Guerre e strategie a colpi di manicaretti

Oggi si chiama MasterChef. Ed è una delle trasmissioni reality più amate e seguite dal pubblico, ma non solo nella edizione italiana, visto che ce ne sono edizioni in tutto il mondo. Il bravo e rispettato critico televisivo Aldo Grasso dice che la cucina è una parte della ragione di questo successo globale, perché la vera forza della trasmissione risiede nella miscela degli ingredienti narrativi, tra cui il carattere e le sofferenze dei partecipanti, con cui ci si allea da subito. Anche due di noi tre blogger di Ciabattine lo seguiamo con passione! Ma non pensate, vi prego, che a causa del titolo riguardante dispute, guerre e conflitti culinari io voglia parlare a lungo di MasterChef!

I giudici della seguitissima trasmissione TV, in cui ci si disputa il primo premio a botte di strategie gastronomiche!

I giudici della seguitissima trasmissione TV, in cui ci si disputa il primo premio a botte di strategie gastronomiche!

Vi voglio invece raccontare una “guerra in Lombardia” su cui mi sono documentata perché la nostra amica e chef – che ormai tutti conoscete (e che rivisita per noi ottimi piatti della tradizione lombarda) – Mariangela Marchesi di Cucina Cre-Attiva ci ha regalato una nuova, squisita e trendyssima versione dell’antica ricetta Zucchine alla Viscontea: ora vi attende sotto forma di appetitossimo finger food, provare per credere. Ma partiamo dalla storia. Nella ricetta originale sono presenti uva sultanina e amaretti, in grado di donare un gusto agrodolce al piatto: tali ingredienti fanno sì che la pietanza si collochi nella tradizione gastronomica del periodo medievale.

Uva passa e...

Uva passa e…

... amaretti. Alcuni degli ingredienti delle Zucchine alla Viscontea, che fanno risalire il piatto all'era medievale

… amaretti. Alcuni degli ingredienti delle Zucchine alla Viscontea, che fanno risalire il piatto all’era medievale

Ma in particolare in quel tempo in cui la signoria dei Visconti era così florida da estendersi in molte province come quelle lombarde, emiliane e piemontesi, venete, raggiungendo addirittura l’attuale Toscana. Come molti sapranno i Visconti si sono contesi il territorio con la famiglia Della Torre, che poi non solo verrà sconfitta ma addirittura mandata in esilio oltre il Canton Ticino, allora facente parte della Lombardia. È meno noto però, il fatto che la lotta per la supremazia e le strategie per guadagnare il massimo del prestigio tra queste due famiglie si disputasse anche a tavola! I Della Torre, per esempio, si distinsero per un banchetto nel Palazzo della Ragione tra le cui portate furono molto apprezzate quelle con grandi buoi arrostiti ripieni di carne di maiale e montone.

Un banchetto medievale, forse non all'altezza di quello di cui vi racconto... (photo: La Storia Viva)

Un banchetto medievale, forse non all’altezza di quello di cui vi racconto… (photo: La Storia Viva)

Ma come in una puntata di MasterChef medievale, l’invention test (scusate il tecnicismo legato alla trasmissione TV!), lo vinsero i Visconti organizzando convivi con portate monumentali… Un esempio? Il banchetto organizzato nel palazzo dell’Arengario per le nozze tra Violante, la figlia di Galeazzo II con il Duca di Lionello di Clarence, figlio del re inglese Edoardo III (festa a cui pare avessero preso parte anche Francesco Petrarca e Geoffrey Chaucer!), che comprendeva 18 portate a base di carne di maialino, lepre, vitello, capretto, capriolo, quaglia, anatra, airone. Poi vi erano piatti con lucci, trote, storioni, lamprede, anguilla e carpe e molte delle pietanze erano ricoperte di foglia d’oro! Immaginate che ricchezza avrebbe potuto raggiungere a quel tempo il business degli attuali wedding planner!

Per le cene o aperitivi che invece più modestamente possiamo organizzare oggi noialtri, senza rinunciare a un gusto oltremodo squisito (lasciando da parte l’antieconomica e stupida ostentazione gratuita), io vi propongo di seguire la ricetta delle Zucchine del Visconti che ci suggerisce la Chef Mariangela: tutto il procedimento come sempre è presente sul suo sito http://cucinacre-attiva.weebly.com/.

Le nuove Zucchine del Visconti, antica ricetta rivisitata dalla chef Mariangela Marchesi (phot.Elly Aucone)

Le nuove Zucchine del Visconti, antica ricetta rivisitata dalla chef Mariangela Marchesi (photo: Elly Aucone)

Ma vi anticipo che si tratta di tagliare in più parti le zucchine, svuotarle della polpa per poi riempirle nuovamente con una deliziosa besciamella che contiene tra gli ingredienti anche i famosi amaretti e uva sultanina, oltre ad altre prelibatezze come mascarpone e Grana. Si creano così dei cilindretti verticali ripieni, che vanno posti in una pirofila e passati in forno per una ventina di minuti. Forse non vincerete la prossima edizione di Masterchef, ma di sicuro farete la vostra NOBILE figura!

 

 

 

 

 

PAN TRANVAI: il panettone dei poveri di provincia.

Se nell’ultimo articolo di Ciabattine Piccine abbiamo parlato del tipico dolce natalizio milanese, la cui lavorazione è ormai industrializzata, oggi vi raccontiamo del parente povero del panettone, il Pan tranvai, la cui preparazione, proprio per questo, è rimasta del tutto artigianale e affidata a esperti panettieri. Ma questi lo propongono oggi anche al di fuori delle festività, dimenticandone le origini e snaturandone il carattere. Infatti il pane con l’uvetta, già presso la corte dei Visconti si produceva per festeggiare le ricorrenze, le festività e i matrimoni. Questa usanza in realtà era diffusa anche nelle famiglie povere di contadini, perché il dolce era fatto con ingredienti semplici, quali la farina e l’uva passa: l’essiccazione della frutta fatta in autunno, per conservarla durante il periodo invernale, era tipica della pianura e delle montagne lombarde.

Il dipinto di Hayez che raffigura il conte di Carmagnola (1820)

Il dipinto di Hayez che raffigura il conte di Carmagnola (1820)

La prima testimonianza storica della presenza di questo dolce si ha nel febbraio 1426, quando il Ducato di Milano si trova impegnato in una lunga lotta con la Serenissima, per il predominio degli avamposti lungo l’Adda. In quel tempo, Giovanni Aliprandi, genero di Bernabò Visconti, una volta caduto in mani nemiche, viene decapitato dai veneziani: é accusato di aver tentato di avvelenare il Carmagnola, mercenario, milanese  d’adozione e comandante in quel frangente dell’esercito veneziano. Le fonti raccontano che ciò doveva avvenire tramite il pane ripieno di uvetta secca, di cui il conte di Carmagnola era ghiotto. La tradizione di preparare questo impasto attraversò indenne centinaia di secoli fino ad arrivare fino al dopoguerra. In realtà gli eventi tra le due guerre mondiali hanno fatto scomparire la ricetta, per via dei razionamenti degli ingredienti: per qualche tempo lo si vede in alcune vetrine di rivendita sotto la denominazione di ” pane con l’uva “. Ma alla fine della Seconda Guerra Mondiale è il momento in cui i cibi poveri della tradizione locale tornano prepotentemente sulla tavola dei lombardi. Così mentre Milano è intenta nella ricostruzione, si va a lavorare nelle grandi industrie dell’hinterland in bici e in tram. Inoltre, per la pausa pranzo, non esistevano ancora le mense, e gli operai si dotano della loro bella “schiscetta” da riempire con ciò che si riesce a racimolare. Alle fermate dei tram a vapore, che dal nord della provincia portano a Milano, si comincia a vendere di tutto, soprattutto questo pane ricco di uvetta, bruciacchiato fuori ma morbido e dolce dentro.

Una delle lineee verso nord che serviva le stazioni dove si vendeva il tyram tranvai.

Una delle lineee verso nord che serviva le stazioni dove si vendeva il pan tranvai.

La vulgata popolare lo associa facilmente al luogo e il pan dolce con le uvette diventa subito “Pan tranvai”. Il boom economico è ancora un miraggio anche per l’inizio degli anni ‘50 … Il panettone fa la sua apparizione sulla tavola di un limitato numero di persone che possono permetterselo. Nelle famiglie povere il Natale è festeggiato con il ” pan tramvai “, specie in provincia. E i bambini ne vanno matti. La ricetta più vecchia, risale proprio a questo periodo, e viene trascritta dal cav. Mario Rivolta (panificatore in Legnano). Si prevedeva per l’impasto 1 kg di farina per tre kg. di uvetta messa a bagno, il tutto lavorato rigorosamente a mano. Il vero ” pan tramvai ” era fatto con fior di farina di frumento, impastato con zibibbo di prima scelta. Il formato era a bastone, della lunghezza di due spanne, della larghezza di una e dell’altezza di tre quarti. Il segreto della bontà era quello di essere ben cotto, croccante ed elastico a larga spugna.

 

Pan tranvai (immagine tratta da icavalieridiarianna.forumfree.it

Pan tranvai (immagine tratta da icavalieridiarianna.forumfree.it)

Se qualcuno volesse cimentarsi nella preparazione di tale alimento di seguito riportiamo gli ingredienti base con la ricetta: 950 grammi di farina di grano, 50 di farina di segale, 700 di uvetta sultanina, 50 di strutto, 30 di burro, 20 di sale, due cubetti di lievito di birra., zucchero semolato, e acqua.

Si prepara quella che viene chiamata “anima” con il lievito di birra sciolto nell’acqua e poi impastato con una manciata di farina. Si lascia riposare questo impasto per tutta la notte. L’uva sultanina deve essere ben lavata e lasciata ad ammorbidirsi in acqua calda per circa tre ore, poi la si fa scolare ed asciugare molto bene. Si mescolano i due tipi di farina e si impasta con lo strutto, il burro precedentemente ammorbidito, l’ “anima”, lo zucchero e tanta acqua quanto ne serve. L’impasto deve essere lavorato a lungo e durante questa lavorazione si aggiunge il sale, mentre l’uva sultanina è da aggiungere alla fine quando l’impasto è quasi pronto. La pasta ottenuta viene divisa in pezzi e lasciata riposare per circa 40 minuti a temperatura ambiente, coperta da un panno. Si preparano quindi i panini, che dovranno essere lasciati ancora a lievitare per circa un’ora e comunque sino a quando saranno cresciuti del doppio. Si spolverano i panini con la farina, si procede alla cottura Questa può avvenire nel forno già caldo a circa 200° e per una durata di circa 20 minuti. Alla fine avranno una forma lunga circa 25 cm, larga 6/7 e alta 3/4 centimetri.

 

La vera storia del mascarpone di via Broletto. E l’ottima idea di un artista.

Permettetemi qui un breve ma sentito sottotitolo: oggi ho l’onore di parlare di due lombardi – forse per alcuni meno noti di altri –  che hanno lasciato davvero la loro significativa impronta tra le molte storie di Milano.

Non c’è miglior atmosfera di quella natalizia per raccontarvi qualcosa di speciale che ho “raccolto” da due amiche generose, e che si riferiscono a loro storie e tradizioni familiari, tutte a base di … mascarpone! Non perderò tempo a riferire tutto ciò che su questo delizioso, cremoso formaggio di origine lodigiana potrete comodamente trovare in rete, a parte casomai il fatto che si chiamasse in origine mascherpone, probabilmente perché “mascherpa” è un termine dialettale lombardo che si traduce in crema di latte.

Il mascarpone, in origine chiamato mascherpone

Il mascarpone, in origine chiamato mascherpone

Voglio invece parlarvi della vera storia di Elena Camerini Ghezzi, la nonna della mia cara amica Paola Devizzi Artale, e di una ricetta nuova per noi e per il nostro Natale (per alternarla all’adorabile crema al mascarpone da abbinare al panettone), ma che la altrettanto cara amica chef Mariangela Marchesi ha ereditato da suo padre Gino, fumettista, pittore e scultore, gran lombardo che ho avuto l’onore di conoscere (e di esserne collega per un breve periodo!). C’era una volta dunque nonna Elena, che abitava con la sua famiglia in via Broletto a Milano: lì avevano anche un negozio la cui insegna recitava “formaggi e latticini” e più in piccolo” nazionali ed esteri”: siamo intorno al 1915.

Via Broletto all'epoca del racconto (photo: Milano Sparita)

Via Broletto all’epoca del racconto (photo: Milano Sparita)

Nel palazzo i Camerini vivevano in un appartamento senza termosifoni e servizi ma con una comodità per loro insostituibile: nel cortile della casa vi era un piccolo portico coperto. E qui il bisnonno della mia amica Paola poteva fare tutte le notti esperimenti caseari! Ah la spontanea, creativa imprenditoria lombarda!! In particolare, in una grande caldaia, versava la panna freschissima, che rimestava con un lungo bastone mentre controllava con un termometro la temperatura del composto. Seguendo poi una certa metodica, otteneva una crema soffice e densa che stendeva su lunghe tavole ricoperte da candidi teli bianchi molto porosi, capaci di permettere al siero di fuoriuscire. Il suo obiettivo: perfezionare la ricetta del mascherpone di Lodi, rendendolo ancora più delicato e gradevole. Il risultato fu eccellente e ne ebbe davvero le prove! Quando? Nell’aprile del 1920: in occasione della Prima Fiera Campionaria, che contava 1200 espositori, ed era organizzata sui Bastioni di Porta Venezia a Milano.

La prima Fiera Campionaria di Milano nel 1920 (photo:www.imprese.san.beniculturali.it).

La prima Fiera Campionaria di Milano nel 1920 (photo:www.imprese.san.beniculturali.it).

Visita di rappresentanti alla prima Fiera Campionaria di Milano (photo: www.lombardiabeniculturali.it)

Visita di rappresentanti alla prima Fiera Campionaria di Milano (photo: http://www.lombardiabeniculturali.it)

I Camerini allestirono ben due stand ed erano in fibrillazione perché all’inaugurazione avrebbe partecipato il Re Vittorio Emanuele III. Su una grande tavola ricoperta di finto prato (alla faccia degli allestimenti/design di oggi!!) presentarono un’enorme montagna di profumatissimo mascherpone, al quale, per l’occasione, avevano aggiunto un pizzico di vaniglia. Ai lati di questa squisitezza proposero dessert preparati con questo formaggio, tra cui ne spiccava uno tricolore (a base di alchermes, vaniglia e menta). Ebbene sì. Il re arrivò, proseguì di due passi ma ne fece uno a ritroso, per guardare meglio l’esposizione. La nonna di Paola e suo padre furono entusiasti: era bastato quel solo passo, quell’occhiata in più a renderli orgogliosi del loro lavoro… accurato, appassionato e davvero di squadra! E ora scopriamo un’altra ricetta a base di questo delizioso formaggio, tutta lombarda: ce la dona Mariangela e la trovate nel dettaglio come sempre su http://cucinacre-attiva.weebly.com/. La preparazione è davvero quella del suo papà Gino Marchesi, con qualche pregiato tocco in più della nostra amica chef. È la mitica CREMA AL MASCARPONE CON RUM E MARRONS GLACES SBRICIOLATI.

Mascarpone e marrons glacés di Cucina Cre-Attiva

Mascarpone e marrons glacés di Cucina Cre-Attiva

Il mix prevede mascarpone zucchero e cacao, più 3-4 cucchiai di rum, senza eccedere per renderlo squisito e godibile per tutti. I marrons glacés vanno tagliati a coltello e poi si “impiatta” il tutto a strati in un bicchiere, ideali quelli da Martini, ma non indispensabili. Poi si conservano i bicchieri in frigo. Si completa con una spolverata di cacao amaro e ancora un po’ di marrons glacés. Bene, non mi resta che dire grazie alle mie amiche per questi loro cari ricordi: per me, e spero anche per voi, sono stati doni natalizi autenticamente poetici!

N.B.

  1. I ricordi di Elena Camerini Ghezzi fanno parte del libro “Lungo viaggio a marcia indietro” del 1971, conservato nell’archivio diaristico nazionale.
  2. Gino Marchesi è ricordato, oltre che in qualità di pittore e scultore, come il fumettista che diede un volto ad Eva Kant, la ben nota compagna di Diabolik. Su Wikipedia troverete tutte le informazioni di questo bravo lombardo!

 

 

 

 

 

 

Tanti piaceri, dalla A alla Z(ucca)

A Milano il nome è legato a un posto leggendario che ho sempre amato e di cui oggi vi racconterò. In Lombardia fa parte della grande tradizione gastronomica, a cui oggi si aggiunge un’idea della Chef Mariangela Marchesi. Ma chissà perché se ne parla tanto – se non solamente – quando si entra in zona Halloween. Festa appena passata, molto presente nelle strisce dei Peanuts, ove si parla di Grande Cocomero.

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Un paio di bellissime strisce dei Peanuts in tema di Halloween

Un paio di bellissime strisce dei Peanuts in tema di Halloween

Ebbene sì: sto parlando di… Zucca! Partiamo da Milano e con qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’ortaggio: questo nome in città è sinonimo di un luogo molto famoso, lo Zucca in Galleria, conosciuto poi anche come il Camparino. Questo storicissimo locale fu inaugurato dalla famiglia Campari nel 1867 contemporaneamente alla Galleria Vittorio Emanuele, per poi passare alla famiglia Zucca nel ’19 (oggi appartiene alla famiglia Miani). Fin dagli esordi ha rappresentato un punto di riferimento per personalità del mondo artistico, culturale e politico. Lo amava Re Umberto I, per il suo buon caffè, ma anche Toscanini e Verdi, dopo la serata alla Scala, Dudovich e Carrà che vi sostavano fino a notte fonda… Nel ’15 fu ristrutturato nel segno dell’art nouveau: splendidi sono i suoi decori e in particolare i raffinati i mosaici Liberty firmati da Angelo d’Andrea (con cascate di fiori e di uccelli), mirabile il bancone intarsiato dell’ebanista Eugenio Quarti, affascinanti i lampadari del fabbro Mazzucotelli. Un vero punto di riferimento della milanesità più autentica: il piacere di un drink allo Zucca è ancora più che mai attuale, meno massificato e più pregno di personalità delle diffusissime mete degli happy hour.

Il celebre bar dei milanesi (photo: Repubblica.it)

Il celebre bar dei milanesi (photo: Repubblica.it)

Lo Zucca in Galleria (photo: ilcamparino.it)

Lo Zucca in Galleria (photo: ilcamparino.it)

Sempre seguendo il fil rouge estetico, la Zucca oggi è amatissima anche come “complemento d’arredo”: sono infinite le forme del tipo ornamentale di Zucca, in autunno rendono l’atmosfera di case e luoghi di ritrovo più calda e invitante. La Natura sì che si intende di design!

Da mangiare e per decorare...

Da mangiare e per decorare… (phot: Robert Ribaudo)

E tornando alla Zucca intesa come alimento (ce ne sono moltissime varietà oltre a quella che appare nelle strisce di Charlie Brown), si sa che è ricca di preziosi nutrienti: gustosissima, è in realtà povera di calorie – solo 18 ogni 100 grammi! –, ha però un alto contenuto di carboidrati. È anche rigonfia di Vitamina C e quindi spiccatamente antiossidante (combatte i radicali liberi e il conseguente invecchiamento precoce delle cellule), e in più è spesso coltivata quasi al naturale perché non subisce in modo particolare l’attacco dei parassiti.

Le Zucche "classiche", che si vedono anche nelle strisce di Charlie Brown

Le Zucche “classiche”, che si vedono anche nelle strisce di Charlie Brown (photo: Robert Ribaudo)

Nella cucina lombarda, specie nel mantovano e nel cremonese, la Zucca è la regina di molte specialità gastronomiche. I celebri tortelli che al loro interno racchiudono anche un po’ d’amaretto, e che per questo non sono graditi a tutti, ne sono un ottimo esempio. Anche Ciabattine ha qualcosa da dire in merito, grazie all’aiuto della chef Mariangela di Cucina Cre-attiva che ha creato una nuova ricettina golosissima. Le CREPES ALLA ZUCCA MANTOVANA E BITTO!

Le squisite crepes Zucca e Bitto di Cucina Cre-attiva (photo Elly Aucone)

Le squisite crepes Zucca e Bitto di Cucina Cre-attiva (photo Elly Aucone)

Sul suo sito http://cucinacre-attiva.weebly.com/ trovate tutto il procedimento e gli ingredienti, ma vi anticipo che la farcia per riempire le crepes è ghiotta perché a base di Zucca e di un valtellinese d’eccellenza, il formaggio Bitto, oltre all’aggiunta di pancetta tesa e di un po’ di scalogno. E per “aggravare” il peccato di gola, si può anche condire il tutto con una fondutina di Bitto e Zucca… Ci sarà qualcuno ancora dubbioso sul valore della Zucca, lo so: allora si rivolga all’espertissima Cenerentola. Quella ne tirava fuori anche delle specie di SUV per andarci alle feste.

 

Quella volta che Ugo Tognazzi preparò un piatto con l’aureola

Mi viene da iniziare come nel libro sacro che tutti ben conoscete. In quel tempo, Ugo Tognazzi aveva casa a Velletri, non lontano da Roma dunque, quando ricevette una telefonata molto più che insolita.

Lo "chef Ugo" nel film Il Vizietto

Lo “chef Ugo” nel film Il Vizietto

Una voce gentile e flautata gli preannunciò una visita importante, che l’attore avrebbe dovuto tenere in assoluta segretezza. Il suo “futuro” ospite condivideva le origini lombarde di Tognazzi e la passione per le relative ricette gastronomiche. In sintesi, chiedeva all’esperto chef Ugo di preparare per lui un piatto di polenta, che da troppi anni non gustava più. Così, racconta l’attore, potè “scrivere nell’albo d’oro dei suoi ospiti più illustri anche il nome di Papa Giovanni XXIII”. Insomma, si ritrovò a preparare un buon piatto… per il papa buono (quello della famosa carezza da portare a casa ai “bambini del 1962”)! Una leccornia rigorosamente nel segno della Lombardia (segnalo che poi il piatto fu a base di polenta taragna)! Sottolineo volentieri quindi che quel papa, ora fatto santo, era non solo buono, ma ancor di più un buongustaio. La polenta, antico piatto povero che in realtà ha sfamato un po’ tutto il territorio italiano, prende il nome dal latino puls, una sorta di polenta di farro che rappresentava la base dell’alimentazione delle antiche popolazioni italiche. La più comune da molto tempo è quella preparata con la farina di mais, che come sappiamo venne però importato nel nostro Paese dopo la scoperta dell’America.

Povera ma ricca!... la polenta. (photo da Jacob's Kitchen)

Povera ma ricca!… la polenta. (photo da Jacob’s Kitchen)

Dai milanesi è stata sempre molto amata e accompagna diverse ottime pietanze della tradizione, come la semplice ma invitante “polenta con fagioli borlotti”. Ed ecco, signori e signore, che la nostra amica ed eccellente chef Mariangela Marchesi di Cucina Cre-Attiva ne ha preparata una versione innovativa e super contemporanea che vi presento con orgoglio ciabattino (perché ci dedica sempre queste primizie!) e che vi consiglio davvero! Il titolo della ricetta che trovate sul suo sito http://cucinacre-attiva.weebly.com/ è “Milano e i fagioli” ed è anche bella e originale da servire visto che è una specie di torretta multi-gusto con polenta fritta, pomodori confit frullati e una spuma piccantina di borlotti. Ed è semplice, se seguite le istruzioni di Mariangela!

Milano e i Fagioli, di Cucina Cre-Attiva

Milano e i Fagioli, di Cucina Cre-Attiva

Suggerisce persino la versione “ fast good” con la polenta rapida. So che lo pensate anche voi, dopo il raccontino del buon Tognazzi: potrete portare in tavola un piatto non solo buono. Addirittura santo.

 

 

 

 

Vedo nudo. Anzi, trasparente!

Vi siete mai accorti di quanto la trasparenza abiti il nostro tempo? Se si passeggia col naso all’insù, oggi è un attimo accorgersene in certe zone di Milano: quanti sono i nuovi grattacieli, autentiche cattedrali di vetro, che svettano nei nostri cieli?

Il nuovo palazzo dela Regione Lombardia: trasparenze interpretate fotograficamente da Luigi Alloni

Il nuovo Palazzo Lombardia: trasparenze interpretate fotograficamente da Luigi Alloni

Ma non volendo entrare nel merito di questioni urbanistiche piuttosto scottanti in questo periodo, soprattutto in tema di sindrome da iperedilizia metropolitana in odor di Expo, mi diparto dal concetto più positivo del termine: il senso della trasparenza è un valore fondante per chi lo pratica, poiché ha a che fare con la schiettezza, la sincerità… le banche – e ne so qualcosa in quanto copywriter pubblicitaria – ne fanno da tempo la loro bandiera, affermando che le loro proposte sono più che facili da capire e interpretare. Insomma. Poi ho fatto due chiacchiere con la mia amica Mariangela Marchesi di Cucina Cre-Attiva, che come sapete per noi reinterpreta creativamente molti piatti lombardi e anche in questo caso ci ha preparato una bella sorpresa supertransparent che scoprirete tra poco!… Parlavamo innanzitutto della trasparenza nella moda… il mondo fashion ha sempre promosso il look con il famoso vedo-non-vedo, che, come ben sappiamo, fa spesso sognare di più i maschietti piuttosto di una nudità conclamata.

Trasparente cioè sexy. Nude Look creato da Alberta Ferretti

Trasparente cioè sexy. Nude Look creato da Alberta Ferretti

Ma non solo vestiti: gli accessori hanno interpretato la trasparenza in modo molto molto chic, come nel caso di tante calzature firmate…

Il trasparente chic secondo STUART WEITZMAN

Il trasparente chic secondo Stuart Weitzman

Poi c’è il design, che ha da tempo lanciato oggetti trasparenti, oggi più che mai presenti nei nostri spazi abitativi. Un virtuoso in tal senso è l’archistar Philippe Starck, che ha creato e realizzato in collaborazione con Kartell moltissimi prodotti d’arredamento, tutti famosissimi, l’ultimo dei quali, presentato al Salone del Mobile 2014 a Milano, è il divano Uncle Jack, il più grande pezzo mai prodotto industrialmente in policarbonato con la tecnologia dell’iniezione in un unico stampo (1 metro e 80, 95 cm di altezza, quasi 29 kg). Qui la visione della “plastica nobile” ruba con gran profitto le qualità tradizionalmente appartenute al vetro.

Riposo trasparente con Uncle Jack ,Kartell, disegnata dal re del genere, Philippe Starck

Relax trasparente con Uncle Jack ,Kartell, disegnata dal re del genere, Philippe Starck

Ma con l’aiuto di Mariangela Marchesi ecco che anche le Ciabattine propongono qualcosa di speciale e creativo restando in questo ambito: le Trasparenti Delizie che reintepretano i classici aspic lombardi in chiave tutta contemporanea, presentati in verrine invitanti. Strano termine aspic, vero? Si pensa che la sua origine sia greca dato che aspìs significa scudo: probabilmente ci si riferisce allo stampo in cui gli ingredienti vengono ricoperti di gelatina che si solidifica diventando una preparazione attraente anche per la vista oltre che per il palato. In ogni caso gli aspic, secondo la tradizione gastronomica delle nostre bande, racchiudevano nella trasparentissima gelatina il pollo lesso, le verdure, gli odori, i sottaceti … e altro ancora. Nella versione di Mariangela le soluzioni sono davvero tante quanto i vostri desideri: carne, ma anche pesce e persino la proposta veggy al 100% (utilizzando gelatina da brodo vegetale).

Le Trasparenti Delizie di Cucina Cre-Attiva (photo Elly Aucone)

Le Trasparenti Delizie di Cucina Cre-Attiva (photo Elly Aucone)

Le ricette che trovate nel suo blog http://cucinacre-attiva.weebly.com/ invitano a lessare i componenti, a tagliarli in piccolissimi pezzetti, a inserirli nei bicchierini dove verrà colata la gelatina liquida: è divertente poi inventare le composizioni secondo il proprio gusto, “frizzando” gli ingredienti multicolore nella gelatina. Credetemi, le istruzioni di Cucina Cre-Attiva sono davvero facili da capire. Anzi, trasparenti!!

 

 

Un gran milanese, un Gaber da premio e un peccato di gola.

El sciur Barbaja, che di nome faceva Domenico: i milanesi hanno più di un motivo per essergli grati! E oggi ne avranno uno in più, davvero appetitoso… Ma andiamo con ordine. Nato nel 1778, la sua carriera ha inizio in qualità di garzone presso un caffè milanese. In breve il Barbaja riesce a ottenere l’appalto del gioco d’azzardo nel ridotto del Teatro alla Scala, importa dalla Francia quello della roulette e riesce ad arricchirsi, finalmente potendosi dedicare a un’attività che molto gli stava a cuore: diventa infatti uno dei più grandi impresari teatrali di tutti i tempi, con un fiuto davvero singolare, coniugato con una tenacia e un’efficienza che non hanno confronti.

El sciur Barbaja, grande impresario che lanciò Rossini, Donizetti, Bellini...

El sciur Barbaja, grande impresario che lanciò Rossini, Donizetti, Bellini…

Oltre a gestire la Scala di Milano, si occupa anche del San Carlo di Napoli, che grazie a lui diviene uno dei teatri più celebri del mondo, altri due teatri a Vienna (ricordiamoci che in quel periodo gli Austriaci dominavano l’area milanese), e ancora il Teatro alla Cannobbiana di Milano, divenuto poi Teatro Lirico, ove si registrarono prime d’eccezione, come nel caso de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti.

Copertina del libretto de l'Elisir d'amore di Donizetti

Copertina del libretto de l’Elisir d’amore di Donizetti

Ma non è tutto: è grazie al lungimirante Barbaja che tanti operisti ebbero successo, così come straordinari compositori del calibro di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Vincenzo Bellini! In più, il nostro fonda il Caffè dei Virtuosi, che sorgeva di fianco al Teatro alla Scala frequentatissimo da coristi e orchestrali: qui crea una straordinaria, squisita, storica bevanda a base di caffè e cioccolato, molto diffusa fino agli anni Trenta, che ha persino ottenuto il riconoscimento “De. CO.”, Denominazione Comunale, attribuito ai prodotti gastronomici tradizionali milanesi! È la Barbajada, dal nome del suo inventore, of course.

La Barbajada della tradizione

La Barbajada della tradizione

Lo scrittore Rovani – suo contemporaneo – dice che mentre il Volta inventava la pila, con altrettanto genio lui scoprì “l’alto segreto di mescolare la panna con il caffè e con la cioccolata, onde nell’imperitura parola di Barbajada, si fece un monumento più saldo del granito”. E oggi la nostra amica chef Mariangela Marchesi di Cucina Cre-attiva, ha rivisitato la ricetta facendone una bavarese-anche-un po’-cup-cake che vi raccontiamo più sotto. Solo per aggiungere un altro step della leggendaria storia di questo personaggio: un grande milanese come l’indimenticabile Giorgio Gaber interpretò proprio il personaggio del Barbaja nel film “Rossini! Rossini!” meritandosi a pieno titolo un David di Donatello!

https://www.youtube.com/watch?v=nTYB5Tc99YU

Accoppiata davvero vincente! E ora mettiamoci ai fornelli con Mariangela per commemorare tutte queste memorie milanesi e apprestiamoci a preparare “la Barbajada Cre-attiva”, ovvero la nuova interpretazione della ricetta che da bevanda dolce in tazza o bicchiere, si trasforma in una sorta di squisita bavarese “dimensioni cup-cake”. Non dimenticate comunque di scoprire la ricetta in dettaglio su http://cucinacre-attiva.weebly.com/! Si comincia mescolando tuorli e zucchero con la frusta, si fa bollire il latte a cui si aggiunge la colla di pesce e si versa poi sui tuorli sbattuti. Si lascia intiepidire mentre si monta a neve la panna (con in più un altro pezzetto di colla di pesce) poi si versa ¼ della crema negli stampini, a quella rimasta si aggiunge il caffè e il cacao e si mette la crema ottenuta in altri stampini. Poi… tutto in frigo per almeno 5 ore. Per sformare i dolci Mariangela sul suo sito vi racconta un trucchetto, poi si tagliano con un coppa pasta cilindrico i due preparati e si impilano su un piattino, quello al caffè alla base e sopra quello più chiaro, e poi si serve il tutto con la panna montata e una spolverata di caffè solubile o cacao amaro, possibilmente con un cucchiaino di cioccolata, per elevare a potenza la golosità. E ora musica: assaporate la novella Barbajada mentre ascoltate per esempio un bel brano di Rossini, pensando magari al Barbaja, a Gaber e, se vi va, anche alla chef Mariangela e a Ciabattine!

La golosa Barbajada Cre-Attiva

La nuova, golosa Barbajada Cre-Attiva