Scritture e segreti: storia di un’idea che ha trovato le “Parolexdirlo”. In un ebook

“Le parole per dirlo” era un bellissimo libro di Marie Cardinal con cui io, e tante altre ragazze della mia generazione (chic after fifty) sono cresciute. Una frase che mi è rimasta in mente e in mente mi è ritornata, e mi ritorna tante volte. Perché anche se scrivo solo post e tweet e simili, sono pur sempre parole. Ancora e sempre uno dei modi più forti e più ricchi che abbiamo per esprimere quello che abbiamo dentro.

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Parolexdirlo è un ebook appena pubblicato da Donna Moderna con Scrivo.me (il portale di self-publishing Mondadori): raccoglie 41 racconti scritti dalle lettrici e altri 13 firmati da scrittori importanti.

Che cosa c’entra la ciabattinasx ovvero la milanese sui libri, direte voi?

C’entra perché scrive, anche se molto sporadicamente, su scrivo.me, e lavora per Mondadori, e mette il naso dappertutto e non appena fiuta che c’è un progetto interessante cerca di contribuire anche lei.

Nel suo blog ora tutto nuovo Monica Triglia, che fa il vicedirettore di Donna Moderna anche se mi detesterà per averlo detto, racconta come è nato il progetto. Così mi risparmio di raccontarlo io, ché potete leggerlo qui

http://www.monicatriglia.it/lecosebelledelmiolavoro/#more-280

E nel blog Giorni Moderni Giusy Cascio racconta il dietro le quinte. Che potete leggere qui

http://giornimoderni.donnamoderna.com/cultura/parolexdirlo-ebook-di-donnamoderna-e-scrivo-me

Che cosa mi è piaciuto di questo progetto? Innanzitutto il tema del segreto: la lettera che le lettrici di Donna Moderna erano invitate a scrivere, era una lettera in cui si svelava qualcosa di inconfessabile. Qualcosa che non si poteva dire a voce, guardandosi in faccia. Qualcosa che anche quando si pensa che sia dimenticato, è dentro di noi e ci prende alla sprovvista, un ricordo indesiderato, la paura di essere scoperti. I segreti sono bugie, si dice nel bel libro Il cerchio, di Dave Eggers, di cui vi ho parlato un po’ di tempo fa. Mi sono chiesta tante volte se era vero o no. Ancora adesso non ne sono tanto sicura. Però i segreti sono ingombranti, si gonfiano con il tempo, cercano le parole per essere detti.

E anche per i segreti e per le parole, cercare è ancora più importante che trovare. Per cui penso che le signore, signorine e ragazze che hanno partecipato hanno fatto qualcosa di importante, per se stesse se non altro. E si sa, non si può cominciare altro che da se stessi.

Qui potete scaricare gratis il libro: http://www.scrivo.me/2015/02/24/parolexdirlo/

Buon giovedì e buona lettura!

 

Cose belle che capitano a Milano

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Capita che una sera vai a bere una birra (una birretta, come si dice ora) con tua sorella, che vive negli Stati Uniti ed è qui in visita ma siamo verso la fine della sua visita, e che mentre stai seduta e ti guardi intorno vedi un manifesto di un teatro che titola “CATTIVE STRADE. Per Fabrizio De André”, e tu e tua sorella avete sempre molto amato Fabrizio De André e ci siete anche un po’ cresciute insieme per cui vi dite ma sì, andiamo, perché no?

E poi capita che il giorno dopo tu e tua sorella vi incontrate all’Upcycle, che è un locale che a te piace molto e a lei anche e per lei è anche comodo perché c’è wifi superfunzionante, e anzi lei ci sta passando il pomeriggio e ti chiama e ti dice sai però stasera qui c’è una specie di presentazione di un viaggio in bici, mi piacerebbe, e tu dici ma sì, perché no, invece del teatro fermiamoci da Upcycle e vediamoci questo Bikepacking.

E poi capita che quando arrivi da Upcycle che è un posto in cui davvero si sta tranquilli e rilassati come a casa propria, tu e tua sorella prendete l’aperitivo e poi guardate l’orologio e vi dite che strano che la presentazione non è ancora cominciata, e allora controllate il segnaposto e leggete che la presentazione era il giorno prima…

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Così capita che vi mettete a guardare un Vivimilano online, perché è troppo tardi per andare a teatro, e vi imbattete nel concerto dei The Beat Barons al Nidaba Theatre. Mai sentito? Neppure io. Mai sentiti i The Beat Barons? Neppure io. E quindi sì, perché no, andiamo al Nidaba Theatre. Che è in zona Navigli, appena dietro via Ascanio Sforza, ed è un locale minuscolo, very very tiny, parecchio buio, per niente trendy e cool, per niente milanese. Accogliente, quando arriviamo ci siamo solo noi e la band che sta mangiando e chiacchierando, e poi il locale pian piano si riempie, la band sale sul minuscolo palco e la band sono tre signori inglesi non tanto giovani ma pieni di energia e divertiti e divertenti, che suonano il Merseybeat: un fenomeno musicale che esplose a Liverpool nei primi anni ’60 e fu portato alla grande popolarità da formazioni storiche di quella città quali i Beatles, i Searchers, Gerry & The Pacemakers e gli Swinging Blue Jeans.

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E quindi capita che si passa una serata piacevole e imprevista. Per cui, cari lettori e amici di ciabattine.net che seguite sempre i nostri consigli alla lettera, una sera che siete in zona fate una capatina al Nidaba Theatre e poi diteci se vi è piaciuto!

 

 

Cosa ho scoperto e imparato alla Social Media Week

La ciabattinasx non si sarebbe persa la Social Media Week per nessuna ragione al mondo. Avrebbe voluto andare anche a quella di Londra, ad essere sincera, ma non ci è riuscita.

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Quella di Milano è cominciata lunedì ed è ancora in corso. Ha un titolo bellissimo: Reimagining human connectivity. Bellissimo anche perché una delle cose belle della Social Media Week, come del Salone del libro di Torino o del Festival di Mantova o di Bookcity, è che incontri tutti quelli con cui normalmente ti parli via email, Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e qualsiasi altro social vi venga in mente. Ci parli guardandoli in faccia, e per quanta gratitudine si possa avere verso i social network, beh, niente sostituisce un incontro di persona!

Come sempre ci sono moltissimi eventi e in genere quelli che mi interessano sono in contemporanea… scegliere è difficile ma obbligatorio. Un’ulteriore scelta è che cosa vi racconto.

imagesAllora ne ho scelti tre.

Il primo evento a cui sono andata era Storytelling & Data Visualization: Come dare un senso ai big data, in cui si raccontava e si mostrava come i dati prendono forma e senso nel momento in cui vengono rappresentati visivamente e raccontano una storia. Ci sono dei modi ormai molto sofisticati di farlo, e ne sono stati fatti vedere alcuni esempi. Ovviamente è stato detto anche come raccontare i dati vuol dire interpretarli, ma sappiamo che non c’è altro modo di usare i dati se non quello di leggerli e rappresentarli. Dichiarare i propri intenti e sapere che si sta interpretando è forse l’unica garanzia da poter presentare a chi quelle rappresentazioni le legge o le guarda.

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Il secondo evento era Pensare in digitale: aziende, politica e innovazione, come fare (e comunicare) il change management. L’avevo scelto perché la speaker principale era Domitilla Ferrari, di cui sono grande fan, e devo dire che neanche questa volta mi ha deluso. Ha esordito dicendo che il cambiamento è quello che facciamo ogni mattina ognuno di noi, e non qualcosa che arriva dall’alto o dall’esterno. E poi ha affrontato, insieme agli altri relatori, il tema del valore della visibilità online dei singoli rispetto alle aziende: visto che succede che un’azienda ti sceglie per la tua visibilità, ma succede anche che la tua visibilità cresce perchè lavori per un’azienda ma poi se quell’azienda la lasci la visibilità te la porti con te, e succede che chi lavora continuativamente con un’azienda ha una sua visibilità che aggiunge valore a quello dell’azienda, e tante altre cose che non sono mai successe prima. E che sono state affrontate con grande calma e direi quasi con leggerezza… insieme a Martina Pennisi, Dino Amenduni e Enzo Baglieri.

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Il terzo era Donne e Personal Branding. Il web come accesso alle opportunità del lavoro e della politica. Evento legato al progetto She Factor a cui sono iscritta anch’io, e che quindi non potevo perdere. Oltre al fatto che c’erano Francesca Parviero, Luigi Centenaro, Paola Bonomo e Elisabetta Strada. Dove si trattava di come le donne potrebbero, potranno finalmente approfittare del web sul quale sono molto attive e presenti, per conquistarsi il posto al sole che si meritano. Ben sapendo che il tema della valorizzazione personale, e quindi della costruzione di un personal brand efficace, è un tema sul quale le donne hanno molto da imparare. Per fortuna che c’è She Factor, un’iniziativa gratuita che fa leva sul Personal Branding e sul Networking per valorizzare la presenza online delle donne favorendone un migliore accesso alle opportunità; ci sono 1300 donne iscritte, grandi discussioni su Facebook e Linkedin, ed è solo l’inizio…

E stasera HYPE presents Social Media Week Party 2015.

Let’s party!

 

 

 

Homo pluralis di Luca De Biase: no agli allarmi, si alla consapevolezza

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Ecco la milanese sui libri al lavoro di prima mattina. Non che normalmente non sia al lavoro di prima mattina. Solo che stamattina ci sono degli eventi alla Social Media Week di Milano e quindi comincio più tardi del solito e scrivo il post prima di andare al lavoro anziché dopo.

Con il caffè.

Del resto nell’Homo pluralis ci sta anche quello.

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Ci sono andata ieri, alla presentazione di questo libro. Da donna fortunata quale sapete che sono, sono stata invitata (ringrazio Codice Edizioni). Mi ha fatto sorridere il tweet di Barbara Sgarzi, che ho visto a fine presentazione, e intitolava Fifty shades of gray la foto dei tre relatori, Ferruccio De Bortoli, Luca De Biase e Morgan, ognuno con la sua variante di capelli grigi, brizzolati anzi.

Doveva essere una presentazione interessante, direte voi. E infatti lo era. Alla Fondazione Feltrinelli. Parecchio affollata, anche, che ci ho messo un po’ a potermi sedere.

Come sempre, vi dirò che cosa mi piace e mi è piaciuto. Innanzitutto il porsi ancora una volta il problema delle macchine e del peso e influenza che hanno nella nostra vita. De Biase ha ricordato come Ungaretti, si, il poeta, che è stato futurista e quindi credeva nelle macchine e ne esaltava la bellezza, ebbene Ungaretti nel 1953, scrivendo sulla rivista Civiltà delle macchine, scriveva di essere preoccupato per l’avvento dell’elettronica, perché le macchine avrebbero potuto superare gli uomini e togliergli l’immaginazione…

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Ma ho trovato interessante soprattutto quello che si diceva sulle piattaforme. Su come possano essere costruite per permettere delle azioni intelligenti e utili. Le piattaforme civiche, come ad esempio CIVICI, lo strumento di consultazione pubblica per le riforme costituzionali, sono luoghi dove non si dice “mi piace” o “non mi piace” ma si danno contributi veri e pensati. E naturalmente, se alla gente chiedete di dirvi solo mi piace o non mi piace lo fa, ma se gli chiedete qualcosa di più lo fa ancora più volentieri. Che il contesto sia importante se non determinante l’ha scoperto pure Facebook, quando segretamente ha fatto l’indagine su quanto vedere sul proprio wall messaggi ottimisti o pessimisti induceva ad essere più o meno sereni ed ottimisti. Che poi l’abbia fatto a nostra insaputa è grave assai, ma la rivalutazione del contesto è giusta. Ieri non è stato citato, ma Zygmunt Bauman ha sottolineato più e più volte nei suoi libri come sia terrificante essere ritenuti responsabili della propria vita in modo assoluto ed esclusivo, come se non ci fosse un contesto, come se le nostre scelte fossero fatte nel vuoto.

E a sostegno dell’importanza del contesto, delle piattaforme basate su dei progetti e non su dei like, Luca De Biase ha ricordato come anche la scoperta dei neuroni specchio va a confermare che siamo uomini, e donne, pluralis, definiti in primis dalle relazioni che intratteniamo con gli altri. Ed è essere consapevoli di questo che ci salverà, molto più di tutti gli allarmi che si possono strillare sulle macchine e la tecnologia.

Certo, poi si è detto molto altro. Ma io mi fermo qui. Un po’ perché devo andare a lavorare, un po’ perché penso che andrete a comprare il libro (lo fate sempre dopo i miei post, no?) e mi direte cosa ne pensate.

Io non l’ho ancora letto ma ce l’ho qui di fianco ed è nella to do list.

Buona giornata e buona lettura!

Lo yoga spiegato agli sciatori

Eh, già, e la milanese sui libri, quell’appuntamento del sabato che nessuno dei nostri amici e lettori si perdeva mai, dov’è finito?

Siamo stati in sciopero? O forse non si stampano più libri?

E ora ci tira fuori lo yoga e gli sciatori?

Tranq, come direbbero i giovani d’oggi. Anche se ancora non sembra, sto parlando di un libro: Insegnaci la quiete di Tim Parks. Il titolo originale, Teach us to sit still, mi piaceva ancora di più, perché con immediatezza mi riporta all’infanzia, a quei tanti momenti in cui bisognava stare seduti fermi… ma era impossibile, con tutto quello che c’era al mondo da vedere e scoprire!

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Ora questo libro è uscito da un po’ di tempo, e io l’ho letto ancora prima che uscisse e ho anche avuto la fortuna sfacciata di conoscere l’autore (per lavoro, s’intende!). E mi è tornato in mente quando ero a sciare in Trentino (qualcuno dei nostri seguaci più accaniti può aver visto qualche foto sul mio nuovo blog Chic After Fifty, che è un blog di moda e quindi ne posso parlare perché non minaccia il nostro ciabattine). State sempre pensando che meno il can per l’aia e non vengo al punto? Il punto è che nel gruppo con cui ero in montagna c’era un’istruttrice di yoga, e le abbiamo chiesto se ci faceva delle lezioni après ski e lei ce le ha fatte ed era bellissimo. E di yoga si è parlato a tavola, perché è uno di quegli argomenti su cui tutti abbiamo un’opinione anche se non ne sappiamo niente. E così mi sono ricordata di Tim Parks, e di Insegnami la quiete.

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Perché Tim Parks era uno scettico, lo dice anche nel sottotitolo. Ma aveva un serio problema di salute, e quando si è trovato a firmare le carte prima di entrare in sala operatoria senza sapere bene come ne sarebbe uscito, beh a quel punto si è ricordato di un medico ayurvedico che in India, ancora prima che i sintomi della malattia fossero insopportabili, gli aveva indicato le ragioni psichiche di quella malattia. Ci vogliono anni ed un intero libro, bellissimo ripeto, ed anche dolorosi cambiamenti, perché l’autore stia meglio e si liberi dei sintomi. Ma la strada per guarire non è quella di togliersi un organo, riempirsi di velenosi medicinali o stordirsi di pareri medici. La strada è capire. Capire se stessi. E Tim Parks lo fa attraverso lo yoga e la meditazione, discipline verso le quali nutriva una profondissima quanto immotivata diffidenza, e che si rivelano non solo la sua salvezza ma anche un modo per riprendersi la sua vita.

E adesso dicci cosa c’entrano gli sciatori, sento che mi state gridando dal fondo. C’entrano perché lo sci è uno sport meraviglioso ma estremamente tecnico, in cui alle volte è difficile ricordarsi che è il nostro corpo che guida gli sci. Non solo ci sono tutti gli accessori tecnici, ma un sacco di posizioni innaturali che però funzionano, e la mente spesso non ce la fa a tenergli dietro. E quando si scende dagli sci si è tutti un po’ strani, io per esempio continuo a sciare per tutta la notte… E lo yoga, per quanto semplificato come era il nostro, per principianti e ignoranti, diciamolo, lo yoga ti riporta a percepire il tuo corpo, a sentire tutte le diverse parti una a una e così sentire anche che formano il tuo corpo, ed è anche difficile, abituati come siamo a buttarci qua e là e correre e pretendere prestazioni da campioni.

Ecco adesso siete soddisfatti. E datemi retta, andate in libreria o su Amazon o in biblioteca o dove volete e prendetevi Insegnaci la quiete. Se non ci fosse ordinatelo. E poi fatemi sapere. Si accettano scommesse…

Buon sabato e buona lettura!

“Chi manda le onde”, il nuovo romanzo di Fabio Genovesi

Che La milanese sui libri sia una donna fortunata lo sapete, ve l’ho ripetuto fino allo sfinimento. Ma lo devo ribadire un’altra volta.

Perché ho letto per dovere un libro che avrei letto per piacere: “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi. Fabio lo conosco da tempo, e da quando lo conosco mi è simpatico. Abbiamo anche in comune la Toscana: lui è di Forte dei Marmi, io sono cresciuta a Pisa. Il suo libro Esche vive è tutto ambientato nelle campagne intorno a Pisa, quelle che percorrevo in bicicletta negli anni inquieti dell’adolescenza. Li avevo dimenticati, ma ora tutte le volte che ci passo di fianco, con il treno o con la macchina, li guardo con affetto.

E quando scrivevo su Piumedoca mi aveva regalato una bella storia, di lui e suo padre che pescavano. La trovate ancora sul blog. Trovate anche i vecchi articoli. Era un bel blog, mi è piaciuto farlo.

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Ma ora bando alle digressioni. “Chi manda le onde” era piuttosto atteso, qui in casa editrice. Forse perché era un po’ che Fabio non scriveva un nuovo romanzo. Forse perché durante un incontro aveva raccontato di essere stato ispirato, per il libro, da tutto quello che il mare porta alla spiaggia durante l’inverno, rifiuti tra cui si nascondono preziose evocazioni e regali inaspettati. Forse perché ha una bella voce, ed era bello immaginare di sentirgli leggere delle pagine (come spero farà durante qualche presentazione). O forse così, solo perché si ha voglia di un bel libro.

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E poi il libro è arrivato. Sull’iPad, per me. E ho provato di nuovo quella bella sensazione di quando sai che tra poco tornerai a casa e potrai rimetterti a leggere. E quella brutta sensazione di quando il treno è arrivato a destinazione e devi smettere di leggere…

No, non vi racconto la trama. Vi dico solo quello che mi è piaciuto: i personaggi con quella loro sfiga tipicamente italiana, ma anche gli stessi personaggi con una personalità inconfondibile e indelebile; i posti di villeggiatura in inverno, quei paesi di mare bellissimi e lasciati deserti, desolati ma fascinosi; la commistione dei linguaggi, onirico, surreale, dialettale, gergale, raffinato; le situazioni paradossali, così finte da essere vere e così vere da sembrare inventate; il mescolamento tra un surrealismo magico e una quotidianità squallida. Non credo di saperlo descrivere meglio. Vi direi solo di leggerlo….

Buon martedì e buona lettura!

 

 

Metti un pomeriggio alle terme. A Milano

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Milano non sembra una città da terme. Così indaffarata, così pratica e pragmatica, talvolta un po’ ruvida. Eppure cela un cuore morbido, come certi cioccolatini!

Se vi dovesse capitare di avere un pomeriggio libero, andate alle Terme di Milano. Sono in un edificio liberty a Porta Romana: un edificio basso, con grandi finestre e decorato con quella delicatezza, leggerezza e frou frou che amo tanto del liberty (e che è poco milanese, per quanto Milano conservi degli splendidi esempi di liberty, magari un giorno erreerrearchitetto ce ne vorrà parlare!). Mi diceva ciabattinadx che ci portava sua figlia a lezione di danza classica, un bel po’ di anni fa quando l’edificio era cadente ma pieno di fascino.

termemilano-Reception-450Alle terme bisogna andare in un giorno freddo, come oggi. E basta entrare nel salone di ingresso per sentirsi in un altro mondo. Silenzio. Tepore. Pulizia. Quello di cui abbiamo bisogno.

17683-terme-milanoIo quando vado faccio il percorso benessere soltanto. Non ho una grande passione per massaggi e trattamenti estetici. Mi piace tutto, del percorso benessere. Camminare con i piedi immersi prima nel caldo e poi nel gelo. Il bagno di vapore. Le bolle dell’idromassaggio. La vasca esterna, vicino alle rovine romane, con i vapori che salgono verso il cielo. La stanza del sale dove respirare come al mare. La stanza del fuoco dove contemplare il fuoco, dentro un contenitore di vetro, le fiamme sempre diverse, la pace così intensa che qualcuno si addormenta e russa… E poi il buffet, sfacciatamente salutista, un trionfo di frutta, yougurt, tisane. Gli accappatoi bianchi, i passi silenziosi, le voci basse.

imagesE qui faccio una digressione delle mie, su quanto definisce il contesto. Sono sicura che le persone che vanno alle terme sono più o meno le stesse che vanno in metropolitana, al bar, nei negozi. Perché in questi ultimi luoghi parlano a voce alta, strillano al cellulare, sgomitano, ti passano sopra come se non esistessi, e improvvisamente alle terme abbassano la voce e si comportano più educatamente? Perché il contesto è fondamentale. Non solo più si urla e più bisogna urlare, più si sgomita e più bisogna sgomitare. Ma c’è un messaggio neanche tanto subliminale di regole e comportamento accettato. O non accettato. Del resto il superbravo Malcolm Gladwell, che scrive per The New Yorker e quindi non sono solo io a dire che è bravo, raccontava di come si fosse riusciti a ridurre la microcriminalità nella metropolitana di New York soltanto tenendola pulita e in ordine… un po’ come quelli che, passato il confine con la Svizzera, si tengono le cartacce in tasca invece di buttarle per terra come farebbero a Napoli!

Comunque, digressioni a parte, le Terme di Milano sono letteralmente un’oasi di benessere. Da cui si esce ritemprati. Ora poi che a febbraio inaugurano la nuova vasca/museo, non si può mancare!