Le Terme riemerse di Milano (durante lavori eternamente in corso)

Chi di voi è rimasto a Milano in questi giorni ed ha fatto una passeggiata in centro, magari è passato da Corso Europa, zigzando tra i suoi portici pieni di vetrine, fino ad arrivare a quello spiazzo anonimo pieno di rovine e con una piccola chiesa nel mezzo, che anticamente chiamavano semplicemente Pasquirolo.

Il Pasquirolo lambito in basso da Corso Europa, nel tratto interessato dal cantiere della MM4

Il Pasquirolo lambito in basso da Corso Europa, nel tratto interessato dal cantiere della MM4

Ora chi si è spinto in questo luogo, non ha potuto non vedere gli scavi che si stanno conducendo tra la meta del Corso Europa, fin quasi all’altezza del palazzo sei-settecentesco che arriva in angolo con Via Cavallotti. Ora quella lunga trincea è la propaggine più avanzata del cantiere della M4 che dal Forlanini sta avanzando verso il centro. Fin qui niente di strano: è semplicemente il progresso che avanza per preparare Milano ad Expo! Ops… scusate che sbadato… Expo è finito! E pensare che l’avevano venduta come una delle opere strategiche, che dovevano portare i famosi 20 milioni di turisti dall’aeroporto di Linate, fino in centro e da qui al capolinea di San Cristoforo, dietro Porta Genova. Vabbè anche qui niente di nuovo sotto il sole: i soldi sono finiti e il cantiere è passato in secondo piano tra gli immancabili ritardi delle politiche infrastrutturali nostrane.

Ora però i lavori sono riiniziati di gran lena (le elezioni per il nuovo sindaco sono alle porte e magari ci scappa qualche bella inaugurazione!), ma mentre in Corso Indipendenza, al Lorenteggio, al Solari o alla Vetra qualche albero è già saltato, qui i lavori delle ruspe si sono fermati. Che cosa mai è successo stavolta? Poca cosa: hanno fatto qualche saggio cautelativo visto che accanto, nello slargo prima citato, in più di un’occasione è stato rinvenuto qualche rudere di epoca romana, vestigia che fa bella mostra di se proprio sopra il parcheggio sotterraneo del Pasquirolo.

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I resti delle terme romane al Pasquirolo (foto di Giovanni Dall’Orto)

Si deve concludere allora che, in fase di progettazione preliminare, per il tragitto da far seguire alla Linea Blu (così si è battezzata la M4!), non si siano dimenticati di fare i conti con una pratica ormai consolidata nella progettazione delle grandi infrastrutture cittadine, quando si sospetta di imbattersi in qualche resto del passato: l’archeologia preventiva. Ma il passato ci porta a pensare che, dalle parti di Milano, non è mai stata una pratica ben messa a punto, visto che non ci vuole una laurea in Archeologia, per sapere che tra il Pasquirolo e il Corso Europa, in epoca romana, sorgeva il più grande impianto termale dell’antica Mediolanum (un complesso di c. 10.000 mq). Talmente grande da essere soprannominato storicamente “Terme Erculee”, per l’epiteto assegnato all’imperatore Massimiano, che le aveva donate alla città, contestualmente a un ampliamento della stessa divenuta capitale dell’Impero d’Occidente, nel III sec. d.C.

La Milano romana, con l'ampliamento voluto da Massimiano a destra, al cui interno spicca l'enorme complesso termale a Est

La Milano romana, con l’ampliamento voluto da Massimiano a destra, al cui interno spicca l’enorme complesso termale a Est

La struttura, caduta in disuso, diviene col Medioevo un’ottima cava di materiali fino a perderne traccia. Solo nel ’49, durante scavi per il nuovo edificio dell’arch. Belgioioso tra il Corso Vittorio Emanuele e la via Pasquirolo, col ritrovamento di consistenti strutture idriche (oggi in parte collocate sullo slargo accanto alla chiesetta di S. Vito al Pasquirolo) con una specie di porticato a 4 colonne, simile a quello delle successive terme di Treviri, volute dallo stesso Massimiano, si penserà per la prima volta alla possibilità di essere in presenza di uno stabilimento termale. Furono in realtà riconosciute come tali solo attraverso gli scavi prima nel 1959 per la posa della fognatura lungo il Corso Europa e poi tra il 1961 e il 1973, durante la costruzione di una serie di edifici, come quelli dell’arch. Caccia Dominioni.

Tre sono gli ambienti meglio riconosciuti: il grande cortile rettangolare della palestra, cinto da portico e corredato di santuario; la grande vasca del frigidarium , dove poi trovò posto l’autosilo sotterraneo tra il moderno edificio dell’arch. Belgioioso e la chiesa di S. Vito (davanti alla quale nel 1827 fu rinvenuto un torso di Ercole in riposo, nella posa dell’Ercole Farnese del Museo Nazionale di Napoli, copia che doveva misurare circa 3 m., a giudicare dalle membra rimaste);

Ercole Farnese, conservato a Napoli

Ercole Farnese, conservato a Napoli

la sala con il clipeo della Primavera in un angolo (cosa che fa desumere che agli altri angoli ci fossero le altre stagioni). L’acqua per il funzionamento degli impanti era stata portata qui attraverso un canale direttamente dall’Olona e in parte addotta attraverso gli svariati pozzi rinvenuti nella zona, essendo in zona anche la falda molto alta.

Ma per tornare all’inutile e costosa pratica dell’archeologia preventiva (non tanto in sè quanto al suo modo di applicarla), rimango piuttosto perplesso, soprattutto dopo gli eventi del più recente passato che ci hanno fatto assistere al ritrovamento delle mura spagnole in corrispondenza della Porta Comasina (oh che sorpresa sensazionale), assistendo increduli al lungo fermo per la costruzione del parcheggio interrato di Piazza XXV Aprile, dove la vittima più illustre fu il teatro Smeraldo già agonizzante. E ancora chi non ricorda ferite ancora aperte da quel piano dissennato per i parcheggi di qualche giunta fa, che incurante della storia ha inflitto verie e proprie ferite alla Milano della prima cristianità.

I confini della Milano alto medioevale e i corpi santi, le aree cimiteriali con le relative chiesette fuori le mura

I confini della Milano alto medioevale e i Corpi Santi, le aree cimiteriali con le relative chiesette fuori le mura

Allora si scoperchiarono gli antichi sacelli di Piazza Sant’Ambrogio o di Piazza San Calimero, dove non ci voleva certo un fine urbanista per sapere di essere in procinto di imbattersi nei famosi Corpi Santi, i cimiteri dei primi cristiani fuori le antiche mura lungo il corso della cerchia interna dei Navigli. No problem! Abbiamo riempito ancora una volta i magazzini della Soprintendenza , che, dopo aver fatto i suoi compiti istituzionali, ha permesso che il “progresso” riprendesse la sua inesorabile strada. E non voglio citare altri illustri esempi che vanno dai resti ritrovati in Piazza Meda (per la costruzione di un altro affollatissimo parcheggio) al più famoso fermo pluriennale per il ritrovamento di un altro (quanto davvero inaspettato!) quartiere romano sotto l’attuale Piazza Missori, in occasione della costruzione della fermata della MM3.

Ora davanti a questi esempi che ci provengono dall’immediato passato non ci possiamo che chiedere quanto potrà durare il fermo del cantiere della MM4 in prossimità di Corso Europa… o meglio non era più semplice seguire un’altra rotta per evitare di danneggiare ulteriormente “l’invisibile” impianto termale romano… e per fare avanzare questo “progresso”?

Protezione, raccomandazione, materna intrusione. Nel nuovo libro di Stefano Crupi che mi è davvero piaciuto.

In un articolo letto su panorama.it, Sabino Labia cita il giornalista Vittorio Gorresio, per il quale l’Italia era “la Repubblica dei raccomandati” e sosteneva che “questa grande istituzione nazionale ha le stesse origini della massoneria (come la si intende nel senso volgare) della mafia e della camorra”. E questi sono proprio gli orizzonti in cui si muove Stefano Crupi, nel suo bel romanzo d’esordio “Cazzimma” e ora, in “A ogni santo la sua candela”, che come dicevo più sopra nel titolo, mi è particolarmente piaciuto.

La copertina del libro di Stefano Crupi

La copertina del libro di Stefano Crupi

Dirò di più, mi ha colpito e, di nuovo, mi è piaciuto il fatto che il suo modo di narrare riesca a portare per mano il lettore, pagina dopo pagina, attraverso vicende e atmosfere che non piacciono affatto. Perché – in brevissimo davvero – la storia è quella di un giovane che cerca lavoro in tempo di crisi in una Napoli corrotta (in fondo, per nulla differente da certe logiche di Milano), avendo l’obiettivo di emanciparsi rapidamente dal suo modesto contesto sociale.

Stefano Crupi ieri sera alla presentazione del libro a Milano

Stefano Crupi ieri sera alla presentazione del libro a Milano (photo Angela Delli Ponti)

Il tutto con la complicità di una madre calcolatrice che lo guida con tattiche lucide e spietate per ottenere la “spintarella” dai più potenti nell’ambito dell’ente pubblico presso il quale è impiegato. Proprio come nella realtà più vera, non si parla giammai di meritocrazia quanto piuttosto di imparare a contare su un sistema clientelare (come quello politico, in qualità di esempio “virtuoso”) ovvero di raccomandarsi ai santi giusti. Torno al punto: è bravo Stefano Crupi a coinvolgere chi legge, nell’esplorazione di un universo che forse non vorremmo vedere e in cui, anche se in minima parte, facciamo fatica a riconoscerci, ma che in realtà ci appartiene eccome. A partire dalla madre trafficona, che forte del cordone ombelicale mai spezzato col figlio, si comporta seguendo la regola di operare unicamente per il tornaconto della propria famiglia e totalmente in assenza di una parvenza di senso civico. Tratto veramente italiano, questo. E poi, la scelta narrativa di parlare di santi, citando addirittura nei vari capitoli, le singole specializzazioni: ci sono i protettori della vista, dei bambini, dei giuristi…

Uno dei santi citati dallo scrittore: Sant'Alfonso de' Liguori, protettore... di moralisti!

Uno dei santi citati dallo scrittore: Sant’Alfonso de’ Liguori, protettore… di moralisti!

Le credenze relative ai santi che vedono e provvedono, del resto, in Italia sono molto diffuse (un mio amico diceva che la preghiera ai santi è proprio la prima forma di raccomandazione!!) e certamente non meno, nei contesti raccontati da Crupi, cioè negli ambienti mafiosi: i malavitosi sembrano valorizzare il proprio potere anche attraverso simbologie religiose, quasi facendosene difensori. Utilizzando l’immagine di protettori che in sostanza avvallino il loro violento stile di vita. Non solo nei film famosi, ma anche nella realtà: tutti ricorderanno quale polverone abbia suscitato il funerale romano della famiglia Casamonica, o il rito dell’inchino della Madonna in processione di fronte alla casa di un boss. Un’attenzione particolare poi meritano le pagine dei ringraziamenti dell’autore, in cui accenna alla sua esperienza personale di lavoro presso un ente pubblico e le infinite fonti di ispirazione in tema di lavoro impiegatizio e di arrivismo tra opere narrative e cinematografiche. Ieri sera ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del libro presso il Mondadori Megastore di Piazza Duomo a Milano: intervistato con intelligenza da un coinvolgente Paolo Foschini del Corriere, Crupi ci ha intrattenuto sottolineando che il romanzo rispecchia molto la sua esperienza lavorativa, dove favoritismi, regalìe e arrampicatori sociali erano il pane quotidiano.

Paolo Foschini del Corriere ieri sera ha presentato il libro di Crupi

Paolo Foschini del Corriere ieri sera ha presentato il libro di Crupi (photo Angela Delli Ponti)

La sua sensibilità di scrittore riesce comunque a mettere in luce la dolente umanità dei personaggi, pur vile e amorale. E persino quel ragionier Fantozzi, che da giovane gli pareva una figura piuttosto stupida, dopo l’esperienza dal vero in un ambiente di lavoro simile a quello rappresentato da Paolo Villaggio, è divenuto ai suoi occhi un personaggio geniale. Si sa da sempre: la realtà supera la fantasia.

 

Due grandi anniversari dell’ottica milanese e la storia di un importante ex martinitt

In questo periodo gira sulla cartellonistica di Milano, una pubblicità che promuove un famosa realtà industriale nel campo dell’ottica e che si compiace di festeggiare i propri 150 anni di storia. Giustamente si tratta di un vero miracolo italiano, anzi milanese: le industrie Salmoiraghi e Viganò.

Una pubblicità che incarna lo spirito del vecchio milanese.

Una pubblicità che incarna lo spirito del vecchio milanese.

Ma, per par condicio, un altro miracolo è quello compiuto dal patron di Luxottica, Leonardo del Vecchio, milanese d’adozione che ha fatto conoscere, all’intero mondo, quanto il cuore di Milano può essere grande. Quest’anno anche lui festeggerà i 55 anni dalla fondazione della sua grande impresa. Ricordiamo che Del Vecchio è un ex Martinitt, uno di quei piccoli ospiti di un’istituzione che insegna(va) a credere nel lavoro, nella fatica e ai propri sogni, anche da poveri! I bambini degli anni Cinquanta e Sessanta se lo sentivano spesso ripetere dai propri genitori “Non sei mai contento di tutto quello che hai… pensa agli orfanelli”… e se questo dialogo avveniva a Milano, gli orfanelli prendevano subito il nome di Martinitt. Perché da secoli quella dei Martinitt è in effetti l’istituzione maschile più famosa dedicata ai piccoli senzafamiglia. Oggi desideriamo raccontarvi un po’ la loro storia, da subito invitandovi a visitare in compagnia dei vostri bambini il Museo dei Martinitt e Stelline. Questo ha origine da un cospicuo patrimonio di documenti archivistici ove sono ben custodite tante notizie della vita tra l’Ottocento e il Novecento di molti piccoli orfani. Documenti che hanno permesso di ricostruire al meglio le loro vicende, a vantaggio dei numerosissimi visitatori.

Manifesto per l'apertura del Museo dei Martinitt

Manifesto per l’apertura del Museo dei Martinitt

Ma torniamo indietro nel tempo… sapete come nasce il nome di Martinitt? Milano, durante il Rinascimento era flagellata da guerre, assedi, pestilenze, fame e gli abbandoni di minori erano all’ordine del giorno. Un frate di nome Gerolamo Emiliani, ex nobile veneto, aveva fondato un ospizio maschile per fanciulli orfani o abbandonati con l’aiuto del duca Francesco II Sforza in un edificio annesso alla chiesa di San Martino (un edificio che non c’è più in angolo fra Via Manzoni e Via Morone). Ecco che i piccoli raccolti qui venivano chiamati Martinitt ovvero “piccoli Martini”. L’orfanotrofio nel Settecento verrà trasferito nel convento di S. Pietro in Gessate a Porta Vittoria: questa location, come si direbbe oggi, giustifica la celebrata ed eroica partecipazione dei Martinitt alle gloriose V Giornate di Milano, quando si distinsero come staffette portando oltre le barricate dispacci e comunicazioni circa l’andamento della famosa resistenza del ’48 milanese.

Vignetta caricaturale dei soldati austriaci nel '48 a Milano

Vignetta caricaturale dei soldati austriaci nel ’48 a Milano

E le bambine? Dopo essere state accolte dalla fine del Cinquecento in diverse strutture, furono radunate poi nel luogo ove sorgeva il Monastero delle Benedettine di S. Maria della Stella, soppresso dopo la peste (oggi Palazzo delle Stelline in Corso Magenta). Qui fu fondato nel XVII sec. lo Spedale dei Mendicanti che divenne in seguito l’Orfanotrofio della Stella, solo femminile dal 1753 e riservato dunque alle Stelline o “i Stellìn”.

Stelline in un'aula di studio

Stelline in un’aula di studio

Ma perché in fondo era una fortuna essere accolti tra i Martinitt o le Stelline? Molti non sanno che l’istituto non era dedicato solo agli orfani, ma anche ai fanciulli indigenti, talvolta solo senza madre o padre. Ai primi era garantito anche l’alloggio, ma di certo a tutti era assicurato il vitto: l’economo, seguendo un rigido protocollo, assegnava una razione di pane e companatico a seconda dell’età e del sesso.

Un Martinitt in una stampa d'epoca

Un Martinitt in una stampa d’epoca

Un futuro migliore… era poi un’autentica prospettiva per questi ragazzi. …Perché a tutti veniva impartita un’istruzione: nel caso dei maschietti si trattava prevalentemente di una formazione professionale. Imparavano così il mestiere di falegname, di tipografo o stampatore e comunque attività di precisione legate all’utilizzo dei macchinari di una prima industrializzazione. Le femmine più diligenti venivano avviate alla carriera di maestre, come le loro insegnanti, oppure erano destinate ad andare a servizio presso le buone famiglie milanesi. Data l’educazione e la disciplina con cui erano formati, Martinitt e Stelline erano davvero molto richiesti!

Una classe di stelline

Una classe di stelline

E alcuni piccoli orfani sono diventati… davvero grandi! Grazie alla buona formazione e naturalmente alle loro personali capacità, sono davvero parecchi i ragazzi che si sono distinti nel corso della vita professionale. Alcuni nomi eccellenti? Angelo Rizzoli, fondatore della casa editrice Rizzoli Editore, Leonardo Del Vecchio, fondatore della Luxottica, Edoardo Bianchi, fondatore dell’omonima azienda produttrice di biciclette e automobili. Marco Dabbene, capostipite della famosa famiglia di argentieri a Brera.

La banda dei Martinitt

La banda dei Martinitt

Per scoprire da vicino la loro vita  – dicevamo più sopra – il Museo dei Martinitt e Stelline vi attende. Sarà una visita davvero speciale con i vostri bambini, seguendo percorsi interattivi davvero coinvolgenti, per immedesimarsi nella vita di questi ragazzi: in una vera aula di scuola si può rispondere alle domande dei maestri, lavorare nella stireria, consultare materiali d’epoca in formato elettronico, conoscere le storie dei benefattori, veri pilastri di questa istituzione…Che passo avanti dalle sorpassatissime minacce degli anni Cinquanta… un’autentica full immersion in questo importante spaccato di storia milanese.

Tra i cieli di Milano e Brianza, un festival e alcune storie di voli in mongolfiera

Oggi siamo qui a segnalarvi, in realtà con largo anticipo, proprio per l’arrivo delle festività pasquali, il Festival del Volo che prenderà avvio dall’1 e si protrarrà fino al 25 aprile al Parco di Monza. Insomma dietro l’angolo! Ma la cosa più accattivante, oltre ad un interessante allestimento di documentazione fotografica e di cimeli presso la Villa Mirabello, all’interno del parco, sarà il fatto che da sabato 23 a lunedì 25 aprile sarà organizzata una “tre giorni” dedicata alle mongolfiere con la possibilità di provare l’emozione di un volo frenato su un pallone areostatico. E tutto gratuitamente.

Milano Mongolfiere ospiterà a bordo della propria flotta i visitatori (foto da milanomongolfiere)

Milano Mongolfiere ospiterà a bordo della propria flotta i visitatori (foto da milanomongolfiere.com)

Ora la notizia in sé sembra già una vera meraviglia. Ma oltre a rievocare l’impresa nella stesso luogo dove il marchese Marsilio Landriani, poliedrico scienziato e studioso milanese, il 15 novembre 1783 lanciò in volo nella stessa identica area due palloni, ha , come vedremo, anche un legame profondo con la nostra città. Per varie ragioni.

Questo evento cade a centodieci anni di distanza dalla Esposizione Internazionale di Milano del 1906, dedicata ai trasporti moderni, e che vide il trionfo della sezione dedicata al volo aereo, nonché ai palloni areostatici, già fiore all’occhiello della città. Ad essi era stata riservata un’ampia area, situata ai margini del Parco Sempione che in seguito divenne sede della prima Fiera di Milano dalla quale partirono numerosi voli e che fu teatro di numerose competizioni. L’impresa più significativa compiuta dai temerari che si cimentarono in queste gare, fu quella portata a termine l’11 novembre del 1906, da parte di un grande sportivo milanese, Celestino Usuelli (1877-1926), già molto noto soprattutto per le sue esplorazioni e scalate sulle Ande peruviane ed ecuadoregne. Quel giorno di novembre, Usuelli attraversò le Alpi  con un pallone aerostatico, gonfiato a idrogeno, compiendo in poco più di quattro ore il percorso fra Milano e Aix-les-Bains, in Savoia. Negli anni seguenti Usuelli divenne prima pilota e poi anche costruttore di dirigibili, che realizzava in un opificio di Milano-Bovisa, non lontano dalle Officine del Gas.

Il pallone areostatico uscito dalle officine Usuelli

Il pallone areostatico uscito dalle officine Usuelli

Ma quello del volo aerostatico è sempre stato un pallino nella testa dei vecchi milanesi. E questo ci porta ad una storia ancora più lontana nel tempo. Siamo nel lontano XVIII sec., quando un nobile cittadino di Milano, il conte Paolo Andreani decide di sperimentare, a sue spese, l’invenzione dei fratelli Montgolfier, da cui il sistema di volo di sollevamento di un pallone (tramite l’immissione di un gas più leggero dell’aria) prese il nome.

L’agiato e nobile personaggio, piuttosto eccentrico, nato nel Palazzo Sormani Andreani, che oggi ospita la nostra Biblioteca Centrale del Comune di Milano e di cui una via retrostante ne ricorda le nobili origini, si era messo in testa di replicare un volo così eccentrico con tanto di presenza umana a bordo, cosa che lo differenziava sostanzialmente dall’esperimento prima citato, del marchese Marsilio Landriani. Così nel febbraio del 1784, Paolo Andreani e i fratelli Gerli sarebbero stati i primi esseri umani a volare in pallone in Italia, partendo da un appezzamento di terreno all’interno di un’altra villa Andreani, in quel di Brugherio. Gli oscuri fratelli Gerli, Carlo, Giuseppe e Agostino, in realtà già all’inizio del 1783 avevano fatto volare una mongolfiera di circa due metri di diametro nei pressi di Porta Venezia. Motivo per cui Andreani commissionò a sue spese ai tre fratelli la costruzione di una mongolfiera di circa 23 metri di diametro, con l’involucro perfettamente sferico, in tela rivestito all’interno di carta e racchiuso in una rete alla quale era appesa una navicella di vimini. Il braciere per il riscaldamento dell’aria all’interno dell’involucro utilizzava come combustibile legno di betulla ed una mistura di alcol, trementina ed altri ingredienti.

L'impresa dell'Andreani nella villa del Moncucco di Brugherio

L’impresa dell’Andreani nella villa del Moncucco di Brugherio

Rimasero in aria circa 25 minuti, atterrando peraltro senza danni. Il pallone pesava circa una tonnellata a cui vanno sommati il peso di tre occupanti e quello del combustibile per un totale al decollo di circa 1300 kg. L’impresa non solo richiamò varie personalità dell’epoca, tra cui il nobile illuminista Pietro Verri, che così la commentò “Mirare l’ampia mole, pari a vasto palazzo e più capace assai di grandissimo nostro teatro, galleggiare senza ondeggiamenti, era portento da scuotere qualunque cuore.”, ma ebbe così tanto eco da ispirare alcune belle parole persino dello storico Cesare Cantù.

In seguito Andreani compì alcune altre ascensioni. Per quella del 13 marzo l’aerostato fu modificato e reso di forma più ovoidale. In questa occasione la mongolfiera salì fino a 1537 metri di quota e volò per circa mezz’ora atterrando a 8 km dal punto di decollo. In seguito a questa nuova impresa, il 28 marzo, durante una rappresentazione a cui era presente, fu oggetto di una standing ovation al Teatro La Scala e il letterato Giuseppe Parini gli dedicò i due sonetti Per la salita fatta fin oltre le nubi col globo di Mongolfier e per felice ritorno dell’intrepidissimo signor Don Paolo Andreani nobile milanese e Per la macchina aerostatica.

L'arena preparata al decollo di alcuni palloni, nel XIX sec.

L’arena preparata per il decollo di alcuni palloni, nel XIX sec.

Nei decenni successivi i milanesi ebbero varie occasioni per assistere ad esibizioni di mongolfiere e palloni, presso l’Arena Civica, soprattuto in età napoleonica, e tutte con intento di spettacolo. Ora dopo avervi raccontato di quante belle storie di volo aerostatico sono passate per i prati e i cieli di Milano, non mi resta che invitarvi a vedere la mostra e gli eventi organizzati in occasione del Festival del Volo.

DOVE: Area intorno a Villa Mirabello, Parco di Monza. Dal 1 al 25 aprile. Dal 23 al 25 aprile, il Festival del Volo si concluderà con i voli in Mongolfiera!

Oggi i ragazzi si sfidano così. E lo racconta anche il milanese Guido Bagatta in “72 ore”.

Da che mondo è mondo, la strada verso l’emancipazione viene intrapresa dai giovani attraverso sfide e provocazioni, abbondantemente nei confronti della famiglia e certamente anche rispetto al contesto sociale. In particolare, Guido Bagatta ha preso in prestito, per scrivere il suo romanzo “72 ore”, un gioco sfidante che sembra essere rimbalzato in vari Paesi del pianeta sulla piattaforma social di Facebook.

Guido Bagatta l'autore del romanzo "72 ore"

Guido Bagatta l’autore del romanzo “72 ore”

Ma non potrei entrare nel merito di questa presa di posizione degli adolescenti, se non raccontandovi prima il mio incontro in qualità di blogger alla presentazione del libro, occasione in cui ho fatto la conoscenza dell’autore. Chissà quanti di voi hanno già incrociato il Bagatta giornalista e conduttore via etere, in programmi TV, alla radio, a manifestazioni sportive…  a quella presentazione ho avuto modo di conoscere una persona un po’ meno pubblica, ma davvero estremamente piacevole.

La copertina del romanzo di Guido Bagatta

La copertina del romanzo di Guido Bagatta

Con toni più intimi e simpatici ci ha spiegato la sua personalissima scelta di narrare questa vicenda ispirata a qualche storia vera (anche se in rete ci sono voci che negano la realtà di questi episodi): attraverso questa sfida ha potuto pennellare un ritratto del bisogno di crescita dei ragazzi ai tempi dei social media, e in un’epoca in cui gli stessi sembrano opporsi non tanto a un’oppressiva presenza parentale, quanto piuttosto a una eccessiva libertà d’azione, fino talvolta a un’indifferenza da parte di familiari troppo occupati a far fronte alle contraddizioni della propria vita.

Il celebre Bar Magenta di Milano è uno dei luoghi in cui si snoda la vicenda del romanzo

Il celebre Bar Magenta di Milano è uno dei luoghi in cui si snoda la vicenda del romanzo (photo: 6e20.it)

Sì, perché il 72 – eccoci al punto – come si evince tra uno scambio tra madri nel romanzo è “una specie di sfida che sta prendendo piede sui social tra i ragazzini. In pratica si deve scomparire dal mondo degli adulti per tre giorni, quindi 72 ore, senza lasciare traccia (abbandonando cioè anche l’immancabile cellulare)”. ALT! Prima che i più possano tirare su un muro commentando che queste vicende non andrebbero mai pubblicizzate e tantomeno romanzate, mi preme sottolineare il taglio di Bagatta: nel libro è evidente la sua volontà di esaltare al massimo il fatto che dal suo punto di vista e secondo la sua esperienza, i ragazzi oggi non sono poi dei pazzi sconsiderati, anzi, la sua protagonista è un’adolescente milanese dalla coscienza robusta, dai forti valori, pur avendo voglia di uscire dal guscio.

I protagonisti vanno al festival musicale spagnolo di Monegros. Mutatis Mutandis, una Woodstock uptodate.

I protagonisti vanno al festival musicale spagnolo di Monegros. Mutatis Mutandis, una Woodstock uptodate.

Ecco cosa fa di questo romanzo una storia davvero insolita e originale da leggere, arricchita da qualche sfumatura poliziesca… e in più, per i meno giovani, è l’ABC per conoscere i linguaggi, le modalità e le tendenze dei ragazzi, di Milano ma non solo. Con l’autore si diceva che riflettendo così puntualmente la contemporaneità, sarebbe auspicabile vedere il romanzo trasformato in una serie TV, oggi forse persino più seguite rispetto al cinema tradizionale. Quindi, queste 72 ore di fuga, non sono altro che una versione attuale di molti tentativi di emancipazione che da sempre hanno caratterizzato la vita giovanile: io stessa ricordo una fuga di poche ore nel mio quartiere munita di un pacchetto di grissini. Per il mio ritorno, più di tutto poté la fame. Ma vorrei aggiungere che sempre sui social i ragazzi condividono molte altre sfide: una di queste, che mi ha molto positivamente colpita, è il gioco del Quidditch! Sì, proprio quello di Harry Potter!

Harry Potter sfida l mitico Quidditch un alunno del suo college

Harry Potter sfida l mitico Quidditch un alunno del suo college

Ne ho parlato con la simpaticissima Chiara Molteni, una giovane che fa parte della squadra Milano Meneghins Quidditch: per chi non conoscesse l’attività, nei libri e film del maghetto più famoso del mondo, due squadre avversarie si sfidano cercando (soprattutto) di conquistare un boccino dorato, a bordo di manici di scope volanti! Chiara mi dice che tutti le chiedono come facciano i ragazzi a volare: in realtà il gioco, lanciato sui social come Facebook, si svolge coi piedi per terra ma con una scopa tra le gambe che non va mai fatta cadere.

La squadra dei Milano Meneghins Quidditch, giocatori REALI di questo game... magico!

La squadra dei Milano Meneghins Quidditch, giocatori REALI di questo game… magico!

Poi tutto ricorda il gioco originale tra “battitori”, “cacciatori”, anelli in cui inserire la palla “pluffa”… il boccino, non potendo volare, è inserito in un calzino appeso ai pantaloni di un giocatore dalla livrea dorata: poiché non deve farsi prendere, negli USA i “boccini” sono trasportati da esperti di Parkour, disciplina metropolitana che vede gli atleti correre superando qualsiasi ostacolo, anche verticale. Insomma, non si tratta di una sfida sportivissima e curiosa? Sta prendendo piede in tutto il mondo con grandi campionati e testimonia che per gli adolescenti lo sport può essere più forte di ogni protesta.

Il capitano della suqadra dei Milano Meneghins Quidditch in azione

Il capitano della suqadra dei Milano Meneghins Quidditch in azione

Ora, non dico di schierarvi in campo come questi atletici ragazzi, ma di leggere comodamente in poltrona “72 ore” sì: una fuga che si trasforma in una bella evasione per tutti i lettori.

Con quelle barricate un po’ sgarrupate: istantanee dal 1848. Momenti di vita quotidiana al tempo delle Cinque Giornate di Milano

Oggi, ci accingiamo a ricordare (per chi ci crede!) il 155° dell’unità italiana (ricorrenza che si fa cadere  il 17 marzo!). Ma soprattutto, come da molti anni a questa parte avviene, ci apprestiamo anche ad assistere ad una manifestazione insolita in città, in realtà un piccolo segno. Domani fate notare ai vostri bambini le bandierine sventolanti sui tram, proprio sopra la testa del conducente. Perché questa non è solo una storia italiana, ma soprattutto milanese! Venerdì, infatti ricorrerà l’anniversario delle Cinque Giornate di Milano, che hanno reso gloriosa la nostra città tra il 18 e il 22 marzo 1848, aprendo la strada alla I Guerra d’Indipendenza.

Locandina dell'evento sulle V Giornate presso la sede del Golgi Redaelli

Locandina dell’evento sulle V Giornate presso la sede del Golgi Redaelli

Su tutte vorremmo segnalarvi un’interessante evento organizzato, il 18 marzo 2016, dall’Azienda Servizi alla Persona Golgi Redaelli,  organizzato nell’ambito della Settimana Ispirati dagli archivi promossa dal 14 al 19 marzo 2016. L’incontro Dietro le barricate: istantanee dal 1848. Momenti di vita quotidiana al tempo delle Cinque Giornate di Milano intende offrire uno sguardo inconsueto su un periodo della storia milanese ben conosciuto, ma che riserva ancora molte sorprese.

Fu una lotta di liberazione dall’oppressione straniera, presente per quasi quattro secoli sulle nostre terre, continuamente depredate per alimentare le guerre di espansione degli altri. Naturalmente ai nostri bambini non interesseranno queste vicende, che avranno tempo di studiare a scuola, ma forse interesserà sapere come una popolazione di civili riuscì a tenere testa e a cacciare un vero esercito, comandato dal temibile maresciallo austriaco Radetzky. I milanesi montarono già dalla seconda giornata (19 marzo) barricate dappertutto, distribuite in egual misura, su tutto il tessuto cittadino, allora caratterizzato da stretti vicoli ad andamento quasi mai rettilineo, con case una addossata all’altra, con corti interne chiuse e con stretti passaggi.

Barricate lungo Porta Tosa. Dipinto di Carlo Canella

Barricate lungo Porta Tosa. Dipinto di Carlo Canella

E come si dice ormai a titolo proverbiale… E’ SUCCESSO UN ’48! Perché mai come in quella occasione la battaglia, e ancor più la resistenza, venne organizzata tirando in ballo davvero ogni cosa a portata di mano! Nei quartieri ricchi si adoperavano carrozze, mobili di valore, eleganti sofà, letti, specchiere; nei quartieri mercantili, botti, telai, pompe, casse d’imballaggio; nei quartieri poveri il misero giaciglio, i tavoli, l’incudine, gli sgabelli; fuori dalle chiese, panche e sedie, con pulpiti e confessionali; presso il seminario, pagliericci e materassi; presso le scuole i banchi e le cattedre; presso i teatri, macchine, troni, corone, scenografie. Le barricate sorsero ovunque in città ed alcune erano davvero singolari: quella di Porta Venezia, ad esempio era fatta con i lastroni di granito dei marciapiedi, mentre quella di piazza Cordusio, la più strana, era stata costruita con i libri presi dall’Ufficio del Bollo, lì nei pressi. Ma occorrevano anche le armi, per questo furono messe a disposizione le collezioni dei nobili, che spesso conservavano ancora le armerie degli avi.

Armeria del nobiluomo Ubaldo invasa dagli insorti. Dipinto di Carlo Bossi

Armeria del nobiluomo Ubaldo invasa dagli insorti. Questa è una residenza nobiliare ancora esistente all’inizio di Via Pantano. Dipinto di Carlo Bossoli

Furono svaligiati i musei, si recuperò qualsiasi arnese contundente e se ne inventarono di nuovi; dalle finestre intanto pioveva di tutto, dall’olio bollente alle tegole. Capite come era dura per un esercito filtrare tra i vicoli, per mettere ordine fra questo trambusto, tanto che lo stesso Radetzky si mostrò  profondamente sorpreso dal carattere forte e unitario della rivolta, cui parteciparono tutti i ceti e qualunque abitante, anche i bambini, come vi abbiamo illustrato in un precedente articolo. L’impressione per gli austriaci fu tale da far dire a Radetzky che “il carattere di questo popolo sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica”.

Ritratto del maresciallo austriaco Radetzky.

Ritratto del maresciallo austriaco Radetzky.

Ma una città da sola non poteva tenere testa a lungo ad un esercito ben organizzato, munito di cannoni, per farsi strada. Si fece ricorso allora ai lanci di rudimentali palloni aereostatici,  per informare le campagne e spingerle a intervenire in ausilio della città assediata. Quello che successe il quinto giorno, il 22 marzo, mentre l’esercito austriaco organizzava la fuga dalla città per organizzare un’offensiva da fuori, ha dell’incredibile! L’idea vincente per assaltare le posizioni fortificate austriache dell’allora Porta Tosa (l’attuale Porta Vittoria, così chiamata solo dopo la cacciata degli austriaci nel ’48), arrivò da un certo Antonio Carnevali, professore di scuola, ex militare napoleonico. Propose di avvicinarsi usando delle barricate mobili costituite cioè da fascine di tre metri di diametro, bagnate per prevenire incendi, che i milanesi avrebbero dovuto far rotolare davanti a sé per ripararsi dai proiettili austriaci. All’alba, gli austriaci lasciavano la città da Porta Vittoria!

Barricate mobili a Porta Tosa.

Barricate mobili a Porta Tosa.

Oggi, a ricordo di quella memorabile sollevazione di massa abbiamo due luoghi simbolo sull’inizio e sul finire della direttrice del Corso di Porta Vittoria. Il primo è la colonna al Verziere, (oggi noto come Largo Augusto). Già punto di sosta devozionale fu poi ripensata nel 1860 come Colonna della Vittoria, per dedicarla ai caduti del ’48 milanese, i cui nomi sono impressi in una targa in bronzo imbullonata sul basamento. Il secondo luogo della memoria sta alla fine dell’asta del Corso, sulla Piazza V Giornate, appunto, dove  l’obelisco, innalzato nel 1895, al posto della vecchia Porta Tosa, ci ricorda di questa splendida prova di unità dei milanesi. Ma non tutti sanno che la parte più interessante del  monumento sta sotto il livello della piazza, dove una camera sepolcrale, intorno alle fondamenta ospita un sacrario, dove furono trasportate le spoglie dei 600 caduti, conservati per quasi 50 anni all’Ospedale Maggiore!

DOVE: Palazzo Archinto, Via Olmetto, 6, Milano. 18 Marzo 2016 dalle 15:00 alle 18:30. La partecipazione è libera e gratuita.

 

 

Riapre a Milano, dopo tanta attesa, il Gerolamo, teatro delle marionette!

Dopo un progressivo decadimento e lunghi lavori di restauro, in cui non sono state estranee anche alcune manovre di speculazione edilizia, dopo circa 35 lunghi anni di abbandono si sta scrivendo un altro capitolo della lunga storia del Teatro Gerolamo, in un interno tra Piazza Fontana e Piazza Beccaria.

Vista dall'alto dell'ovale del Teatro Gerolamo in un interno di Via Beccaria.

Vista dall’alto dell’ovale del Teatro Gerolamo in un interno di Via Beccaria.

Era il lontano 1983 da quando la nostra città perdeva un teatro storico della sua tradizione, chiuso da una delle tante leggi riguardanti, indiscriminatamente e di immediata contingenza, la sicurezza dei luoghi pubblici di cultura. Alcuni, come il Teatro Gerolamo, di cui oggi ci accingiamo a parlare, non avevano avuto la prontezza, racchiusi nella loro ingenuità romantica, di sapersi adattare ai tempi che cambiavano, all’avvento della televisione e alla fine di un’era che si apriva alla globalizzazione. O altri, come lo Smeraldo, ci avevano anche tentato, ma il loro sogno si era infranto, più tardi su alcuni irti scogli fatti di carte bollate e di cieca e rapace cassa. Si, perché la cultura è qualcosa che va trattata in maniera diversa dei modi spicci di un’economia di mercato dove comandano solo i profitti, magari supportandola con dei finanziamenti pubblici. Ma, questi si sa, arrivano sempre troppo tardi per certe faccende che stanno nel cuore della cittadinanza.

Ingresso del Teatro-Gerolamo da piazza Beccaria nel 1946.

Ingresso del Teatro-Gerolamo da piazza Beccaria nel 1946.

E’ dal lontano 1957 che lo stesso Teatro Gerolamo non è più il teatro dei burattini, per cui era noto, per riconvertirsi al cabaret e all’avanspettacolo in salsa meneghina. E dire che nella memoria dei più, dopo anni di chiusura, ancora oggi è semplicemente il teatro dei Colla, quei famosi artigiani che più di 200 anni prima avevano portato la tradizione delle marionette a Milano. Ma facciamo un passo indietro e raccontiamo la storia di ciò per cui nello stesso 1957 tale luogo era stato dichiarato monumento nazionale, una gloria di Milano, come potrebbe essere l’Opera dei Pupi per una città come Palermo.

Burattini targati Colla.

Burattini targati Colla.

Sorse su un’oratorio, da cui nel Seicento si dispensavano i buoni insegnamenti della Dottrina Cristiana , come baluardo all’avanzata della Riforma protestante, secondo i dettami del Bellarmino.  Con la sconsacrazione del 1798, dopo l’arrivo dei francesi a Milano, e con qualche aggiustamento fu convertito in sala per spettacoli. Con l’intervento dell’architetto Canonica, nel 1815, venne inaugurato come teatro vero e proprio, prendendo il nome di Fiando, dal nome di un burattinaio giunto a Milano nel 1795. Dopo vari e profondi rimaneggiamenti, dovuti in ultimo per la creazione dell’antistante Piazza Beccaria, considerata nel periodo post-unitario una vera necessità, per farsi largo nel fitto tessuto di casupole seicentesche, che ancora vi sorgevano intorno, nasce il Teatro Gerolamo. Successivamente dopo la costruzione sulla piazza di un palazzo, edificato dall’arch. Mengoni, il progettista della Galleria, il teatro si ritrovò ad essere ospitato in un interno al di là di un portone, condizione in cui si ritrova ancora oggi. Ma venne nobilitato, riproducendo in piccolo la Scala, con la tradizionale pianta a ferro di cavallo, loggione elegante e platea.

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Foto di famiglia del 1898. Da sinistra in piedi, Carlo II Colla, la-moglie Rosa Baratto, Michele, Rosina e Giovanni; seduti Carlo Colla e la moglie Teresa Lucotti.

Ma la vera svolta, all’interno del panorama culturale della città, fu impressa dal fatto di ospitare in maniera stabile, dal 1906 al 1957 la Compagnia dei Colla, famosi burattinai, tornando con la memoria a quel Fiando che aveva dato il primo nome alla sala qui sorta.

Dopo anni di chiusura forzata, ora, il teatro tornerà a funzionare con la capienza originaria, di poco meno di 200 posti. Sono stati eseguiti, naturalmente, gli importanti lavori per la messa a norma per cui era stato chiuso ed è stata mantenuta, come dichiara l’assessore alla cultura del Comune di Milano, Del Corno, anche “la struttura del palcoscenico, poco profondo ma altissimo: in questo modo si riconosce e si preserva la funzione originaria del Gerolamo, quella di “casa” per le marionette… Ci saranno una piccola sala per esposizioni e un bar-caffetteria… Senza rinnegarne l’identità, trasformeranno il Gerolamo in un teatro moderno, introducendo elementi di sostenibilità economica e rendendolo spazio “abitato”, non solo platea per vedere spettacoli… Noi non entreremo nel merito della programmazione, ma stipuleremo una convenzione grazie alla quale alcuni eventi dell’amministrazione pubblica si svolgeranno al Gerolamo, come Book City o Piano City. Naturalmente faciliteremo anche il dialogo con i Colla, ex “padroni” di casa che saranno coinvolti».

Il laboratorio dei Colla.

Il laboratorio della Compagnia Colla e figli

Ma intanto la Compagnia Carlo Colla & Figli prosegue il suo lavoro e le loro rappresentazioni, dopo infinito girovagare, presso lo spazio attiguo alla chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa, allo Stadera. Gli spettacoli, originali interpretazioni della tradizione classica, spesso si concludono anche con una visita, a richiesta, dietro le quinte. Qui si possono ammirare centinaia di burattini con tanto di drappi e costumi. Solo questo varrebbe il prezzo del biglietto d’ingresso per voi e vostri figli. Da non perdere!

DOVE: Teatro Gerolamo – Via Beccaria 8/10

Compagnia Carlo Colla e Figli c/o spazio Associazione Grupporiani – Via Montegani, ang. Via Neera accanto Chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa-MM2 fermata Abbiategrasso.