Ma che città è questa qua: un ventennio di occasioni per Milano.

Dopo il commento sulla nuova esposizione della Pietà al Castello, allargo l’argomento all’intera città e non posso provare un certo disagio sul come è cambiato lo skyline di Milano. Non voglio farne un discorso da passatista legato ai paesaggi e agli scorci della “vecchia Milano”, ma vorrei riflettere con voi sul senso di certe operazioni immobiliari, soprattutto quelle ”verticali”, e sul fatto che queste abbiano effettivamente arricchito il panorama urbano.

L'albero della vita a Expo (AP Photo/Luca Bruno per post.it)

L’albero della vita a Expo (AP Photo/Luca Bruno per post.it)

Non posso esimermi dal partire con Expo: martedì 12 maggio il quotidiano inglese Guardian ha pubblicato un lungo articolo piuttosto severo del giornalista Oliver Wainwright, critico di architettura e design, dedicato all’Expo di Milano. Riporto alcuni stralci tratti dal Post.it: “Wainwright comincia descrivendo alcuni dei padiglioni, definendoli “un folle collage di tende ondulate, di pareti verdi e di ammassi contorti”. Wainwright ha intervistato Matteo Gatto, direttore del design dell’Esposizione, che ha detto: “Abbiamo cercato di costruire un palco su cui tutti gli attori potessero far sentire la loro voce”, anche se per il giornalista questa voce è decisamente troppo alta. Riassume poi le parole di un attivista No-Expo:“Dovrebbe essere una celebrazione dello slow food, dell’agricoltura locale e del mangiare sano. Lo slogan ufficiale è Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, ma è sponsorizzato da grandi corporazioni come Coca-Cola e McDonald’s. È tutta una truffa”. L’articolo definisce l’Expo di Milano come “la più controversa mai organizzata in Europa”, a causa delle spese sempre più elevate per l’organizzazione, dei ritardi sulla costruzione che avrebbero portato a spendere un milione di euro soltanto per le strutture che coprono i padiglioni non ancora finiti, e per la corruzione che è ancora presente anche nell’Italia “post-Berlusconi”. Molte delle esibizioni dei paesi sembrerebbero più appropriate in una fiera per agenti di viaggio, con immagini di scenari bellissimi mischiate insieme a giochi multimediali e assaggi di cibo tipico. Molti padiglioni vengono definiti kitsch, mentre il Palazzo Italia viene paragonato a un centro commerciale cinese. L’articolo poi passa ad analizzare la programmazione su quello che verrà costruito sul sito di Expo, dopo la fine della manifestazione: prima della costruzione della struttura attuale, che verrà poi smontata, c’erano campi coltivati e campagna, e l’idea iniziale era quella di creare un parco vivibile una volta finita l’Expo, ma il sito è stato coperto da una lastra di calcestruzzo. C’era poi il progetto di riaprire le vie d’acqua di Milano: i lavori sono stati iniziati, prima di scoprire che c’erano problemi tecnici alla base . Wainwright conclude dicendo che a suo parere questa formula di Esposizione Universale è ormai da considerarsi sorpassata e dannosa, poiché lascia una scia di debiti e distruzione dovunque passi”.

Uno scorcio del progetto Porta Nuova (foto di Luigi Alloni)

Uno scorcio del progetto Porta Nuova (foto di Luigi Alloni)

Lasciamo ora il sito Expo, che non sta certo a Milano (contrariamente a quanto dicono, se non per un piccolo lembo), ma a Rho, e passiamo adesso a esaminare le grandi operazioni immobiliari che si sono affacciate in città, negli ultimi decenni: non si può non partire dal progetto Porta Nuova, fino a ieri in mano ad un fondo immobiliare della società italo-americana Hines, con a capo l’arch. Manfredi Catella. Le passate giunte la spacciarono come la più portentosa opportunità che la città aveva in serbo, su una sorta di area dismessa, nota ai più come Repubbica-Garibaldi-Varesine. Era in realtà una vasta zona di risulta che il Piano Regolatore Generale degli anni ’60 aveva classificato come “Centro Direzionale”. Doveva diventare, per capirci, la City di Milano, con banche, uffici finanziari, residenze di prestigio, parchi, aree commerciali, comprese aree espositive. Una battaglia legale tra il Comune e un’ impresa costruttrice, spazzata via dagli scandali post tangentopoli, lasciò tutto cristallizzato per circa un trentennio. I progetti ci furono, si susseguirono, ma il piatto della bilancia ad ogni passaggio pesava sempre più dal lato dei privati e sempre meno sugli interessi civici. Fino ad arrivare alle giunte “liberiste” al potere tra la fine del vecchio millennio e quello nuovo che derogarono a tutti gli indici di fabbricabilità e altezza vigente e con un ruolo pubblico sempre più marginale. La fine la sapete e la potete vedere voi stessi, fin da fuori Milano! Una distesa di volumi e grattacieli senza nessun spirito compositivo unitario, oggi per il 60% di un fondo sovrano arabo.

CityLife vista da Luigi Alloni fotografo

CityLife vista da Luigi Alloni fotografo

Potremo fare lo stesso discordo per l’altra grande area della città completamente rinnovata: la vecchia Fiera. Rappresentava il sedime di un quadrilatero militare, dove tra l’inizio del sec. XX e il dopoguerra si erano misurati una serie di architetti, di primaria importanza e statura, in padiglioni tra i più avveniristici del periodo, sia dal punto di vista strutturale che stilistico (a questo ci aggiungo anche il limitrofo velodromo Vigorelli!). L’area, di proprietà pubblica, negli stessi anni ’90 viene abbandonata, la Fiera viene spostata in un sito industriale dismesso ben fuori i confini Nord-Ovest della città, noto oggi come Rho-Fiera : le esigenze di bilancio ne impongono la cessione ai privati. Un’asta pubblica la cede a un cartello di assicurazioni che anche qui hanno carta bianca; gli unici padiglioni salvati sono quelli all’ingresso di L.go Domodossola, perché i più vetusti, vincolati dalla Soprintendenza più per ricordarne la destinazione che per vero spirito di tutela. Il resto lo sapete: nasce CityLife, una serie di grattacieli (tra cui il più alto della città noto come Torre Allianz), un quartiere residenziale per nuovi ricchi, il padiglione di Libeskind, e forse un domani lo stadio del Milan al vicino Portello, un’altra area industriale interessata dall’ennesima speculazione targata anni ’90 su un’area dismessa.

La storica cintura ferroviaria milanese

La storica cintura ferroviaria milanese (disegno da SkyscraperCity.com)

L’ultima occasione persa? Le aree ferroviarie e i relativi scali, che potevano fornire un green belt, un ring verde per una città che di natura ormai ne conserva ben poco e che anche l’ultimo Piano di Governo del Territorio ha consegnato all’edificazione “fuori misura”. Per parafrasare il tema di Expo concluderei così: Alimentare Milano di energia per ripartire!

 

La Cascina nascosta del Parco Sempione.

Una notizia di ieri letta su Corriere.it, ha colpito in maniera particolare la mia attenzione. Il titolo recitava così: si disvela la Cascina nascosta, angolo sconosciuto del Parco Sempione.

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Della sua presenza, come forse i più di voi, non ero al corrente, anche perchè in un’area chiusa al pubblico tra la zona della Torre Branca e il Palazzo della Triennale. Come si può apprendere si tratta di uno spazio ricavato nel verde, che per lungo tempo è rimasto poco o per niente utilizzato. Finalmente verrà restituito alla cittadinanza e “rianimato” da una serie di associazioni. Naturalmente leggendo più attentamente l’articolo e guardando le foto esplicative si comprende che non si tratti di uno spazio storico, come potrebbe esserlo un’autentica cascina. Ma ben restituisce la valenza agreste che in origine aveva il Parco Sempione, come vi avevamo già raccontato tempo fa, in un intervento che oggi vi riproponiamo proprio a ricordo di un panorama di Milano perso per sempre!

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli )

Adesso che inizia la bella stagione, spingetevi fino al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico, magari con questa storia del più antico e nobile giardino di Milano, nelle orecchie! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!

Quando il Parco Sempione era una riserva di caccia.

Adesso che inizia la bella stagione, portate i vostri figli a giocare al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico. E raccontate la storia del più antico e nobile giardino di Milano! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!