Ma quanto mi va di moda a Milano il mio bambino

La prima moda è proprio il tema stesso, perché in rete ne ho lette delle belle, e così ne ho approfittato per saperne di più anche intervistando un paio di amiche. Come vive un bambino à la page oggi nella nostra metropoli? Partendo dall’assunto che le scelte sono genitoriali, ricordo di aver parlato tempo fa di madri (e padri) ingombranti nel post “Se la mamma è troppa”, sempre cercando di non essere io la prima a scagliare gran pietre visto che rientro nella categoria avendo una figlia. Però sul web girano alcuni racconti, tra cui anche quello di un post del Corriere condiviso pure dai nostri amici sempre aggiornatissimi di Milanoperibambini.it, in cui si compilano decaloghi sui perfetti milanesini DOC.

Le mamme milanesi come Sienna Miller: mai senza passeggino Bugaboo

Le mamme milanesi come Sienna Miller: mai senza passeggino Bugaboo

Di chi stiamo parlando? Nomen omen, dicevano i latini… per cominciare sono ultrachic, leggo, i doppi nomi: per le femmine accompagnati da Maria, come Elena Maria e per i maschi da Giuseppe, tipo Leonardo Giuseppe. Non posso esimermi dal citare anche alcune curiosità, per usare un eufemismo, di cui ho saputo con mio totale stupore dalla rete: che ne pensate di Falcone o Kennedy, oppure Sefora (e neanche con “ph”) e Zara Chanelle? Passem innanz, che è meglio. Insomma, fin dalla più verde età, per i bambini a Milano vale il proverbio “c’è chi scende e c’è chi sale”. Perché i soli passeggini in voga, guai a non averli, sono quelli bassi – Bugaboo, che già nel claim pubblicitario sono modaioli “creatori di mobilità”! – con ruote quasi da jeep, bimbo altezza marmitte auto, o quelli altissimi, della Stokke. Quando poi cominciano i primi passi, fin dai più teneri numeri di piede, si calza firmato: sono tornate alla grande le “Stan Smith” Adidas, per tutte le taglie.

Le Stan Smith Adidas sono ai piedi dei bimbi fin da piccini, pazienza se il piedino cresce km in pochi mesi...

Le Stan Smith Adidas sono ai piedi dei bimbi fin da piccini, pazienza se il piedino cresce km in pochi mesi…

Visto che nei primissimi anni sono scelte puramente del genitore, poi provino a lamentarsi mamme e papà quando il pargolo, cresciuto, pretende solo griffe. D’ordinanza, mi dicono, anche loden e ray-ban come negli anni ’70 (sì, però dalla scuola elementare in su!). Ma a parte il look, la mia amica Ilaria, mamma di Samuele di 3 anni, mi racconta della sua esperienza nel comitato mensa della scuola materna. Gli anni passano, mi sembra di capire, e le madri diventano sempre più barricadere. Ma aggiungerei, per questioni a parer mio assorbite un po’ acriticamente dall’informazione… Insomma, alla prima riunione la mia amica si è trovata a una sorta di riunione di condominio, quando volano coltelli ognidove: le madri, riferisce, erano diventate spietate e sanguinarie quando si è parlato di 1.wurstel, 2.frutta e verdura surgelata, 3.olio di palma, presente in quasi tutte le merendine.

no all'olio di palma, sì al bio, è l'urlo di guerra delle mamme ai comitati mensa

no all’olio di palma, sì al bio, è l’urlo di guerra delle mamme ai comitati mensa

Tolto che la verdura e la frutta surgelata sono più sicure per preparare su larga scala tonnellate di preparazioni fresche (dicono i nutrizionisti), la crociata mammesca anti olio di palma, ormai ben nota, arriva buonultima dopo l’archiviazione della margarina. E per di più, ci vediamo costretti a dire addio anche ad Antonio Banderas e alla sue conversazioni con la gallina, visto che tutte le merendine sono bandite dal regno.

Addio al povero Banderas e alle merendine fuori moda, a consolarlo solo 4 galline spennacchiate

Addio al povero Banderas e alle merendine fuori moda, a consolarlo solo 4 galline spennacchiate

Ma allora cosa mangia il bimbo uptodate? Bio bio bio… Come bio comanda e basta! Chi non è 100% bio è out! Personalmente ho dei dubbi sui prodotti bio oggi in commercio, ma vedrò di farmi un chilo di fatti miei. Non vale tutta questa attenzione quando si festeggia il compleanno del bimbo e si ricorre al cake design: non sei nessuno se non hai una torta supercostruitissima e plasticona con i personaggi dei cartoni del momento, come i Minions tanto per dire.

Una festa non è una festa senza una torta stile cake design

Una festa non è una festa senza una torta stile cake design

La mia amica Francesca, mamma di Carlotta e Veronica, mi dice che le figlie partecipano a tante festine (di nuovo un eufemismo) che quando sono molto basic prevedono un animatore o un trucca-bimbi, ma il livello sale se il party – che immagino si chiami “evento” anche se si tratta di pargoli – si tiene al BioLab nel Museo di Storia e Scienze Naturali o al Paleo Lab, che ha sede là dove quando ero piccina c’era lo zoo e le gabbie degli animali.

Feste al BioLab del Museo di Storia e Scienze Naturali (photo: www.assodidatticamuseale.it)

Feste al BioLab del Museo di Storia e Scienze Naturali (photo: http://www.assodidatticamuseale.it)

La morale? Una giocata tra amichetti mai e poi mai! Ci si diverte se intanto si impara, si capisce, si condivide… Intanto che i bambini sono OCCUPATI, le mamme si passano tante belle informazioni OVVIAMENTE via gruppi su Whatsapp, dai gruppi di classe, a quelli mensa, e giù una caterva di foto proprio anche in occasione delle feste dei figlioli. Avrei ancora da raccontare per ore dei corsi…. Già da secoli è un peccato mortale se un bambino passa durante il pomeriggio 5-10 minuti nel “dolce far niente”, quindi si moltiplicano i corsi di lingue straniere (ora anche esotiche) poco dopo il gattonamento e poi corsi di cucina, disegno creativo, circo…

Ci vuole anche un bel corso di circo! così da grande...? (photo: circofortunach)

Ci vuole anche un bel corso di circo! così da grande…? (photo: circofortunach)

… se non sei una mamma di questo tipo sotto sotto sotto sotto ti senti inadeguata. Ricordo ancora quando con la madre della migliore amica di mia figlia mi interrogavo, in prima asilo, se partire subito di slancio, come mi suggerivano con insistenza altre amiche, con un bel corso d’inglese per le bambine, la sua risposta fu lapidaria: “non so la tua, ma la mia l’anno prossimo non va a lavorare”.

ps grazie a Ilaria e Francesca, mamme intelligenti

 

Un altro giorno senza respiro!

Riproponiamo, dopo l’ultimo allarme smog di questi giorni, il post di dicembre sulla qualità dell’aria e della vita a Milano.

Sono convinto che i conti non tornino, soprattutto in qualità di vita metropolitana.

E’ inutile ricordare come una coltre di smog e grigio ancora oggi continui a soffocare la nostra città da quasi due mesi. E altrettanto inutile, mi sembra a questo punto, invocare alibi come la bassa pressione, le condizioni climatiche e la posizione sfavorevole dell’intera area omogenea del catino della Pianura Padana. Per decenni abbiamo sentito le stesse cose a ogni innalzamento del valori della concentrazione del PM10 e quindi tutte queste analisi sono ormai considerazioni trite e ritrite. La verità è che il nostro è stato un sindaco fortunato perché per tre anni ha beneficiato di inverni favorevoli in cui le condizioni climatiche hanno allontanato il problema dello sforamento della soglia consentita dalla UE e dalla Regione Lombardia (che ha già in passato aveva ritoccato all’insù i limiti consentiti) dei particolati. Oggi però i nodi vengono al pettine e appare chiaro non nessuno si sia occupato del problema. Sì! Il Comune di Milano più della Regione Lombardia è apparso distratto sulle politiche ambientali, poiché i picchi maggiori ci sono e si stanno toccando, come dimostrano i rilevamenti delle centraline ARPA collocate in centro, proprio in città. E siamo consci anche del fatto che le politiche ambientali si costruiscano giorno per giorno, non solo allo scattare dell’emergenza!

 

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Allora partiamo dall’inizio, ovvero da quando – prima dell’elezione dell’ultimo sindaco – ai cittadini era stato promesso l’allargamento dell’Area C alla seconda cerchia, garantito che il traffico veicolare sarebbe diminuito sensibilmente (e non per effetto della crisi!), incentivato il trasporto pubblico locale (in realtà, per effetto del dissesto finanziario di ATM molte linee di superficie sono state assorbite da alcuni tratti di MM, accorpate o soppresse!) e aumentati i km di piste ciclabili (interi nuovi quartieri sono sorti senza uno straccio di pista ciclabile che sarebbe potuta nascere a costo zero, anche a scomputo di oneri di urbanizzazione!), delocalizzate le attività dei grossisti (soprattutto quelli cinesi per l’area Sarpi-Arena) a Lachiarella. Ma i fatti, come ci ha insegnato negli ultimi anni la politica, non seguono alle promesse. A tal proposito, permettetemi un appunto: lo stesso nostro sindaco è un ex senatore di SEL, sigla che è acronimo di Sinistra Ecologia e Libertà, e operare per la salvaguardia ambientale dovrebbe far parte del suo DNA. Ecco che il taglio di centinaia di alberi, giustificati dall’insopprimibile necessità di scavare per la posa della linea metropolitana appare davvero discutibile sia sul piano ideologico (per le ragioni prima esposte) sia a livello pianificatorio (si potevano trovare alternative al percorso soprattutto sull’asse di Porta Vittoria, approfittando degli spazi lasciati liberi dalle aree attigue agli scali ferroviari dismessi), sia a livello civico (riuscendo a compattare interi quartieri e a moltiplicare le associazioni di cittadini contro tali decisioni). Sinceramente certo progresso può aspettare, soprattutto in tempo di spending review e nelle more di una crisi finanziaria in cui versano le casse del Comune.

Uno degli alberi da abbattere (o già abbattutto). Foto da giornimoderni.donnamoderna.it

Uno degli alberi da abbattere (o già abbattutto). Foto da giornimoderni.donnamoderna.it

Ma soprattutto vorrei ricordare come non è stato limitato il consumo del suolo sulle aree dismesse ( con il via libera a nuovi progetti speculativi), vera risorsa e forma di compensazione per l’eccessiva cementificazione a cui è stata sottoposta la città negli ultimi decenni. Le dimissioni dell’assessore all’urbanistica, sorda a qualunque richiesta dei cittadini e la partita persa degli scali ferroviari, dovrebbe far riflettere su come lo sviluppo di questa città non può e non deve passare solo attraverso l’edilizia (settore che più di tutti ha sopportato la crisi). E più che mai appare stringente una green belt (una cintura verde intorno al costruito), capace di far “respirare” almeno un po’ questa città, una zona di rispetto che ci protegga dalle esondazioni dei fiumi, da un eccessivo carico di traffico su gomma o dalla povertà del verde (anche qualitativamente!) per i suoi tanti bambini. Molto probabilmente chi verrà dopo questa amministrazione non invertirà la direzione di marcia sulle aree ferroviarie, ma almeno si è procrastinato un’ulteriore alterazione dello skyline di Milano. Le previste misure mitiganti, come gli orti in città, oggi appaiono solo un palliativo di bandiera per indorare una pillola davvero difficile da digerire.

L'anello ferroviario intorno alla città con i relativi scali dismessi a disposizione (fonte Comune di Milano)

L’anello ferroviario intorno alla città con i relativi scali dismessi a disposizione (fonte Comune di Milano)

Chiudiamo in ultimo con le passate e tanto vituperate “domeniche ecologiche” che le vecchie giunte di destra distribuivano nell’arco dell’anno e che puntualmente venivano criticate come misure tampone. Ma anche queste negli ultimi giorni avrebbero dato un segnale, un segnale educativo oltre che di civiltà. Questa proposta, come quella delle giornate con targhe alterne o della necessità di un fermo totale del traffico, sotto Natale sarebbero forse stato un schiaffo troppo grande al rilancio dei consumi! Tant’è, la situazione rimane stagnante come l’aria mefitica che aleggia sopra le nostre teste.

Sembra così che pure un Expo e un dopo-Expo mai concluso, usato come arma di distrazione di massa, abbia lavato la coscienza dei più con quel roboante tema di “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Ci ha allontanato forse per troppo tempo dai problemi reali e complessi di una città metropolitana come Milano, ad iniziare dalla bonifica dei terreni, su cui è sorta la stessa manifestazione e dove per mesi molti volontari e lavoratori si sono spesi per intere giornate. Forse che anche la possibilità di respirare aria pulita o a mangiare del cibo sano non sia esso stesso un diritto e un bene prezioso per cui valga pagare la TASI o L’IMU o la TARSI in questa città, che ha ancora molto cammino davanti per diventare una vera città verso cui l’Europa e il Mondo devono voltarsi a guardare?

Anno scolastico 1938-’39: la vera testimonianza di una bimba ebrea a Milano.

Il 27 gennaio di ogni anno ricorre il Giorno della Memoria, in commemorazione di tutte le vittime dell’Olocausto. Così ha deciso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005: il 27 gennaio del 1945, infatti, veniva liberato il campo di concentramento di Auschwitz, il più grande centro di sterminio della Germania nazista, divenuto simbolo della strage del popolo ebraico. Ma questa ormai è storia! E… direte voi, cosa c’entra con i bambini di Milano? C’entra. Poiché tanti alunni milanesi dell’anno scolastico 1938-39 rimasero vittima di eventi più grandi di loro. Sono molte le iniziative organizzate nel mondo, tutte volte a non dimenticare. Noi vogliamo raccontarvene alcune, legate alla nostra città.

La scuola Stoppani costruita nel 1908 e testimone di tante vicende umane e storiche di Milano.

La scuola Stoppani costruita nel 1908 e testimone di tante vicende umane e storiche di Milano.

Iniziamo il racconto da una scuola elementare di Milano: la scuola Stoppani di piazzale Lavater. Un istituto molto attento agli eventi che sconvolsero quegli anni e che sta facendo un lavoro egregio con lo studio dei loro archivi: gli alunni prima dello scoppio della II Guerra Mondiale erano tanti, maschietti e femminucce. Le famiglie di alcuni di loro nell’estate del 1938 ricevettero una lettera: si informava che a settembre ai loro figli non sarebbe stato consentito il rientro a scuola, come agli altri compagni. Le leggi razziali impedivano da quel momento la frequenza ai bambini ebrei. Qualcuno ricorderà che abbiamo già in passato presentato un ex alunno allontanato, ora bisnonno, rintracciato confrontando i documenti (nomi che comparivano nei registri a giugno del 1938 e non a settembre, alla ripresa dell’anno scolastico del 1938-’39): Arno Baehr.

Piazza Lavater con la scuola Stoppani sullo sfondo nei primi decenni del XX sec.

Piazza Lavater con la scuola Stoppani sullo sfondo nei primi decenni del XX sec.

Ma la ricerca da allora è andata avanti: questa volta a parlare è una bambina, o meglio un’ex-bambina, che frequentava, fino all’espulsione, la classe III C: si chiama Esther Fintz Menascè. Nasce nel 1929 a Rodi, la più grande delle isole dell’arcipelago greco del Dodecaneso, all’epoca un Governatorato italiano. Nel 1930 la famiglia Menasce’ si trasferisce proprio a Milano in via Morgagni, vicino alla scuola Stoppani, la piccola Esther la frequenta solo per un paio d’anni. Sarà poi costretta con il 1939, come gli altri bambini correligionari, a studiare presso la scuola ebraica di via Eupili. Nell’autunno 1943, in seguito all’armistizio di settembre, la situazione peggiora: hanno inizio, in Italia, le deportazioni degli ebrei. La famiglia Menascè, come altre, cerca rifugio in Svizzera e, dopo varie peripezie, riesce a salvarsi. Diversa, e terribilmente tragica, invece, la sorte dei familiari e di gran parte dei membri della Comunità ebraica di Rodi.

Divenuta adulta ha desiderato rendere Giusta Memoria alla Comunità ebraica rodiota, distrutta per sempre dalla Shoah nel luglio del 1944.

Bambini ebrei scampati dopo la guerra

Bambini ebrei scampati dopo la guerra

Ma una domanda sorge spontanea: che fine fecero gli altri bambini di Milano scampati alle deportazioni?

Alla fine della guerra il CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) concesse in uso alla Comunità ebraica di Milano la ex-sede del gruppo rionale fascista “Amatore Sciesa” in Via Unione 5, nei locali di Palazzo Odescalchi, dove si insediarono gli uffici amministrativi per organizzare gli aiuti e dove venne allestita anche una sinagoga. Qui si raccolsero tutti gli scampati provenienti da tutta Italia e dall’Europa dell’Est che attendevano di imbarcarsi per la Palestina, dove si stava formando il nuovo stato di Israele. E da qui passarono ben 800 bambini, spesso orfani. Si organizzò per loro una speciale colonia, a Selvino, per rinfrancarli e rassicurarli che la vita può essere anche bella. Ma questa è un’altra storia, che vi racconteremo la prossima volta.

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Adesso vi invito ad andare a sentire la testimonianza di Esther Fintz Menascè, studiosa, docente universitaria e scrittrice: ricorderà per voi ciò che ha vissuto con la sua famiglia in Italia, anche per capire come una bimba sia sopravvissuta ai momenti più bui della storia della nostra Europa.

DOVE: Esther Fintz Menascè sarà ospite mercoledì 27 gennaio della biblioteca Valvassori Peroni a partire dalle 18, per raccontare la sua interessante storia.

 

Scrive per Crozza, scriveva su Cuore, e adesso scrive anche gialli pieni d’ironia su Milano

Un titolo che fa curriculum, per dirla con un certo tipo di battute della Milano che fa tendenza. In verità cerco di adeguarmi allo straordinario spirito satirico dell’autore di due libri che vorrei tanto segnalare*.

I due gialli di Alessandro Robecchi, a breve uscirà il terzo della trilogia

I due gialli di Alessandro Robecchi, a breve uscirà il terzo della trilogia

E che l’autore stesso, Alessandro Robecchi, ha presentato due sere fa alla libreria indipendente Claudiana di Milano: un incontro che ho trovato particolarmente vivace e brillante, animato appunto dalla singolare e davvero simpatica verve dello scrittore e giornalista (per il suo articolatissimo CV – che comprendeva anche la direzione di Radio Popolare -, appunto, se proprio non lo conoscete, vi affido al web).

L'autore due sere fa alla presentazione dei libri presso la Claudiana di via Francesco Sforza

L’autore due sere fa alla presentazione dei libri presso la Claudiana di via Francesco Sforza

Bene, i libri in questione sono i suoi due noir che hanno per protagonista un autore televisivo e soprattutto Milano. Ma. Davvero non è tutto qua. A partire dal fatto che “Questa non è una canzone d’amore” e “Dove sei stanotte” non sono libri appena usciti, e che fra un mese già esce il terzo volume della trilogia. E suggerisco proprio di portarsi avanti con i primi due in attesa di quest’ultimo. Perché sono un concentrato di humour, di critica sociale, con una visione di Milano in giallo ben diversa dal solito. E proprio perché l’autore ha questo sguardo acuto e satirico, che trova un riscontro tra l’altro in una scrittura brillantissima, piena di trovate (che a una copy come me stuzzicano da impazzire!). Un linguaggio pieno di invenzioni che ci ha rapiti anche ieri sera alla presentazione… quando ha definito la città “turboliberista”, quando cita in uno dei libri una scrivania in stile “SanSiro-Babilonese”, o nello stesso giallo ricorda che – come in un programma famosissimo della fascia pomeridiana di Canale 5, aggiungo io – le luci dello studio TV rincorrono l’età della conduttrice che appare “circonfusa di un bagliore extraterrestre”.

In questi gialli non viene raccontata solo la Milano luccicante e lussuosa, come quella ritratta qui dal bravissimo Luigi Alloni

In questi gialli non viene raccontata solo la Milano luccicante e lussuosa, come quella ritratta qui dal bravissimo Luigi Alloni

Qualcuno ricorderà che abbiamo già parlato di due scrittori milanesi di gialli con la nostra città sullo sfondo, qui su Ciabattine, ma in questo caso il punto di vista è davvero diverso. Robecchi infatti non ritrae solo quella Milano che chiunque non viva qui crede sia la città luccicante della moda e delle mode, dei redditi importanti, “una Milano che se la tira” per usare una sua espressione. Difatti la sua è una città orizzontale, come in realtà è davvero: accanto alla gente-bene, per così dire, lui schiera strati sociali diversi. Il protagonista scappa da casa e arriva al Corvetto: qui, dice l’autore, è facile esplorare bar come quelli di Guerre Stellari!

Il cavalcavia di Piazzale Corvetto a Milano (photo: milano.repubblica.it)

Il cavalcavia di Piazzale Corvetto a Milano (photo: milano.repubblica.it)

Una volta, raccontava ieri, ha fatto un tour per testare il talento di un dj peruviano che si era proposto a Radio Popolare, di cui Robecchi era direttore all’epoca. A Rozzano si è così imbattuto in uno spazio, tra nebbie e tangenziali, dove non meno di 7.000 peruviani ballavano felici mangiando asado e bevendo litri di IncaKola, bibita gasatissima e molto popolare nell’America Latina.

Il marchio della mitica IncaKola, citata da Robecchi, che non può mancare in una metropoli multietnica

Il marchio della mitica IncaKola, citata da Robecchi, che non può mancare in una metropoli multietnica

Un pianeta parallelo, ma più che mai reale! Samuele Bernardini, uno dei moderatori, direttore della libreria e presidente delle Librerie Indipendenti Milano, ha commentato che questa pluralità etnica la vivono i ragazzi nelle nostre scuole, gli uni accanto agli altri. Ma le famiglie, i genitori, spesso non fanno altrettanto tra di loro.

Samuele Bernardini presidente delle Librerie Indipendenti Milano, moderatore della presentazione insieme a Simona Menghini

Samuele Bernardini presidente delle Librerie Indipendenti Milano, moderatore della presentazione insieme a Simona Menghini

A parte i fatti di costume, e altri temi pregnanti sulla differenza tra legge e giustizia, Robecchi ci tiene a sottolineare che i suoi libri hanno però anche la vera struttura di un noir, con tutte le sue belle regole, i fili della trama che si dipanano via via e che permettono, anche prima della fine, di provare a intuire la soluzione del giallo. A una persona del pubblico che gli ha chiesto se sia una complicazione creare una serie di gialli avendo per protagonista non un detective ma una persona qualunque che si trova, suo malgrado, al centro di vicende poliziesche … l’autore ha risposto che ha fatto la stessa domanda a un altro scrittore della sua “scuderia”, la Casa Editrice Sellerio. Ovvero il rinomatissimo Camilleri. La sua risposta? Proprio in stile montalbanese: “fottitene”.

 

* nonostante io sia Ciabattinadx, e non la mia collega Ciabattinasx che spesso vi parla di questo tema

Torna a far la calza, va! Se invece lo chiami knitting, a Milano fa chic

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C’era una volta un mondo in cui le donne facevano la calza, che era il mondo in cui le calze non erano in vendita, come peraltro nemmeno i vestiti, e ognuno si faceva i suoi, o se li faceva fare.

C’era una volta un mondo in cui si diceva alle donne che studiavano, che lavoravano magari in modo intellettuale e con delle pretese di riconoscimento, di tornare a far la calza. E questo non è un mondo neppure troppo lontano da noi.

Poi c’è un mondo in cui le donne tornano a far la calza, o meglio lavorano a maglia, ma lo fanno quando gli pare e lo fanno più per esprimere la propria creatività e voglia di fare che non per necessità. Ed è un mondo in cui anche gli uomini, anche se sicuramente in numero inferiore, trovano questa attività bella, inventiva, rilassante.

Io vengo da una famiglia di grandi tradizioni di maglia. Si facevano addirittura dei cappottini, con delle fodere di tessuto oppure di jersey. Lavori anche lunghissimi, fatti con passione e dedizione, applicazione, precisione. Una grande scuola, in realtà: perché qualunque cosa venga fatta con costanza, dall’inizio alla fine, con consapevolezza, insegna qualcosa su come fare le cose. Però, probabilmente influenzati da quel “torna a far la calza”, solo gli amici intimi sanno che proseguo quella tradizione con altrettanto entusiasmo e dedizione di mia mamma, mia zia, mia nonna, la mia prozia (che era una specialista di uncinetto) e vari avi femminili prima di loro. Si, adesso con il blog di moda scrivo qualche volta che un maglione che indosso l’ho fatto io, ma non lo faccio con l’orgoglio che il lavoro meriterebbe.

Ci aiuta il fatto che alcuni uomini lavorino a maglia? O che ci siano attrici e modelle che, tra un cast e uno shot e l’altro, si fanno sciarpone o altro? Forse. Ci aiuta internet con i tutorial, i venditori di filati, i  blog dedicati, il chiamarlo knitting? Forse. E forse la maglia resterà un lavoro da donne, per la pazienza, per il vantaggio delle mani piccole, per la scarsa propensione all’ozio che le donne in genere dimostrano. L’importante sarebbe che non fosse considerata un’attività di livello inferiore rispetto che so, a costruire navicelle con gli stuzzicadenti. Ci arriveremo? Io mi auguro di sì.

Intanto vi consiglio di provare. C’è un elemento ripetitivo, nel lavoro a maglia, che rilassa e che facilita il pensiero laterale; un po’ come quando si guida la macchina, che una parte del cervello è occupata e quella che resta libera è creativa e propositiva. A Milano tra l’altro c’è un bellissimo negozio, Lanar, in via Bixio, dove organizzano corsi di ogni livello!

Buona giornata!

Anna da Re

 

Da bambino a scultore, con una scansione e un pugno di minuti

I disegni dei propri bambini sono sempre un bel ricordo, sì, anche quando l’opera non si può definire esattamente un capolavoro. Ma, lo dico per esperienza, negli anni la conservazione del manufatto (molto caro a parenti e genitori) non è molto garantita, i colori sbiadiscono, la carta si rovina…

Così mi vedeva mia figlia ai tempi del suo asilo, ma come si può vedere l'opera d'arte avrebbe bisogno di un restauro...

Così mi vedeva mia figlia ai tempi del suo asilo, ma come si può notare l’opera d’arte avrebbe bisogno di un restauro…

…allora perché non trasformarlo in una scultura? Benvenuti in una delle prime rivoluzioni industriali di questo secolo! Di fatto parecchi dei nostri lettori ne avranno già sentito parlare, ma forse non conoscono tutti i possibili e fantasiosi impieghi! Allora, torniamo al disegno del proprio figliolo: grazie all’uso di una stampante 3D senza tanta fatica si può trasformare ogni sua idea in un oggetto fisico. In questo caso, si crea una modellazione dell’opera pittorica fino alla realizzazione di una scultura che ha per soggetto lo stesso disegno originale. Leggo nel web che il materiale con cui si dà vita al modello è polvere di gesso, colorata durante la stampa e poi compattata con un collante. A Milano (e in tutta Italia) ci sono decine di punti vendita dove creare questi oggetti tridimensionali: io mi avvalgo qui di seguito di una realtà milanese davvero presa a caso in rete, per illustrarvi un esempio pratico. E le immagini che vederete, sono proprio prese in prestito dal sito di MiniMondo 3D.

Dal disegno di una bimba...

Dal disegno di una bimba… (photo da MINI MONDO 3D)

... alla sua trasformazione in oggetto reale tramite una stampa 3D!

… alla sua trasformazione in oggetto reale tramite una stampa 3D! ((photo da MINI MONDO 3D)

E gli altri componenti della famiglia, come si diceva più sopra? Pensate un po’: tutti ma proprio tutti possono creare un alter ego con l’aiuto di una stampante 3D! Nelle foto fatte da un amico presso un negozio in Emilia Romagna si può osservare un campionario ricchissimo di statuine (della dimensione preferita), che a me ricordano un pochino i membri della famosa band Village People:

 

Ecco alcune delle statuine che si possono realizzare...

Ecco alcune delle statuine che si possono realizzare… (Photo: Antonino Bertolami)

anche a Milano molti punti vendita oggi offrono lo stesso servizio, così che chiunque può riprodurre una copia tridimensionale in scala della propria o di un’altra persona.

... si può creare un alter ego o la statuina con la persona che si preferisce

… si può creare un alter ego o la statuina con la persona che si preferisce (photo: Antonino Bertolami)

In concreto basta farsi riprendere in uno di questi negozi, attrezzati con un set di luci e di strumenti tecnologici che servono per scansire l’intero corpo. I dati dell’immagine acquisita vengono elaborati per poi realizzare una statuina più realistica possibile.

Un'altra creazione ottenuta da Mini Mondo 3D

Un’altra creazione realistica ottenuta da Mini Mondo 3D

Per gli animali domestici, poi, si può ricorrere alla trasformazione da una semplice foto, anche se mi sembra di notare che la definizione dei risultati sia un po’ meno fedele all’originale. Insomma, chi non ha avuto in famiglia o frequentato salotti in cui fossero messi bene in mostra le famose porcellane di Capodimonte? Le nonne della mia generazione ne facevano sfoggio volentieri: ricordo pastorelli, ballerine, roselline…  questo tipo di porcellana infatti vanta una storia secolare!

Una classica statuina in porcellana Capodimonte (photo: http://www.capodimonte-porcelain.com)

Una classica statuina in porcellana Capodimonte (photo: http://www.capodimonte-porcelain.com)

Ebbene, si potrebbe quasi dire che imparata l’arte oggi la si possa mettere da parte… in ogni modo vi ricordo che con una stampa 3D, oltre alle opere d’ingegno dei vostri figli, si possono realizzare in formato tridimensionale disegni, foto, loghi, idee e in moltissimi materiali, dalla plastica, ai metalli e all’oro… e in più ho letto che esiste anche un set mobile per fare scansioni ovunque. Ma ovunque… dove? Per esempio in occasione di eventi, convention, anniversari e naturalmente matrimoni… non oso pensare a bomboniere confezionate in questo modo, ma sono certa che ci saranno degli estimatori. Però è anche vero che questa rivoluzione ha già spalancato gli orizzonti alla creatività, al design, all’architettura…

Sono infiniti gli oggetti realizzabili con una stampante 3D! (photo: www.buzzfeed.com)

Sono infiniti gli oggetti realizzabili con una stampante 3D! (photo: http://www.buzzfeed.com)

… intanto fermiamoci ai più piccini. Che i loro schizzi poi realizzati in 3D vengano interpretati da posteri come importanti e rappresentative opere d’arte della nostra epoca?

Il caso di S. Protaso al Lorenteggio: là dove non riuscirono i barbari… può la logica del profitto.

Abbiamo messo più volte in luce tramite questo blog come la giunta uscente si sia più volte distinta per una politica ambientale piuttosto ondivaga e a geometria variabile, quasi senza una visione globale del verde pubblico o del benessere dell’intera cittadinanza.

Credo però che questo atteggiamento l’abbiamo riscontrato anche per i beni culturali e le risorse monumentali della città. Premetto però che molti dei luoghi e fatti che citerò sono frutto di interventi spesso ereditati dalle passate giunte, che tuttavia sono stati mal gestiti e a cui non si è posto nessun argine (per problemi economici e contrattuali!) con indirizzati interventi migliorativi. Così fu per la vicenda dei parcheggi di S. Ambrogio, Piazza XXV Aprile e Piazza Meda dove fu chiaro sin dall’inizio che il fermo cantiere e l’archeologia preventiva più volte invocata poteva essere semplicemente superata dal buon senso. Così fu per l’annosa questione della valorizzazione della Darsena, il cui risultato appare oggi piuttosto deludente. Così è stato per la svendita di parte del Demanio Comunale localizzato in zone di pregio (mi riferisco alla vendita degli uffici di Via Larga o all’abbandono del palazzo Via Melchiorre Gioia, a titolo d’esempio), all’infinito cantiere del Teatro Lirico e così ancora per altre vicende.

La piccola chiesetta di S. Protaso al Lorenteggio come si presentava qualche tempo fa

La piccola chiesetta di S. Protaso al Lorenteggio come si presentava qualche tempo fa (da paulpablophotography)

Sull’onda di queste poco avvedute manifestazioni e di incapacità gestionale, oggi vorrei segnalarvi un caso alquanto raccapricciante: la messa in pericolo di una piccola chiesetta al Lorenteggio lambita dagli scavi della costruenda linea metropolitana M4: è il piccolo oratorio di S. Protaso al Lorenteggio o alle Lucertole, come è conosciuta più comunemente, per essere stata dispersa per secoli nella campagna e solo da pochi decenni atterrata, come un UFO, in uno spartitraffico tra due ali di macchine. Il bene è entrato talmente a fondo nell’immaginario popolare dell’intera città tanto che Mazzarella, volle dedicargli una canzone con le seguenti parole:

L’è ona gesa che gh’è in su la strada che pòrta a Biegràss,
la gh’ha minga el sagraa e l’è fada de sass;
l’è frèggia d’inverna, coi mur che se lassen andà,
ma la cros del Signor la te manda calor.

Quand l’è primavera e in de l’aria l’è teved el sô,
caccen dent el crapin e stan lì a curiosà,
la famiglia luserta: i fiolìn con la mamma e ’l papà
lì de sòtt de la cros preghen fòrsi anca lor.

Nòtt e dì gh’è semper ‘vert a la gesa di lusert,
lì ghe prega la pòvera gent, senza cà, senza nient.
Fàmm la grazia anca a mì, che son pòver come tì,
tì t’el see che son senza pretes,
scusom tant se hoo pregaa in milanes.

Ora la vicenda mi ricorda ciò che già è accaduto per tanto nostro patrimonio culturale di Milanese messo in pericolo se non distrutto da questa affannosa sete di modernizzare la città. Ricordo su tutti gli scempi del periodo fascista sui chiostri della Certosa di Garegnano, rasi al suolo per costruire l’autostrada dei Laghi o l’abside e la torre nolare dell’Abbazia di Chiaravalle messa più volte in pericolo dalle vibrazione della linea ferroviaria per PV-GE pensata e costruita troppo a ridosso di un complesso monumentale così delicato! Ho portato non a caso due casi di interventi operati durante il ventennio dove il parere della cittadinanza non era contemplato.

La chiesetta come si presenta oggi circondata dal cantiere del MM4

La chiesetta come si presenta oggi circondata dal cantiere del MM4

Anche oggi la gente del Lorenteggio, seppur dopo innumerevoli petizioni per evitare l’abbattimento degli alberi e per allontanare la rovina dell’unica testimonianza di storia della zona, non è stata minimamente ascoltata. Ripeto stiamo parlando di quei pochi segni di cultura del territorio che spesso sono l’ultima riserva di memoria per borghi (oggi quartieri, dopo l’annessione al territorio comunale), che seppur di origine agricola hanno perso totalmente la loro identità.

Ma oltre a questo, che cos’ha di tanto speciale questa chiesetta, posta non in linea nemmeno con la via Lorenteggio (forse in linea con una più antica strada che costeggiava il canale dell’Olona) ?

L'oratorio di S. protaso negli anni '50

L’oratorio di S. protaso nel dopoguerra, quando la città avanzava e stava già per ingoiarla.

Innanzitutto la sua antichità, essendo stata edificata intorno all’anno 1000 da alcuni monaci benedettini per portare la buona novella ai contadini del borgo che abitavano in alcune cascine adiacenti allo stesso oratorio e che oggi sono scomparse sotto i palazzoni anni ’60 ai lati della strada.

La cascina S. Protaso prima della sua distruzione

La cascina S. Protaso a lato dell’oratorio omonimo, prima della sua distruzione

Fu inoltre luogo di sosta di Barbarossa durante l’assedio alla città nel 1162, costretto a fermare la sua avanzata davanti alla resistenza delle truppe milanesi qui assembrate. Pare che per questo l’imperatore voleva distruggere il piccolo oratorio, ma preso da improvviso fervore, pare invece che vi sostò in preghiera davanti al dipinto della Madonna per chiedere la vittoria sui milanesi, che ottenne, risparmiando la chiesina.

Ora tralasciando la lunga storia del monumento e l’enorme sacrificio anche della popolazione locale per tenerla in piedi e per trovare i quattrini per i molti restauri a cui è stata sottoposta durante questi secoli, mi chiedo: riuscirà la MM dove non potè nemmeno il Barbarossa?

Ai posteri l’ardua sentenza, contando a fine lavori i danni di tanto tremolio!