Crapanzano, ribattezzato il Camilleri di Milano perché come lui ha ottenuto successo in qualità di scrittore nella “seconda metà” della sua vita.

Ecco l'ultimo romanzo di Crapanzano, una nuova indagine del Commissario Arrigoni

Ecco l’ultimo romanzo di Crapanzano, una nuova indagine del Commissario Arrigoni

Perché di vite ne ha avute parecchie, anche quella di copy pubblicitario come la sottoscritta… ma non è per questo che ho sentito subito un’assonanza, conoscendolo a una presentazione del libro organizzata da Mondadori dedicata ai blogger come noi che parlano di Milano. Con la stessa brillante signorilità con cui scrive, ha risposto alle nostre domande facendoci letteralmente immergere con la fantasia in una Milano d’antan, quella della fine della Seconda Guerra Mondiale, poi degli anni Cinquanta, e aggiungerei io, dei primi anni Sessanta. Dopo aver accennato all’instabilità del Dopoguerra in cui, come nel resto d’Italia, c’erano più faide personali tra i cittadini che non regole civili, Crapanzano ci ha rammentato della vita nelle case di ringhiera, dove imperava innanzitutto il valore della solidarietà.

La vita nelle case di ringhiera, raccontata con grande umanità da Crapanzano (photo:lombardiabeniculturali)

La vita nelle case di ringhiera, raccontata con grande umanità da Crapanzano (photo:lombardiabeniculturali)

Qui non abitavano solo i meno abbienti, ma anche una piccolissima borghesia in crescita, rappresentata da quei professionisti di un tempo: la modista ne costituisce un esempio tipicissimo. Da non credere, tra ragazzini e ragazzine della corte c’era già una qual promiscuità, anche se Crapanzano tiene a sottolineare ”ma molto pulita!” E c’era un diverso codice etico: anche la malavita era quasi “perbene”, nella corte delle case di ringhiera i modesti delinquenti venivano difesi dai condomini. L’autore ci ha raccontato una mini storia personale: disturbato da una vicina petulante, era stato invitato dal padre a darle una scopata sulla “scèna”, sulla schiena. E lui, obbediente, gliel’aveva data, senza capire che era solo un paradosso, un’allegra provocazione! Diverse dai negozi di oggi erano le botteghe della zona di cui racconta, quella di Corso Buenos Aires, oggi popolate dalle catene commerciali internazionali. Come ricorda anche nel libro, nei bar si potevano già mangiare i sanguiss, traduzione milanese di sandwich.

Corso Buenos Ayres negli anni narrati da Crapanzano (photo: Wikimedia Commons)

Corso Buenos Aires negli anni narrati da Crapanzano (photo: Wikimedia Commons)

Insomma, Crapanzano sulla Milano di ieri ne sa tante, pensate che nel 1970 aveva pubblicato in proprio (ben prima del self-publishing!) la guida ai luoghi più suggestivi della città “A Milano con la ragazza… e no”. Un libro che aveva avuto un successone, ripagando l’autore il quale si era avvalso della dote della moglie per poterlo pubblicare! Un mito! Poi nei suoi libri si trova anche la Milano dei primi studi pubblicitari, vista la sua personale esperienza, e mille altre citazioni e ricordi adorabili (condivisi da tutti gli italiani d’allora) come l’uso della polverina Idriz,

La mitica polverina Idriz! Nel testo pubblicitario si parla orgogliosamente di acqua minerale ARITIFICIALE!

La mitica polverina Idriz! Nel testo pubblicitario si parla orgogliosamente di acqua minerale ARTIFICIALE!

 

il leggendario Vicks Vaporub da spalmare sul petto contro le costipazioni,

Il Vicks Vaporub, spalmato sul petto di tutti i bimbi degli anni '50 e '60

Il Vicks Vaporub, spalmato sul petto di tutti i bimbi degli anni ’50 e ’60

il liquore doppio Kümmel,

Tel chi el Kümmel! Il liquore che veniva aromatizzato con semi di cumino

Tel chi el Kümmel! Il liquore che veniva aromatizzato con semi di cumino

lo chemisier, la Stipel (oggi Telecom), il rito della pastina in brodo eccetera. E per dimenticare i problemi sociali di allora? Ieri come oggi, si metteva in primo piano lo sport: non solo il calcio, ma ancor più il ciclismo con l’accoppiata BartaliCoppi. All’epoca, Milano era la capitale del ciclismo su pista nel mitico Velodromo Vigorelli… Per concludere, se non potete farlo di persona, vi invito a conoscere Dario Crapanzano almeno attraverso i suoi bei libri: oggi non tira più scopate sulla schiena, ma battute e memorie delicate che colpiscono il cuore.

Due miti dell'epoca, seguitissimi anche dall'autore: Coppi e Bartali

Due miti dell’epoca, seguitissimi anche dall’autore: Coppi e Bartali

Elogio di Sophie Kinsella

Chi mi segue su Chic After Fifty e su Giorni Moderni sa che la milanese sui libri oltre che dei libri ha la passione della moda. Come mettere insieme libri e moda non è sempre facile, anche se ovviamente in molti libri di parla di vestiti e di moda.

Dunque un po’ di tempo fa l’organizzatrice del Fashion Camp 2015, Arianna Chieli, mi ha chiesto di organizzare con @stoleggendo, per quell’evento, un reading sulla falsariga di quello di Torino, #zerogradidiseparazione, di cui vi avevo parlato proprio in questo blog. Che collaboro con @stoleggendo lo sapete ed è inutile che vi racconti di nuovo il perché e il percome.

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Cosa leggere ad un Fashion Camp? Penso che sia io che gli altri readerguest ci siamo arrovellati non poco. Io personalmente, dopo vari tentativi che comprendevano Au bonheur de dames di Zola, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, un racconto su un vestito rosso di Lisa Corva, sono atterrata su Sophie Kinsella. Vi devo confessare che a suo tempo, quando i primi I love shopping hanno cominciato a conquistare le lettrici, io sono rimasta indifferente. Certo una scrittrice non può raggiungere quel livello di fama e riconoscimento e vendite se non ha un qualcosa di forte che risuona nelle lettrici. Ma appunto, guardavo il fenomeno con interesse e stima ma anche distacco.

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Poi l’ultimo I love shopping, che si intitola I love shopping a Hollywood, mi ha conquistato. Per prima cosa quelle lettere di risposta, che in due pagine sono capaci di farci capire chi è la protagonista, di amarla e detestarla proprio come succede con le amiche. E poi quell’apertura su Becky, protagonista di tutta la serie, che chiusa in un camerino lotta con una tutina superelastica di due taglie meno della sua, e pur di non dire alla commessa che la tutina le toglie il respiro e che è talmente stretta che non riesce a togliersela, la tiene e la compra, per poi pianificare di liberarsene a colpi di forbice e cancellarne le tracce… anche qui, due pagine in cui un pezzo di mondo femminile, quello incomprensibile agli uomini ma vissuto almeno una volta da tutte le donne, anche le meno vanitose, è raccontato con tanta grazia, tanta dolcezza e tanto affetto quanto humour e sagacia.

Ecco, questo mi spinge ad un elogio senza se e senza ma di Sophie Kinsella. Il saper raccontare il mondo femminile con affetto ed ironia. Mi viene in mente una parola, caduta quasi in disuso ma che secondo me esprime questo modo: GARBO. Sophie Kinsella racconta il mondo con garbo. Dietro il suo garbo c’è una grande intelligenza e una grande umanità, un grande spirito di osservazione e una grande comprensione.

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Anche l’ultimo libro, Dov’è finita Audrey, un libro scritto per un pubblico young adult e che ho letto per lavoro, conserva questa capacità di raccontare con delicatezza e con ironia. Per quanto il genere young adult sia in questo momento uno dei più floridi (per quanto floride possano essere le vendite dei libri), si capisce che Sophie Kinsella non l’ha scelto per quello: il suo è uno young adult realistico e privo di romanticismi e sdolcinature, uno young adult che, letto da un adult, fa ritrovare l’adolescenza senza rimpianti e falsi miti.

Si, Sophie Kinsella è autentica, quando scrive. E il mio elogio lo è altrettanto.

Buona lettura!