Tanti preziosi tesori d’arte da scoprire nel nostro Castello

Abbiamo più volte trattato il tema del Castello Sforzesco in occasione di alcuni interventi su Ciabattine, ma non abbiamo mai parlato dei magnifici musei che la città ospita fra quelle vetuste mura. Tra questi uno su tutti, a mio parere, per conoscere nel profondo Milano, ha più dignità di essere visitato da un ragazzino: non quello, seppur interessante, degli Strumenti Musicali, non quello Egizio (che mai potrà tenere testa a quello torinese appena rinnovato), non di certo quello del Mobile (fin troppo pretenzioso per i più piccoli), ma il Museo d’Arte Antica. Da tanto tempo volevo parlarvene per esortarvi a visitarlo coi vostri figli. Lì potrete scoprire opere meravigliose, provenienti da chiese sconsacrate, già depredate di tanti tesori, più spesso demolite. Ma non c’è solo arte sacra, ma autentici pezzi di storia milanese, angoli di una città che non c’è più, come l’arco della Pusterla dei Fabbri (uno degli accessi alla città medioevale), che vi accoglie subito all’ingresso e che un tempo si rifletteva sul Naviglio del Molino delle Armi (oggi inghiottito dalla cerchia della circonvallazione più interna) alla fine di Via Cesare Correnti, in un’anonima piazza, oggi dedicata alla Resistenza Partigiana.

Pusterla dei Fabbri, all'ingresso del museo

Pusterla dei Fabbri, all’ingresso del museo

E ancora il portale di un palazzo rinascimentale scomparso o il Monumento sepolcrale del feroce Bernabò Visconti, relegato qui dopo essere stato cacciato da Carlo Borromeo dalla chiesa ormai distrutta di S. Giovanni in Conca (di cui rimane oggi la sola facciata, acquistata e trasportata dai valdesi in Via Francesco Sforza, e l’abside con la relativa cripta come spartitraffico di Piazza Missori). Nelle sale non è difficile imbattersi in affreschi originali, come nel caso delle lunette delle volte, dove campeggiano ancora gli stemmi araldici di alcune famiglie spagnole che occuparono Milano come governatori della città e castellani. Ma tra tutte le sale una su tutte non può non lasciare incantati come un bambino con gli occhi puntati al cielo, quella ricoperta dai tralci attribuita a Leonardo da Vinci, un tempo dedicata ai banchetti e ai giochi, oggi nota come Sala delle Asse.

Leonardo da Vinci, volta affrescata della sala delle Asse

Leonardo da Vinci, volta affrescata della sala delle Asse

Fra tutti questi gioielli, come in un forziere, ne vorrei estrarre fra tutti uno, per raccontarvene storia, rischi e collocazione. Scelgo fra tutti questi monili la Pietà Rondanini, che qui stava fino a qualche mese fa nell’ultima sala, detta degli Scarlioni (chiamata così per le decorazioni bianche e rosse zigzagate) dove i duchi di Milano ricevevano e davano udienza. E allora direte voi, perché chi scrive intende parlarci di un’opera che non c’è più? Parto allora dal raccontarvi di come l’opera dello scultore fiorentino Michelangelo Buonarroti, realizzata in tarda età e per questa non finita, sia giunta al Castello: per voce dell’artista Pietro da Cortona nel 1652 l’opera risulta essere in una bottega romana. Nel 1744 viene acquistata dai marchesi Rondanini, da cui trae il nome attuale, che la collocarono in una nicchia della biblioteca del loro palazzo romano. Quest’ultimo fu acquistato con il suo prezioso contenuto dal conte Roberto Vimercati-Sanseverino e l’opera, rimasta nell’edificio fu collocata su una base di epoca romana, del periodo imperiale. Alla morte del conte, la Pietà comincia il suo viaggio, poiché gli eredi la spostano in una loro villa fuori porta. Nel 1952, succede un fatto insolito, per quei tempi (stiamo parlando del dopoguerra e i fondi scarseggiano!): viene acquistata dal Comune di Milano, grazie a una sottoscrizione a cui partecipa tutta la cittadinanza, come simbolo di una volontà di rinascita (le Pietà michelangiolesche sono tra i massimi esempi del Rinascimento, stavolta con la R maiuscola). Perfezionato il passaggio di proprietà viene destinata alle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco, che non trovano però una collocazione adeguata all’interno delle sale.

La struttura dello studio BBPR (foto BBPR)

La struttura dello studio BBPR, dopo la conclusione dei lavori, vista dal retro (foto BBPR).

Vengono chiamati dei professionisti, lo studio BBPR, acronimo degli esponenti più illuminati del modernismo milanese (autori di architetture oggi celebri, come la Torre Velasca, ad esempio) . Ebbene, questi producono una struttura concava, una sorta di abside, all’interno della Sala degli Scarlioni ove collocare la Pietà: ci si può comodamente girare intorno, in una sorta di percorso meditativo intorno alla Passione del Cristo. Insomma, un azzeccato allestimento museografico moderno, ospitava un altro capolavoro rinascimentale che poggiava a sua volta su una base ancora più antica, di epoca romana.

Ecco come era collocata la Pietà fino a qualche mese fa, all'interno della struttura BBPR (foto exibart.com)

Ecco come era collocata la Pietà fino a qualche mese fa, all’interno della struttura BBPR (foto exibart.com)

Veniamo allora a quello che è successo negli ultimi mesi, direi, in occasione dei preparativi, per l’inizio di Expo. Il Comune di Milano, con la direzione del Museo, ha fatto risistemare un’altra ala del Castello, già usata come ospedale degli armigeri spagnoli (chiamata per questo Ospedale degli Spagnoli) per ospitare temporaneamente e “più degnamente” la Pietà, depauperando così il Museo della sua opera più interessante e lasciando l’allestimento del BBPR come un’arca vuota. In verità si riteneva che l’opera com’era collocata non permetteva il grande afflusso di visitatori, che le ragioni del mercato oggi richiedono. Naturalmente ciò ha suscitato grandi entusiasmi e grandi polemiche e persino un convegno al Palazzo Pirelli, a cui peraltro ho assistito.

Il nuovo allestimento all'Ospedale degli Spagnoli al Castello Sforzesco, con ingresso dedicato, a pagamento! (foto bitculturali.it)

Il nuovo allestimento all’Ospedale degli Spagnoli al Castello Sforzesco, con ingresso dedicato, a pagamento! (foto bitculturali.it)

Mi permetto di concludere con questa amara riflessione: ci si chiede perché in Italia e in particolare a Milano il turismo culturale non decolli. Risposta: le politiche culturali di questo strano paese non passano per interventi atti alla sensibilizzazione e la comprensione del nostro patrimonio, favorendone soprattutto le nuove generazioni, ma attraverso investimenti in eventi temporanei o maquillage di discutibile gusto. Cari ragazzi, andare al museo deve essere un divertimento, ma non è come andare al circo!

La Cascina nascosta del Parco Sempione.

Una notizia di ieri letta su Corriere.it, ha colpito in maniera particolare la mia attenzione. Il titolo recitava così: si disvela la Cascina nascosta, angolo sconosciuto del Parco Sempione.

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Della sua presenza, come forse i più di voi, non ero al corrente, anche perchè in un’area chiusa al pubblico tra la zona della Torre Branca e il Palazzo della Triennale. Come si può apprendere si tratta di uno spazio ricavato nel verde, che per lungo tempo è rimasto poco o per niente utilizzato. Finalmente verrà restituito alla cittadinanza e “rianimato” da una serie di associazioni. Naturalmente leggendo più attentamente l’articolo e guardando le foto esplicative si comprende che non si tratti di uno spazio storico, come potrebbe esserlo un’autentica cascina. Ma ben restituisce la valenza agreste che in origine aveva il Parco Sempione, come vi avevamo già raccontato tempo fa, in un intervento che oggi vi riproponiamo proprio a ricordo di un panorama di Milano perso per sempre!

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli )

Adesso che inizia la bella stagione, spingetevi fino al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico, magari con questa storia del più antico e nobile giardino di Milano, nelle orecchie! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!

Il Castello Sforzesco: luogo di intrighi, storie e curiosità.

Durante i nostri giri con i bambini, noi di Ciabattine, abbiamo toccato più volte l’argomento Castello, se non in un intervento specifico, almeno tangenzialmente: in occasione del post sul Parco Sempione, che ci ha inquadrato l’area in cui sorge, ma anche quando abbiamo illustrano lo stemma di chi ha costruito e detenuto questa rocca nel passato. Questo che ci apprestiamo ad affrontare è un tema avvincente per tutti i bambini ed evoca un orizzonte fiabesco, cavalleresco e un tempo lontano, legato al periodo del ducato di Milano quando la nostra città era retta da una Signoria, a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento.

L’antenato di quello che conosciamo come il Castello Sforzesco era un lungo muro fortificato che andava, pressappoco, dall’attuale Pusterla di S. Ambrogio fino all’incrocio dell’attuale Via Ponte Vetero/Via dell’Orso. L’aveva fatto costruire il generale dell’impero romano-bizantino Stilicone alla fine del IV sec. per contrastare l’avanzata dei Goti che spingevano per introdursi nel Nord Italia. Abbandonato durante i secoli bui delle invasioni barbariche, solo alla metà del XIV sec. venne ripristinato per la creazione di una roccaforte difensiva del Comune, ormai stabilmente in mano ai Visconti, che però preferivano risiedere nel Castello di Pavia. Si dava vita a quel nucleo, proprio nella parte arretrata dell’attuale Castello, noto come Rocchetta. Solo con il secondo decennio del Quattrocento però si fecero opere di miglioria affinchè Filippo Maria Visconti ci potesse portare la sua sposa. I lavori fermati ben presto per una serie di sommosse della popolazione schiacciata dallo strapotere nobiliare, riprendono solo col cambio di passo degli Sforza (casato a cui è legato anche il nome dell’imponente costruzione), succeduti al comando della città alla metà del XV sec., soprattutto ad opera dell’architetto fiorentino Filarete, che realizza sul fronte principale la famosa torre. Ma fu Galeazzo Maria, il primo Sforza a pensare di far divenire il Castello un luogo dove vivere stabilmente lasciando la dimora di famiglia, nonchè la sede del potere fissata da anni nell’attuale Palazzo Reale. Ma la fortezza ben presto diviene da casa, vera e propria prigione per lui e i suoi fidi cavalieri che avevano osato ribellarsi contro la madre Bianca Maria, anima nera della politica di corte.

Cortile dell'elefante (foto di C. Dell'Orto per Wikipedia)

Cortile dell’Elefante (foto di C. Dell’Orto per Wikipedia)

 

Da questo momento all’interno delle mura cominciano a comparire stranezze: sotto un portico viene raffigurato un Elefante tanto che uno dei cortili, in fronte alla Rocchetta, prenderà il nome da questo animale esotico, che nel Quattrocento era tutt’altro che comune soprattutto a queste latitudini! In alcune sale interne viene raffigurato lo stesso duca in compagnia della moglie Bona di Savoia, i fratelli e i principali esponenti della corte mentre cacciano cervi e daini nel bosco. Nel 1477, si inizia a costruire la Torre di Bona, quella che sta nel mezzo del Castello, dominante la Piazza d’Armi: è composta da otto celle una sopra l’altra a cominciare da quella sotterranea. Nello stesso anno, il Castello diviene addirittura sede di uno dei due senati che si creano dopo l’uccisione di Galeazzo Maria Sforza, detto anche Consiglio segreto, con a capo Bartolomeo Calco, fiduciario della vedova di Galeazzo Maria. Nel 1480 Lodovico il Moro, preso il potere con la forza, fa segregare nella Rocchetta il figlio di Galeazzo Maria, sottraendolo alla tutela della madre Bona di Savoia e divenendo egli stesso tutore e quindi capo del governo del Ducato.

cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto sailko per Wikipedia)

Cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto Sailko per Wikipedia)

Lodovico il Moro è colui che chiamerà a corte Leonardo da Vinci per affrescare la Sala dell’Asse con un ombrello di rami e foglie intrecciate e per studiare una serie di opere idrauliche sui Navigli, vera autostrada della Milano del tempo. Ma sarà anche l’ultimo duca di Milano, perché caduto il Castello nelle mani francesi nel 1499, si aprirà un periodo di occupazione straniera che durerà fino all’Unità d’Italia nel 1861. Nel 1521, per uno scoppio delle polveri, dovuto probabilmente ad un fulmine, crolla la torre del Filarete (quella che vediamo oggi infatti è una libera riproposizione dell’inizio del Novecento!). Nel 1527, una volta che gli Spagnoli si impossessano della città, ordinano a Cesariano il rinforzo delle difese del Castello con le Tenaglie, fortificazioni che si allungano fino all’attuale MM Moscova!!

Da un'antica mappa: le fortificazioni del Castello con la Tenaglia

Da un’antica mappa: le fortificazioni del Castello con le Tenaglie

Ma ciò non toglie che intrighi e congiure di palazzo minino la sicurezza della neo-colonia spagnola proprio dall’interno. Infatti nel 1551, essendo scoperta una congiura che mira a consegnare il Castello ai francesi, Giorgio da Siena (detto Sanese) è squartato vivo e la sua testa resterà per molti anni esposta sul torrione del Castello, come monito per tutta la cittadinanza. Il sistema difensivo viene arricchito successivamente di una serie di bastioni in forma stellare, intono alla fortezza, che sua volta diviene il diadema al centro del giro dell mura a forma di cuore, che ora inglobano l’intera città.

La città di Milano alla fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

La città di Milano raffigurata in una mappa della fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

Nel secolo successivo, il governatore spagnolo, minacciato dall’ennesima invasione francese fa aggiungere sei Mezzelune ai bastioni del Castello. Questi saranno smantellati solo nel 1805, in occasione dell’incoronazione di Napoleone. Durante i moti del 1848, Radetzky, fuggito pricipitosamente si barrica qui, per dirigere le operazioni militari. Alla fine delle V Giornate, con la città nelle mani dei rivoltosi, il Governo provvisorio fa abbattere la parte alta dei torrioni. Il Castello è destinato ad usi civili, per la prima volta dopo tre secoli! Dopo una serie di progetti per il riutilizzo del castello, solo intorno al 1880, si profilò la volontà e la sensibilità di conservare il monumento, e di farne degna sede di istituzioni culturali, artistiche e storiche cittadine, circondandolo di spazi a verde. Il tutto nella maniera in cui è giunto fino a noi, per ospitare le civiche raccolte museali. Lungo la cortina interna, a sinistra della Piazza d’Armi furono infine raggruppati stemmi, colonne, materiali lapidei, e persino ciò che restava di due facciate di edifici rinascimentali, demoliti nel centro di Milano.

 

Quando il Parco Sempione era una riserva di caccia.

Adesso che inizia la bella stagione, portate i vostri figli a giocare al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico. E raccontate la storia del più antico e nobile giardino di Milano! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!

Bookcity ovvero Milano da leggere

Incomparabili Peanuts

Incomparabili Peanuts

L’altro ieri è finita Bookcity e ieri le pagine dei quotidiani davano soddisfatti il numero di visitatori, 130.000, e la crescita rispetto all’anno scorso, quando erano “solo” 80.000. Son proprio contenta, che la Milano da bere si sia trasformata nella Milano da leggere. #BCM13

il Castello Sforzesco nel suo fascino notturno

il Castello Sforzesco nel suo fascino notturno

Pare che il luogo più interessante e vivace fosse il Castello Sforzesco, ma io ero impegnata in altri incontro e non ci sono potuta passare. Però sarà l’influenza di Erreerrearchitetto che mi sta dando una visione di Milano che non avevo, anche solo geograficamente, sarà che una volta finita la kermesse ho potuto riposarmi, anche mentalmente, ma quando me lo hanno detto ho pensato beh, ha un senso, far ruotare un festival milanese intorno al Castello. C’è lo spazio, non costretto come nel centro intorno al Duomo. C’è la monumentalità, che si è conservata. C’è la storia, che i libri evocano quando non raccontano, e a cui sperano di essere consegnati a prescindere dal successo.

E poi ci sono stati tantissimi eventi. Per qualcuno troppi, e non abbastanza di qualità. Ma io, pensandoci a distanza, non penso che fossero troppi. O meglio, erano certo molti di più di quanti se ne potessero vedere o ascoltare. Ma si poteva scegliere. E contro quella corrente di pensiero che dice che abbiamo troppe cose tra cui scegliere e siamo in difficoltà, io penso che sia bello avere tante e anche troppe cose tra cui scegliere. Certo, ci si deve impegnare a scegliere. Ma non è un bell’impegno? E si può sbagliare. Ma si può vivere senza sbagliare? E non si tratta soltanto dell’essere cresciuti in un mondo in cui così tanta scelta non c’era. E’ proprio il fatto in sè, la ricchezza dell’offerta, che mi piace. Anche negli incontri di Bookcity. Dove ce n’erano anche di scarsa qualità, e dove ce ne sono stati di andati quasi deserti.
Aspettiamo ancora il capolavoro di Snoopy, tra l’altro…

La tosa che si tosa

La ben nota Porta Vittoria a Milano è una delle storiche porte d’ingresso alla città, così ribattezzata dopo la cacciata degli austriaci da Milano a metà dell’Ottocento in seguito alle famose Cinque giornate, che avevano visto i milanesi trionfare e liberarsi dal dominio straniero. In effetti il nome della porta, prima di questo storico evento, era quello di Porta Tosa. La domanda sorge spontanea: “Tosa” per rendere omaggio alle fanciulle della città (le “tose” o “tuse” in dialetto milanese)? La risposta è NO, absolutely. Il primo passo per saperne di più è fare un salto al Museo d’arte antica del Castello sforzesco, dove è conservato un bassorilievo del XII sec.  un tempo collocato sulla porta: esso raffigura una donna che si tosa il pelo pubico… Unknown

Dando per scontato che l’opera non si ispiri alle mode depilatorie attualmente molto in voga, dobbiamo dare credito a una leggenda dai due ipotetici finali. E ritornare ai tempi del Barbarossa. In una fase del suo assedio di Milano nel XII secolo, i cittadini milanesi tentarono di rompere l’accerchiamento con uno stratagemma in pieno stile “cavallo di Troia”. Di questo espediente architettato dall’epico Ulisse,  limitiamoci a conservare il nome della città: l’idea fu infatti quella di inviare all’esterno della Porta una professionista del lavoro più antico del mondo per distogliere l’attenzione dei soldati e lasciare campo libero ai milanesi per un attacco. Per avere più followers, come si direbbe oggi, la dama si esibì in una rasatura del suo strumento di lavoro. Ma sembra forse più plausibile la tesi che l’impudica donna raffigurata rappresentasse in tono di scherno l’imperatrice moglie del Barbarossa, che aveva raso al suolo Milano. Due storie, dunque, per una città che, come dice il proverbio è davvero unica: “De Milàn ghe n’è dumà vuun.”
 Di Milano (e non solo di mamma, quindi) ce n’è una sola.