Questo Natale tutti al Christmas Village sulla Darsena di Milano!

Con la fine di Novembre, si sa, si entra in clima natalizio, le vetrine si addobbano a festa, le strade si illuminano, insomma la città si mette in ghingheri e si fa più bella, soprattutto le sera! Il clima festoso pervade soprattutto il centro storico ma anche alcuni caratteristici angoli di Milano. Diventa, nonostante il freddo pungente di questi giorni, più piacevole farsi una passeggiata anche nelle ore notturne. Questa calda atmosfera natalizia è ancora più sentita dai bambini, che fremono per il fatidico 25 dicembre quando troveranno i ricchi doni sotto l’albero e si godranno il lungo ponte che scavalca il passaggio da un anno con l’altro.

La Darsena prima e dopo i lavori.

La Darsena prima e dopo i lavori (foto comune.milano.it)

Ma più di tutte un luogo, appena restituito ai milanesi dopo anni di polemiche e restauri, diventerà un vero luogo di attrazione per l’infanzia e non solo: la Darsena, o meglio la nuova Darsena, in formato restyling. Se l’anno scorso la vera novità era stata la piccola pista sotto la Porta Garibaldi in Piazza XXV Aprile, e ancor prima il piccolo villaggio natalizio di Piazza Gae Aulenti, quest’anno le attrazioni più sensazionali vengono promesse “au bord du lac”. Già! Se già maxischermi e pubblicità luminose avevano invaso l’area (ahimè!), ora sarà animata dal 1 dicembre dal Christmas Village, da una pista di pattinaggio nuova di zecca, a sbalzo e da un albero di Natale nell’acqua.

Ecco come si presenterà il Christmas Village di sera (rendering pubblicato su Repubblica.it)

Ecco come si presenterà il Christmas Village di sera (rendering pubblicato su Repubblica.it)

Non mancherà lo spazio per lo shopping con il mercatino natalizio, anche con temporary galleggianti che offriranno gli immancabili prodotti di artigianato, addobbi natalizi, legno e food di qualità. Ma per i più piccoli ci sarà la casa di Babbo Natale alla quale i bambini arriveranno su una slitta acquatica, un’isola dove i bambini potranno anche percorrere un ‘Bosco delle fiabe’ e ascoltare i racconti letti dai personaggi della fantasia. Pare che il padrone di casa li accoglierà sulla sua poltrona, raccoglierà le loro letterine e farà foto ricordo. Il CuboLed sarà trasformato in calendario dell’Avvento, dove verranno anche trasmessi video artistici e tematici, che accompagneranno spettacoli di luce, fuoco e acqua organizzati nei momenti principali del periodo (Sant’Ambrogio, Natale, Capodanno, Epifania). E poi animazioni e altre proposte culturali animeranno tutta l’asta del Naviglio Pavese.

Insomma un Natale sui navigli col botto, molto diverso da quello nebbioso e popolare a cui eravamo abituati noi adulti, che tutt’al più ci sentivamo felici già di vedere il mercatino dell’antichità lungo il corso del Naviglio illuminato dalle luci natalizie che si riverberavano sull’acqua.

Il Naviglio all'imbrunire visto da Claudio Veneroni (foto da Skypercity.com)

Il Naviglio all’imbrunire visto da Claudio Veneroni (foto da Skypercity.com)

E soprattutto ben diverso dalla darsena dei nonni, quando era ancora un porto con le sabbiere e i barconi all’ancora. Di notte era un luogo di malaffare e sottobosco di traffici illeciti. Di giorno vi si lavorava, si commerciava, ci si lavava, ci si pescava e l’unico spettacolo era dato dall’approdo dei barconi provenienti dal Ticino. Tutto intorno la zona era ricca di bassi popolari e magazzini con gente che andava e veniva. Non solo uomini, ma anche bambini e donne che nascondevano di tutto sotto le vesti, per superare i controlli della dogana nella vicina Piazza XXIV Maggio. Durante il giorno, il sistema dei Navigli, somigliava, specie qui nel tratto più intensamente commerciale, a un ambiente portuale di una città di mare.

Il porto di Milano nei primi del ‘900

La Darsena, il porto di Milano, nei primi del ‘900

Non dimentichiamo poi gli odori, da quelli delle cibarie, a volte più pungenti che gradevoli, al vero e proprio fetore degli scarichi e spesso della stessa acqua stagnante mischiato a tutti gli altri miasmi. E attorno ai Navigli esisteva tutto un mondo scomparso di sostrari (tenutari di magazzini sul naviglio) e barcaroli da un lato, facchini e carrettieri dall’altro: categorie di gente umile che abitava nei laboratori o in case povere miste a stalle, o in minuti edifici rustici, vicino agli stessi magazzini, per far la guardia alle merci. Qui la facevano da padrone i facchini. Lo stesso si può dire degli spazzacamini della Via Magolfa, che si riunivano qui presso una chiesetta ancora esistente, e che qui abitavano tra le case di Via S. Gottardo e il quartiere popolare di Via Gola.

La Darsena a metà del XX sec.

La Darsena a metà del XX sec.

Si può immaginare solo a stento quanto il Naviglio fosse diverso e importante nello sviluppo industriale e nel Boom economico della città. Era un luogo di fatica, di povertà, lontano dal luogo caratteristico che attira i turisti e il “popolo della notte”. Da questo Natale è anche la città dei bambini!

Dopo il suo primo compleanno, non perdete questo mercatino di tendenza. Che è a Milano ma sembra a Londra.

Domenica scorsa ha compiuto un anno di vita, superando 10 edizioni, che hanno raccolto i consensi di più di 100.000 visitatori: è l’East Market, mercatino delle pulci aperto a espositori PRIVATI, in tutto 225 e provenienti da tutto il Paese.

L'ingresso del mercatino

L’ingresso del mercatino

Il 1° compleanno!

Il 1° compleanno!

In realtà, come nel caso dei mercati dell’East London, è un crocevia di idee, merci e ricicli, ma anche trovate do-it-yourself, tutte davvero molto molto di tendenza e super vintage, già a partire dalla location. In effetti l’East Market si trova nel cuore del design district di Lambrate, in un bello spazio di archeologia industriale, in via Privata Giovanni Ventura 14: più di 6000 metri quadrati di esposizione in una splendida ex fabbrica metalmeccanica.

Una delle vetrate dell'ex fabbrica, rivestita di luci

Una delle vetrate dell’ex fabbrica, rivestita di luci

Da qui a Natale si prevedono addirittura due edizioni, nel weekend del 12 e 13 dicembre (per gli espositori le iscrizioni sono già esaurite) e a seguire la domenica 20… insomma, impossibile non fare un salto per portare a casa qualche idea regalo.

Un carburatore di motorino trasformato in lampada

Il serbatoio di un motorino trasformato in lampada

Sulla relativa pagina di Facebook potete trovare tutte le info sulle novità di ogni edizione. Personalmente mi diverto molto a osservare tutte le proposte più curiose e sempre modaiole, senza dimenticare che anche il cibo (e la birra) lì sono up-to-date: non mancano infatti appetitose soluzioni per chi transita nelle ore di pranzo e cena, molte di queste rigorosamente stile street-food, il più in voga al momento. Da quelle siciliane, alle liguri, agli hot-dog rivisitati…

Che buoni i pancake... un po' meno italiani, ma golosissimi!

Che buoni i pancake… un po’ meno italiani, ma golosissimi!

Ma ora preferisco continuare con la carrellata di immagini, per raccontarvi le mille idee singolari, espressione, in molti casi, di autentica creatività, anche home made!

Una delle proposte più incredibili: una bancarella a tutto Big Jim, rappresentato persino con le foto-ceramica (quelle per il cimitero!!)

Una delle proposte più incredibili: una bancarella a tutto Big Jim, rappresentato persino con le foto-ceramica (quelle per il cimitero!!)

E che dire del cerchietto col vasetto??

Una cara amica si improvvisa modella indossando un mitico cerchietto con vasetto

Last but non least (che fa rima con East) il vestitino da cavernicolo per bambini, fatto a mano!

Last but non least (che fa rima con East) il vestitino da cavernicolo per bambini, fatto a mano!

 

Milano è una città per donne

Giornata-mondiale-contro-la-violenza-sulle-donne-2014Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne, e parlare di Milano come città delle donne mi sembra particolarmente appropriato.

In realtà avevo deciso di scrivere questo articolo prima, prima di accorgermi che sarebbe stato proprio il 25 novembre.

Dev’essere una di quelle coincidenze che non sono affatto casuali.

La scorsa settimana, proprio a Milano, Donna Moderna ha presentato i risultati di una ricerca sulle donne e il lavoro: l’ha fatto in un evento, il DonnaModernaTalk, in cui 17 speaker, quasi tutti donne, in 5 minuti ciascuno raccontavano, partendo dalla propria esperienza, il rapporto tra donne e lavoro.

Partendo dal triste dato che in Italia il 54% delle donne non lavora, e non lo fa certo per scelta o perché non ha bisogno di quel reddito, si è cercato, più che di capire perché, di far vedere tutte le opportunità e le iniziative che comunque ci sono e possono essere o di aiuto o di esempio.

foto-violenza-donne-per-25-novembreNon tutte le cose (lavori, servizi, idee, proposte) di cui si parlava erano stati creati o avevano base a Milano. Ma guarda caso a Milano ci si è accorti della loro esistenza e del loro valore. A Milano c’è la redazione di Donna Moderna, senza dubbio il giornale femminile più attento alle donne vere e reali. A Milano arrivano ragazze da tutto il resto d’Italia: vengono a studiare e poi si fermano, lavorano e producono e inventano e creano. A Milano gli può anche succedere che se decidono di fare una famiglia riescono a tenerla insieme con il lavoro. A Milano gli può anche succedere che se non hanno voglia di fare una famiglia non la fanno, punto.

Nella maggior parte dei quartieri, a Milano le donne possono vivere da sole e tornarsene a casa quando gli pare.

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A me sembra che la libertà di scegliere (con tutti i condizionamenti e tutte le limitazioni che la vita vera porta con sé) sia qualcosa che a Milano è più praticabile che altrove.

Anche 30 e passa anni fa, quando ho scelto Milano, l’ho scelta per questo. E non mi sono mai pentita.

Che ne pensate?

 

 

Dopo i fatti di Parigi, simboli di pace e simboli di lotta che parlano anche ai più giovani

Dopo i fatti di Parigi e il conseguente bombardamento mediatico mi sono chiesto cosa hanno capito i bambini e come ci si dovrebbe comportare con loro. Come si fa a spiegare tanto odio o parole come “guerra”? In un primo tempo è facile farsi prendere dall’atteggiamento più semplice quello del rilassamento mentale che ci porta a dire: tanto non capiscono… non li riguarda, sono ancora piccoli… o cose simili. Poi ho fatto leva sulla razionalità e sull’esperienza di adulto e genitore e mi sono chiesto come potrei/saprei spiegarlo a un bimbo milanese. Mi sono risposto: nel modo più naturale, almeno per me, così come ho sempre cercato di fare in questi anni, e cioè raccontando storie o meglio parlando della Storia. Poiché l’odio che si sta scatenando tra due opposte civiltà, quella occidentale e quella dell’integralismo arabo o ancora quella fra il neo-colonialismo europeo e la grande nazione araba l’abbiamo già visto e viene da lontano.

I bimbi francesi a casa ne hanno parlato con i genitori, in classe hanno affrontato l'argomento con i maestri, producendo dei disegni come questo che vi mostriamo.

I bimbi francesi a casa ne hanno parlato con i genitori, in classe hanno affrontato l’argomento con i maestri, producendo dei disegni come questo che vi mostriamo.

Più volte su Ciabattine abbiamo parlato di Crociate, di Medioevo (poiché alla fine di questo si tratta!!) e di come Milano si è resa protagonista anche in un luogo tanto lontano, in Terra Santa e in Medio Oriente. Vi ho già raccontato su Ciabattine Piccine di eventi legati a queste vicende, spesso realmente accaduti nel passato e qui riportati in forma di fiaba come la ballata del prode Anselmo, o spiegando l’origine dello stemma visconteo. Ma spesso alcuni simboli di resistenza sopravvivono al tempo fino a divenir, nelle accezioni più negative, sinonimo di fanatismo. Questo è il caso del Carroccio della Lega lombarda che, oggi è strumentalizzato politicamente, ma che per secoli è stato il baluardo entro il quale Milano e i liberi comuni lombardi si barricarono per tramandare valori positivi poi fatti propri dalla Rivoluzione francesce come Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Tanto è vero che il carro si conservò per secoli dentro la chiesa più importante della città (S. Tecla), ancor prima della costruzione del Duomo e lo si esponeva una volta all’anno per una cerimonia propiziatoria.

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Il carroccio secondo un’antica miniatura.jpg

Ma cos’era questo carro? Forse i milanesi l’avevano visto per la prima volta proprio in Terra Santa al seguito di Ottone Visconti, durante la Prima Crociata (alla fine del XI sec.), usato per portare il “sacro legno” – la presunta vera croce di Cristo, poi rivestita di una lamina d’oro – , come vessillo di protezione contro gli “infedeli” (perchè le guerre condotte in nome di un dio si sono sprecate!). L’uso risulta già consolidato con le crociate successive dalla meta del sec. XII, come ben documentato nel film Le Crociate di Ridley Scott.

E’ certo che Milano, ne costruisce già uno nel 1037, grazie al vescovo Ariberto d’Intimiano, che lo usò per cementare la città contro un imperatore tedesco, Corrado II, il quale aveva tentato di assediare inutilmente la città. L’uso del carro era diffuso soprattutto in pianura, dato che le dimensioni della sua struttura erano tali da renderne particolarmente difficile l’impiego sui pendii. Per tirare il carro da guerra occorrevano da tre a quattro paia di buoi, perché il pianale era tanto alto da permettere al capitano d’armi di controllare lo svolgimento della battaglia e al tempo stesso tanto robusto da resistere agli attacchi dei nemici e alle insidie dei campi. Le descrizioni concordano pure nel menzionare una campana ( la “martinella”) che serviva a scandire i tempi del trasferimento e a chiamare a raccolta gli armati durante la battaglia; in tutti i casi il pennone, alto 15 m., serviva a reggere il vessillo crociato dell’esercito raccolto attorno al Carroccio (diventerà non per niente lo stemma di Milano – croce rossa in campo bianco). Un altare con un crocifisso inoltre era posto solitamente alla base del pennone: sul carro infatti si celebrava la messa, e la croce svettante sull’albero rendeva tangibile la presenza di Dio a fianco dei combattenti.

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La battaglia di Legnano di Amos Cassoli.jpg

Con tali simboli, le città lombarde si rimisero in marcia, per andare incontro al Barbarossa, che aveva mostrato di nuovo propositi belligeranti. Tra le truppe alleate militava un condottiero, noto dalle cronache come Alberto da Giussano, ma la cui esistenza non è del tutto chiara. La sua figura sul campo di battaglia appare infatti per la prima volta solo in una cronaca della prima metà del XIV sec., scritta per compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano. Alberto venne descritto come il cavaliere che si distinse nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 per aver guidato la Compagnia della Morte, un’associazione militare di 900 giovani cavalieri scelti con il compito di difendere fino alla morte il carroccio, simbolo della Lega Lombarda, contro l’esercito di Federico I Barbarossa. All’imperatore toccò una disastrosa sconfitta, della quale massimi artefici furono, non a caso, i milanesi. I Comuni lombardi e Milano riacquistarono le libertà, necessarie per garantirsi un futuro di prosperità. Il Carroccio verrà portato nella cattedrale, come segno della concordia cittadina.

Lo stendardo di Milano con S. Ambrogio che tiene in mano la frusta che allontana gli infedeli.

Lo stendardo di Milano con S. Ambrogio che tiene in mano la frusta che allontana gli infedeli

Tale simbolo verrà sostituito solo secoli dopo dallo stendardo con l’effige di Sant’Ambrogio, che allontana ancora una volta gli “infedeli” e gli eretici con una frusta. …. E la storia, che dovrebbe insegnarci importanti valori sociali e civili, continua a ripetersi… anche oggi!

Milano e il fascino della nebbia, secondo tre milanesi DOC. Più una ciabattina.

Lo ammetto, il titolo è un po’ una licenza poetica, perché le tre belle persone che tirerò in ballo con questo articolo sono comunque supermilanesi d’adozione, ma solo una di loro (oltre a ciabattinadx, moi) è nata proprio tra le mura cittadine, mentre gli altri a qualche chilometro dal centro. Ma che importa? Forte è la loro appartenenza a Milano e mi fa piacere parlare della “nostra” nebbia proprio attraverso le loro opere.

Una stupenda immagine in cui la "nostra" scighera è protagonista, creando quasi una sospensione dalla realtà (photo: Luigi Alloni)

Una stupenda immagine in cui la “nostra” scighera è protagonista, creando quasi una sospensione dalla realtà (photo: Luigi Alloni)

Ha già accennato al tema ciabattinasx due giorni fa, ma oggi desidero fare un affondo sul suo strano e controverso fascino e sulla sua particolare poesia. Ad accompagnare le mie parole saranno ancora una volta le immagini di Luigi Alloni, che ha fatto dei ritratti della nebbia in Lombardia davvero splendidi e sono orgogliosa di poterveli proporre.

Luigi Alloni ci regala un altro bellissimo ritratto della nebbia

Luigi Alloni ci regala un altro bellissimo ritratto della nebbia

Cominciamo dal nome, qui se ciama scighera (c’è pure una voce in milanese su Wikipedia a lei dedicata!), e con questo nome ci si riferisce di sicuro a quella nebbia densa che aleggiava in abbondanza sulla pianura padana tempo fa. Prima di essere associata all’idea di smog, termine inglese che unisce proprio le parole smoke, fumo, più fog, nebbia. La vogliamo lasciare ai londinesi e recuperare la magia della nostra scighera? Per i milanesi che l’hanno conosciuta, ha un che di intimo, avvolgente, ha il suono di un silenzio diverso da quello della neve. Una bianca foschia che sembra allontanare dalla realtà e dagli altri, ma che a parer mio invece avvicina le persone, come galleggiando in una dimensione simile a quella interiore.

La nebbia in una visione surreale (photo: Luigi Alloni)

La nebbia in una visione dal tono surreale (photo: Luigi Alloni)

Io non aggiungo nulla e lascio la parola a uno scrittore della cui sensibilità e simpatia vi ho già parlato: è Dario Crapanzano, noto per i suoi gialli tutti milanesi e tutti molto, molto intelligenti e brillanti, come il loro autore.

Ecco l'autore Dario Crapanzano, milanese che ritrae Milano attraverso i suoi bei libri gialli (photo: sestodailynews.net)

Ecco l’autore Dario Crapanzano, milanese che ritrae Milano attraverso i suoi bei libri gialli (photo: sestodailynews.net)

Sentite cosa dice della nebbia e di Milano nel romanzo “Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio”: il commissario Arrigoni, appunto, afferma “Non abbiamo il mare e nemmeno un fiume degno di questo nome, ma per me non c’è città migliore al mondo. E che bel cielo, quando è bello, per dirla con il Manzoni. E la nebbia? Ti avvolge e ti protegge come una madre premurosa… basta stare attenti a non perdersi!”

Una nebbia dove nascondersi, come canta Roberto Vecchioni... (photo Luigi Alloni)

Una nebbia dove nascondersi, come canta Roberto Vecchioni… (photo Luigi Alloni)

Sembra già in sintonia con un altro contributo secondo me mirabile, quello di Roberto Vecchioni: in una sua canzone più che celebre – per me un capolavoro – parlava proprio del perdersi e cercarsi nella nebbia, in un gioco tra innamorati… e io confermo al 100%! La canzone è “Luci a San Siro” e la strofa era “Ricordi il gioco, dentro la nebbia? Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là”. Ma sì in fondo, non è poi così strano, sentirsi innamorati (tra le nebbie) a Milano!

ps vi lascio con questa toccante interpretazione della canzone di Vecchioni, con un cameo di Mina

Scopri che ami una città quando ami i suoi profumi. Milano per esempio

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“Che profumo è questo qua? E’ profumo di città”

C’era un ritornello che suonava così, ed era una pubblicità: ma sarà l’età, sarà che la pubblicità non era fatta tanta bene, non mi ricordo neanche lontanamente a che prodotto si riferiva…

Mi sono ricordata questo jingle perché era da un po’ che volevo scrivere dei profumi di Milano, e anche un po’ delle città.

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L’idea me l’ha fatta venire la nostra ciabattinadx, che scrivendo dell’autunno a Milano ha scritto delle caldarroste, e del loro prezzo esorbitante. Pensare che una volta le castagne erano il cibo dei poveri. Ma soprattutto il suo solo nominare le caldarroste me ne ha fatto sentire il profumo, che si è risvegliato nel mio naso come un ricordo fortissimo.

Io sono cresciuta in Toscana. Una Toscana di molti anni fa, molto più provinciale, molto più povera e meno fascinosa di quanto non lo sia adesso. Ogni tanto, soprattutto al liceo, venivo a Milano. Per me era come andare a New York: la grandezza, le luci, la folla. Era un luogo meraviglioso nel senso letterale del termine, pieno di meraviglia; un luogo dove mi ricordavo vagamente di essere stata bambina e dove sapevo che sarei voluta venire a vivere. Ogni tanto ci penso, quando mi irrito nella vita quotidiana a Milano.

Milano era piena di luci. Lo è ancora, anzi lo è certamente di più, ma ormai tutte le città sono piene di luci.

Milano era piena di odori. I profumi che uscivano dalle porte automatiche della Rinascente, perché i banchi dei profumi erano lì ad accoglierti. Gli odori della metropolitana. L’asfalto. La nebbia.

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Anche ora Milano è piena di odori.

Ce ne sono parecchi che non mi piacciono. Non mi piace il profumo delle brioches nei bar, perché ormai tutti i bar comprano le stesse brioches parzialmente cotte, che sembrano emanare un buon profumo nell’attimo in cui entri nel bar ma poi ti rendi conto subito che c’è un retroodore, e un retrogusto, di conservante e di non buono. Non mi piace il profumo che esce da certi negozi, forte e a buon mercato, come stesse lì a coprire altri odori che non vogliamo sapere. Non mi piace il profumo dei banchetti che vendono incenso, quel profumo falsamente esotico e dolciastro.

In compenso mi piace ancora il mix dei profumi che si trova all’ingresso della Rinascente. Mi piace il non-odore di Milano. Nonostante l’invasione delle catene di fast-food e fast-fashion, con l’aiuto anche della nebbia, Milano restituisce gli odori di diversi luoghi invece di coprire tutto con uno stesso odore.

E soprattutto mi piace il profumo della nebbia. E’ difficile da descrivere. Ti avvolge e ti riempie i capelli. Ti da’ un senso di protezione e insieme di freddo. Si cammina più in fretta, ma se ci si ferma a guardare l’alone delle luci e l’ovattatura degli spigoli, c’è una dolcezza simile a quella evocata dal profumo delle caldarroste. Come di qualcosa che sappiamo che finirà, anche se non lo vorremmo. E forse è questa rappresentazione della nostra esperienza di vita che amiamo nella nebbia. Con il profumo del tempo che passa.

Buona serata!

 

Milano illuminista ovvero l’orgoglio di una città che attirava i turisti stranieri.

Ora che è finito Expo, si cominciano a fare i primi bilanci di una manifestazione, forse deludente sul piano dei contenuti. E non molti effettivamente sono stati, a detta degli ultimi sondaggi, i turisti stranieri venuti proprio per vedere e scoprire tutte queste meraviglie dal mondo. Ma c’era un tempo in cui Milano era veramente una tappa obbligata per i “forestieri” che si spingevano dalle fredde brume nordiche per venire a vedere la luce dell’Italia, allora forse molto retrograda, anche naïf ma proprio per questo molto più vera! Ed è questo il senso del racconto di oggi: cercare di descrivere ai nostri ragazzi come doveva aver visto un viaggiatore straniero la città del passato, soprattutto nel Settecento. Stiamo parlando del secolo per antonomasia del viaggio in Italia.

Pannello di maiolica dipinta a mano con ritratto di nobiluomo portoghese del XVIII sec. (foto di Robert Ribaudo)

Pannello di maiolica dipinta a mano con ritratto di nobiluomo portoghese del XVIII sec. (foto di Robert Ribaudo)

Milano era uno di quei centri in cui si poteva respirare aria nuova, insieme, per altri versi a Napoli, e all’inossidabile Roma. Il viaggiatore considerava la nostra città un centro sempre più vivace dal punto di vista intellettuale, culturalmente avanzata, dotata di uno spiccato senso di ospitalità, priva ormai degli accenti di fanatismo che aveva caratterizzato la stagione spagnola. La nuova gestione politico-amministrativa austriaca, fin dal primo quarto del secolo XVIII, accentua i riferimenti culturali e artistici con il mondo mitteleuropeo, in verità, più per promuovere il senso di appartenenza all’impero asburgico che per reale apertura alle nuove idee illuministiche. La sonnacchiosa città del XVII sec. si sveglia dal lungo letargo con il Caffè dei Verri, Beccaria, Boscovich.

Il parco all'inglese di impianto settecentesco della Villa Reale o Belgijoso di Milano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Il parco all’inglese di impianto settecentesco della Villa Reale o Belgioioso di Milano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

La città visitata dai primi viaggiatori del Settecento non superava di molto i centomila abitanti e le sue mura con la cinta stellata intorno al Castello, sembravano comuni a molte altre città italiane sotto la dominazione spagnola, soltanto troppo ampie per il numero effettivo dei suoi abitanti. Città e campagna si mischiavano ancora all’interno del centro abitato, soprattutto via via che ci si avvicinava alle porte urbiche. Infatti, fino alla metà del secolo XVIII, il fitto dell’agglomerato urbano, ancora di matrice gotica (con la raggiera di strade principali dei sestieri, serviti poi da lunghi vicolo stretti e umidi), rimane compreso entro la cerchia interna dei Navigli; le tipologie edilizie sono ancora quelle dell’impianto medioevale, con edifici stretti e lunghi che si sviluppano su corti interne e prospettanti su tortuosi e irregolari vicoli. I grandi palazzi dell’aristocrazia, come ci raccontano gli stranieri di passaggio, in primis Stendhal, sono relativamente numerosi rispetto alle diffuse dimore del ceto medio borghese.

La settecentesca piazza Belgioioso con i palazzi nobiliari che vi si affacciano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

La settecentesca piazza Belgioioso con i palazzi nobiliari che vi si affacciano (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Nel corso del secolo, la nuova amministrazione adegua la città alle esigenze di un agglomerato moderno, dalle dimensioni e dallo spirito europeo, con provvedimenti attenti sia all’aspetto di igiene pubblica che sociale. Nel 1728 Montesquieu ci introduce, ed è uno dei primi in questo senso, nelle famiglie dell’aristocrazia milanese: i Borromeo, i Trivulzio, gli Archinto, i Loano, che egli conosce di persona e che visita anche nelle rispettive residenze fuori città. Le sue descrizioni sono molto dettagliate e da queste appare subito chiaro il lusso sfrenato in cui viveva la nobiltà del tempo, per niente parca rispetto al mito di una vita lontana dallo sfarzo e dall’ostentazione della Milano asburgica. Anzi si infittiscono i “salotti” e i circoli dove l’aristocrazia accomodatasi sullo sgabello del nuovo padrone fa sfoggio delle nuove ricchezze accumulate non tanto dai titoli ma dai proventi agricoli delle proprietà terriere ora sottoposte al regime del nuovo catasto teresiano: la nobiltà fondiaria (laica ed ecclesiastica) sottoposta agli stessi obblighi retribuitivi cui erano soggetti gli altri possessori di terre, viene ora incentivata a mettere a reddito i fertili terreni di pianura, fonte di nuova ricchezza.

Palazzo Tarsis in Via S. Paolo ang. Corsia de' Servi - oggi Corso Vittorio Emanuele (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Palazzo Tarsis in Via S. Paolo ang. Corsia de’ Servi – oggi Corso Vittorio Emanuele (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Gli espropri degli Asburgo ai danni della chiesa, fanno il resto, mettendo sul mercato un gran numero di proprietà ecclesiastiche, spesso abbandonate o senza una specifica funzione sociale. I documenti ci descrivono, prima dell’arrivo degli Austriaci (1706), una città controllata dalle migliaia di istituzioni e confraternite di matrice ecclesiastica, da un numero di chiese superiore alla città di Roma. Messi all’asta questi edifici e terreni portano una gran mole di denaro nelle casse demaniali e permettono soprattutto alla borghesia illuminata, di investire i proventi delle loro imprese nelle aziende agrarie e nel “mattone”. E’ questa la molla che cambia il panorama urbanistico ed estetico della città dandone un respiro elegante (con l’avvento delle prime costruzioni neoclassiche) ad una città legata ai vecchi schemi. Parecchie sono così i nuovi cantieri privati in città, soprattutto dopo la metà del XVIII sec..

La facciata piermariniana di Palazzo ducale (foto gentilmente concesssa da Marco Introini)

La facciata piermariniana di Palazzo Reale (foto gentilmente concesssa da Marco Introini)

L’architetto Giuseppe Piermarini nel 1769 fu chiamato a Milano per dare un nuovo volto alla parte pubblica della città: si interessa dell’espansione edilizia e al suo decoro urbano, restaura con una nuova facciata il Palazzo Reale, sistema lo slargo tra il lato corto dell’Arcivescovado e il Palazzo del Capitano di Giustizia (l’attuale Comando dei Vigili di Piazza Beccaria) con una nuova fontana (da cui prende il nome la nuova piazza), disegna i Giardini Pubblici (ora dedicati a Indro Montanelli); progetta il Teatro alla Scala, e una serie di edifici governativi (alcuni oggi scomparsi), altri restituiti a nuova vita come il Collegio dei Gesuiti (oggi la Brera che conosciamo). Suoi sono anche progetti privati, come quello per Palazzo Greppi o Palazzo Belgioioso. Ma con lui altri sono gli artefici di questo rinnovamento cittadino, spesso suoi allievi come il Pollack. Alcune zone sono totalmente urbanizzate e trasformate, spesso per mano di figure emergenti del panorama economico cittadino, di poca nobile origine. Penso al Corso di Porta Venezia coi suoi palazzi di impronta neoclassica costruiti sulle ortaglie del demolito Convento dei Cappuccini, di manzoniana memoria, o alla Villa Reale del Principe Belgiojoso.

L'Arco della Pace con uno dei suoi caselli daziari ai lati (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

L’Arco della Pace con uno dei suoi caselli daziari ai lati (foto gentilmente concessa da Marco Introini)

Ancora ricordo la metafisica Piazza Sempione con il suo Arco della Pace, pensata come una Porta sulla città proibita ora restituita ai milanesi, o la rinnovata Corsia de’ Servi, rettificata e divenuta il nuovo Corso Vittorio Emanuele. E ancora la Contrada del Monte (oggi Via Monte di Pietà), e i palazzi costruiti sulla Corsia dei Giardini (oggi Via Manzoni), coi suoi meravigliosi cortili tanto decantati da Stendhal.

Insomma un’altra Milano, che potete scoprire, con i vostri ragazzi, con il naso rivolto all’insù.

 

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