Gli schiavi di oggi che rievocano la storia degli schiavi di ieri.

E’ da tempo che medito su un tema che mi sta particolarmente a cuore:  dopo le ultime ondate di flussi migratori dall’Africa,  dopo le notizie legate alla reintroduzione dello schiavismo femminile nelle zone medio-orientali controllati dall’ISIS, e, a livello locale, in seguito a vicende come quelle dei  racket che gestiscono bambini e vecchi rendendoli accattoni sulle nostre strade, dopo averli fatti arrivare dall’estero con la falsa promessa di un lavoro in città,  approfitto per parlarvi di come si è arrivati all’abolizione della schiavitù nel mondo occidentale. Naturalmente, i primi in Europa che si posero il problema, furono proprio quegli stati che ci avevano a che fare o che erano avvezzi a esercitarlo. In primis, il Portogallo per i nativi delle colonie, alla metà del XVIII sec. Ma una svolta di portata mondiale nel processo di abolizione avvenne in Inghilterra, ben più tardi, nel 1807.

Medaglione ufficiale della Società Britannica contro lo Schiavismo, 1795

Medaglione ufficiale della Società Britannica contro lo Schiavismo, 1795

In questi giorni, e precisamente il 25 marzo, cade infatti il 209° anniversario dall’approvazione da parte del Parlamento inglese del Slave Trade Act, innescando così un processo che avrebbe portato all’abolizione di un principio cardine delle libertà personali da parte di tutte le altre potenze coloniali. A partire dalla stessa data, naturalmente, il commercio degli schiavi con l’estero veniva proibito anche nelle altre colonie britanniche e soprattutto da chi lo era stata fino a qualche decennio prima, gli Stati Uniti. Ma al di là della politica che portò in parlamento la discussione sull’abolizionismo, ci fu già dal secolo precedente, un movimento di idee con un forte impatto sull’opinione pubblica e soprattutto di grande presa sulle radici ideologiche del puritanesimo e del calvinismo riformato inglese. Uno dei protagonisti di questo dibattito interno fu un ex schiavista, John Newton, già capitano di navi negriere, che sulle orme dell’apostolo Paolo, si trasformò da aguzzino in difensore dei diritti civili degli perseguitati.

John Newton, ritratto

John Newton, ritratto

Questi, dopo un percorso di messa in discussione delle pratiche coattive sulle navi mercantili verso i neri in catene, per cui si adoperò per renderle più umane, (almeno fino a destinazione), proverà un vero e proprio disagio che lo condurrà infine all’abbandono di quella professione. La conversione religiosa e un sincero afflato cristiano lo portarono a diventare pastore della comunità di Olney, nell’Inghilterra sud-orientale, dove si stabili per 17 anni. Da qui si spostò a Londra dove dalla chiesa di St. Mary Woolnoth si mise a capo del movimento abolizionista, scrivendo testi quali Pensieri sulla tratta degli schiavi africani, 1788 e dei canti testimonianti la propria conversione, considerata una “meraviglia della grazia di Dio”, come ci racconta il suo inno più conosciuto Amazing Grace . Qui la parte musicale pare essere stata composta usando proprio la scala pentatonica dei negro spirituals, così come è spiegato dal filmato qui sotto.

Morì nel 1807, esattamente lo stesso anno con cui è iniziato questo nostro racconto. Sulla sua lapide sono incise, per sua volontà, le parole pronunciate poco prima di morire:

“John Newton, ecclesiastico, un tempo un infedele e un libertino, servo degli schiavisti in Africa, fu, per grazia del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, conservato, redento, perdonato e inviato a predicare quella Fede che aveva cercato di distruggere”.

Oggi Amazing Grace è, insieme agli inni nazionali inglese e americano, uno dei canti più riprodotti e interpretati nelle occasioni pubbliche dei paesi anglosassoni. Nel febbraio di quest’anno persino Andrea Bocelli è volato negli Stati Uniti per omaggiarne una sua personale interpretazione, al presidente Obama, in occasione dell’apertura della 64° National Prayer Breakfast, il gruppo di preghiera della Camera dei Deputati Usa.

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