Anche i ricchi piangevano: i collegi per le fanciulle della nobiltà milanese.

La radicata piaga dell’abbandono o la mala sorte nella vita  milanese d’un tempo, non era una prerogativa solo dei bambini poveri, come abbiamo visto con l’intervento della settimana scorsa. E allora che destino toccava ai minori dell’alta società cittadina? Partiamo dal presupposto che il fanciullo non aveva la stessa dignità dell’adulto. Era spesso un inciampo, mentre era una risorsa, in pratica, solo negli ambienti rurali e proletari. I figli erano spesso il frutto di unioni fuori dal matrimonio o un’indebita intromissione nelle politiche di spartizione dei patrimoni: era considerato più efficace per il prestigio della casata tenere per il primogenito la maggior parte delle ricchezze accumulate, e lasciare le briciole per i cadetti, tanto più se erano femmine, avviate alla vita monastica. E solo per alcune di esse si aprivano i forzieri di famiglia per avviarle alla carriera di abbadessa o madre superiora.

La Monaca di monza, di manzoniana memoria, fu avviata fin da piccola e con una ricca dote alla carriera ecclesistica. Nel dipinto: La Signora di Monza - Giuseppe Molteni, 1847

La Monaca di Monza, di manzoniana memoria, fu avviata fin da piccola e con una ricca dote alla carriera ecclesistica. Nel dipinto: La Signora di Monza – Giuseppe Molteni, 1847

Ma vediamo qual era l’educazione destinata alla prole dell’alta società milanese. Iniziamo col dire che soprattutto prima del secolo XVI, l’età della Controriforma, la formazione scolastica veniva impartita all’interno delle dimore di famiglia, col classico precettore. Ma vi era una gradualità di casi  in cui il destino non era controllato dai genitori naturali per i più svariati motivi: abbandono, decadimento nella povertà o semplicemente scivolamento nella disgrazia, anche per malattia o per perdita della fortuna politica, della famiglia d’origine. Per tutta questa casistica esistevano istituti creati ad hoc. In caso di abbandono, soprattutto per le fanciulle ancora in giovane età, c’era il “Conservatorio”, un ente creato dalle Orsoline nel 1578. L’ordine acquista il monastero benedettino femminile di via della Passione per dare un rifugio alle adolescenti e “conservarne” virtù e buona educazione, evitandone umiliazioni e la vita di strada, che tanti pericoli riservava. Il fenomeno della prostituzione minorile era un’altra di quelle piaghe combattute con forza nell’epoca controriformistica. Proprio per questo il progetto si sviluppò con tal vigore, da far espandere le mura del centro di accoglienza fino all’adiacente isolato. E’ così che da questo Conservatorio prese il nome la via e, dopo la cessione allo Stato delle strutture monastiche ivi site, anche la scuola musicale di Milano, che lì viene portata. La stessa denominazione – Conservatorio – verrà poi estesa a tutte le scuole musicali del regno!

Uno dei chiostri monastici che ospita oggi il Conservatorio musicale di Milano

Uno dei chiostri monastici che ospita oggi il Conservatorio musicale di Milano

Nella stessa zona nel 1557, si era creata un’altra istituzione benefica per accogliere le fanciulle nobili cadute in disgrazia, da preparare alla vita religiosa o al matrimonio: il Collegio della Guastalla, affacciato sugli omonimi e famosi giardini, oggi comunali, ma un tempo parte dell’immensa proprietà della contessa Torelli, tra il Naviglio di Via Francesco Sforza e la Via Guastalla. Nel suo immenso palazzo (oggi sede di un piccolo asilo al piano terra e degli uffici del Giudice di Pace), corredato di un parco con peschiera, ebbe sede per quasi quattro secoli tale istituzione, poi aperta anche all’alta borghesia. E nonostante l’alternarsi dei governi e le varie dominazioni straniere l’istituzione per l’alto valore morale e civile, fu sempre comunque protetta. Ma se questi istituti si occupano delle ”Italiane”, vi è persino un ente di accoglienza per le figlie degli invasori, il Collegio delle Vergini Spagnole, presso l’attuale Via S. Nicolao, una piccola via che ancora oggi si dirama da Piazza Cadorna. Come indica il nome, fu fondato nel 1578 dal governatore Aymonte, per volere di Filippo II, per accogliere ed educare le orfane di funzionari, ufficiali e soldati spagnoli.

Usciti dall’epoca delle grandi invasioni del territorio nazionale e soprattutto con l’ascesa di una nuova classe economica (la borghesia), gli usi e i costumi della nobiltà, anche in materia di educazione cambiano.

Clara, 1865 di Federico Faruffini, rappresenta, anticipando il gusto e i tempi, lo stereotipo di una ragazza ricca ed emancipata

Clara, 1865, di Federico Faruffini, rappresenta, anticipando il gusto e i tempi, lo stereotipo di una ragazza milanese ricca, educata e già emancipata.

Si radica sempre di più il concetto che necessita una scuola che educhi le nuove generazioni delle adolescenti da marito con modelli diversi e più moderni, soprattutto dopo la ventata di mode che erano sopraggiunte dalla Francia tra la fine del Settecento e l’epoca napoleonica. Si radicherà sempre di più così la consuetudine di iscrivere le minori dell’alta società milanese al Collegio delle Fanciulle. Questo dopo un primo periodo in Palazzo Dugnani, si insedierà dal 1865 nel palazzo che fu del grande collezionista d’arte Ottavio Archinto, in Via Passione, per ironia della sorte in quella stessa zona deputata da sempre all’educazione di generazioni di ragazze milanesi di buona famiglia.

Se volete saperne di più anche sugli istituti e i metodi educativi impartiti alla giovane nobiltà di sesso maschile, allora vi rinnovo l’appuntamento con Ciabattine Piccine della prossima settimana.

Un dragone o un biscione per la Chinatown milanese?

Oggi le cronache milanesi di molti giornali rilanciano la notizia sull’ostinazione con cui la comunità cinese di Milano stia chiedendo da mesi un portale all’ingresso di Via Paolo Sarpi: un po’ per spirito di emulazione rispetto alle altre Chinatown delle grandi città del mondo, e un po’ per dimostrare come la conquista di quel milanesissimo lembo di Borgo degli Ortolani ormai sia nei fatti totale. Ma i residenti “milanesi” non ci stanno e, piuttosto che un dragone, sulla porta ci vorrebbero mettere il biscione visconteo. Allora ho pensato di riproporvi un nostro articolo per dimostrare che originariamente gli animali fossero in verità della stessa “razza”!!

Se volete raccontare una bella favola ai vostri bambini, magari accompagnandola ad una più gradevole passeggiata nel verde, non potete esimervi dal portarli al Castello Sforzesco. Si, perché il nostro castello è pieno di leggende, storie di intrighi, vicende di corte, lotte fra cavalieri e cortigiani, congiure di palazzo e altro ancora… Ma senza addentrarci nella complicata storia della Milano medioevale, possiamo rimanerne fuori… Ma si! Anche fuori dalla mura, per costeggiare il fossato e portarci sotto uno dei torrioni spagnoli (quelli tondi, per intenderci). Su quello di sinistra, per chi arriva da Via Dante, o il primo che si incontra sulla pista ciclabile arrivando dall’Arena, potete notare un enorme stemma visconteo, con il suo ben noto biscione, divenuto uno dei simboli più noti della nostra città, come abbiamo già raccontato in passato ai nostri lettori di Ciabattine.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Dunque dicevamo del serpentone visconteo… ma ci siamo mai posti la domanda sul perché della presenza del biscione che ingoia il bambinello? I più vecchi milanesi hanno sempre sentito parlare della vipera mangia bagat,ovvero mangia bambino. Ma l’antica dicitura ci porta lontano nel tempo, dando vita a più di una leggenda. Una di queste racconta del re longobardo Desiderio, che appisolatosi perché stanco dopo una dura battaglia e di un serpente che salito sull’elmo si allontana senza mordere il sovrano. Preso come segno del destino, il fatto fu acquisito a insegna dallo stesso. E forse poi ereditato dai Visconti, nuovi padroni di Milano.

Un’altra versione racconta che durante l’assedio di Gerusalemme, nel 1099, durante la prima crociata, Ottone Visconti, alla guida di 7000 milanesi, sconfisse in un duello il terribile nobile saraceno Voluce, che per sottolineare la sua presunta invincibilità, era solito combattere sotto il simbolo di un serpente che ingoiava un uomo. Così nella crociata successiva, questa immagine già appariva sui vessilli dell’esercito milanese.

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Un’ultima leggenda, ed è quella che a noi appassiona di più, vuole che dopo la morte di San Dionigi, nella metà del IV sec., un drago di nome Tarantasio giunse nei dintorni di Milano trovando dimora in una grotta presso il lago Gerundo, situato ben oltre le mura della città (forse presso un’ansa del fiume Adda). Si riteneva che tale mostruosità divorasse i bambini, fracassasse le barche ed il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria causando la febbre gialla. Dopo diversi infruttuosi tentativi di uccisione da parte di disparati cavalieri, giunse in città Uberto Visconti che affrontò e sconfisse il mostro prima che quest’ultimo potesse ingoiare del tutto un fanciullo che aveva già cominciato a bloccare tra le sue fauci. Volendo immortalare l’evento, lo stesso Uberto, leggendario capostipite della schiatta dei Visconti, si fece riprodurre il mostro sullo scudo e sull’elmo.

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Per i più grandi, la curiosità sta nel fatto che la storia del drago del Lago Gerundo fu di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, ideatore dell’immagine del cane a sei zampe dell’Eni. Inoltre il biscione accompagnerà tutte le vicende della storia milanese e segnerà il dominio dei Visconti anche sulle terre da loro conquistate. Confini che alla fine del XV sec. arrivavano fino a Bellinzona, in Svizzera, anch’essa con un biscione sullo stemma!

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

 

 

Milano dal cuore grande anche coi più piccoli: quando l’infanzia abbandonata trovava una casa.

Dei bimbi di Milano abbiamo parlato tante volte, ma un po’ meno di come vivevano e delle possibilità che potesse avere l’infanzia abbandonata o svantaggiata. Oggi ci riproponiamo di fare un excursus nella storia della nostra città vista con gli occhi di un bambino.

Il primo che si accorse del mondo dei bimbi, dei loro bisogni e della loro dignità, fu proprio un milanese, l’arciprete del Duomo, Dateo. Costui, nell’antico quartiere dei Due Muri (pressappoco dove oggi passa la Via Silvio Pellico, dietro la Galleria), sin dall’VIII sec., presso la scomparsa chiesetta di S. Salvatore, aveva organizzato strutture d’accoglienza, per porre rimedio alla terribile piaga dell’abbandono dei minori, spesso illegittimi, che affliggeva la città del periodo. Si tratta in assoluto del primo pubblico ricovero aperto in Europa, dal 787: è ancora più particolare poiché la struttura è specificatamente fondata in un casa acquistata per dare rifugio all’infanzia abbandonata. I bambini venivano qui allattati e mantenuti sino all’età di 7 anni, avviati a qualche professione artigianale e poi accompagnati a vivere in maniera indipendente. Vista e riconosciuta l’encomiabile, e senza precedenti, opera condotta da Dateo, l’arcivescovo Anselmo I in persona, nell’815 si mosse a pietà, donando molti beni all’hospitale (così come veniva chiamato il ricovero). Divenuta obsoleta e insufficiente la struttura fu un altro arcivescovo, Landolfo da Carcano, alla fine del X sec. a spostarne la sede nel più capiente monastero di S. Celso (presso l’attuale Collegio Militare gen. Teullié in Corso Italia). Ma la vera svolta nella lotta all’abbandono dei minori fu impressa con la fondazione della Pia Casa degli Esposti, con sede presso il Collegio femminile di suore agostiniane di S. Caterina.

La ruota degli esposti di Milano

La ruota degli esposti di Milano

Nasce così il famoso Ospizio degli Esposti noto come S. Caterina alla Ruota, trasferito di fronte alla Ca’ Granda solo nel 1618 (e anch’esso scomparso, sul naviglio di Via Francesco Sforza, dove ora c’è il Pronto Soccorso del Policlinico). La Ruota, come dice il nome stesso, era un  meccanismo rotante (per metà installato dentro le mura e per metà in esterni) che permetteva l’abbandono del minore in sicurezza (cioè non per strada, al freddo e al gelo) e garantendo allo stesso tempo l’anonimato della genitrice. Soppressa la struttura religiosa alla fine del XVIII sec., il convento femminile divenne, dopo la riorganizzazione delle strutture sanitarie voluta dall’imperatore Giuseppe II (figlio di Maria Teresa d’Austria) padiglione ospedaliero, specializzato proprio nell’ospitalità di ragazze madri e trovatelli. Vengono concentrati qui presso l’Ospedale Maggiore, i fanciulli accolti presso le più piccole strutture disseminate sul territorio della città (non poche in verità!!): tutti gli “esposti da latte” e i “figli da pane”, adottando a brefotrofio l’ex convento (per soli illegittimi).

La guardia alla ruota dei trovatelli di Gioacchino Toma (1846-1891)

La guardia alla ruota dei trovatelli di Gioacchino Toma (1846-1891)

Ma con lo stesso Giuseppe II, la pratica della ruota tra il 1781 e il 1787, viene soppressa, per arginare il fenomeno dilagante dell’abbandono, obbligando così le puerpere a presentarsi alle strutture preposte. Nel 1791, Leopoldo II, successore del sovrano d’Austria, ne decreta la riapertura, dovendo constatare l’insuccesso delle politiche pregresse. Questa struttura provvedeva al mantenimento di 7500-8000 bambini abbandonati, di cui 250 allevati all’interno, fino all’età di quindici anni, quando veniva assegnato loro un tutore: tutti gli “esposti” portavano il cognome “Colombo”, per questo ancor oggi molto frequente nel milanese , che venivano così nominati in memoria dello stemma dell’Ospedale Maggiore da cui la struttura dipendeva strettamente. A Napoli il cognome dei trovatelli accolti in analoghe strutture, era, guarda caso, Esposito: un nome che evidentemente deriva proprio dal fatto che ognuno di loro fosse un “esposto” sulla ruota.

Lo stemma della Ca' Granda che diede il nome a tutti i trovatelli di Milano.

Lo stemma della Ca’ Granda che diede il nome a tutti i trovatelli di Milano.

I molti bimbi non ospitati in tali strutture,  erano in qualche modo seguiti a distanza, tramite assegnazioni nelle campagne a genitori adottivi. Le puerpere monitorate dall’ospedale venivano dotate di un assegno e una coperta. Il quadro statistico elaborato dal Consiglio Provinciale nel 1865 sulla base dei prospetti annuali redatti da Andrea Buffini e Angelo Leonesio – direttori del brefotrofio di Santa Caterina dal 1842 al 1866 – dimostra che nel solo periodo compreso tra il 1845 e il 1864 furono accolti nell’orfanotrofio milanese 85.267 bambini, con una media annuale di 4.263 abbandoni, corrispondenti a quasi un terzo di tutti i nati in città! Ma accanto al classico brefotrofio, la Milano dell’accoglienza per l’infanzia, povera di mezzi, offriva una serie di strutture capaci di avviare qualunque individuo svantaggiato ad un’onesta vita lavorativa, svolgendo attività di supporto alle famiglie sia nell’educazione di sani principi morali, sia nel sostentamento materiale.

Anche il lavoro minorile era una realtà piuttosto diffusa fino alla metà dello scorso secolo.

Anche il lavoro minorile era una realtà piuttosto diffusa fino alla metà dello scorso secolo.

Abbiamo parlato a proposito di questo nei nostri passati interventi su istituzioni milanesi filantropiche come i Martinitt e Stelline, o come il Marchiondi-Spagliardi per i bambini discoli. Insomma, Milano prometteva sin da piccoli assistenza e possibilità, anche di riscatto sociale, tanto da credere a chi ti diceva: Nessuno, ma proprio nessuno, rimarrà indietro!

Dalla vigna di Leonardo a Milano, agli orti in città.

L’intervento di oggi prende le mosse da una notizia colta tra le cronache milanesi de La Repubblica di qualche giorno fa, che mi ha fatto sobbalzare letteralmente sulla sedia. Ne riporto testualmente il titolo: “Milano: Expo fa ripiantare la vigna di Leonardo da Vinci”. Non credevo ai miei occhi!… Perché conosco la storia della famosa vigna regalata da Lodovico il Moro al genio fiorentino per i suoi servigi, fuori le mura di Porta Vercellina, ma da lungo tempo se ne erano perse le tracce e tantomeno se ne conosceva l’ubicazione e il tipo di uva messa a coltura. Leggo allora l’articolo e la nebbia si fa ancora più fitta, una “scighera” che allora doveva calare per lungo tempo, nelle campagne del milanese. Si! perché qui nell’epoca sforzesca eravamo proprio fuori città!

Il Borgo delle Grazie, e la vigna di leonardo, si trovava ben fuori le mura. Nella vecchia mappa del periodo spagnolo è ben visibile come appendice costruita in basso.

Il Borgo delle Grazie, e la vigna di Leonardo, si trovava ben fuori le mura. Nella vecchia mappa del periodo spagnolo è ben visibile come appendice costruita in basso.

Conviene allora raccontare dall’inizio questa storia, che è ormai leggendaria, soprattutto perché legata agli anni di vita che Leonardo da Vinci passò a Milano, alla fine del XV sec., chiamato dal duca Lodovico il Moro a risolvere una serie di questioni tecnico-ingegneristiche, nel quadro degli scambi commerciali e culturali tra corte medicea fiorentina e quella sforzesca milanese. All’interno dell’attività svolta da Leonardo a Milano, che vantava anche interventi artistici, di spessore talmente elevato, da dar vita anche ad una vera e propria scuola, c’era, non ultimo l’affresco per il refettorio del convento domenicano di S. Maria delle Grazie, poi noto come Cenacolo. Sappiamo come il complesso sorgesse, in quel quartiere ribattezzato delle Grazie appunto: in realtà un piccolo borgo, l’unico fuori dalle mura, se tralasciamo quello degli Ortolani di ben altra natura, poichè diviene ben presto uno dei più importanti della città, per ricchezza e decoro. Premeditatamente attraverso regalie e promozioni fondiarie, il duca lo promuove a luogo privilegiato, con nuovi insediamenti dei più fidi cortigiani degli Sforza: i Vimercati, gli Atellani, i Botta, i Guiscardi, gli Stanga, i Sanseverino. Pare che fosse addirittura collegato direttamente al Castello attraverso dei camminamenti sotterranei con i quali si potesse facilmente guadagnare la via per la campagna. In questo quartiere, con al centro proprio la chiesa bramantesca di S. Maria delle Grazie, Lodovico il Moro regala nel 1498 al suo fido ingegnere di corte, milanese d’adozione ormai, un terreno di quasi 10.000 mq coltivati a vigna, per lo splendido lavoro che aveva condotto anche al Cenacolo e soprattutto per non farlo sentire troppo lontano dai suoi vigneti fiorentini. Ora della sorte e della posizione esatta di questo vigneto si erano perse le tracce da tempo: dalla confisca dei beni dei più fidi servitori di Lodovico il Moro, all’arrivo dei francesi (il fondo fu poi riottenuto da Leonardo solo dopo essersi messo a servizio di Luigi XII, re di Francia), fino all’edificazione stratificata dell’intero quartiere soprattutto dopo i devastanti bombardamenti del 1943. Sappiamo che doveva essere ubicato in un lotto alle spalle dell’attuale Palazzo delle Stelline, compreso tra l’attuale Via de Grassi e Via dei Togni, e che con un diritto di passaggio Leonardo o il suo fittavolo poteva raggiungere la vigna attraverso il giardino della Casa degli Atellani, poiché la Via Zenale a quel tempo non c’era ancora, seppur già vi fosse il progetto di collegare con un passaggio S. Vittore con l’attuale Corso Magenta (fu aperta solo nel 1506 sotto Luigi XII, molto probabilmente su consiglio dello stesso Leonardo, e chiamata per secoli Contrada delle Oche).

Il puntatore segna la zona presunta degli orti di Leonardo intorno all'attuale Via Zenale.

Il puntatore segna la zona presunta degli orti di Leonardo intorno all’attuale Via Zenale.

Ma per tornare ai giorni nostri, perché ora bisogna porre tanta attenzione su questa iniziativa e dove sta la notizia? Forse la notizia non c’è, o forse è il segno che sta cambiando la sensibilità: è un’operazione di “archeo-agronomia”, interessante anche se filologicamente discutibile, se si ha la pazienza di guardare anche il video allegato all’articolo indicato: le piante innestate nei nuovi filari non possono essere le reali discendenti del vitigno leonardesco, ma sono nuove uve dello stesso tipo isolato dopo il ritrovamento; le radici ritrovate dopo lo scavo non possono essere quelle coltivate per secoli dagli eredi di Leonardo, poiché i terreni hanno subito nel tempo vari passaggi di proprietà e soprattutto il genio fiorentino non aveva discendenti diretti; le radici del vitigno “riesumato” sono quelle bruciate nell’incendio del giardino disegnato ex novo dall’arch. Portaluppi per il senatore Ettore Conti, proprietario della Casa degli Atellani. E non è proprio detto che fossero nell’area coperta dalla proprietà leonardesca. E dulcis in fundo, visto che si tratta di Malvasia piacentina, il nome di “Leonardo” è sempre un bel brand da vendere ai turisti stranieri!

Il giardino di casa degli Atellani, dove sorgerà la vigna di Leonardo (foto da La Repubblica)

Il giardino di casa degli Atellani, dove sorgerà la vigna di Leonardo (foto da La Repubblica)

Ma al di là delle operazioni commerciali, che sono cose da “grandi”, forse anche un po’ spregiudicate, è sempre una bella notizia sapere che in una città come Milano può ancora esserci un angolo di pace dove portare i nostri bambini a far vedere come germogliano i frutti della terra. Di iniziative di questo tipo in città ne stanno sorgendo tantissime, nell’anno di Expo, che ha come tema proprio quello del nutrimento e della cura per la terra: dagli orti urbani (fenomeno in continua espansione) sia privati che pubblici, al campo di grano che crescerà questa primavera ai piedi dei grattacieli nel parco dell’area di Porta Nuova. Insomma con la nuova stagione, non mancheranno le occasioni per far godere ai nostri figli scampoli di campagna anche in città. Quindi buone passeggiate!

 

Milano che crea e distrugge, aspettando il nuovo Luna Park!

Uno di questi giorni, magari con le prime giornate col sole, mi piacerebbe portare i bambini, in un posto a loro molto caro: il Luna Park. Ma dove? Stiamo parlando naturalmente di quello stabile, non di quelle giostrine che ogni tanto fanno capolino al Parco Sempione, in Piazza Grandi o in quelle minuscole di Piazza Napoli.

Il Luna Park è un posto agognato da tutti i bambini, di tutte le generazioni: chi non ricorda il Pinocchio, non ancora burattino, che si lascia traviare da Lucignolo per andare nottetempo, nel paese dei balocchi? Il più moderno nome di Luna Park, risale al 1895, quando a Coney Island (New York) fu concepita, con questa dizione, un’area dedicata ad attrazioni e a giostre stabili. Ma in realtà il più antico parco divertimenti nacque nella vecchia Europa, a Vienna, nel Prater, dove ancora oggi c’è la famosa ruota panoramica (il Riesenrad), uno dei simboli della città. Persino Londra, seppur in ritardo, si è dotata di questo tipo di attrazione per far ammirare lo skyline della city dal Tamigi: la famosa Millenium wheel (la ruota del Millennio) o London eye (Occhio di Londra). E a Milano? Quella che vorrebbe essere la città più europea d’Italia, la città che dovrebbe attrarre, nell’anno di Expo, milioni di visitatori, il suo skyline lo farà vedere, si!…ma dai grattacieli di Repubblica-Garibaldi, dove esattamente fino a qualche decennio fa c’era il nostro Luna Park.

Ecco come si presentava negli anni '70 l'area delle varesine, dove oggi sorge il progetto di Porta Nuova alias Repubblica-Garibaldi.

Ecco come si presentava negli anni ’70 l’area delle varesine, dove oggi sorge il progetto Porta Nuova alias Repubblica-Garibaldi.

Mi spiace, cari bambini, buttarla sempre sul patetico e sulla dimensione del ricordo, ma come cantava Celentano, a Milano, lì dove c’era l’erba (o meglio un parco divertimenti) ora c’è una città. Ma si sa, il progresso e gli affari nel mondo dei grandi stanno davanti a tutto! E per i bimbi? Per loro c’è sempre Segrate, davanti all’Idroscalo. In verità il nostro sindaco qualche tempo fa, forse in preda a qualche senso di colpa, si è fatto anche lui questa domanda, nel 2013, quando è andato a visitare l’Unicredit Tower, e ha detto: “Vorrei un Luna Park per Milano. Ci stiamo pensando e sarà non necessariamente in centro purché attraente e attrattivo… Vedo una città che splende e si apre al mondo” ma “c’e’ anche la nostalgia per le Varesine”. Ma cosa sono queste Varesine? Vi ho prima anticipato dove fosse il Luna Park: si trovava su una sorta di altopiano, che dominava un non-luogo, chiamato dai Piani Regolatori degli anni ’60, Centro Direzionale. In questa terra di nessuno, non c’era solo il parco dei divertimenti cittadino, ma anche il Circo, che montava puntualmente le sue tende, sotto Natale (anche perché l’olezzo delle bestie in cattività, come per lo zoo dei Giardini Pubblici, coi primi caldi, si sarebbe sentito fin sotto la Madonnina!). Ma se Milano è una città di pianura perchè si era deciso di installare le “montagne russe” su un pianoro in quota?

Le montagne russe del Luna park di milano

Le montagne russe del Luna park di Milano

In realtà questo terrapieno nascondeva le vecchie strutture della Stazione delle Ferrovie Varesine (ecco il perché del nome), che correvano lungo il rilevato di Viale della Liberazione. Nel 1931 quando si inaugurò la nuova Stazione Centrale, i tranvai vennero incanalati per la Via Galileo Galilei e sulla sinistra si approntò quale Stazione di testa un edificio con voltoni in mattone, ove facevano capo i convogli elettrici delle linee varesine. Nel 1955, quando venne deliberato l’arretramento delle ferrovie Varesine da via Galilei alla sede dell’attuale Stazione Garibaldi, le obsolete strutture furono sotterrate sotto metri e metri cubi di terra. Dopo la dismissione, e la cessione dei terreni a un gruppo speculativo, in attesa di capire che fine far fare ad un’area vastissima (che oggi porta impropriamente il nome di Porta Nuova) prima timidamente e poi nel 1973, cominciarono ad arrivare i giostrai. Ben presto ne fecero la loro cittadella, una specie di acropoli del divertimento. Così almeno la vedevo io da piccino, poiché per raggiungerla bisognava superare una lunga scalinata in legno che portava su in cima, fino al pianoro.

La lunga scalinata che dal Viale della Liberazione, portava al...paradiso dei bambini!

La lunga scalinata che dal Viale della Liberazione, portava al…paradiso dei bambini!

Ma una volta conquistata la terra promessa (dai genitori sfiniti dalle infinite sollecitazioni), si apriva davanti a noi, bambini degli anni ’70, ogni tipo di giostra e attrazione. Sono ancora memore delle luminarie delle insegne informative che ci lampeggiavano davanti, subito fuori da scuola, sui Bastioni di Porta Nuova, sopra uno spartitraffico adibito a parcheggio. Le tentazioni erano incredibili, come le Sirene per Ulisse: il sogno era lì a portata di mano! Qualche nostro compagno di classe, con le scuole medie, era pure figlio di quegli stessi giostrai che gestivano cotante macchine. E mi ricordo ancora lo stupore che mi attanagliò quando vidi per la prima volta il luogo dove vivevano questi “fortunati” compagni: erano roulotte enormi, all’americana, dotati di ogni comfort, proprio a ridosso del paese dei balocchi. Il luogo era talmente visionario, soprattutto di mattina, prima che si mettessero in moto tutte quelle giostre e si accendessero le migliaia di luci che fu teatro di ispirazione per molte scene di pellicole della mala milanese degli anni’70.

Adriano celentano impegnato in una scena del film "Ecco noi per esempio". E' un film del 1977 di Sergio Corbucci, interpretato da Adriano Celentano e Renato Pozzetto.

Celentano impegnato in una scena del film “Ecco noi per esempio”, girata al Luna Park, con in fondo l’inconfondibile sagoma del palazzo Pirelli.. Si tratta di un film del 1977 di Sergio Corbucci, interpretato oltre che da Adriano Celentano, anche da Renato Pozzetto.

Oggi di quel luogo non c’è più nulla, nemmeno nella mia memoria: dove c’era la pericolante ruota panoramica ci sono i monumentali 146 metri della torre residenziale (detta “Diamante” per via della forma della sua cima), dove c’erano la casa degli orrori, il labirinto di specchi, i padiglioni con le palline da ping pong gettate nelle ampolle dei pesci rossi, o con gli anelli da tirare attorno a cigni di plastica, ci sono i parterre alla base di edifici in vetro e acciaio per uffici. Un altro esempio di una Milano che crea e distrugge, aspettando il nuovo Luna Park!

Broletto, Pasquirolo, Ronchetto… posti di Milano o luoghi naturali?

Abbiamo introdotto questa settimana con l’intervento su Ciabattine Piccine il tema della denominazione stradale e della toponomastica come memoria di alcuni elementi vegetali, tipici del territorio padano. Ritengo che l’argomento però non sia affatto esaurito. Anzi, vale la pena fare un ulteriore affondo, andando a costruire per i nostri lettori più interessati, un particolare percorso tematico da seguire, se non fisicamente, almeno idealmente… Partiamo quindi per questo nuovo e insolito viaggio con temi e nomi che abbiamo già incontrato nei precedenti articoli di Ciabattine: non si puo’ quindi non citare l’Ortica, il famoso quartiere dove la selvatica erba urticante era davvero infestante, o da termini come Pasquirolo (o pasquèe, in dialetto) che indicava per i vecchi milanesi, la zona umida libera da costruzioni dove per secoli le pecore andavano a brucare l’erba fresca, in un contesto già del tutto cittadino. Ancora oggi dietro il Corso Vittorio Emanuele possiamo visitare una chiesetta in mezzo ad uno spiazzo, dedicata a S. Vito al Pasquirolo.

Vista aerea del Ronchetto delle Rane

Vista aerea del Ronchetto delle Rane

A proposito di borghi, abbiamo già citato in passato anche il caso dei Tre Ronchetti o Ronchetto delle rane (oggi annesso al popoloso abitato del Gratosoglio). Il toponimo “ronco” e nelle sue più disparate accezioni negative, come Ronchettone o Ronchettino, deriva dal verbo latino runcare che significa disboscare, dissodare. E’ chiaro quindi che siamo in presenza di una porzione di territorio fortemente segnato dalla presenza umana fin dall’antichità, seppur all’interno di un’economia agreste. Ciò ci lascia supporre che prima dell’arrivo dei romani fossimo in presenza di una vasta foresta, poi disboscata per la messa a reddito, attraverso colture di pianura. “Ronco” diviene col tempo così un sinonimo di fondo, campo coltivato, spesso un vigneto, perché posto il più delle volte su un terrazzamento.

Lo specchio d'acqua di Via Laghetto con alle spalle il camapanile della chiesa di S. Stefano in Brolo.

Lo specchio d’acqua di Via Laghetto con alle spalle il campanile della chiesa di S. Stefano in Brolo, immortalato in un’atmosfera settecentesca.

Approfitto ancora della denominazione stradale per introdurre un ulteriore nuovo concetto. Prendiamo il caso di Via del Brolo, dietro la Chiesa di S. Stefano, detta appunto al Brolo. Sin dall’Alto Medioevo si indicava con questo termine, di origine celtica, un frutteto cintato; si trattava infatti di una vasta area annessa ai terreni del Palazzo Vescovile (Si!.. Quello che gira da Piazza Duomo fino a Piazza Fontana), che si estendeva allora fino alla Chiesa di S. Nazaro al Brolo appunto, sul Corso di Porta Romana. Naturalmente questa immenso proprietà includeva il Verziere (sull’asse della moderna via Larga), il cui termine deriva, contrariamente a quanto si pensa, non dal mercato della verdura (che effettivamente qui si svolse per centinaia d’anni!), ma da “Viridium”, cioè l’area a giardino retrostante l’ arcivescovado. Lo spiazzo cittadino aperto e incolto, detto Brolo, solo coi secoli successivi cominciò a connotare il luogo di raccolta della popolazione, soprattutto in occasione di cerimonie e comunicazioni ufficiali, fino a divenire sede delle istituzioni governative. Per cui a Milano e in Lombardia, col Medioevo, cominciarono a comparire una serie di Broli e Broletti.

Veduta absidale di S. Vincenzo in Prato.

Veduta absidale di S. Vincenzo in Prato.

Altre spia della presenza di particolari piante ed essenze si hanno dalle dedicazioni di alcune chiese, alcune ancora presenti, come nel caso di S. Vincenzo in Prato (già voluta dalle prime comunità cristiane tra i campi fuori dalle antiche mura romane sulla via che portava a Vigevano), altre scomparse come ad esempio S. Pietro all’Orto di cui è rimasto il solo toponimo nella famosa via nei pressi di Corso Vittorio Emanuele. Ci ricorda l’antico percorso tra gli orti ai tempi della prima romanizzazione della Mediolanum proto-romana, ma non solo: la presenza di giardini coltivati richiama inoltre la possibilità di un facile approvvigionamento d’acqua, fatto che risulta comprovato da un altro edificio sacro in loco (ormai scomparso anch’esso!) conosciuto come S. Giorgio al Pozzo Bianco, più famoso per essere il luogo dove fu ritrovata la statua romana del Scior Carera. Quanto a edifici sacri scomparsi possiamo citare anche S. Vittore all’Olmo, sul luogo del carcere omonimo. Fu chiamato così perché la tradizione vuole fosse il luogo di decapitazione del martire cristiano Vittore, in un boschetto di olmi nei pressi della Porta Vercellina. E ancora, non di meno, non è possibile non ricordare una delle chiese più antiche di Milano: la chiesa di S. Ambrogio ad Nemus presso il Borgo degli Ortolani. Preesistente alle fondazioni ambrosiane, forse fondata da S. Martino di Tour nel 356 come aula di culto cristiana, fu descritta come una cella di eremitaggio presso un bosco (ad nemus in lat.) poi capace di far nascere l’unico monastero maschile presente in città a quel tempo. Solo successivamente quindi fu dedicata al patrono della città, poiché posta al “vertice di Milano”, così come nel disegno che aveva concepito il vescovo.

Particolare di una mappa della Milano spagnola con S. Ambrogio ad Nemus presso il borgo degli ortolani in una mappa

Particolare di una mappa della Milano spagnola con S. Ambrogio ad Nemus presso il borgo degli ortolani in una mappa

Nelle vicinanze inoltre la ricchezza d’acqua aveva generato una peschiera, ricordata ancora oggi dal nome di una via nei pressi.

Altri edifici sacri sorti lungo fiumi o rivi ci ricordano i nomi dei corsi d’acqua della nostra città, ormai spariti o tombinati, come la chiesa di S. Siro alla Vepra (dal nome del canale che da Nord-Ovest convogliava le acque dell’Olona in città), S. Giovanni in Conca (presso l’area impaludata nei pressi dell’attuale Piazza Missori), S. Maria alla Fonte (in Via Chiesa Rossa, sul Naviglio) o quella di S. Maria alla Fontana (per la fonte miracolosa nell’attuale zona Isola).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nomi, piante, fiori, frutta e città…

Oggi tratteremo di alcune vie di Milano dedicate alla vita agreste e ai prodotti che la fertile terra della pianura alluvionale del milanese ci ha regalato per secoli, così come avevamo fatto per le strade che hanno preso il nome di alcuni animali.  Anche il preambolo è identico a quello svolto in occasione della toponomastica legata agli animali (spesso da cortile): non sono altro che il retaggio e la memoria di una vita contadina che si svolgeva fino al XIX sec. fin dentro le mura, dove non era insolito imbattersi ancora in aie, stalle e cascine ancora funzionanti.

Di insediamenti rurali, all’interno delle vecchie mura, almeno fino all’800, ne esistevano parecchi, a iniziare da quello più famoso, il Borgo degli Ortolani: questo a ridosso della tenuta di caccia dei Visconti, lungo l’attuale Via Canonica, ha garantito per secoli, ma in maniera più sistematica dal Trecento, ortaggi e cipolle a tutta la città. Non a caso era detto anche borgh di scigulatt, cioè la zona dei produttori di cipolla. Favorevolmente esposti e ben irrorati dal fiume Nirone (che scorreva lungo l’asse viario principale) e dalle diverse rogge della zona, gli orti retrostanti i corpi abitativi e le cascine disposte a pettine lungo la già citata strada, avevano garantito per secoli un singolare connubio tra ambiente cittadino (l’unico al di fuori delle mura spagnole, a Nord, seppur a ridosso) e una fitta realtà rurale, fatta da micro-imprese agricole.

Riproduzione della Milano spagnola con l'individuazione del già esistente Borgo degli Ortolani.

Riproduzione della Milano spagnola con l’individuazione del già esistente Borgo degli Ortolani.

La storiografia e la cartografia storica ci insegna che molte zone di Milano, che oggi sono per noi solo dei popolosi quartieri di questa città, fino all’Unità d’Italia (nel caso dei Corpi Santi) o in alcuni casi, addirittura, con l’avvento del fascismo (ad es. Greco, Turro, ecc) erano dei comuni indipendenti gravitanti intorno a un antico nucleo rurale circondato da campi.

Ma torniamo nello specifico, al tema di questo intervento: ci sono strade del centro storico che ricordano nel nome ciò che vi si coltivava o la presenza di qualche particolare essenza arborea. E’ il caso di Via della Vigna, per la presenza di un esteso terreno, coltivato appunto a vigna, accanto a una ormai perduta cappella protocristiana detta appunto S. Pietro alla Vigna (proprio dietro Corso Magenta), oppure della Via Pioppette o della Via Sambuco (in zona Ticinese) o della Via del Lauro, per la presenza di arbusti di alloro lungo le mura romane.  O ancora della Via Olmetto, che prende il nome nome della rigogliosa pianta che stava quasi dinanzi allo sbocco della contrada dei Piatti.

Veduta del Verziere (attuale largo Augusto) 1852, dipinto di Angelo Inganni.

Veduta del Verziere (attuale largo Augusto) 1852, dipinto di Angelo Inganni.

Altre denominazioni viarie indicano alcune attività o particolari servizi legati ai prodotti agricoli: è il caso di Via Erbe (una piccola traversina tra Brera e il Castello), dove si svolgeva un mercato di ortaggi e verdura (magari non famoso come il Verziere!), ma esistente fino alla fine del XIX sec. Nei pressi vi era anche un mercato della frutta che si svolgeva in una via omonima, ora scomparsa. Ma solo dal 1872, tra la porzione destra del Foro Bonaparte e la via che ancora conserva il nome di “Mercato”, su un vasto isolato veniva addirittura organizzato una struttura commerciale coperta di quasi 3000 mq, che si sviluppava intorno a due cortili centrali, e in cui si vendevano frutta e pollame. Successivamente all’inizio del XX sec., il mercato viene soppresso e sull’area viene costruito l’imponente stabile ospitante, ai piani inferiori, l’omonimo Teatro delle Erbe. Un altro bell’esempio ci è offerto dalla Via del Torchio, già detta Contrada del Torchio dell’olio, dove le olive provenienti dal vicino comasco, potevano essere trattate.

Antica incisione raffigurante un vecchio frantoio, simile a quello che doveva esserci nella via del Torchio.

Antica incisione raffigurante un vecchio frantoio, simile a quello che doveva esserci nella via del Torchio.

Non posso non fare un accenno all’interessante caso di Via Orti. Essendo nata come viottolo in una zona in cui si alternavano poderi agricoli e aree cimiteriali lungo la via consolare romana, con la caduta dell’impero, l’area fu impaludata e abbandonata. Ma nel XIII sec., arrivando fin qui i terreni dell’abbazia di Chiaravalle, l’intera proprietà recintata da siepi e fossati seguì il destino delle floride bonifiche dei cistercensi. Da questo momento si testimoniano nuove edificazioni lungo la strada, con la creazione di un primo borgo agricolo. E Fino al XIX sec. la via mantenne l’aspetto rurale, con presenza di alcune osterie, di servizio alla strada per Lodi. Non a caso nei pressi si può scorgere ancora oggi Via Braida, termine longobardo che definisce le zone di confine fra città e campagna, e che indica uno spazio erboso, un podere cintato, che vale anche per la più famosa Via Brera, che ne è semplicemente una corruzione dialettale.

Vicende che riguardano toponimi scomparsi e che connotano zone verdi, spesso dedite a colture sono collocate lungo l’asse di Via Manzoni. Prima della dedicazione al nostro grande scrittore ottocentesco, la strada infatti, veniva chiamata Corsia del Giardino, per la presenza dei tanti parchi tra i ricchi palazzi e della rigogliosa vegetazione con cui era abbellita la vecchia arteria tanto ammirata per questo da Stendhal. La più moderna e limitrofa Via dei Giardini in realtà sarà aperta solo nel 1939, danneggiando o tagliando a metà gli estesi terreni delle case e dei palazzi, spesso demoliti.

I Giardini comunali Perego sono un piccolo angolo sopravvissuto del parco del Palazzo Perego di Cremnago, demolito dopo l'ultima guerra.

I giardini comunali Perego (con ingresso da Via dei Giardini) sono un piccolo angolo sopravvissuto del parco del Palazzo Perego di Cremnago, demolito dopo l’ultima guerra.

Il nome della vicina Via Spiga, invece è da ricondurre, secondo alcuni, all’effigie di una spiga apposta o su un’antica lapide o davanti a una vecchia osteria. In realtà i cereali per uso alimentari si vedevano in Via Farine (dietro il Cordusio) dove vi era una ben più lunga e importante Contrada dei Farinai, e dove sorgeva l’edificio del mercato delle Farine, col magazzino di granaglie. Per uso animale invece, i mangimi si potevano acquistare in Via Fieno (dietro la sede INPS di Piazza Missori) poiché fin dal tempo dei Romani vi si teneva il mercato delle balle e della paglia.

Se poi si vuole chiudere con un bell’omaggio floreale, bisogna tornare a Brera, dove peraltro c’è un famoso orto (botanico): qui si trovano le famose Via Fiori Chiari e Fiori Scuri (o Oscuri). Ma questa è un’ ”altra storia”….