La Cascina nascosta del Parco Sempione.

Una notizia di ieri letta su Corriere.it, ha colpito in maniera particolare la mia attenzione. Il titolo recitava così: si disvela la Cascina nascosta, angolo sconosciuto del Parco Sempione.

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Il complesso rurale disvelato (Photo: MilanoToday)

Della sua presenza, come forse i più di voi, non ero al corrente, anche perchè in un’area chiusa al pubblico tra la zona della Torre Branca e il Palazzo della Triennale. Come si può apprendere si tratta di uno spazio ricavato nel verde, che per lungo tempo è rimasto poco o per niente utilizzato. Finalmente verrà restituito alla cittadinanza e “rianimato” da una serie di associazioni. Naturalmente leggendo più attentamente l’articolo e guardando le foto esplicative si comprende che non si tratti di uno spazio storico, come potrebbe esserlo un’autentica cascina. Ma ben restituisce la valenza agreste che in origine aveva il Parco Sempione, come vi avevamo già raccontato tempo fa, in un intervento che oggi vi riproponiamo proprio a ricordo di un panorama di Milano perso per sempre!

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

Catterina Merlini, Veduta del Castello di Milano, acquerello, 1795, ( Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli )

Adesso che inizia la bella stagione, spingetevi fino al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico, magari con questa storia del più antico e nobile giardino di Milano, nelle orecchie! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!

Alla fine vince il Dragone!!

Vi ricordate come circa 20 giorni fa, abbia raccontato della disfida di Via Paolo Sarpi tra Biscione visconteo e Dragone cinese? Oggi apprendiamo dalle cronache locali che, con sommo dispiacere dei residenti, Chinatown ha preso il sopravvento e il portale orientale (anche se mobile) si farà.

Per chi si fosse appassionato alla vicenda riepilogo le puntate precedenti, riportando il nostro intervento del 12/03/2015.

Oggi le cronache milanesi di molti giornali rilanciano la notizia sull’ostinazione con cui la comunità cinese di Milano stia chiedendo da mesi un portale all’ingresso di Via Paolo Sarpi: un po’ per spirito di emulazione rispetto alle altre Chinatown delle grandi città del mondo, e un po’ per dimostrare come la conquista di quel milanesissimo lembo di Borgo degli Ortolani ormai sia nei fatti totale. Ma i residenti “milanesi” non ci stanno e, piuttosto che un dragone, sulla porta ci vorrebbero mettere il biscione visconteo. Allora ho pensato di riproporvi un nostro articolo per dimostrare che originariamente gli animali fossero in verità della stessa “razza”!!

Se volete raccontare una bella favola ai vostri bambini, magari accompagnandola ad una più gradevole passeggiata nel verde, non potete esimervi dal portarli al Castello Sforzesco. Si, perché il nostro castello è pieno di leggende, storie di intrighi, vicende di corte, lotte fra cavalieri e cortigiani, congiure di palazzo e altro ancora… Ma senza addentrarci nella complicata storia della Milano medioevale, possiamo rimanerne fuori… Ma si! Anche fuori dalla mura, per costeggiare il fossato e portarci sotto uno dei torrioni spagnoli (quelli tondi, per intenderci). Su quello di sinistra, per chi arriva da Via Dante, o il primo che si incontra sulla pista ciclabile arrivando dall’Arena, potete notare un enorme stemma visconteo, con il suo ben noto biscione, divenuto uno dei simboli più noti della nostra città, come abbiamo già raccontato in passato ai nostri lettori di Ciabattine.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Dunque dicevamo del serpentone visconteo… ma ci siamo mai posti la domanda sul perché della presenza del biscione che ingoia il bambinello? I più vecchi milanesi hanno sempre sentito parlare della vipera mangia bagat,ovvero mangia bambino. Ma l’antica dicitura ci porta lontano nel tempo, dando vita a più di una leggenda. Una di queste racconta del re longobardo Desiderio, che appisolatosi perché stanco dopo una dura battaglia e di un serpente che salito sull’elmo si allontana senza mordere il sovrano. Preso come segno del destino, il fatto fu acquisito a insegna dallo stesso. E forse poi ereditato dai Visconti, nuovi padroni di Milano.

Un’altra versione racconta che durante l’assedio di Gerusalemme, nel 1099, durante la prima crociata, Ottone Visconti, alla guida di 7000 milanesi, sconfisse in un duello il terribile nobile saraceno Voluce, che per sottolineare la sua presunta invincibilità, era solito combattere sotto il simbolo di un serpente che ingoiava un uomo. Così nella crociata successiva, questa immagine già appariva sui vessilli dell’esercito milanese.

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Un’ultima leggenda, ed è quella che a noi appassiona di più, vuole che dopo la morte di San Dionigi, nella metà del IV sec., un drago di nome Tarantasio giunse nei dintorni di Milano trovando dimora in una grotta presso il lago Gerundo, situato ben oltre le mura della città (forse presso un’ansa del fiume Adda). Si riteneva che tale mostruosità divorasse i bambini, fracassasse le barche ed il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria causando la febbre gialla. Dopo diversi infruttuosi tentativi di uccisione da parte di disparati cavalieri, giunse in città Uberto Visconti che affrontò e sconfisse il mostro prima che quest’ultimo potesse ingoiare del tutto un fanciullo che aveva già cominciato a bloccare tra le sue fauci. Volendo immortalare l’evento, lo stesso Uberto, leggendario capostipite della schiatta dei Visconti, si fece riprodurre il mostro sullo scudo e sull’elmo.

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Per i più grandi, la curiosità sta nel fatto che la storia del drago del Lago Gerundo fu di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, ideatore dell’immagine del cane a sei zampe dell’Eni. Inoltre il biscione accompagnerà tutte le vicende della storia milanese e segnerà il dominio dei Visconti anche sulle terre da loro conquistate. Confini che alla fine del XV sec. arrivavano fino a Bellinzona, in Svizzera, anch’essa con un biscione sullo stemma!

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

 

Un dragone o un biscione per la Chinatown milanese?

Oggi le cronache milanesi di molti giornali rilanciano la notizia sull’ostinazione con cui la comunità cinese di Milano stia chiedendo da mesi un portale all’ingresso di Via Paolo Sarpi: un po’ per spirito di emulazione rispetto alle altre Chinatown delle grandi città del mondo, e un po’ per dimostrare come la conquista di quel milanesissimo lembo di Borgo degli Ortolani ormai sia nei fatti totale. Ma i residenti “milanesi” non ci stanno e, piuttosto che un dragone, sulla porta ci vorrebbero mettere il biscione visconteo. Allora ho pensato di riproporvi un nostro articolo per dimostrare che originariamente gli animali fossero in verità della stessa “razza”!!

Se volete raccontare una bella favola ai vostri bambini, magari accompagnandola ad una più gradevole passeggiata nel verde, non potete esimervi dal portarli al Castello Sforzesco. Si, perché il nostro castello è pieno di leggende, storie di intrighi, vicende di corte, lotte fra cavalieri e cortigiani, congiure di palazzo e altro ancora… Ma senza addentrarci nella complicata storia della Milano medioevale, possiamo rimanerne fuori… Ma si! Anche fuori dalla mura, per costeggiare il fossato e portarci sotto uno dei torrioni spagnoli (quelli tondi, per intenderci). Su quello di sinistra, per chi arriva da Via Dante, o il primo che si incontra sulla pista ciclabile arrivando dall’Arena, potete notare un enorme stemma visconteo, con il suo ben noto biscione, divenuto uno dei simboli più noti della nostra città, come abbiamo già raccontato in passato ai nostri lettori di Ciabattine.

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Lo stemma visconteo sul torrione spagnolo del Castello Sforzesco (foto di Robert Ribaudo)

Dunque dicevamo del serpentone visconteo… ma ci siamo mai posti la domanda sul perché della presenza del biscione che ingoia il bambinello? I più vecchi milanesi hanno sempre sentito parlare della vipera mangia bagat,ovvero mangia bambino. Ma l’antica dicitura ci porta lontano nel tempo, dando vita a più di una leggenda. Una di queste racconta del re longobardo Desiderio, che appisolatosi perché stanco dopo una dura battaglia e di un serpente che salito sull’elmo si allontana senza mordere il sovrano. Preso come segno del destino, il fatto fu acquisito a insegna dallo stesso. E forse poi ereditato dai Visconti, nuovi padroni di Milano.

Un’altra versione racconta che durante l’assedio di Gerusalemme, nel 1099, durante la prima crociata, Ottone Visconti, alla guida di 7000 milanesi, sconfisse in un duello il terribile nobile saraceno Voluce, che per sottolineare la sua presunta invincibilità, era solito combattere sotto il simbolo di un serpente che ingoiava un uomo. Così nella crociata successiva, questa immagine già appariva sui vessilli dell’esercito milanese.

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Una famiglia di draghi alle porte di una città: un’altra storia di draghi raccontata dai milanesissimi fratelli Pagot (più noti come gli ideatori di Calimero)

Un’ultima leggenda, ed è quella che a noi appassiona di più, vuole che dopo la morte di San Dionigi, nella metà del IV sec., un drago di nome Tarantasio giunse nei dintorni di Milano trovando dimora in una grotta presso il lago Gerundo, situato ben oltre le mura della città (forse presso un’ansa del fiume Adda). Si riteneva che tale mostruosità divorasse i bambini, fracassasse le barche ed il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria causando la febbre gialla. Dopo diversi infruttuosi tentativi di uccisione da parte di disparati cavalieri, giunse in città Uberto Visconti che affrontò e sconfisse il mostro prima che quest’ultimo potesse ingoiare del tutto un fanciullo che aveva già cominciato a bloccare tra le sue fauci. Volendo immortalare l’evento, lo stesso Uberto, leggendario capostipite della schiatta dei Visconti, si fece riprodurre il mostro sullo scudo e sull’elmo.

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Il cane a sei zampe, marchio simbolo dell’ENI

Per i più grandi, la curiosità sta nel fatto che la storia del drago del Lago Gerundo fu di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini, ideatore dell’immagine del cane a sei zampe dell’Eni. Inoltre il biscione accompagnerà tutte le vicende della storia milanese e segnerà il dominio dei Visconti anche sulle terre da loro conquistate. Confini che alla fine del XV sec. arrivavano fino a Bellinzona, in Svizzera, anch’essa con un biscione sullo stemma!

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

Un altro biscione su uno scudo: lo stemma di Bellinzona (CH)

 

 

Guerre e strategie a colpi di manicaretti

Oggi si chiama MasterChef. Ed è una delle trasmissioni reality più amate e seguite dal pubblico, ma non solo nella edizione italiana, visto che ce ne sono edizioni in tutto il mondo. Il bravo e rispettato critico televisivo Aldo Grasso dice che la cucina è una parte della ragione di questo successo globale, perché la vera forza della trasmissione risiede nella miscela degli ingredienti narrativi, tra cui il carattere e le sofferenze dei partecipanti, con cui ci si allea da subito. Anche due di noi tre blogger di Ciabattine lo seguiamo con passione! Ma non pensate, vi prego, che a causa del titolo riguardante dispute, guerre e conflitti culinari io voglia parlare a lungo di MasterChef!

I giudici della seguitissima trasmissione TV, in cui ci si disputa il primo premio a botte di strategie gastronomiche!

I giudici della seguitissima trasmissione TV, in cui ci si disputa il primo premio a botte di strategie gastronomiche!

Vi voglio invece raccontare una “guerra in Lombardia” su cui mi sono documentata perché la nostra amica e chef – che ormai tutti conoscete (e che rivisita per noi ottimi piatti della tradizione lombarda) – Mariangela Marchesi di Cucina Cre-Attiva ci ha regalato una nuova, squisita e trendyssima versione dell’antica ricetta Zucchine alla Viscontea: ora vi attende sotto forma di appetitossimo finger food, provare per credere. Ma partiamo dalla storia. Nella ricetta originale sono presenti uva sultanina e amaretti, in grado di donare un gusto agrodolce al piatto: tali ingredienti fanno sì che la pietanza si collochi nella tradizione gastronomica del periodo medievale.

Uva passa e...

Uva passa e…

... amaretti. Alcuni degli ingredienti delle Zucchine alla Viscontea, che fanno risalire il piatto all'era medievale

… amaretti. Alcuni degli ingredienti delle Zucchine alla Viscontea, che fanno risalire il piatto all’era medievale

Ma in particolare in quel tempo in cui la signoria dei Visconti era così florida da estendersi in molte province come quelle lombarde, emiliane e piemontesi, venete, raggiungendo addirittura l’attuale Toscana. Come molti sapranno i Visconti si sono contesi il territorio con la famiglia Della Torre, che poi non solo verrà sconfitta ma addirittura mandata in esilio oltre il Canton Ticino, allora facente parte della Lombardia. È meno noto però, il fatto che la lotta per la supremazia e le strategie per guadagnare il massimo del prestigio tra queste due famiglie si disputasse anche a tavola! I Della Torre, per esempio, si distinsero per un banchetto nel Palazzo della Ragione tra le cui portate furono molto apprezzate quelle con grandi buoi arrostiti ripieni di carne di maiale e montone.

Un banchetto medievale, forse non all'altezza di quello di cui vi racconto... (photo: La Storia Viva)

Un banchetto medievale, forse non all’altezza di quello di cui vi racconto… (photo: La Storia Viva)

Ma come in una puntata di MasterChef medievale, l’invention test (scusate il tecnicismo legato alla trasmissione TV!), lo vinsero i Visconti organizzando convivi con portate monumentali… Un esempio? Il banchetto organizzato nel palazzo dell’Arengario per le nozze tra Violante, la figlia di Galeazzo II con il Duca di Lionello di Clarence, figlio del re inglese Edoardo III (festa a cui pare avessero preso parte anche Francesco Petrarca e Geoffrey Chaucer!), che comprendeva 18 portate a base di carne di maialino, lepre, vitello, capretto, capriolo, quaglia, anatra, airone. Poi vi erano piatti con lucci, trote, storioni, lamprede, anguilla e carpe e molte delle pietanze erano ricoperte di foglia d’oro! Immaginate che ricchezza avrebbe potuto raggiungere a quel tempo il business degli attuali wedding planner!

Per le cene o aperitivi che invece più modestamente possiamo organizzare oggi noialtri, senza rinunciare a un gusto oltremodo squisito (lasciando da parte l’antieconomica e stupida ostentazione gratuita), io vi propongo di seguire la ricetta delle Zucchine del Visconti che ci suggerisce la Chef Mariangela: tutto il procedimento come sempre è presente sul suo sito http://cucinacre-attiva.weebly.com/.

Le nuove Zucchine del Visconti, antica ricetta rivisitata dalla chef Mariangela Marchesi (phot.Elly Aucone)

Le nuove Zucchine del Visconti, antica ricetta rivisitata dalla chef Mariangela Marchesi (photo: Elly Aucone)

Ma vi anticipo che si tratta di tagliare in più parti le zucchine, svuotarle della polpa per poi riempirle nuovamente con una deliziosa besciamella che contiene tra gli ingredienti anche i famosi amaretti e uva sultanina, oltre ad altre prelibatezze come mascarpone e Grana. Si creano così dei cilindretti verticali ripieni, che vanno posti in una pirofila e passati in forno per una ventina di minuti. Forse non vincerete la prossima edizione di Masterchef, ma di sicuro farete la vostra NOBILE figura!

 

 

 

 

 

Nella vecchia fattoria: le vie degli animali a Milano.

Girando per la nostra città, forse non ci siamo mai accorti che un numero non esiguo di strade sono dedicate ad animali. Il perché è presto detto: non tanto per uno spirito di storica affezione per le bestie domestiche, addomesticate o da fattoria, ma come testimonianza di come la vita agreste, almeno fino al XIX sec. si spingesse fin dentro il centro cittadino. A memoria di questa vita rurale che ancora oggi impregna di sé alcuni angoli della nostra città, non è raro trovarsi di fronte a nuclei di sistemi produttivi legati a fondi agricoli, come cascine, magari oggi trasformati in condomini. Più facilmente alcune vie ricordano nel loro nome il fatto che lì si svolgevano alcune attività legate alla vita di campagna, più che a quella cittadina che intorno si andava via via sviluppandosi. Iniziamo allora da questa categoria di toponimi con quelli che si trovano intorno alla Ca’ Granda (ex Ospedale Maggiore e oggi Università degli Studi).

S. Antonio e il maiale a lui caro in un codice miniato

S. Antonio e il maiale a lui caro in un codice miniato

Qui oltre al ben noto Convento di S. Antonio (nella via omonima), dove si allevavano i maiali, c’è la via Bergamini, il cui nome secondo alcuni deriva da alcuni allevatori di mucche da latte e casari originari della bergamasca. Più anticamente, alcune contrade (così si chiamavano le strade ) oggi scomparse, sempre nella stessa zona, prendevano il nome di via del Pesce (un tratto dell’odierna Via Paolo da Cannobbio), dove pare si svolgesse un antico mercato del pesce fluviale, portato qui attraverso il Seveso che arrivava nei pressi; o vicolo delle Quaglie (un angolo malfamato del Bottonuto, ormai scomparso, in un lotto fabbricato che va fra l’attuale Via Albricci e la Via Baracchini). Non lontano, al Cordusio, in contrada degli Orefici, vi erano la Via del Gallo e delle Galline, o Pasquèe di Gainn, come veniva detta originariamente, indicando con tale termine un campo dedicato al pascolo, una sorta di aia dove far razzolare le galline. Lo stesso antico termine ricorre in un’altra zona più prossima al Corso Vittorio Emanuele, ancora di recente conosciuta come Pasquirolo.  In questo caso si era in presenza di un pasquèe per pecore, un vero e proprio campo acquitrinoso, e per questo libero da edifici, a ridosso dell’abside del Duomo. Non lontano, non a caso, abbiamo ancora oggi la Via Agnello, animale riprodotto su una lapide ritrovata in loco e poi murata sopra il portale di un edificio.

Pietra con ovino inciso simile a quello ritrovato in Via Agnello.

Pietra con ovino inciso simile a quello ritrovato in Via Agnello.

Sempre in centro, una traversa di Via Torino ricorda il più famelico degli animali selvatici, il lupo: si tratta di quella Via Lupetta, già contrada della Lupa, per via di un laboratorio di un fabbricante d’armi, forse il primo in città, che aveva qui come insegna la testa di una lupa (simbolo molto comune fra gli armaioli, soprattutto fra quelli milanesi), che era riprodotta su una lapide murata sull’edificio. Stessa cosa, per analogia si può dire di Via della Cerva (parallela interna di Via Visconti di Modrone), perchè la tradizione la vuole legata ad un’antica locanda medioevale detta della Cervia o Cerva.

Molte altre strade, alcune ancora esistenti, altre scomparse, ricordano antiche professioni svolte grazie allo sfruttamento di prodotti animali. E’ il caso di Via dell’Orso, il cui nome è memore del fatto che durante l’epoca romana qui fossero ubicate le botteghe dei conciatori di pelli (lupi, montoni e anche orsi), con le relative insegne. Stessa cosa si può dire della scomparsa contrada dei Pellizzari, (sull’area dell’attuale Piazza Duomo), dove c’erano i banchi dei pellicciai, mercanti di pelli ovine, o della Piazza della Pescheria minuta (in un area localizzata pressappoco dove oggi c’è la facciata del Duomo) dove si vendevano gamberi e pesciolini piccoli almeno dal XII sec., o della pescheria Grossa (dove oggi la Via Mercanti si innesta su Piazza del Duomo). Nei pressi di S. Vittore, sul luogo dell’attuale Via Zenale, esisteva fino all’inizio del XX sec. la contrada delle Oche. Seppur alcuni parlino dell’esistenza in tale luogo di un antico mercato dei suddetti pennuti, pare invece che il toponimo facesse riferimento più probabilmente all’epiteto “Oche” dato dai popolani a certe monache (quelle del vicino Convento delle Cappuccine della Madonna di Loreto) per via delle loro cuffie con bianche tese ad ampie ali.

Busti dei Visconti sulla facciata dell'Hotel Cavalieri, in ricordo del luogo dove sorgeva la Ca' de Can, loro prima dimora signorile.

Busti dei Visconti sulla facciata dell’Hotel Cavalieri, in ricordo del luogo dove sorgeva la Ca’ de Can, loro prima dimora signorile (foto Robert Ribaudo)

Altri luoghi storici di Milano ricordano attività svolte con l’ausilio di alcuni animali come la Via Falcone, il cui nome pare derivi dalla presenza di una falconiera che nel XIV sec. Bernabò Visconti, abile cacciatore, teneva qui, non lontano dalla sua dimora chiamata per altro Ca’ de Can (nell’isolato dove oggi c’è l’Hotel Cavalieri, in Piazza Missori), per la presenza massiccia di cani da caccia, a cui spesso venivano dati in pasto i suoi creditori o avversari. I mastini – fino a 5.000! – erano mantenuti peraltro dai cittadini  e risiedevano nei cortili dell’enorme fortilizio.

Altre località ancora ricordano la presenza di certi particolari animali. Possiamo portare il caso del Ronchetto delle Rane, in fondo al Gratosoglio, o del Portico dell’Elefante, presso il Castello Sforzesco, dove fu riprodotto nel XV sec. dal Ferrini questo esotico animale, molto probabilmente dono di qualche signore ai duchi di Milano, che lì risiedevano.

Notturno sul Portico dell'Elefante (foto Ciabattine). In fondo sulla sinistra si intravede l'affresco con la sagoma del curioso animale.

Notturno sul Portico dell’Elefante (foto Ciabattine). In fondo sulla sinistra si intravede l’affresco con la sagoma del curioso animale.

Particolare del portico dell'Elefante con l'esotico animale in primo piano (foto Giovanni Dall'Orto)

Particolare del portico dell’Elefante con l’esotico animale in primo piano (foto Giovanni Dall’Orto)

Vorrei chiudere con un’ulteriore curiosità:  se pensaste di mostrare ai vostri bambini in Via Aquila qualche esemplare di questo nobile volatile, vi sbagliate. Ma degli animali li troverete comunque, perchè qui ha sede… il parco-canile cittadino!

 

 

 

Il Castello Sforzesco: luogo di intrighi, storie e curiosità.

Durante i nostri giri con i bambini, noi di Ciabattine, abbiamo toccato più volte l’argomento Castello, se non in un intervento specifico, almeno tangenzialmente: in occasione del post sul Parco Sempione, che ci ha inquadrato l’area in cui sorge, ma anche quando abbiamo illustrano lo stemma di chi ha costruito e detenuto questa rocca nel passato. Questo che ci apprestiamo ad affrontare è un tema avvincente per tutti i bambini ed evoca un orizzonte fiabesco, cavalleresco e un tempo lontano, legato al periodo del ducato di Milano quando la nostra città era retta da una Signoria, a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento.

L’antenato di quello che conosciamo come il Castello Sforzesco era un lungo muro fortificato che andava, pressappoco, dall’attuale Pusterla di S. Ambrogio fino all’incrocio dell’attuale Via Ponte Vetero/Via dell’Orso. L’aveva fatto costruire il generale dell’impero romano-bizantino Stilicone alla fine del IV sec. per contrastare l’avanzata dei Goti che spingevano per introdursi nel Nord Italia. Abbandonato durante i secoli bui delle invasioni barbariche, solo alla metà del XIV sec. venne ripristinato per la creazione di una roccaforte difensiva del Comune, ormai stabilmente in mano ai Visconti, che però preferivano risiedere nel Castello di Pavia. Si dava vita a quel nucleo, proprio nella parte arretrata dell’attuale Castello, noto come Rocchetta. Solo con il secondo decennio del Quattrocento però si fecero opere di miglioria affinchè Filippo Maria Visconti ci potesse portare la sua sposa. I lavori fermati ben presto per una serie di sommosse della popolazione schiacciata dallo strapotere nobiliare, riprendono solo col cambio di passo degli Sforza (casato a cui è legato anche il nome dell’imponente costruzione), succeduti al comando della città alla metà del XV sec., soprattutto ad opera dell’architetto fiorentino Filarete, che realizza sul fronte principale la famosa torre. Ma fu Galeazzo Maria, il primo Sforza a pensare di far divenire il Castello un luogo dove vivere stabilmente lasciando la dimora di famiglia, nonchè la sede del potere fissata da anni nell’attuale Palazzo Reale. Ma la fortezza ben presto diviene da casa, vera e propria prigione per lui e i suoi fidi cavalieri che avevano osato ribellarsi contro la madre Bianca Maria, anima nera della politica di corte.

Cortile dell'elefante (foto di C. Dell'Orto per Wikipedia)

Cortile dell’Elefante (foto di C. Dell’Orto per Wikipedia)

 

Da questo momento all’interno delle mura cominciano a comparire stranezze: sotto un portico viene raffigurato un Elefante tanto che uno dei cortili, in fronte alla Rocchetta, prenderà il nome da questo animale esotico, che nel Quattrocento era tutt’altro che comune soprattutto a queste latitudini! In alcune sale interne viene raffigurato lo stesso duca in compagnia della moglie Bona di Savoia, i fratelli e i principali esponenti della corte mentre cacciano cervi e daini nel bosco. Nel 1477, si inizia a costruire la Torre di Bona, quella che sta nel mezzo del Castello, dominante la Piazza d’Armi: è composta da otto celle una sopra l’altra a cominciare da quella sotterranea. Nello stesso anno, il Castello diviene addirittura sede di uno dei due senati che si creano dopo l’uccisione di Galeazzo Maria Sforza, detto anche Consiglio segreto, con a capo Bartolomeo Calco, fiduciario della vedova di Galeazzo Maria. Nel 1480 Lodovico il Moro, preso il potere con la forza, fa segregare nella Rocchetta il figlio di Galeazzo Maria, sottraendolo alla tutela della madre Bona di Savoia e divenendo egli stesso tutore e quindi capo del governo del Ducato.

cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto sailko per Wikipedia)

Cortile della rocchetta con la torre di Bona di Savoia (foto Sailko per Wikipedia)

Lodovico il Moro è colui che chiamerà a corte Leonardo da Vinci per affrescare la Sala dell’Asse con un ombrello di rami e foglie intrecciate e per studiare una serie di opere idrauliche sui Navigli, vera autostrada della Milano del tempo. Ma sarà anche l’ultimo duca di Milano, perché caduto il Castello nelle mani francesi nel 1499, si aprirà un periodo di occupazione straniera che durerà fino all’Unità d’Italia nel 1861. Nel 1521, per uno scoppio delle polveri, dovuto probabilmente ad un fulmine, crolla la torre del Filarete (quella che vediamo oggi infatti è una libera riproposizione dell’inizio del Novecento!). Nel 1527, una volta che gli Spagnoli si impossessano della città, ordinano a Cesariano il rinforzo delle difese del Castello con le Tenaglie, fortificazioni che si allungano fino all’attuale MM Moscova!!

Da un'antica mappa: le fortificazioni del Castello con la Tenaglia

Da un’antica mappa: le fortificazioni del Castello con le Tenaglie

Ma ciò non toglie che intrighi e congiure di palazzo minino la sicurezza della neo-colonia spagnola proprio dall’interno. Infatti nel 1551, essendo scoperta una congiura che mira a consegnare il Castello ai francesi, Giorgio da Siena (detto Sanese) è squartato vivo e la sua testa resterà per molti anni esposta sul torrione del Castello, come monito per tutta la cittadinanza. Il sistema difensivo viene arricchito successivamente di una serie di bastioni in forma stellare, intono alla fortezza, che sua volta diviene il diadema al centro del giro dell mura a forma di cuore, che ora inglobano l’intera città.

La città di Milano alla fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

La città di Milano raffigurata in una mappa della fine del Cinquecento: il Castello, al centro, e le sue mura a forma di cuore.

Nel secolo successivo, il governatore spagnolo, minacciato dall’ennesima invasione francese fa aggiungere sei Mezzelune ai bastioni del Castello. Questi saranno smantellati solo nel 1805, in occasione dell’incoronazione di Napoleone. Durante i moti del 1848, Radetzky, fuggito pricipitosamente si barrica qui, per dirigere le operazioni militari. Alla fine delle V Giornate, con la città nelle mani dei rivoltosi, il Governo provvisorio fa abbattere la parte alta dei torrioni. Il Castello è destinato ad usi civili, per la prima volta dopo tre secoli! Dopo una serie di progetti per il riutilizzo del castello, solo intorno al 1880, si profilò la volontà e la sensibilità di conservare il monumento, e di farne degna sede di istituzioni culturali, artistiche e storiche cittadine, circondandolo di spazi a verde. Il tutto nella maniera in cui è giunto fino a noi, per ospitare le civiche raccolte museali. Lungo la cortina interna, a sinistra della Piazza d’Armi furono infine raggruppati stemmi, colonne, materiali lapidei, e persino ciò che restava di due facciate di edifici rinascimentali, demoliti nel centro di Milano.

 

Quando il Parco Sempione era una riserva di caccia.

Adesso che inizia la bella stagione, portate i vostri figli a giocare al Parco Sempione, l’area verde più grande del centro storico. E raccontate la storia del più antico e nobile giardino di Milano! A ridosso del Castello Sforzesco, l’ampia distesa verde era parte integrante delle proprietà ducali,  e rappresentava il barcho ducale, cioè la riserva di caccia della signoria, con aree a parco nei pressi della fortezza. Era una zona vastissima che si estendeva a nord della città e annoverava fin dall’inizio del XV secolo, viali “a volta”, coperti da rami, giardini, orti, frutteti, alternati a prati e a boschi, ricchi di selvaggina.

Paolo Uccello - Caccia notturna, 1470 ca.

Paolo Uccello – Caccia notturna, 1470 ca.

Non era raro avvistare lepri, cervi e cinghiali fino al limitare dell’area fortificata! Essendo la tenuta di caccia dei duchi e dei loro ospiti, all’interno vi erano casini per il ristoro dopo le attività venatorie, piccoli padiglioni per feste e intrattenimenti, serragli per bestie feroci… e persino per un elefante!… che serviva da modello per le decorazioni del portico omonimo in una corte del Castello. E poi c’erano ancora la falconiera, la peschiera in muratura, a ridosso del fossato, per la coltura dei pesci pregiati, nonché l’installazione di una fontana trasportata dal palazzo di città (l’odierno Palazzo Reale), alimentata dalle stesse acque convogliate dal fossato. Dalla metà del ‘400, quest’area i cui confini erano a perdita d’occhio, venne recintata con un muro alto ben 2 metri e mezzo per aumentare la sicurezza. L’ingresso era controllato con addirittura 7 porte , più quella all’interno del Castello, la Porta Giovia. Tutte avevano torri campanarie che avevano la funzione di avvistamento e di allarme.  Ma quanto era grande la tenuta? Pensate che una di queste porte era al Portello, presso la cascina omonima, spesso presente in molte mappe e disegnata proprio come un portellone che si apriva sul barcho (da qui lo stesso nome del quartiere fuori dall’area ex Fiera).

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l'ampiezza del barcho circondato da mura.

Questa mappa della Milano del XVI sec., ci illustra anche l’ampiezza del barcho circondato da mura.

In seguito Lodovico il Moro volle accrescere ancora di più la sua tenuta di caccia e quindi acquisì altre cascine, colombare e vigne limitrofe per compensare il fatto che al sud della proprietà avesse costituito un nuovo quartiere per i suoi cortigiani, il borgo intorno a S. Maria delle Grazie. Mentre il Portello diventava una zona ben curata, ora all’interno della recinzione del barcho ducale, dove vi erano  vigneti, orti, cascine, al contrario la situazione fuori dalle mura era assai diversa: ad esempio il Bosco della Merlata, poi conosciuto come Musocco, era una zona fitta di vegetazione, e per questo meta anche delle battute di caccia dei duchi fuori il barcho ducale. Ma soprattutto, era talmente inospitale, da essere infestata di briganti!

Più avanti, con l’arrivo degli spagnoli buona parte dell’area intorno al Castello, più volte saccheggiato, demolito e ricostruito, viene destinata a manifestazioni pubbliche. D’estate, tre volte alla settimana, verso sera, sulla spianata a forma di stella si organizzavano grandi concerti sinfonici all’aperto per tutti i cittadini.

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d'armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Nella carta post-unitaria di Giovanni Brenna si evidenzia come fuori dalla Piazza d’Armi del Cagnola, fossimo ancora in presenza di territorio non urbanizzato

Dopo la demolizione dei baluardi spagnoli intorno al Castello, nell’area retrostante  venne ricavato un vasto quadrato cinto da alberi per le esercitazioni militari, che prima venivano eseguite all’interno della fortezza. Quando lo spiazzo militare fu spostato più a nord, con una città in continua espansione, appena fuori dalle fortificazioni fu creata la spianata nota come Piazzale del Cannone per via del cannone della Guerra ’15-’18, che faceva bella mostra di sé in vista dell’Arco della Pace.

Ecco come si presentava l'area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Ecco come si presentava l’area del Parco Sempione, appena risistemata alla fine del XIX sec.

Intanto già dalla fine del XIX sec., si progettava sulle aree verdi, al di fuori della spianata, un grande giardino all’inglese per la città, con aree a prato, radure, pozze d’acqua e alture di roccia. Stretto fra i semicerchi del Foro Bonaparte e del sistema Via Canova-Melzi d’Eril non era più un luogo di delizia, ma almeno era stata rispettata la volontà di mantenere il nuovo parco il più possibile isolato dal grande traffico cittadino!