Se attraverso la poesia scopriamo che cosa ha davvero valore. Grazie anche a @stoleggendo

A dispetto di chi sostiene che “la gente non ha valori” e “il mondo di oggi non sa cosa sono i veri valori”, la poesia che è stata più ritwittata nel corso della prima settimana di #dimmilatuapoesia per @stoleggendo è stata questa, Considero valore di Erri De Luca.

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto

Ringrazio la @ScuolaHolden per averlo lanciato, e tutti quelli che l’hanno ritwittato. Oltre naturalmente quelli che l’hanno solo letta, apprezzata e ritwittata solo dentro di sé.

Buon sabato e buona poesia!

 

Inventarsi di parlare di poesia: grazie a @stoleggendo

La milanese sui libri non era, né si può dire che sia, un’esperta di poesia. Ma quando l’amico Francesco Musolino, creatore dell’account no-profit @stoleggendo, mi ha proposto di gestire quell’account per ben due settimane, mi son detta oh, qui ci vuole un’idea. Non che non si possa parlare di libri, anche a ruota libera, per due settimane. Ma la poesia è un po’ la cenerentola dei libri. E quindi ho deciso di dedicargli la settimana. Usandola anche come scusa personale per scoprirne qualcosa di più.

Libri di poesia se ne pubblicano e tanti. Alcuni poeti arrivano alla fama, e almeno di nome in tanti li conoscono. Ma è più facile intrattenersi con un romanzo che con una raccolta di poesie.

La poesia è fatta per essere letta ad alta voce, inoltre, secondo me. Io e la ciabattinadx abbiamo quindi scelto una poesia per uno e l’abbiamo letta, ciascuna con il suo stile.

Qui ci sono io, per cominciare

E qui la ciabattinadx

Ed è stata una bella esperienza. Non solo il leggere ad alta voce. Ma soprattutto il cercare delle poesie, o dei brani di poesie, che mi piacessero, che esprimessero qualcosa che volevo dire e che mi corrispondeva. E’ stato facile. I poeti sono un po’ come la musica, sono capaci di arrivarti diritti al cuore. Vanno ringraziati tutti quelli che le poesie le hanno trasferite su internet (oltre agli editori che le hanno pubblicate) e che garantiscono un accesso libero, gratuito ed immediato a folgorazioni, sorrisi, tristezze improvvise, illuminazioni e sensazioni.

Ringrazio anche l’amico Francesco Napoli che, in un’interpretazione molto personale e originale del Je suis Charlie che sta imperversando sui social, mi ha rifornito di libri e poeti del mondo arabo, rinforzando quella tesi così sensata da sembrare banale che sarà solo il dialogo tra le culture, come è stato in passato, a salvarci.

Continuate a seguire @stoleggendo, anche e soprattutto quando non ci sarò più io. Non ve ne pentirete!

 

E domani… Gooooood morning Milaaaano!

Un piccolo memo: domani torna la mattina Ciabattina con la rubrica Milano by Morning, quella un po’ “di servizio”, che vi racconta le curiosità da scoprire e le attività da fare a Milano nelle ore antimeridiane, o comunque diurne (perchè della Milano by Night si parla già tantissimo!). Al fianco di Ciabattinadx c’è sempre Laura-Dì, che in giro per la città trova le idee utili per tutti. Allora a domani, al grido di……….. con piacere lo faccio dire all’indimenticabile Robin Williams, che qui prende in prestito anche la voce dell’amico Giuseppe Ardia.

 

Nuovi esperimenti sugli utenti di internet: dopo Facebook, Ok Cupid.

Ieri controllavo la mia timeline su Twitter e mi ha colpito questo tweet de Il post, per cui sono andata a leggere l’articolo.

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Devo dire che il nome OkCupid è già di per sè tutto un programma. Tipicamente americano mescolare con disinvoltura il linguaggio della boxe con quello della classicità… ma in questo caso, trattandosi di un sito di dating online e quindi di amorosi (si spera) incontri, anche corretto, visto che le frecce di Cupido quando sono ok mettono veramente ko.

Ma veniamo agli esperimenti. Il primo, in occasione dell’apertura della sezione Appuntamenti al buio, è consistito nel rendere invisbili per un certo tempo le foto dei profili, lasciando però aperta la possibilità di scambiarsi messaggi. Il secondo esperimento prevedeva che per un piccolo gruppo di persone i profili, che di solito consistono di foto + testo di presentazione, avessero soltanto la foto. Il terzo consisteva nel prendere un campione di persone con una bassa percentuale di compatibilità – calcolata attraverso un algoritmo messo a punto dal sito – e comunicare lore che erano invece compatibili al 90 per cento.

Quali sono i risultati? Dal primo esperimento emerge che, se non si vede la foto della persona con cui si potrebbe avere un appuntamento, o si lascia perdere oppure ci si concentra sullo scambiarsi dei messaggi, sul cercare di conoscersi insomma attraverso altri mezzi che non siano il guardare una fotografia. Dal secondo appare che la foto, l’immagine, prevale, e praticamente la presentazione non viene letta se l’immagine è abbastanza eloquente. Infine il terzo esperimento ci dice che, se qualcuno pensa di essere compatibile con qualcun altro si comporta di conseguenza; altrettanto farà se gli diciamo fin dall’inzio che è incompatibile.

Ora questo tema, emerso dopo lo “scandalo Facebook”, ha fatto un discreto polverone su temi quali la privacy, l’informare o meno i propri utenti di quello che si sta facendo con i loro dati, una certa etica del rapporto con gli utenti, e via discorrendo. Tutto questo è raccontato molto bene in un articolo di Wired:

http://www.wired.it/attualita/media/2014/07/30/le-cavie-di-okcupid-e-quelle-di-facebook/

Quello che accomuna, ad un occhio neutro come quello della ciabattinasx che vi sta scrivendo, è l’ovvietà delle scoperte. Come dire, l’acqua calda è già un progresso al confronto… Prima Facebook scopre che i messaggi deprimenti e negativi tendono a rendere tristi, depressi e propensi a vedere i bicchieri mezzi vuoti. E udite udite, scopre che lo stesso effetto ce l’hanno i messaggi positivi! Eppure tutti cerchiamo di evitare quei colleghi molesti che, come si dice nella mia famiglia, “non la trovano mai pari” e ci importunano con visioni apocalittiche del futuro e della vita. E cerchiamo invece di accompagnarci, per quanto possibile nelle diverse occasioni della vita, con quei tipi che definiamo “solari”; quelli che riescono a vedere il lato buono delle cose, a ridere di sè e delle cose grottesche che ci succedono.

Poi arriva OKCupid che, con degli arditi esperimenti, ci dice che l’apparenza inganna, e che forse è meglio parlarsi e conoscersi per capire se si può stare bene insieme; ma ci dice anche che la forza dell’immagine e dell’apparenza è quasi totalizzante; e infine ci apre il magico mondo delle aspettative, da cui emerge che se di qualcuno mi hanno detto peste e corna sarà difficile che ne abbia subito una buona opinione…

Ecco io già ritengo che se uno goes social lo fa nel bene e nel male. Se vado a una festa invece che a casa di una mia amica, è possibile che incontri dei cretini e dei cafoni, e anche che non passi una gran serata. Ma è altrettanto possibile, e spero che la legge delle probabilità, se qualcuno dei miei lettori la conosce, mi conforti nel dire che è il 50%, è altrettanto possibile che incontri qualcuno di intelligente e interessante. E non è che se mi è capitata la serata spiacevole (la sfiga, si sa, ci vede benissimo al contrario della fortuna) la colpa è delle feste, e alè, sulle feste ci si mette una croce sopra!

Il che non significa che non dobbiamo lottare per una maggiore trasparenza, per la protezione dei nostri dati, e contro gli abusi. Però ho il sospetto che gli abusi siano altri, e non vorrei che questi polveroni privi di vera sostanza distogliessero l’attenzione dai problemi veramente importanti.

Ecco, ho detto la mia.

Agli ardui la postera sentenza!

 

 

 

Una modesta proposta: le letture per l’estate di Ciabattinasx

Forse ciabattinadx e erreerrearchitetto aggiungeranno un commento con le loro letture per l’estate. Forse ci faranno un post. O forse ve le racconteranno al ritorno, a conti fatti.

Resta che ormai siamo vicini alla chiusura estiva. Lo so che state per mettervi a piangere al pensiero di non leggere i nostri articoli per un intero mese. Niente giri per la Milano che non si sa. Niente magliette a righe e orribili sandali di plastica da comprare. Niente gaffe, niente trentenne, niente film.

E allora la ciabattinasx vi lascia con dei libri. I libri sono una grande compagnia, una grande consolazione, vorrei dire un grande lascito se non fosse che la modestia delle mie proposte me lo impedisce.

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Io partirò con l’iPad, in cui si stagliano Il cardellino di Donna Tartt (di cui ho amato i due libri precedenti, e io sono una lettrice piuttosto fedele), Il figlio di Philipp Meyer e The Luminaires di Eleanor Catton, che ancora non esiste in italiano. Ovviamente ve li consiglio!

Per chi ha non ancora avuto modo di godersi i classici, o ha il coraggio di vedere che effetto gli fa leggere qualcosa che ha letto 20 anni fa, Proust, Dostoevskij, Tolstoj, Flaubert, Zola, Austen sono i primi nomi che mi vengono in mente. Alla ricerca del tempo perduto mi ricorda un’estate a Tropea, Tolstoj ha accompagnato una vacanza in montagna con un tempo che assomiglia al luglio di quest’anno; Dostoevskij era sempre montagna, Zola e Flaubert hanno preso la sabbia di Tirrenia, la Austen dei pomeriggi in Corsica… insomma che sia mare, montagna o campagna, quando finalmente il tempo si fa pigro la lettura di un libro senza tempo è quanto di meglio si possa desiderare.

Certo le librerie, come le sirene di Ulisse, sono piene di novità divertenti e leggere, di gialli mozzafiato, di romanzi stuzzicanti. Su questi evito di pronunciarmi, per ragioni professionali che ormai ben conoscete. Ma se avete un buon libraio o una buona libraia, loro vi guideranno nei meandri della produzione editoriale pre-vacanze.

Nel frattempo, soprattutto per quelli che vogliono approfondire la conoscenza dell’inglese (e non c’è altro modo se non la lettura per arricchire il vocabolario e acquisire una forma più sofisticata e più articolata), è appena uscita la long list del Man Booker Prize. In genere, il meglio della produzione in lingua inglese (che per fortuna vuol dire indiana, africana, americana e inglese) sta lì. O anzi qui

 

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JHoward Jacobson (Jonathan Cape)
Us, David Nicholls (Hodder & Stoughton)
The Dog,Joseph O’Neill (Fourth Estate)
Orfeo,Richard Powers (Atlantic Books)
How to be Both, Ali Smith (Hamish Hamilton)
Buona domenica, buona lettura e buone vacanze!
ps ciabattinasx e ciabattinadx continuano anche a partecipare a #TwPrimi, la riscrittura su Twitter di La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Seguiteci @MichiFuoriCampo

Svizzera da meditazione e i fiori di quando ero bambina

Domenica sono andata in gita in Val Roseg, una valle laterale dell’Engadina. Dovrei dire sono andata a fare un trek, ma per me, nonostante non sia più una ragazza o forse proprio per questo, la montagna è inestricabilmente legata alla mia infanzia, e a quei tempi e in casa mia si diceva andare in gita o andare a fare una gita.

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Ho detestato la montagna molto a lungo, per averla troppo frequentata in tenera e meno tenera età. Ma poi ci sono tornata, e ora ci torno volentieri. Anche per una sola giornata. Con tanto di risveglio all’alba (si fa per dire, alle sei del mattino di luglio il sole è già bell’e che sorto) e rientro in tarda serata. Con gli effetti benefici dell’aria fina, della distanza, del silenzio, della fatica fisica.

La gita di ieri, con il tempo bruttino ma non impraticabile, con i turisti rimasti nelle case o nello struscio del fondo valle, era stranamente perfetta: dopo aver lasciato gli abeti, i larici e i cirmoli, abbiamo cominciato a salire più seriamente, fino a trovare la neve, chiazze residue dell’inverno, sporche e poco poetiche. Nel silenzio, con di fronte il ghiacciaio del Bernina e le altre cime di montagne granitiche, mettendo un passo dietro l’altro con regolarità, l’orizzonte dentro di noi cambia: scompaiono i pensieri disordinati che normalmente affollano la mente, uno di seguito all’altro come le nuvole con il vento, ed emerge una coscienza di noi stessi, del presente, della grandezza del mondo intorno a noi. Cambiano le proporzioni. Come con la meditazione.

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E quello che era poetico erano i fiori. Tanti e di specie diverse. Se si escludono i papaveri, che hanno una certa stazza, i fiori di montagna sono piccoli. Si raggruppano a formare dei tappetini colorati sulle rocce, o si nascondono tra l’erba, per non farsi trovare dal vento e per raccogliere la pioggia senza annegare. Sono piccoli e ben piantati per terra, sono resistenti come si deve essere quando l’ambiente che ci circonda non ci è favorevole anzi.

Un bell’insegnamento, non vi pare?

ps grazie a Trekking Italia e a Virginio per l’accompagnamento, e l’insegnamento che le montagne dell’Engadina sono di granito!

 

 

Piccolo itinerario per i monumenti della Grande Guerra a Milano

Da circa sei mesi, per motivi professionali, sto assistendo al difficile lavorio in cui sono impegnati alcuni miei colleghi, con scarsità di mezzi e di forze (un po’ come successe con il 150° dell’Unità d’Italia), per preparare i festeggiamenti per la Prima Guerra Mondiale. Tali manifestazioni si svolgeranno, in realtà, su tutto il territorio nazionale, e dureranno per tutto l’anno, dalla ricorrenza dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno (1914) a Sarajevo (e che diede il via al conflitto con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia il 28 luglio dello stesso anno) fino alla discesa sul campo di battaglia del “sempre impreparato” esercito italiano il 24 maggio del 1915, con la rottura della Triplice Alleanza.

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l'attentato di Sarajevo

La copertina di Antonio Beltrame della Domenica del Corriere con l’attentato di Sarajevo

Questo per l’inquadramento dei fatti, per i rimandi storici vi invito a clickare i links in blu. Ora passo alle mie osservazioni che appariranno per molti versi un po’ elementari, ma ve le porgo così, apertis verbis. Ma secondo voi, che c’è da festeggiare nel ricordare un conflitto che ha fatto sul vecchio continente più di 16 milioni di morti? Mi viene da dire… nulla, ma rileggendo la storia degli italiani…dico tanto, anzi tantissimo: la Grande Guerra rappesentò l’ultimo anello delle Guerre d’Indipendenza, che tanta parte ebbero nel costituire il carattere, nel bene e nel male , degli italiani. Garantì infatti la vera unità d’Italia, attraverso l’annessione del Trentino, e della Venezia-Giulia (popolazioni civili che più pagarono per l’avvio delle ostilità, insieme ai veneti, prima e dopo la guerra, persino dopo il secondo conflitto!) e soprattutto diede l’opportunità a tanti italiani (di sesso maschile), di incontrarsi, di confrontarsi e di parlare per la prima volta uno stesso idioma, l’italiano!

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

I confini nazionali prima e dopo la guerra.

Chi tornò, sentì rafforzato il suo amor patrio, oltre che appesantito dell’immancabile, ma postumo, titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Le donne, di contro, per la prima volta, assaggiarono le prime pillole di emancipazione, poiché lo sforzo della produzione bellica industriale fu affidato a loro, impegnate com’erano, oltre che come madri, anche come operaie, al posto dei loro mariti al fronte. Ciò li caricò della doppia responsabilità verso la famiglia e verso la patria: ma con i doveri giunsero ben presto anche le prime rivendicazioni di pari diritti! Ma la verità più pesante è scritta nei diari e nei racconti di guerra: si descrive questo conflitto come una carneficina inutile, fatta di lunghi inverni tra le trincee del Carso e delle Dolomiti, con soldati mal equipaggiati, spesso destinati a umiliazioni e sconfitte memorabili (Caporetto è divenuto sinonimo di “rotta vergognosa”), obbligati a subire qualsiasi tipo di angheria da “bambinoni” (ricordiamo che i ragazzi del ’99 erano pronti per la leva già a 16 anni!), da parte di altri ragazzotti viziati, arruolati come ufficiali solo in nome del fatto di appartenere al rango nobiliare, e purtroppo non in ultimo, necessariamente divenuti carne da macello durante infruttuosi assalti alla baionetta fuori dalle linee.

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l'immancabile propaganda patriottica

La copertina della Domenica del Corriere alla fine della guerra con l’immancabile propaganda patriottica

Milano era lontana dalle linee nemiche, ma contribuì in maniera non indifferente col proprio apporto di uomini e di forza lavoro (ricordiamo che il grosso delle industrie pesanti si trovava in un triangolo di poche centinaia di chilometri tra Milano, Torino e Genova). Ma cosa è rimasto in città a ricordo di quella “Grande Guerra”? Provate a fare un giro con noi, visitando:

1) Monumento ai ferrovieri caduti alla Stazione Centrale: al lato del binario n. 21, una installazione in marmo eseguita da Guglielmo Beretta, e posta a muro nel 1921 ricorda gli impiegati delle FF. SS, caduti durante lo svolgimento delle proprie mansioni in zona di guerra.

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

Monumento ai ferrovieri caduti durante la Grande Guerra -Stazione Centrale

2) Via Ragazzi del ’99: abbiamo citato l’esempio dei ragazzi del ’99 che la nostra città ha giustamente voluto ricordare con una via, laddove ancora è sopravvissuto un piccolo lembo di vecchia Milano, tra la Piazza S. Fedele e la Via Hoepli, sopravvissuto agli sventramenti imposti dal regime fascista alla nostra città.

3) Tempio della Vittoria o sacrario dei caduti nella Prima Guerra Mondiale presso S. Ambrogio, lato L.go Gemelli: ideato per essere collocato nella fascista Piazza Fiume (poi divenuta della Repubblica). Finisce per essere realizzato sul luogo dove sono sepolti i primi martiri cristiani, presso S. Ambrogio. L’idea nasce da una serie di concorsi pubblici tenutosi tra il 1924 e il ’26, senza vincitori. Infine viene richiesta all’arch. Muzio (l’ideatore della ‘Ca Brutta) un’idea: si fa strada l’ipotesi del sacro recinto realizzato in marmo bianco, ispirato al Mausoleo di Teodorico a Ravenna, a pianta ottagonale. Ben presto l’idea si trasforma in progetto e Muzio, affinché l’opera fosse corale, chiama nella realizzazione altri architetti del gruppo novecentista, quali Alpago-Novello, Buzzi, Cabiati, Ponti e alcuni scultori quali Wildt per la statua di S. Ambrogio sulla facciata, Saponaro, Andreotti e Maraini, Griselli, Lombardi, Castiglioni, Supino, Maiocchi ed altri. Iniziato a costruire nel 1926, dopo l’abbattimento delle case dei canonici a nord della Basilica, il 4 novembre del 1928 il Monumento viene inaugurato, anche se non completato, alla presenza del Maresciallo Diaz, già comandante della vittoria dell’Esercito Italiano. Nella cripta alcune tavole di bronzo riportano i nomi di 10.000 milanesi caduti in guerra. Viene gravemente danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e poi ricostruito. Vengono aggiunte successivamente due fontane.

Cartolina d'epoca che ritrae il Tempio ai caduti presso S. Ambrogio.

Cartolina d’epoca che ritrae il Tempio della Vittoria presso S. Ambrogio.

4) Monumento ai caduti di Porta Romana Via Tiraboschi/ Via Papi: in realtà fu inaugurato come Monumento ai caduti dell’incursione austriaca. Infatti ricorda il primo bombardamento aereo sulla città, durante la I Guerra Mondiale: il 14 febbraio 1916, alla fine della giornata, si contano 13 morti e 40 feriti proprio tra Via Tiraboschi e Piazza Buozzi, in prossimità dello stazione di Porta Romana, importante scalo ferroviario industriale. In ricordo di questo episodio verrà innalzato il 24 giugno 1923 il monumento “Ai caduti di Porta Romana” (realizzato da Enrico Saroldi). L’opera raffigura un soldato romano e un milite del Carroccio (due figure storiche che avevano lottato contro i Tedeschi) mentre sorreggono una vittima. L’uomo che si accascia dovrebbe ricordare l’eroe di guerra Giordano Ottolini.  A causa della postura dei tre protagonisti, i vecchi milanesi avevano ribattezzato il luogo “ai tri ciucc” (ai tre ubriachi). Il basamento riporta i nomi dei morti per l’incursione aerea del 14 febbraio 1916 e quelli dei 573 residenti del Rione di Porta Romana caduti in guerra.

Cartolina d'epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o "Tri ciuc")

Cartolina d’epoca con il monumento di Via Tiraboschi/Papi ( o “Tri ciuc”)