Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli: non l’avrei mai letto se non fosse stato per Francesco Musolino

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La milanese sui libri è una donna fortunata, ormai è il mio incipit. Questa volta la fortuna consiste nell’avere fra gli amici quel Francesco Musolino che ha fondato @stoleggendo e che è un appassionato di libri tanto quanto me. Ha sicuramente un occhio diverso dal mio, perché è un uomo, perché fa il giornalista, perché è più giovane, perché è un altra persona semplicemente.

Ora io dalla copertina questo libro non l’avrei mai comprato. E nemmeno dal titolo. Non che non siano belli o forti. Tutt’altro. Ma non sono attraenti. Non per me.

Però sono una donna fortunata e oltre ad aver adocchiato se non letto molte buone cose su questo libro, tra tutti il pezzo di Antonio D’Orrico (al quale sono riconoscente per diverse recensioni ma soprattutto per la chiacchierata dell’anno scorso con Pierre Lemaitre e per aver diffuso Trollope), ho sentito l’entusiasmo di Francesco Musolino.

E ho deciso di fidarmi.

Ho finito Atti osceni in luogo privato ieri sera che erano quasi le due. Mi ha accompagnato negli ultimi viaggi in treno, la mattina e la sera. L’ho trovato pieno di grazia, a dispetto di quel titolo. Molto poetico, a dispetto di quella copertina. L’ho trovata una storia, di una crescita, di un amore, di una famiglia, di un uomo, così seria e profonda e pura e delicata, che forse aveva bisogno di essere mascherata con quel titolo e con quella copertina. L’ho trovato “compelling”, cosa che di solito si dice dei gialli, dei romanzoni romantici. L’ho trovato proprio bello.

E devo aggiungere che per un lettore/lettrice, le tappe della crescita e della vita che passano attraverso i libri è una bellissima lente da utilizzare per se stessi, per ritrovarsi o confrontarsi o allontanarsi… Per non dire nulla sul frammento di Whitman, che mi fa sempre sempre commuovere.

E sono stata particolarmente contenta. E’ una delle cose grandi dell’amicizia e della lettura, scoprire qualcosa a cui da sola non saresti mai arrivata, oltrepassare il pregiudizio e le remore, entrare in un luogo in cui non ti saresti avventurata e trovare il tesoro che altrimenti avresti perso.

Buon sabato e buona lettura!

 

 

Scritture e segreti: storia di un’idea che ha trovato le “Parolexdirlo”. In un ebook

“Le parole per dirlo” era un bellissimo libro di Marie Cardinal con cui io, e tante altre ragazze della mia generazione (chic after fifty) sono cresciute. Una frase che mi è rimasta in mente e in mente mi è ritornata, e mi ritorna tante volte. Perché anche se scrivo solo post e tweet e simili, sono pur sempre parole. Ancora e sempre uno dei modi più forti e più ricchi che abbiamo per esprimere quello che abbiamo dentro.

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Parolexdirlo è un ebook appena pubblicato da Donna Moderna con Scrivo.me (il portale di self-publishing Mondadori): raccoglie 41 racconti scritti dalle lettrici e altri 13 firmati da scrittori importanti.

Che cosa c’entra la ciabattinasx ovvero la milanese sui libri, direte voi?

C’entra perché scrive, anche se molto sporadicamente, su scrivo.me, e lavora per Mondadori, e mette il naso dappertutto e non appena fiuta che c’è un progetto interessante cerca di contribuire anche lei.

Nel suo blog ora tutto nuovo Monica Triglia, che fa il vicedirettore di Donna Moderna anche se mi detesterà per averlo detto, racconta come è nato il progetto. Così mi risparmio di raccontarlo io, ché potete leggerlo qui

http://www.monicatriglia.it/lecosebelledelmiolavoro/#more-280

E nel blog Giorni Moderni Giusy Cascio racconta il dietro le quinte. Che potete leggere qui

http://giornimoderni.donnamoderna.com/cultura/parolexdirlo-ebook-di-donnamoderna-e-scrivo-me

Che cosa mi è piaciuto di questo progetto? Innanzitutto il tema del segreto: la lettera che le lettrici di Donna Moderna erano invitate a scrivere, era una lettera in cui si svelava qualcosa di inconfessabile. Qualcosa che non si poteva dire a voce, guardandosi in faccia. Qualcosa che anche quando si pensa che sia dimenticato, è dentro di noi e ci prende alla sprovvista, un ricordo indesiderato, la paura di essere scoperti. I segreti sono bugie, si dice nel bel libro Il cerchio, di Dave Eggers, di cui vi ho parlato un po’ di tempo fa. Mi sono chiesta tante volte se era vero o no. Ancora adesso non ne sono tanto sicura. Però i segreti sono ingombranti, si gonfiano con il tempo, cercano le parole per essere detti.

E anche per i segreti e per le parole, cercare è ancora più importante che trovare. Per cui penso che le signore, signorine e ragazze che hanno partecipato hanno fatto qualcosa di importante, per se stesse se non altro. E si sa, non si può cominciare altro che da se stessi.

Qui potete scaricare gratis il libro: http://www.scrivo.me/2015/02/24/parolexdirlo/

Buon giovedì e buona lettura!

 

Homo pluralis di Luca De Biase: no agli allarmi, si alla consapevolezza

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Ecco la milanese sui libri al lavoro di prima mattina. Non che normalmente non sia al lavoro di prima mattina. Solo che stamattina ci sono degli eventi alla Social Media Week di Milano e quindi comincio più tardi del solito e scrivo il post prima di andare al lavoro anziché dopo.

Con il caffè.

Del resto nell’Homo pluralis ci sta anche quello.

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Ci sono andata ieri, alla presentazione di questo libro. Da donna fortunata quale sapete che sono, sono stata invitata (ringrazio Codice Edizioni). Mi ha fatto sorridere il tweet di Barbara Sgarzi, che ho visto a fine presentazione, e intitolava Fifty shades of gray la foto dei tre relatori, Ferruccio De Bortoli, Luca De Biase e Morgan, ognuno con la sua variante di capelli grigi, brizzolati anzi.

Doveva essere una presentazione interessante, direte voi. E infatti lo era. Alla Fondazione Feltrinelli. Parecchio affollata, anche, che ci ho messo un po’ a potermi sedere.

Come sempre, vi dirò che cosa mi piace e mi è piaciuto. Innanzitutto il porsi ancora una volta il problema delle macchine e del peso e influenza che hanno nella nostra vita. De Biase ha ricordato come Ungaretti, si, il poeta, che è stato futurista e quindi credeva nelle macchine e ne esaltava la bellezza, ebbene Ungaretti nel 1953, scrivendo sulla rivista Civiltà delle macchine, scriveva di essere preoccupato per l’avvento dell’elettronica, perché le macchine avrebbero potuto superare gli uomini e togliergli l’immaginazione…

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Ma ho trovato interessante soprattutto quello che si diceva sulle piattaforme. Su come possano essere costruite per permettere delle azioni intelligenti e utili. Le piattaforme civiche, come ad esempio CIVICI, lo strumento di consultazione pubblica per le riforme costituzionali, sono luoghi dove non si dice “mi piace” o “non mi piace” ma si danno contributi veri e pensati. E naturalmente, se alla gente chiedete di dirvi solo mi piace o non mi piace lo fa, ma se gli chiedete qualcosa di più lo fa ancora più volentieri. Che il contesto sia importante se non determinante l’ha scoperto pure Facebook, quando segretamente ha fatto l’indagine su quanto vedere sul proprio wall messaggi ottimisti o pessimisti induceva ad essere più o meno sereni ed ottimisti. Che poi l’abbia fatto a nostra insaputa è grave assai, ma la rivalutazione del contesto è giusta. Ieri non è stato citato, ma Zygmunt Bauman ha sottolineato più e più volte nei suoi libri come sia terrificante essere ritenuti responsabili della propria vita in modo assoluto ed esclusivo, come se non ci fosse un contesto, come se le nostre scelte fossero fatte nel vuoto.

E a sostegno dell’importanza del contesto, delle piattaforme basate su dei progetti e non su dei like, Luca De Biase ha ricordato come anche la scoperta dei neuroni specchio va a confermare che siamo uomini, e donne, pluralis, definiti in primis dalle relazioni che intratteniamo con gli altri. Ed è essere consapevoli di questo che ci salverà, molto più di tutti gli allarmi che si possono strillare sulle macchine e la tecnologia.

Certo, poi si è detto molto altro. Ma io mi fermo qui. Un po’ perché devo andare a lavorare, un po’ perché penso che andrete a comprare il libro (lo fate sempre dopo i miei post, no?) e mi direte cosa ne pensate.

Io non l’ho ancora letto ma ce l’ho qui di fianco ed è nella to do list.

Buona giornata e buona lettura!

Lo yoga spiegato agli sciatori

Eh, già, e la milanese sui libri, quell’appuntamento del sabato che nessuno dei nostri amici e lettori si perdeva mai, dov’è finito?

Siamo stati in sciopero? O forse non si stampano più libri?

E ora ci tira fuori lo yoga e gli sciatori?

Tranq, come direbbero i giovani d’oggi. Anche se ancora non sembra, sto parlando di un libro: Insegnaci la quiete di Tim Parks. Il titolo originale, Teach us to sit still, mi piaceva ancora di più, perché con immediatezza mi riporta all’infanzia, a quei tanti momenti in cui bisognava stare seduti fermi… ma era impossibile, con tutto quello che c’era al mondo da vedere e scoprire!

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Ora questo libro è uscito da un po’ di tempo, e io l’ho letto ancora prima che uscisse e ho anche avuto la fortuna sfacciata di conoscere l’autore (per lavoro, s’intende!). E mi è tornato in mente quando ero a sciare in Trentino (qualcuno dei nostri seguaci più accaniti può aver visto qualche foto sul mio nuovo blog Chic After Fifty, che è un blog di moda e quindi ne posso parlare perché non minaccia il nostro ciabattine). State sempre pensando che meno il can per l’aia e non vengo al punto? Il punto è che nel gruppo con cui ero in montagna c’era un’istruttrice di yoga, e le abbiamo chiesto se ci faceva delle lezioni après ski e lei ce le ha fatte ed era bellissimo. E di yoga si è parlato a tavola, perché è uno di quegli argomenti su cui tutti abbiamo un’opinione anche se non ne sappiamo niente. E così mi sono ricordata di Tim Parks, e di Insegnami la quiete.

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Perché Tim Parks era uno scettico, lo dice anche nel sottotitolo. Ma aveva un serio problema di salute, e quando si è trovato a firmare le carte prima di entrare in sala operatoria senza sapere bene come ne sarebbe uscito, beh a quel punto si è ricordato di un medico ayurvedico che in India, ancora prima che i sintomi della malattia fossero insopportabili, gli aveva indicato le ragioni psichiche di quella malattia. Ci vogliono anni ed un intero libro, bellissimo ripeto, ed anche dolorosi cambiamenti, perché l’autore stia meglio e si liberi dei sintomi. Ma la strada per guarire non è quella di togliersi un organo, riempirsi di velenosi medicinali o stordirsi di pareri medici. La strada è capire. Capire se stessi. E Tim Parks lo fa attraverso lo yoga e la meditazione, discipline verso le quali nutriva una profondissima quanto immotivata diffidenza, e che si rivelano non solo la sua salvezza ma anche un modo per riprendersi la sua vita.

E adesso dicci cosa c’entrano gli sciatori, sento che mi state gridando dal fondo. C’entrano perché lo sci è uno sport meraviglioso ma estremamente tecnico, in cui alle volte è difficile ricordarsi che è il nostro corpo che guida gli sci. Non solo ci sono tutti gli accessori tecnici, ma un sacco di posizioni innaturali che però funzionano, e la mente spesso non ce la fa a tenergli dietro. E quando si scende dagli sci si è tutti un po’ strani, io per esempio continuo a sciare per tutta la notte… E lo yoga, per quanto semplificato come era il nostro, per principianti e ignoranti, diciamolo, lo yoga ti riporta a percepire il tuo corpo, a sentire tutte le diverse parti una a una e così sentire anche che formano il tuo corpo, ed è anche difficile, abituati come siamo a buttarci qua e là e correre e pretendere prestazioni da campioni.

Ecco adesso siete soddisfatti. E datemi retta, andate in libreria o su Amazon o in biblioteca o dove volete e prendetevi Insegnaci la quiete. Se non ci fosse ordinatelo. E poi fatemi sapere. Si accettano scommesse…

Buon sabato e buona lettura!

“Chi manda le onde”, il nuovo romanzo di Fabio Genovesi

Che La milanese sui libri sia una donna fortunata lo sapete, ve l’ho ripetuto fino allo sfinimento. Ma lo devo ribadire un’altra volta.

Perché ho letto per dovere un libro che avrei letto per piacere: “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi. Fabio lo conosco da tempo, e da quando lo conosco mi è simpatico. Abbiamo anche in comune la Toscana: lui è di Forte dei Marmi, io sono cresciuta a Pisa. Il suo libro Esche vive è tutto ambientato nelle campagne intorno a Pisa, quelle che percorrevo in bicicletta negli anni inquieti dell’adolescenza. Li avevo dimenticati, ma ora tutte le volte che ci passo di fianco, con il treno o con la macchina, li guardo con affetto.

E quando scrivevo su Piumedoca mi aveva regalato una bella storia, di lui e suo padre che pescavano. La trovate ancora sul blog. Trovate anche i vecchi articoli. Era un bel blog, mi è piaciuto farlo.

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Ma ora bando alle digressioni. “Chi manda le onde” era piuttosto atteso, qui in casa editrice. Forse perché era un po’ che Fabio non scriveva un nuovo romanzo. Forse perché durante un incontro aveva raccontato di essere stato ispirato, per il libro, da tutto quello che il mare porta alla spiaggia durante l’inverno, rifiuti tra cui si nascondono preziose evocazioni e regali inaspettati. Forse perché ha una bella voce, ed era bello immaginare di sentirgli leggere delle pagine (come spero farà durante qualche presentazione). O forse così, solo perché si ha voglia di un bel libro.

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E poi il libro è arrivato. Sull’iPad, per me. E ho provato di nuovo quella bella sensazione di quando sai che tra poco tornerai a casa e potrai rimetterti a leggere. E quella brutta sensazione di quando il treno è arrivato a destinazione e devi smettere di leggere…

No, non vi racconto la trama. Vi dico solo quello che mi è piaciuto: i personaggi con quella loro sfiga tipicamente italiana, ma anche gli stessi personaggi con una personalità inconfondibile e indelebile; i posti di villeggiatura in inverno, quei paesi di mare bellissimi e lasciati deserti, desolati ma fascinosi; la commistione dei linguaggi, onirico, surreale, dialettale, gergale, raffinato; le situazioni paradossali, così finte da essere vere e così vere da sembrare inventate; il mescolamento tra un surrealismo magico e una quotidianità squallida. Non credo di saperlo descrivere meglio. Vi direi solo di leggerlo….

Buon martedì e buona lettura!

 

 

Di libri femminili e di lettrici, con un pizzico di polemica verso il mondo dell’editoria

La milanese sui libri ha deciso di cominciare il 2015 con un pizzico di polemica.

Non è che l’ho fatto apposta, o che ho aspettato questo fatidico anno per tirar fuori “lo spirto guerrier ch’entro mi rugge” (il correttore automatico ha corretto rugge in rughe, secondo me ha letto il titolo ed è già pronto). E’ che ho cominciato l’anno con tre libri. Due sono femminili. Il terzo no. E qui casca il primo asino.

La categoria dei libri “femminili”, pur essendo vasta e variegata, è uno di quei luoghi comuni che tutti capiscono (che tutti capiamo). Sono per lo più scritti da donne, analizzano i sentimenti, approfondiscono l’amore, prendono le storie dalla vita reale (che ha sempre superato la fantasia) o raccontano storie che potrebbero essere la vita reale; lo fanno con più o meno garbo e abilità; avvolgono e coinvolgono spesso al punto che i personaggi sembra di conoscerli davvero e la mattina ci si sveglia pensando al protagonista e chiedendosi come sta. Ma la categoria dei libri “maschili”? Quella non esiste. Non vi verrebbe mai da dire “è un libro maschile” e se lo diceste nessuno capirebbe a cosa vi riferite.

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E dunque leggo due libri femminili e uno no. “Una più uno” di Jojo Moyes è appena uscito. “I segreti di mio marito” di Liane Moriarty e “La grande bugia” di Luke Brown escono tra qualche giorno. Sono tutti e tre Mondadori, quindi sapete che li ho letti per lavoro oltre che per piacere.

Di Jojo Moyes ho già parlato perché mi piace. Ha quel modo appunto femminile di raccontare: vita vere, personaggi veri, situazioni vere; uno stile diretto, britannicamente scanzonato ed ironico; e un modo di tirarti dentro nella storia che ti sembra di essere entrato in un rabbit hole da cui non sai se e come uscirai (ma di certo non ti preme di uscirne!).

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Liane Moriarty è superfamosa nei paesi anglosassoni e sta facendo fiorire il “psichological thriller” ovvero quel thriller in cui non conta tanto la scoperta del colpevole quanto le mutazioni e le alterazioni che un delitto provoca, in chi l’ha commesso, in chi è parente o vicino di chi l’ha subito, e in tutto il mondo circostante. E “I segreti di mio marito” è esattamente questo. Quanto a “La grande bugia”, esordio dell’editor diventato scrittore Luke Brown, ambientato nel mondo dell’editoria e della Londra letteraria, pieno di alcool e di droghe, è una storia di diversi livelli di fallimenti personali e lavorativi, di riscatti e pentimenti, di dolore e di amicizia, in cui il perdono arriva gratuito e inaspettato (come fa sempre il perdono, peraltro).

Ora, è chiaro anche a voi leggendo questi miei ipersintetici e personali commenti che se doveste regalare un libro a una ragazza o a una signora scegliereste uno dei primi due, e se lo doveste fare a un uomo scegliereste il terzo.

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Fin qui tutto bene, più o meno. Ma c’è una cosa che Luke Brown mette in luce, credo volontariamente e consapevolmente, che è questo: le redazioni. gli uffici degli editori, le feste dell’editoria, le fiere del libro sono piene di donne belle, intelligenti, eleganti, indipendenti, colte; ci sono sempre più donne che uomini; ma i boss sono sempre uomini. E ce n’è un’altra che ho notato io (e certo con me moltissimi altri): che le donne leggono molto di più degli uomini, che molti uomini non leggono affatto, ma la categoria “libri femminili” non è neutra o semplicemente funzionale. Ha un sapore amarognolo, di qualcosa di leggermente inferiore; non drammaticamente inferiore, per carità; non esattamente spregevole; ma neppure elogiativo.

E sono cascati altri due asini.

Faccio cadere il quarto dicendo che per molti anni, sebbene fosse chiaro che erano le donne quelle che leggevano di più, si producevano molti più libri “non femminili” che libri “femminili”. Poi un giorno qualcuno si è accorto di questa bizzarria e siamo stati invasi (o meglio invase) da una sovrapproduzione di libri “femminili”. Al punto che adesso credo molte donne storcano giustamente il naso di fronte alla categoria e a molti dei suoi contenuti.

Voi sapete che le ciabattine sono per la parità. Parità e differenza. Uomini e donne non sono uguali, ma hanno uguali diritti e devono avere uguali opportunità. Per ragioni di sopravvivenza, se non altro. E dunque la ciabattinasx, alias milanese sui libri, vorrebbe proprio che abbandonassimo queste categorie. Si sa che le categorie sono utili anche se semplificano e costringono. Quindi se proprio dobbiamo usiamole per mettere ordine in una biblioteca o in una libreria. Ma per giudicare, cerchiamo di essere più sottili, più fantasiosi, più articolati.

E regalate Luke Brown alla vostra migliore amica, Liane Moriarty a vostro padre e Jojo Moyes al vostro compagno. Poi scrivetemi i commenti!

Buona domenica e buona lettura!

Chi legge che cosa: il destino dei libri è imprevedibile

Quelli tra voi con cui sono in contatto via Facebook avranno visto che con l’anno nuovo mi sono rimessa in pari con la lettura di The Guardian, e sanno che per me pochi parlano di libri in modo più divertente e interessante del giornale della perfida Albione. Dunque il 6 di gennaio, mentre qui si parlava di scope ed epifanie, sul Guardian c’era l’articolo How to be a winner: the books that inspire Mark Zuckerberg and other high flyers.

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Dunque il nostro Mark decide che quest’anno leggerà un libro a settimana, perché i libri ci permettono di andare in profondità… Hot water sotto i ponti! E ne parlerà, come peraltro facciamo noi tutti lettori. E comincia con La fine del potere di Moises Naim che tra l’altro è Mondadori, e che gli è stato suggerito nientepopodimeno che da Bill Clinton. La cosa bella, per Mondadori e per chi si occupa di libri, è che La fine del potere è andato subito esaurito. Non che se ne fossero stampate milioni di copie, il titolo è come dire un po’ di nicchia, ma il potere della fama non guarda in faccia a nessuno. Mark Zuckerberg ne ha decretato il successo, almeno fino al prossimo titolo del suo personale book club.

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E siccome tra i buoni propositi del nuovo anno ci potrebbe essere quello di diventare ricchi e potenti, l’autore di How to be a winner è andato a vedere che cosa leggono i ricchi e potenti. Vladimir Putin, per esempio, tra una battuta di caccia e un appello al popolo, legge le poesie dei Omar Khayyam; Sheryl Sandberg, la capessa di Facebook, si istruisce con A short guide to a happy life di Anna Quindlen, Bill Gates impara da Business Adventures di John Brooks, che dice essere tutta un’altra cosa rispetto ai libri di business; e tutti elogiano L’arte della guerra di Sun Tzu (l’unico che esiste in italiano, versione Oscar Mondadori).

Forse perché diventare ricca e potente non è tra i miei propositi per il 2015, ma nessuna di queste letture mi ha fatto aprire una nuova finestra sul computer e loggarmi ad Amazon per scaricare il libro. Quello di Moises Naim lo conoscevo, anche se superficialmente, e un po’ mi incuriosisce, ma non batte la curiosità verso Il capitale di Thomas Piketty

Ma naturalmente ben vengano le riscoperte dei libri. Vi sarà capitato, dentro una grande libreria, di sentire, dopo un po’, scemare quell’euforia che vi aveva preso all’ingresso, e sentir subentrare lo scoramento, che se anche da oggi in poi leggeste soltanto, non ce la fareste mai a tenervi in pari con quello che viene pubblicato, e a recuperare tutto quello che viene dimenticato. E quindi, che sia il sempre giovane Zuckerberg o il critico letterario che ha riscoperto Stoner, noi lettori saremo sempre felici ad avere di fronte un libro tutto da scoprire…