Un nuovo regalo da Ciabattine: un itinerario dalle antichità milanesi a un quartiere nuovo di zecca!

Dopo che il Comune di Milano ha approntato l’ultimo tratto della pista ciclabile di Via S. Marco-Melchiorre Gioia collegandola da una parte con il Duomo attraverso un nuovo tratto realizzato su Via Brera e dall’altra andandola a innestare a quella appena inaugurata nel nuovo quartiere di Porta Nuova (con tanto di passerella sospesa), vi consigliamo un bel giro, da percorrere a piedi o in sella ad una bicicletta. Si tratta di un percorso agevolissimo, tutto in piano, consigliabile anche per i più piccoli, che impareranno ad apprezzare di più la città in cui vivono. In questa avventura, Ciabattine vi accompagna con i suoi “racconti” attraverso la “Milano che non si sa”, per scoprire cosa si può vedere lungo i due Km di questa nuova pista ciclabile. In altre parole, una Milano inconsueta, anche rispetto alle segnalazioni proposte dalle classiche guide turistiche, da godere da soli o con la vostra famiglia, approfittando della bella stagione.  A tal proposito, anche in questa nuova occasione, vi allego una mappa col numero successivo delle tappe, a cui sono collegati gli interventi sui quali troverete le spiegazioni (che forse avete già letto durante i nostri trascorsi appuntamenti settimanali). Con un click potete aprirli, stamparli e metterli nell’ordine prescritto e improvvisarvi ciceroni delle antichità milanesi, ma anche delle sue trasformazioni moderne.

Mappa itinerario Duomo-Porta Nuova (by Robert Ribaudo)

Mappa itinerario Duomo-Porta Nuova (by Robert Ribaudo)

1-     Duomo: Ma sulle guglie del Duomo hai visto chi ci sta?

2-    Via S. Redegonda: Milano 1880: il primo Natale illuminato (partendo da un monastero che ora è un supercinema!)

3-    Piazza s. Fedele: Un calderone al centro di Milano. Ma quanti centri ha avuto la città?

4-    Palazzo degli Omenoni: Un fortunatissimo uomo in carriera. E la casa degli 8 giganti

5-    Palazzo della Banca Commerciale: Le Case Rotte di Milano: il destino di un nome e la (s)fortuna di una famiglia.

6-    Palazzo Marino: Palazzo Marino: le mille e una leggenda

7-    Galleria Vittorio Emanuele: La Galleria de Milan: una Tangentopoli da fine ‘800 per il primo “centro commerciale”

8-    Piazza Scala: Piazza Scala come in un trailer: 2 palazzi, la movida di fin siècle e la prima edicola

9-    Teatro alla Scala: Perchè la Scala è la Scala

10-  Palazzo di Brera: Brera: un Orto e altre meraviglie!

11-   Ponte delle Gabelle e Naviglio di S. Marco: Chiuse, conche e barconi: silenzi e rumori del Naviglio di S. Marco

12-  Via Melchiorre Gioia, ang. Via Monte Grappa: vecchia Stazione della linea ferroviaria Milano-Monza:

13-  Nuovo quartiere di Porta Nuova

e area delle ex varesine

P.S. Naturalmente è possibile improvvisare il percorso a ritroso o dal punto per voi più comodo. Buona passeggiata!

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25 aprile 1945 a Milano. La storia? No, la geografia. Ovvero perchè è importante ancora una volta ricordare!

Il 25 aprile di 70 anni fa è ricordato in tutta Italia come il giorno della fine degli aspri combattimenti contro il nazi-fascismo che aveva tenuto in scacco per circa un ventennio il progresso democratico di un’intera nazione. Fu convenzionalmente scelta questa data nel 1949, per proclamare una festa nazionale, un giorno della memoria per quanti persero la vita per raggiungere l’obiettivo, prima di resistere e poi di liberare l’intero paese. Ma è chiaro che non tutte le città d’Italia furono espugnate dalle truppe alleate e dalle colonne partigiane lo stesso giorno. Nel caso di Milano, che è anche Medaglia d’oro per il valor militare nella guerra di liberazione, i combattimenti iniziarono effettivamente il giorno 25 aprile ma il crepitio delle armi cessò in realtà solo la sera del 28. Già dalla mattina la Divisione Valtoce, entrata in città col grosso delle formazioni partigiane provenienti dalla Val d’Ossola, si era impegnata in aspri combattimenti per l’annientamento delle sacche di resistenza, nei rastrellamenti, assistendo agli immancabili regolamenti di conti.

Festeggiamenti per l'ingresso delle colonne partigiane in Corso Buenos Aires

Festeggiamenti per l’ingresso delle colonne partigiane in Corso Buenos Aires

Solo il 29, una bella domenica di sole, la gente potè sentirsi sicura di uscire, per festeggiare la liberazione. Le strade si riempirono di cittadini per accogliere con manifestazioni di giubilo le colonne alleate che sfilavano per la città e anche per episodi meno edificanti come l’esposizione al pubblico ludibrio dei cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e di 15 gerarchi giustiziati a Dongo il giorno precedente.

Iniziamo quindi proprio dalla fine, da Piazzale Loreto per illustrare una piccola geografia dei luoghi della Resistenza e della Liberazione di Milano. A quel tempo il piazzale tristemente famoso, era il capolinea per le autocorriere dirette in alcune località suburbane a nord e per Bergamo. Era anche dotato di un grande distributore di carburante, con una grande pensilina. Il luogo per il macabro festeggiamento non fu scelto a caso; poiché all’alba del 10 agosto del 1944 era già stato teatro dell’eccidio di quindici prigionieri, rinchiusi nel carcere di San Vittore per motivi politici. Furono trucidati per rappresaglia dai repubblichini agli ordini del comandante della polizia di sicurezza nazista. I poveri corpi furono ammucchiati a terra, dove rimasero fino a pomeriggio inoltrato. L’esecuzione doveva servire da monito per la popolazione, che sgomenta, rinominò il luogo “Piazza dei Quindici Martiri”. A ricordare il tragico evento fu messo un cippo dedicatorio, poi sostituito dal monumento di Giannino Castiglione realizzato nel 1960.

Il monumento ai Quindici martiri in Piazzale Loreto, ang. Viale Brianza di fronte all'UPIM

Il monumento ai Quindici Martiri in Piazzale Loreto, ang. Viale Brianza di fronte all’UPIM

Un altro luogo tristemente noto in quei giorni era l’Albergo Regina, in angolo tra Via S. Margherita e Via Pellico, oggi scomparso. Era divenuto il quartier generale nazista delle SS a Milano dal 13 settembre 1943 al 30 aprile 1945. Da qui il comandante delle SS Theodor Saevecke ordinava deportazioni e rappresaglie ai danni delle forze di opposizione (compreso l’eccidio di cui abbiamo parlato prima), nonché la persecuzione degli ebrei milanesi. Una lapide in marmo qui apposta dopo la fine del conflitto bellico, reca questa iscrizione: “Qui, dove era l’Albergo Regina, furono reclusi, torturati, assassinati, avviati ai campi di concentramento e di sterminio, antifascisti, resistenti, esseri umani di cui il fascismo e il nazismo avevano deciso il sistematico annientamento. Una petizione popolare ha voluto questa lapide, per la memoria del passato, la comprensione del presente, la difesa della democrazia, il rispetto dell’umanità”. ”
Qui infatti fu tenuto prigioniero Ferruccio Parri. Lo stesso gen. Rodolfo Graziani sarà condotto all’Hotel Regina da agenti dei servizi segreti statunitensi per sottrarlo alle forze partigiane nei giorni
della liberazione.

La sede della Decima E. Mori in Via Rovello.

La sede della Legione E. Muti in Via Rovello.

Un sito della “vergogna” fu quella porzione del Palazzo Carmagnola su Via Rovello, dove dal 1947 ha sede il Piccolo Teatro. Questo edificio dal 1937 ospitava le sale ricreative del dopolavoro dei dipendenti comunali, compresa un’aula destinata a riviste di avanspettacolo e cabaret. Ma nello stesso periodo, i sotterranei erano utilizzati dal regime fascista per i servizi di controspionaggio e per l’opposizione interna. Nel 1943 diviene la sede della Legione Muti comandata da Francesco Colombo, estromessa solo il 26 aprile 1945, famosa per i massacri e le angherie perpetrati ai danni di partigiani torturati e spesso poi assassinati nei prati della periferia.

In questa veloce disamina non si può non citare la Stazione Centrale con i suoi binari nascosti, quelli cioè che dovevano portare via, lontano dalla vista indiscreta dei cittadini milanesi, gli oppositori al regime o gli ebrei, fino ai campi di concentramento in Germania. Già nell’agosto 1943 aveva subito una feroce devastazione a seguito dei violenti bombardamenti che colpirono la città, ma non fu sufficiente per scongiurare il peggio. Infatti tra il dicembre 1943 e il maggio 1944 dai binari sotterranei cominciò il triste esodo frutto dei rastrellamenti. Pochi tornarono anni dopo per raccontare. Per quelli che non sopravvissero oggi è nato un Memoriale della Shoah presso il famigerato binario 21.

Il binario 21, all'interno del Memoriale, sotto la Stazione Centrale

Il binario 21, all’interno del Memoriale, sotto la Stazione Centrale

Un posto a parte merita il Carcere di S. Vittore, ancora oggi luogo di detenzione. Infatti durante il fascismo diviene anche carcere politico. Le sue mura assisteranno alla prigionia di centinaia di oppositori al regime, milanesi e non. Tra i tanti vale la pena ricordare Mike Bongiorno (in quanto cittadino americano, membro di nazione nemica), Indro Montanelli, Liliana Segre, o lo stesso Ferruccio Parri, dopo l’interrogatorio all’hotel Regina, dove era stato riconosciuto. Nel luglio 1943, dopo l’arresto di Mussolini, escono i prigionieri antifascisti. Ma dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, con l’insediamento della Gestapo fu anche peggio poiché centinaia di italiani soffrirono umiliazioni, patimenti e torture. Alcune guardie carcerarie che compirono gesti di umanità nei confronti dei prigionieri subirono la stessa sorte.

Altro luogo che uno non si aspetta di trovare in questo pellegrinaggio è la sede del Corriere della Sera. Via Solferino era un luogo nevralgico per le informazioni. Subito prima dello scoppio della II Guerra Mondiale nella via vi era il Comando Difesa territoriale. Proprio a due passi dalla redazione del illustre quotidiano. Ma il ruolo del giornale si fece via via più incisivo nei giorni della Resistenza, un vero punto di riferimento. In tipografia si stampavano le pubblicazioni del Comitato di Liberazione Nazionale e fogli clandestini. Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della Repubblica sociale e della Gestapo all’interno era stato organizzato un servizio di avvistamento e allerta continuo, per avvertire i colleghi ricercati dai nazifascisti. All’interno del giornale si ebbero anche azioni di guerriglia. Molti lavoratori pagarono duramente, con la detenzione o morendo in un lager.

Tra i siti teatro di atrocità e fucilazioni non si può dimenticare il Campo Giuriati o l’Arena Civica. Qui alcuni detenuti nel carcere di San Vittore per attività antifasciste, vennero fucilati per rappresaglia contro l’attentato al federale di Milano Aldo Resega.

Villa Triste già Fossati, con al centro la chiesetta di S. Siro alla Vepra

Villa Triste già Fossati, con al centro la chiesetta di S. Siro alla Vepra

E ancora non si può tralasciare uno strano posto, fuori dal centro. Si tratta della Villa Fossati poi detta Triste in Via Paolo Uccello, che incorpora le vestigia della chiesetta rinascimentale di S. Siro alla Vepra. Durante la seconda guerra mondiale diverrà sede della banda di Piero Koch, che vi portava i detenuti politici antifascisti per sottoporli alla tortura. Sul cornicione della costruzione furono installati 24 riflettori e nei sotterranei allestite cinque celle. In qualche periodo vi furono stipate fino a un centinaio di persone. Le urla dei seviziati si sentivano fin dalla strada e ci furono proteste da parte della popolazione. Intervenne lo stesso cardinal Schuster. I componenti della banda furono arrestati tra il settembre e il dicembre ’44. La famiglia Fossati, proprietaria della villa, saputo dello scempio avvenuto, decise di non abitarla più e lasciarla in eredità a un istituto religioso.

In questa disamina vogliamo ricordare anche gli ultimi caduti per la Liberazione: sono i partigiani di Via Lodovico il Moro. La sera del 25 aprile 1945, nella zona del Naviglio Grande, una sessantina di garibaldini della 113ª brigata Garibaldi SAP, con solo cinque mitra, dieci moschetti, una decina di bombe a mano e “numerosissime rivoltelle non completamente cariche” bloccano un’autocolonna tedesca che punta sulla città. La colonna fa dietro-front. Ma sul terreno rimangono tre vite che non vedranno mai Milano liberata.

Studio BBPR - Monumento in onore dei caduti nei campi di sterminio nazisti, al Cimitero Monumentale

Studio BBPR – Monumento in onore dei caduti nei campi di sterminio nazisti, al Cimitero Monumentale (dal sito del Comune di Cinisello Balsamo)

Sono cosciente di non ricordare le centinaia di vite di cittadini comuni caduti per i loro alti ideali, spesso trucidati sotto le loro case o deportati nei campi di sterminio. Ma la pietà di chi è sopravvissuto ha spesso ricordato il loro sacrificio con una lapide posta sulla facciata della casa dove non è più tornato.

Un itinerario pensato per voi, ne La Milano che non si sa!

Con l’inizio della bella stagione, aspettando l’immancabile appuntamento con gli eventi del Fuori Salone (del Mobile) e in attesa che abbia inizio la kermesse di Expo, credo che valga la pena ricordare a grandi e piccini quante meravigliose scoperte può rivelarci il cuore di Milano. Noi lo ribadiamo ormai da mesi e oggi lo vogliamo sottolineare facendovi riscoprire il fascino della “vostra” Milano. L’invito lo inviamo con una proposta di un itinerario che avevamo già presentato su Ciabattine qualche tempo fa e che, magari, qualcuno di voi ha già sperimentato. Qualora non lo aveste fatto, vi consigliamo dunque, una bella passeggiata alla scoperta delle tante meraviglie che ci regala la più misteriosa delle città d’Italia.

Con la nostra rubrica sulle curiosità di Milano per i più piccoli (sempre rigorosamente accompagnati!), vi regaliamo l’opportunità di raccogliere una seria di vecchi interventi pubblicati su “La Milano che non si sa”, per creare un itinerario inconsueto rispetto alla classiche guide turistiche, da poter realizzare coi vostri amici o ospiti in visita. Un’occasione unica quindi per passare un paio d’ore diverse e poter vedere il centro della nostra città con occhi più attenti alle bellezze che vi si nascondono dentro! A tal proposito, vi allego una mappa col numero successivo delle tappe, a cui sono legati gli interventi sui quali troverete le spiegazioni (che forse avete già letto durante i nostri trascorsi appuntamenti settimanali). Con un click potete aprirli, stamparli e metterli nell’ordine prescritto e improvvisarvi ciceroni delle antichità milanesi.

Mappa dell'itinerario

Mappa dell’itinerario

1- Milano 1880: il primo Natale illuminato (partendo da un monastero che ora è un supercinema!)

2- Ma sulle guglie del Duomo hai visto chi ci sta?

3- La Galleria de Milan: una Tangentopoli da fine ‘800 per il primo “centro commerciale”

4- Palazzo Marino: le mille e una leggenda

5- Piazza Scala come in un trailer: 2 palazzi, la movida di fin siècle e la prima edicola

6- Perchè la Scala è la Scala

7- Le Case Rotte di Milano: il destino di un nome e la (s)fortuna di una famiglia.

8- Un calderone al centro di Milano. Ma quanti centri ha avuto la città?

9- Un fortunatissimo uomo in carriera. E la casa degli 8 giganti

10-Ma a Milano, la campagna dov’era? In centro!

Una volta offertovi, con i nostri racconti, nel corso delle ultime puntate della rubrica, atmosfere e aneddoti, ora avrete così la possibilità di poter ripercorrere voi stessi, (anche fisicamente) un itinerario alla ricerca di un’altra Milano. Buona passeggiata!

…E NOVITA’ FRA LE NOVITA': se vi piacciono i nostri racconti sulla “Milano che non si sa” e siete interessati all’organizzazione di uno o più tour personalizzati, anche a tema,  possiamo guidarvi alla scoperta della nostra città, facendovi indossare un paio di lenti speciali: quelli della meravigliata curiosità! Per informazioni o semplicemente per darci suggerimenti, potete scriverci a:

infociabattine@gmail.com

Il vecchio Marchiondi nel ricordo di un nostro lettore e la rinascita in una nuova zona di Milano

Condividiamo con piacere il contributo di un nostro lettore, Massimo Clara, che ha preso a cuore la causa del Marchiondi, per motivi familiari, come potrete leggere più sotto. Ci riporta alla memoria quel difficile e buio periodo tra il trasferimento dei ragazzi dalle strutture di Via Quadronno a quelle poi progettate nel dopoguerra dall’architetto Vittoriano Viganò. In quel lasso di tempo che fine fecero i ragazzi tratti in salvo dai devastanti bombardamenti del ’42-43?

“Durante la seconda guerra l’istituto Marchiondi contava circa 200 ragazzi e una cinquantina di addetti. Rimase in via Quadronno fino all’autunno/inverno del ’42, quando iniziarono i primi sporadici bombardamenti inglesi su Milano (quelli “pesanti” avvennero solo nel ’43, avendo a quel punto gli americani a disposizione le basi aree della Sicilia conquistata). Su iniziativa del direttore fu trasferito a Castel Palú, nei pressi di Vipiteno, in Alto adige, identificando -grazie al fratello che lí viveva- nel posto una zona idonea e ben protetta dall’alleato tedesco. Dopo l’otto settembre i tedeschi, determinati a vendicare il “tradimento” invasero la regione con i peggiori propositi. Non di meno venne riconosciuta e rispettata la funzione sociale dell’istituto e fu organizzato un treno per il trasferimento delle 250 persone a Corbetta, vicino a Magenta. Lí rimase fino al termine del conflitto, e nell’estate del 45, riparato il tetto bruciato a causa di una bomba incendiaria, rientrò alla base di via Quadronno. Il direttore ( dal ’35 al ’45) era Erminio Clara. Mio nonno”.

Le strutture del Marchiondi di Via Quadronno in una vecchia foto del 1930 (da www.skyscrapercity.com)

Le strutture del Marchiondi di Via Quadronno in una vecchia foto del 1930 (da http://www.skyscrapercity.com)

Ecco un esempio di come si salvaguarda e si perpetua la memoria di una città come Milano e degli individui che la abitano e l’hanno fatto grande! Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che l’edificio di Baggio, allora nella più lontana periferia di Milano, sostituì il vecchio e malandato complesso  di Via Quadronno, solo a seguito di un concorso ad inviti degli inizi degli anni’50 per la costruzione di una nuova e più moderna sede, con una declaratoria tra le più all’avangurdia per la rieducazione dell’infanzia “perduta”. La vecchia sede, all’ingresso di Porta Vigentina, era considerata ormai una fatiscente costruzione concepita come istituzione repressiva del secolo XIX. Il concorso, bandito dall’Istituto tra il 1952/53, fu seguito da una prestigiosa giuria composta dall’arch. Giovanni Muzio (presidente), dall’architetto Luigi Moretti, dall’architetto Renzo Gerla del Comune di Milano e dall’ingegnere Franco della Porta, sotto la supervisione degli stessi educatori dell’Istituto Marchiondi. Il risultato fu un capolavoro dell’architettura modernista, progettato non come una scatola anonima, ma molto attento alla funzione e alla “libertà” dell’individuo. Ispirata al principio sia visivo che compositivo di uno schema aperto, la struttura fu considerata anche successivamente un esempio paradigmatico per l’architettura contempornea, tanto che il modellino plastico del progetto è esposto al MOMA di New York. Gli edifici trasparenti sono ritmati sulle facciate da interessanti elementi verticali prefabbricati usati come brise-soleil.

Una foto di com'era il marchiondi di Via noale a Baggio prima dell'abbandono all'incuria e al vandalismo.

Una foto di com’era il Marchiondi di Via Noale, a Baggio, prima dell’abbandono all’incuria e al vandalismo.

Luce e verde sono valori caratterizzanti dell’intero complesso creato per ospitare ragazzi preadolescenti e adolescenti (con un’ammissione tra gli 8 e i 14 anni). Fu concepito quindi non come un riformatorio con un impianto distributivo da collettività uniforme in camerate, bensì con spazi interni organizzati in stanze-letto da 12 unità, senza una necessaria coabitazione notturna tra ragazzi ed educatori, nel preciso scopo di infondere nei singoli individui uno spirito di autonomia. Per gli educatori fu realizzata una vera e propria casa-albergo in porzione tangente al convitto. Allo stesso tempo furono pensati anche un fabbricato di soggiorno collettivo, detto dei “centri di interesse” e di riunione “per gruppi”, edifici scolastici per la formazione e un centro medico. Persino l’arredo interno fu concepito nel rispetto della persona, non con un grande locale guardaroba, ma in un sistema organico di armadi-guardaroba, a doppia fronte, tangenti ad ogni stanza-letto. Ogni letto fu completato su un fianco da un cassoncino in legno privato, per riporre i propri effetti personali. Allo stesso tempo, durante il giorno, nei locali scolastici, ogni ospite aveva in dotazione un proprio banco singolo e un proprio armadietto.

Marchiondi, la città dei bambini “sfortunati”, oggi forse cambia destino.

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Milano, dopo anni di volontario abbandono all’incuria e al vandalismo, ha deciso di accettare l’invito del Demanio dello Stato, a vendere il Marchiondi, l’enorme complesso progettato dall’architetto modernista Vittoriano Viganò negli anni ’50 per il disagio minorile: molto meno di un carcere come il Beccaria, ma molto di più che una scuola tipo “riformatorio”! E’ per questo che oggi vi inviatiamo a rileggere un nostro intervento scritto in tempi non sospetti.

A Milano esiste una città dei bambini, abbandonata! E’ uno di quei posti per ragazzini “speciali”, come lo sono i Martinitt, di cui abbiamo parlato nel primo contributo di questa rubrica. Ebbene oggi i Martinitt e le Stelline, i bambini orfani o in difficoltà, dopo tanto girovagare, hanno, oltre ad un museo, una sede tutta loro in Via Pitteri, in quel di Lambrate. Ma nella vecchia Milano, tra le varie istituzioni assistenziali dedicate all’infanzia disagiata, vi era un luogo chiamato Marchiondi, dal nome del suo fondatore, un padre somasco. Gli ospiti di questa grande “colonia” erano detti appunto Marchiondini o Barabitt, e come i primi avevano dato un grande contributo ai moti insurrezionali delle V Giornate del’ 48. Il vecchio milanese ricorda ancora il “barabitt” come sinonimo di bambino discolo, dispettoso. Per il bimbo monello additato di qualche marachella si usava dire te mandi in di barabitt, a significare “ti spedisco in collegio”. Pare che il nome dialettale derivasse, non tanto da Barnaba come qualcuno era portato a pensare, essendo la loro sede nel XIX sec., presso i cortili quattrocenteschi dell’Umanitaria in Via S. Barnaba, ma da Barabba. Si, proprio il furfante che Cristo aveva sostituito sulla croce, per volere del popolo di Gerusalemme. Perché questo oscuro nome per dei semplici bambini poco fortunati? Il Marchiondi, finito dalla fine del XIX sec., al Quadronno, era una sorta di riformatorio, il luogo per l’educazione dei minorenni traviati, o meglio ancora come recita la sua ragione sociale, l’istituto per la protezione del fanciullo.

Il piccolo Segantini fu uno degli "sfortunati" ospiti del Marchiondi

Il piccolo Giovanni Segantini fu uno degli “sfortunati” ospiti del Marchiondi

Qui i bambini “difficili” venivano affidati alle pratiche correzionali. Ma nella maggior parte dei casi la loro condotta, cosiddetta immorale, era dovuta a sfortuna, a miseria e abbandono. Tra le tante testimonianze ricordiamo quella del giovane Giovanni Segantini, poi divenuto il pittore alfiere del divisionismo, che privato di un ambito familiare vero e proprio, viene avviato dalla vita al vagabondaggio. Nel 1870 è rinchiuso nel riformatorio Marchiondi di Milano, dal quale tenta di fuggire nel 1871 per poi rimanerci fino al 1873.

    Le rivolte al Marchiondi non erano infrequenti, così come i tentativi di fuga. La copertina del Corriere Illustrato ricorda quella del 1903

Le rivolte al Marchiondi non erano infrequenti, così come i tentativi di fuga. La copertina del Corriere Illustrato ricorda quella del 1903

Dopo questo preambolo, per raccontare dell’antica istituzione milanese, nota come Opera Pia Istituti Riuniti Marchiondi-Spagliardi, riparto dall’incipit. Questa cittadella dell’infanzia, che fu ricostruita nel dopoguerra a Baggio, dopo che la più vecchia sede di Via Quadronno fu demolita perché irrimediabilmente compromessa dai bombardamenti della II Guerra Mondiale, oggi versa in stato di abbandono. Non solo, un patrimonio di strutture edilizie immerse in 25.000 mq di parco, di proprietà comunale, quindi dei cittadini o meglio dei bimbi di Milano, è oggi terra di disperati e nomadi. Tutto lasciato all’incuria, in quel panorama di miseria tipica delle aree dismesse, avvolto nella desolazione e riconquistato in qualche parte dalla natura. Il Comune ha voltato le spalle al Marchiondi: sostiene che il restauro dei corpi edilizi sia anti-economico; il Politecnico che ha tentato una via per il recupero ha potuto solo mettere il suggello a questa triste e miope logica, la stessa che conta il PIL di una nazione solo in termini economici.

La precisa collocazione dell'area Marchiondi, a Baggio, tra Via Noale e Via Antonio Mosca.

La precisa collocazione dell’area Marchiondi, a Baggio, tra Via Noale e Via Antonio Mosca.

C’è un ma….Pochi sanno che a seguito del fatto che l’istituto fu chiuso negli anni ’70 e che la proprietà dell’immobile nel 1985 passò al Comune di Milano, il progettista Vittoriano Viganò chiese ed ottenne nel 1995, tra i pochi in Italia per la qualità architettonica della sua opera, il riconoscimento dell’artisticità del manufatto. Il critico d’arte, Bruno Zevi, in una articolo redatto dopo la sua costruzione, nel 1958, coniò per l’opera l’etichetta di “brutalismo “ architettonico, per l’uso dominante del cemento armato a vista, così simbolicamente aderente ai caratteri forti e rudi di questi ragazzi. Inoltre, per essere il complesso, un altissimo esempio di quell’architettura contemporanea figlia della ricostruzione, il modellino del progetto è oggi conservato al MOMA di New York e nel 2008 il Ministero per le Attività Culturali ne ha sancito con uno specifico vincolo l’interesse storico-artistico. Insomma, a due passi dall’area Expo, il mondo lo ammira e noi ne tradiamo le aspirazioni!

Uno dei corpi del Marchiondi al di là delle recinzioni, di nuova edificazione

Uno dei corpi del Marchiondi al di là delle recinzioni, di nuova edificazione (foto Lombardiabeniculturali)

Ma quel che più conta è la genesi del progetto. La costruzione del nuovo Marchiondi rivoluzionò da quel momento il modo di vedere le strutture correttive, concepite come “scuole di vita” più che come case di reclusione. Fu una visione rivoluzionaria frutto di una stretta adesione dell’architetto con le idee più illuminate e progressiste della nuova generazione di educatori. Viganò concepì infatti un complesso privo di sbarre, con una recinzione perimetrale formata da un muro basso come pura segnalazione di un confine più che come una delimitazione delle libertà. Lo stesso amava ricordare: “… chi ha veramente compreso il Marchiondi non sono stati gli organizzatori… I colleghi, i critici di architettura che pure mi hanno fatto tanti complimenti: sono stati i ragazzi. Non potrò, credo, dimenticare il grido di gioia con cui sciamarono dentro, l’entusiasmo con cui presero immediato possesso delle attrezzature, degli armadietti, dei porta-abiti…”.

Alla fine vince il Dragone!!

Vi ricordate come circa 20 giorni fa, abbia raccontato della disfida di Via Paolo Sarpi tra Biscione visconteo e Dragone cinese? Oggi apprendiamo dalle cronache locali che, con sommo dispiacere dei residenti, Chinatown ha preso il sopravvento e il portale orientale (anche se mobile) si farà.

Per chi si fosse appassionato alla vicenda riepilogo le puntate precedenti, riportando il nostro intervento del 12/03/2015.

Oggi le cronache milanesi di molti giornali rilanciano la notizia sull’ostinazione con cui la comunità cinese di Milano stia chiedendo da mesi un portale all’ingresso di Via Paolo Sarpi: un po’ per spirito di emulazione rispetto alle altre Chinatown delle grandi città del mondo, e un po’ per dimostrare come la conquista di quel milanesissimo lembo di Borgo degli Ortolani ormai sia nei fatti totale. Ma i residenti “milanesi” non ci stanno e, piuttosto che un dragone, sulla porta ci vorrebbero mettere il biscione visconteo. Allora ho pensato di riproporvi un nostro articolo per dimostrare che originariamente gli animali fossero in verità della stessa “razza”!!

Se volete raccontare una bella favola ai vostri bambini, magari accompagnandola ad una più gradevole passeggiata nel verde, non potete esimervi dal portarli al Castello Sforzesco. Si, perché il nostro castello è pieno di leggende, storie di intrighi, vicende di corte, lotte fra cavalieri e cortigiani, congiure di palazzo e altro ancora… Ma senza addentrarci nella complicata storia della Milano medioevale, possiamo rimanerne fuori… Ma si! Anche fuori dalla mura, per costeggiare il fossato e portarci sotto uno dei torrioni spagnoli (quelli tondi, per intenderci). Su quello di sinistra, per chi arriva da Via Dante, o il primo che si incontra sulla pista ciclabile arrivando dall’Arena, potete notare un enorme stemma visconteo, con il suo ben noto biscione, divenuto uno dei simboli più noti della nostra città, come abbiamo già raccontato in passato ai nostri lettori di Ciabattine.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Dunque dicevamo del serpentone visconteo… ma ci siamo mai posti la domanda sul perché della presenza del biscione che ingoia il bambinello? I più vecchi milanesi hanno sempre sentito parlare della vipera mangia bagat,ovvero mangia bambino. Ma l’antica dicitura ci porta lontano nel tempo, dando vita a più di una leggenda. Una di queste racconta del re longobardo Desiderio, che appisolatosi perché stanco dopo una dura battaglia e di un serpente che salito sull’elmo si allontana senza mordere il sovrano. Preso come segno del destino, il fatto fu acquisito a insegna dallo stesso. E forse poi ereditato dai Visconti, nuovi padroni di Milano.

Un’altra versione racconta che durante l’assedio di Gerusalemme, nel 1099, durante la prima crociata, Ottone Visconti, alla guida di 7000 milanesi, sconfisse in un duello il terribile nobile saraceno Voluce, che per sottolineare la sua presunta invincibilità, era solito combattere sotto il simbolo di un serpente che ingoiava un uomo. Così nella crociata successiva, questa immagine già appariva sui vessilli dell’esercito milanese.

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Un’ultima leggenda, ed è quella che a noi appassiona di più, vuole che dopo la morte di San Dionigi, nella metà del IV sec., un drago di nome Tarantasio giunse nei dintorni di Milano trovando dimora in una grotta presso il lago Gerundo, situato ben oltre le mura della città (forse presso un’ansa del fiume Adda). Si riteneva che tale mostruosità divorasse i bambini, fracassasse le barche ed il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria causando la febbre gialla. Dopo diversi infruttuosi tentativi di uccisione da parte di disparati cavalieri, giunse in città Uberto Visconti che affrontò e sconfisse il mostro prima che quest’ultimo potesse ingoiare del tutto un fanciullo che aveva già cominciato a bloccare tra le sue fauci. Volendo immortalare l’evento, lo stesso Uberto, leggendario capostipite della schiatta dei Visconti, si fece riprodurre il mostro sullo scudo e sull’elmo.

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Per i più grandi, la curiosità sta nel fatto che la storia del drago del Lago Gerundo fu di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, ideatore dell’immagine del cane a sei zampe dell’Eni. Inoltre il biscione accompagnerà tutte le vicende della storia milanese e segnerà il dominio dei Visconti anche sulle terre da loro conquistate. Confini che alla fine del XV sec. arrivavano fino a Bellinzona, in Svizzera, anch’essa con un biscione sullo stemma!

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

 

La Natura dentro il Liberty. E dentro una mostra per tutte le età!

Questa settimana voglio segnalarvi una mostra molto carina, “facile”, perché di dimensioni contenute e di agevole comprensione anche per i più piccini. Inoltre è gratuita… il che non guasta mai! Sto parlando de “La Natura dell’Art Nouveau” visitabile allo Spazio espositivo di Palazzo Lombardia (la nuova sede di Regione Lombardia).

Si tratta in realtà di una mostra itinerante con un format e un nucleo espositivo predefinito facente parte del progetto europeo “Art nouveau and ecology”, in cui i membri (siano nazioni o singole regioni) nel presentarlo sul loro territorio, lo declinano secondo il loro gusto: hanno la possibilità così di valorizzare anche opere che questa ricca stagione, sviluppatasi a cavallo dei secoli XIX e XX, ha prodotto sul proprio territorio.

Il manifesto della mostra

Il manifesto della mostra

Dopo un lungo tour per l’Europa, la mostra giunge in Italia, dove viene mostrata una interessante disamina di questo stile, che ha avuto le sue più significative espressioni nel triangolo formato dalla stessa città di Milano, la provincia di Varese e il Lago di Como, con qualche interessante appendice sulle sponde di qualche altro lago lombardo, non ultimo quello d’Iseo.

La mostra ha la funzione di valorizzare il ricco patrimonio che quella florida stagione nota storicamente come Belle Epoque ha prodotto: una sorta di incantesimo, nato dal benessere della prima rivoluzione industriale e conclusosi con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

L’esposizione, ben architettata dal prof. Maurizio Boriani del Politecnico di Milano e dall’arch. Fulvia Premoli, invita ad esplorare il “tempio della natura”, come celebrata da Charles Baudelaire: un mondo che accoglie i simboli, le scoperte scientifiche e le influenze provenienti da terre lontane (anche dall’estremo Oriente come dimostra il disegno di certi inusuali finestre sulle facciate). In alcuni casi ci sono addirittura i germi del Modernismo, con la parete interamente vetrata (grazie all’uso del gas o dei primi radiatori per il riscaldamento per compensare la dispersione termica). Nonostante la spinta alla modernità, è un movimento però motivato da ideali estetici, quasi utopico, per fuggire dalle brutture delle città annerite dalla industrializzazione, come racconta bene Dickens nel suo racconto “Hard Times”.

Vecchia stampa raffigurante la  centrale elettrica comunale di piazza Trento. entrata in servizio nel giugno del 1905.

Vecchia stampa raffigurante la
centrale elettrica comunale di piazza Trento, entrata in servizio nel giugno del 1905.

E’ quindi una sorta di ritorno alla natura, un tentativo di ritrovare il filo che lega l’uomo ad essa, dopo tanto sfruttamento e contenimento. Così il movimento si muove fra tecnologia industriale, promossa coi nuovi materiali e attenzione al dettaglio delle vecchie discipline artigianali, specie nell’uso sapiente del vetro colorato e del legno.

In particolare la tappa milanese propone una disamina dell’Art Nouveau – in Italia conosciuta come Liberty – riferita al territorio della Lombardia. Si è cercato di volgere lo sguardo oltre l’opera dei nomi e delle forme artistiche più note e acclamate, di cui pure la Lombardia presenta eccellenti testimonianze – tra queste l’arch. Giuseppe Sommaruga, autore di numerosi palazzi milanesi e villini del varesotto e comasco, Alessandro Mazzucotelli, artigiano del ferro, inventore di tanti parapetti in ferro battutto nonché dei lampioni di Piazza del Duomo, Mario e Eugenio Quarti, designer di tanta mobilia degli inizi del secolo, Marcello Dudovich, disegnatore e illustratore di tanti bei manifesti di film e affiche pubblicitari- e dei momenti più celebrati, come la milanese Esposizione Internazionale del 1906, tenutasi tra il Parco Sempione e l’area della vecchia Fiera.

Manifesto con una veduta dell'area interessata dall'EXPO del 1906, tenutosi a Milano.

Manifesto con una veduta dell’area interessata dall’EXPO del 1906, tenutosi a Milano.

Sono stati inoltre valorizzati alcuni interessanti esempi della realizzazione degli edifici industriali che proprio negli anni d’oro del Liberty andavano realizzandosi in tutto il territorio della regione, concentrandosi maggiormente a Milano, nell’alto milanese e nella zona di Bergamo.

Inoltre non si sono dimenticate le arti applicate “minori”, come il gioiello che proprio in quel periodo passava da bene per pochi agiati nobili e imprenditori, a oggetto di uso comune, grazie all’invenzione della placcatura, con rimandi al ricco Museo del Bijou di Casalmaggiore (CR), o le stoviglie e i vasi, come bene illustrano alcuni pezzi provenienti dal Museo Internazionale Design Ceramico (MIDeC) a Cerro di Laveno (VA), fino ad arrivare alla prima sartoria artigianale d’alta moda che vestiva le prime dive del cinema muto come la Bertini o la Duse, come mostrano alcuni filmati messi a disposizione dal Museo Interattivo del Cinema a Milano presso l’ex Manifatura Tabacchi.

Dudovigh Anno: 1909 Soggetto: “ Hellera “ da “ Adolphe” di B.Costant - Stampa Officine Grafiche G.Ricordi, Milano (Raccolta Salce, Museo Bailo ,Treviso)

Dudovich
Anno: 1909
Soggetto: “ Hellera “ da “ Adolphe” di B.Costant – Stampa Officine Grafiche G.Ricordi, Milano
(Raccolta Salce, Museo Bailo -Treviso)

Non mancano poi pezzi provenienti da alcune case private, ancora arredate con oggetti e mobili dell’epoca, ideati ad hoc per quegli spazi, così come voleva il gusto dell’epoca, e come si è trasmesso nel tempo, con lo sviluppo della figura del designer e del “fatto a misura”.

Insomma una serie di begli spunti che possono arricchire le vostre conoscenze e incuriosire e sensibilizzare i vostri ragazzi.

Mostra “La Natura dell’Art Nouveau”

26 marzo – 24 aprile 2015
Spazio Espositivo Palazzo Lombardia
Milano, ingresso da via Galvani, 27

Orari di apertura:
Lunedi – Venerdì: dalle 13.00 alle 19.00
Sabato: chiuso
Domenica: aperture il 29 marzo – 12 aprile – 19 aprile 2015 dalle 13.00 alle 19.00