Quando Rischiatutto partiva da Milano e arrivava a tutti gli Italiani. Ovvero quelli che…

Come molti sanno già, torna in tivù – la RAI, quella il cui canone “comodamente” oggi si paga con la bolletta della luce – una trasmissione che ha rispecchiato l’Italia e gli italiani nei primi anni ’70, quando gli effetti del boom economico non erano ancora evaporati.

Fabio Fazio con alle spalle l'immagine del Mike nazionale all'epoca di Rischiatutto (photo: Corriere.it)

Fabio Fazio con alle spalle l’immagine del Mike nazionale all’epoca di Rischiatutto (photo: Corriere.it)

Fabio Fazio, che ne condurrà la nuova versione nei panni di un neo-Mike Bongiorno, racconta al Corriere che si è trattato di un programma fondativo della RAI e che nel suo ricordo di bambino, era emozionante sentire la signorina buonasera annunciarlo così “Dagli studi della Fiera di Milano…”. Intanto pensava alla fiera come a una belva (!!), e poi per lui era un modo, dalla provincia, di entrare nella modernità del centro di Milano.

Il più che famoso logo del Rischiatutto

Il più che famoso logo del Rischiatutto

Queste parole mi hanno fatto riflettere, per cominciare, su come tutta l’Italia – perché proprio ma proprio tutta seguiva il Rischiatutto in tivù – guardasse alla Milano del miracolo economico e al solo magico posto dove una trasmissione dal format contemporaneo che schiacciava l’occhio all’America, potesse avere origine e propagare il suo verbo in ogni regione. Anch’io ho un ricordo vivido di quella trasmissione, dell’emozione legata alle prove dei concorrenti, dell’affabilità del conduttore che aveva uscite davvero “casarecce”, per non parlare delle gaffe. I campioni erano gli eroi della nostra epoca, dalla mitica signora Longari (rivista in “Che tempo che fa” e davvero ben conservata),

La leggendaria concorrente Signora Longari

La leggendaria concorrente Signora Longari

ad Andrea Fabbricatore, a Massimo Inardi…

Massimo Inardi con vincite all’epoca considerate ultraterrene!

mentre le minigonne della Sabina Ciuffini diventavano un must per noi ragazze e un’ossessione per lo sguardo dei ragazzi!

Le mai dimenticate minigonne della valletta Sabina Ciuffini

Le mai dimenticate minigonne della valletta Sabina Ciuffini

Ma qual era davvero l’evocazione più profonda che questo tipo di TV innovativo per l’epoca poteva regalare? A parer mio era il mondo della POSSIBILITÀ, di una favola bella legata un po’ alla fortuna, al sapere (i migliori erano davvero preparati) e moltissimo alla fiducia nel futuro. Preferisco lasciare spazio a un autore molto competente in fatto di televisione, attraverso la cui esperienza posso trasmettervi meglio il mio sentire di allora, credo condiviso dai più. È Francesco Piccolo, scrittore, autore televisivo e sceneggiatore di film di rilievo: anni fa scrisse un saggio gustoso – l’Italia spensierata – di cui mi limito a citare il prologo, veramente condivisibile.

Il saggio di Francesco Piccolo di cui segnalo in particolare il prologo

Il saggio di Francesco Piccolo di cui segnalo in particolare il prologo

Ebbene, qui narra dell’Italia poco prima dell’era del Rischiatutto, ma ad essa molto simile: ricorda il suo sabato sera in famiglia, quando alla fine degli anni ’60, in “Canzonissima”, le gemelle Kessler incantavano tutto il Paese con la canzone della sigla “Quelli belli come noi che sono tanti”.

Le gemelle Kessler e il 45 giri della sigla da loro cantata citata nel post

Le gemelle Kessler e il 45 giri della sigla da loro cantata citata nel post

Non c’era famiglia che non seguisse con interesse e letizia il varietà, e che, sostiene Piccolo, inconsciamente non si identificasse con quel mondo dorato (che prometteva vincite milionarie) soprattutto credendo in fondo alle parole della canzone. Il ritornello, secondo lui, era un messaggio molto rassicurante che creava anche consenso politico nei confronti della maggioranza, quella che avrebbe garantito la possibilità di restare “belli” e soprattutto sereni a lungo. Perché saldi ai principi di chi aveva in mano il potere. Oltre a questa lettura di stampo politico, però sottolinea un aspetto molto sentito nella mia memoria: l’essere parte di una realtà promettente e solida. In altre parole, con molte altre persone, ho vissuto in un’epoca di autentica innocenza storica (non ingenuità, c’è una bella differenza), molto lontana ancora da sensi di disillusione, decadenza, sfiducia. Davvero, era proprio così: eravamo quei “tanti belli” dell’Italia che sperava. Che, senza immaginare quello che sarebbe venuto dopo, voleva mettersi in gioco. Pronta a Rischiaretutto.

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